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nazionale
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LE STANZE
E' ORFEO E LE RIME.
Prossima pubblìcssione.
PROSE VOLGARI INEDITE
F.
POESIE LATINE EDITE E INEDITE
DI MK3PEB
ANGELO AMBROGINI. POLIZIANO
AGGIUNTI OLI EPIGRAMMI GREVI.
Con illustrazioni
e doetijnenti nuovi intorno all’ Autore e alla Corto Medicea del Secolo XV
PER CUBA
IV ISIDORO DEL LUNGO.
Un volume.
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LE STANZE
L' ORFEO E LE RIME
DI MESSEIl
ANGELO AMBROGINI POLIZIANO
UIVKODTK 81’ I CODICI E SU LE ANTICHE STAMPE
E ILLUSTRATE '
CON ANNOTAZIONI DI VABII E NUOVE
DA
GIOSUÈ CARDUCCI.
Volume unico.
FIRENZE,
G. .BARBÈRA, EDITORE.
1863.
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Proprietà letteraria dell' Kditore
(J. R.
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DELLE POESIE TOSCANE
DI *
MESSER ANGELO POLIZIANO
DISCORSO.
“ E rinnova in suo stil gli antichi tempi. „
Stanze per la Giostra, II, 15.
Pouziajo.
a
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I
i
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DELLE POESIE TOSCANE
DI MESSER ANGELO POLIZIANO.
I.
Il secolo df-cimoquinto in Italia.
La letteratura della confederazione.
Firenze, il Medici, il Poliziano.
« Ora è mancata ogni poesia
E vote son le case di Parnaso....
Come deggio sperar che surga Dante,
Che già chi il sappia legger non si trova?....
Sonati sono i corni
D’ ogni parte a ricolta :
La stagione è rivolta :
Se tornerà non so; ma credo tardi.1 »
Così Franco Sacchetti in una deploratoria per la morte del
Boccaccio proferiva le novissime parole su la grande lettera-
tura del secolo XIV, e significava insieme il tristo presenti-
mento, radamente vano, che ha de’ suoi successori ogni ge-
nerazione vigorosa. E di vero, come disco su la fine del corso
segna ancora per la forza del primo impulso alcuni giri nella
rena, poi vacilla, poi cade ; così, su ’l declinare del trecento
c ’l cominciare del secolo di poi, l’ italiana letteratura. Ija vi-
sione allegorica di Dante già scolorata nel Qtiadriregio finisce
di abbuiarsi in alcuni poemi a pena nominati dai dotti: il psi-
cologismo elegiaco del Petrarca già svaporato nelle eleganti
■ K. Sacchetti, in Rime di duo dii Pisioia ed idtri del secoli XIV,
Firenze, Barbèra, 1863, |>ag. 52$ (E<liz. Diamante).
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ANGELO POLIZIANO.
Vili
fantasiucce del Montemagno inacidisce tra le frasi sforzate
di Cino Rinuccini e svanisce nelle lievi imitazioni di Giusto
de’ Conti : del Boccaccio chi intese i fini riposti, chi prose-
gui la vera e larga rappresentazione dei sensibili ? rimase lo
stile, miseramente balbettato da pochi, nobilmente ripreso
da Battista Alberti, cagione ai più di affettazione e di falsità.
Nè potea avvenire altramente. Quei tre miracoli del trecento,
quantunque traessero intenzioni e modi dall’ età loro, tutta-
via nella concezione dell’arte e nell’ uso della dottrina troppo
avanzarono i contemporanei : i quali nè vollero più dopo
tanto esempio seguitare le sole tradizioni del medio evo,
nè seppero con adeguate forze aiutare e continuare il rin-
novamento da quelli operato : si contentarono alle forme, ri-
producendole per difetto d’ attitudine e d’ abito contraffatto
e immiserite. Ebbe in somma il triumvirato ammirazione
amorosa anzi adorazione dagli Italiani, non lasciò scuola.
Subito dopo la morte del Boccaccio [1375] cominciano a
dimostrarsi due tendenze e due fatti generali, che svolgen-
dosi per cento anni dipoi costituiscono il carattere lettera-
rio del quattrocento. Per una parte, la tradizione popolare
e borghese mista di sentimenti religiosi e romanzeschi non
senza attingere più di una volta dalla realità pura, già so-
praffatta nel trecento dallo splendore del triumvirato, si
risente ora, ripiglia forza e si slancia libera e riposata nel
campo : indi le leggende sacre e cavalleresche, e, loro no-
vella veste, i poemi in ottava rima e le rappresentanze ; indi
la satira del Burchiello e de’ suoi imitatori ; le laude, le
ballate, i canti carnescialeschi, le barzellette, gli strambot-
ti ; generi tutti che male disprezzati dai critici e dai cerca-
tori d’ eleganze son pure il patrimonio poetico proprio del
quattrocento e ne rendono la vita e 1’ arte, ricongiungen-
dosi a un tempo per la ingenuità e la franchezza delle
forme al puro trecento. Per un’ altra parte, i letterati, con-
sapevoli segretamente a sè stessi della insufficienza loro a
emulare gli esempi dei grandi antecessori, si dettero più to-
sto a tesaurizzare di cognizioni e di scienza, per la quale
specialissimamente più che per la potenza delle invenzioni
eran venuti in ammirazione alla loro età i tre illustri fio-
rentini; si dettero a riprendere l’opera della ristorazione
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ANGELO POLIZIANO.
IX
romana da quelli con devoto ardore incominciata ma ri-
masta ben di qua dal termine di perfezione a cui aveau
condotto il rinnovamento italiano. Ed ecco; per un Te-
trarca che andava frugando le città dei barbari 1 in cerca
di qualche opera obliata di Cicerone ; per un Boccaccio che
salia trepidante di gioia nella biblioteca di Montecassino, e
tra l’ erba cresciuta grande sul pavimento, mentre il vento
soffiava libero per le finestre' scassinate e le porte lasciate
senza serrami, scotendo la polvere da lunghi anni ammon-
tata su’ volumi immortali, sdegnavasi di trovarli mancanti
de’ quadernetti onde la stupida ignoranza de’ monaci avea
fatto brevi da vendere alle donne ; * per uno, dico, ecco sor-
gerne le diecine, affrontando pericoli di lunghi viaggi, pas-
sando monti e mari, peregrinando poveri e soli per contrade
inospitali, fra popoli o avversi o sospettosi e de’ quali non sa-
pevan la lingua, fra Tedeschi, fra Turchi. Andavano, dicean
essi, a liberare i gloriosi padri dagli ergastoli dei Germani e
dei GaUi :3 E i baroni dai torrazzi del castello e i servi dalla
gleba rideano forse a veder passare quegl’ italiani magri,
con lo sguardo fisso, con 1’ aria trasognata, e sabre affannosi
le scale ruinate di qualche abbazìa gotica, e scenderne rag-
gianti con un codice sotto il braccio : ridevano, e non sa-
peano che da quel codice era per uscire la parola e la li-
bertà, che dovea radere al suolo quell? torri e spezzare
quelle catene; non sapevano che quei poveri stranieri erano
i vati d’ un dio ancora ignoto ma prossimo successore del
dio medioevale, con la cui sanzione voi servi eravate dati
cibo ai mastini del barone, e le vostre donne arse per istre-
ghe dai monaci. Anche oggi del fanatismo erudito del quat-
trocento si ride in Italia con ingiustizia e con ingratitudine
da quelli che ne godono i frutti : se ne ride più saporita-
mente dai più ignoranti. Ma. è forza ammirare la fede e la
rehgione che ebbe per la scienza il secolo XY, quando leggesi
come il Guarino veronese, perdute per naufragio due casse
di libri che avea recati da Costantinopoli, incanutì dal cor-
1 Petrarca, Seni!., XV, I. 3 Poggio, Orali o in fan. .V. A’1’-
- Benvenuto da Imola, Cameni. cali [Op. cilit. Basii., 1538. pag.
Parad., XXII. 272.1
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X
AN'CELO POLIZIANO.
doglio; 1 * come il Panormita per comperare un codice di Tito
Livio vendè un podere, forse quel de’ suoi vecchi ; * come gli
antichi manoscritti ruhavansi con lo stesso senso di devo-
zione che alcuni secoli innanzi le reliquie dei santi ; 3 e, a
quella guisa che alcuni secoli innanzi T un re mandava al-
1’ altro per dono preziosissimo qualche frammento del legno
della croce, così, a questo, la repubblica di Lucca attestava
la sua gratitudine al duca Filippo Maria di Milano col pre-
sente di due codici ; * e Cosimo de’ Medici per tessera di
pace inviava ad Alfonso di Napoli un Tito Livio, aperto su-
bito con avidità grande dal re contro l’ avviso de’ cortigiani
e dei tisici, i quali coi sospetti d' allora lo pregavano badasse
bene, in quel libro, dono d’ un nemico, potersi nascondere
un veleno che solo aspirato uccidesse l’uomo.! Veramente
fu cotesta una crociata della civiltà ; come quella fratellanza
negli studi umani per mezzo della lingua latina fu quasi
un cattolicismo letterario contro la barbarie e la tirannia
spirituale. E altiera testimonianza ne dà Poggio Braccioimi,
quando in mezzo a’ chierici del concibo di Costanza e
a' masnadieri di Sigismondo imperatore osava, solo forse
in Europa, venerare la gran figura di Girolamo da Praga
dinanzi al rogo e accoglier nel cuore gli ultimi accenti
dell’inno che tra il vortice delle fiamme attizzate dallo
scettro e dal pastorale il martire del libero esame innalzava
al trono di Dio.” Ma si oppone: cotesto furore dei quattro-
centisti italiani per 1’ antichità fu intempestivo, venne a in-
terrompere il filo delle tradizioni nazionali nell' arte del me-
dio evo, ne impedì lo svolgimento. Io come italiano non so
pur ammettere il dubbio se fosse o no stato espediente alla
originalità delle letterature europee che nulla rimanesse
nulla si ritrovasse dell’ antichità greca e romana : nego
poi che il movimento erudito del secolo XV fosse intempe-
stivo e fuori della tradiziou nazionale. Nelle rivoluzioni
italiane del medio evo tutto fu restaurazione, o almeno come
1 Politico Vinmio, in Mnffci, Ve-
ro»a illuxlr ., puri, jl, pag. 134.
s Panormila, Epist., V, 118.
5 TiraLosclii, SI. Irli. it. MCCCC-
»ll), lil>. I, cap. IV, Si VII.
k Tominasi, al 1430, in Caa là,
Si. degl' hai in ni, cnp. CXXI.
5 Crinito, Imn. rl.xc., XVIII, IX.
6 Poggio, Optra, 301-à : Sltcpiicrd,
Vi lo di Poggio, cap. II.
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ANGELO POLIZIANO.
NI
restaurazione fu sentito e operato dai nostri. Dante credeva
nell’impero romano reduce con Cesare, quando che fosse, in
Campidoglio, e scriveva latino : come latino scriveva il Pe-
trarca, aspettando che e’ ritornasse lingua civile dell’ Italia
innovata e affrettando co’ voti la repubblica degli Scipioni. 1
cronisti del secolo XIII chiamano Firenze la figliuola di Ro-
ma, la dicono fabbricata a immagine di Roma da Cesare, nei
feudatari di Fiesole infesti al comune non sanno vedere che
i discendenti di Catilina nemici ereditari al senato ; i no-
bili del primo cerchio vantali sè di puro sangue romano :
adunque il Poliziano la potea ben aneli’ egli chiamare città
meonia potea ben dire, come avrebbe detto Catullo della
Roma de’ tempi suoi, essere in essa trasportata con tutto iì
suo suolo e con ogni supellettile Atene.1 E se i Pavesi celebra-
vano fino al secolo passato offici di santo a Boezio,6 se
Mantova tenea per santo il suo Virgilio e della immagine di
lui improntava le monete e le libere bandiere adornava e
nella festa di san Paolo cantava un inno ove esso l'apo-
stolo delle genti era introdotto a piangere sul mausoleo
del poeta,’ se Dante d’ accordo col tempo suo metteva in pa-
radiso Traiano,6 qual meraviglia che il Ficino tentasse di
frammettere all’ufficiatura ecclesiastica qualche sentenza di
Platone ? 6 E se Pomponio lieto, per l’ amore dell’ antichità
romana a cui avea consacrato il suo libero e fiero animo e la
povera vita, mutava in gentili i nomi cristiani degli ascritti
alla sua academia, se partiva il tempo per calende, se nell’ an-
nuale dell’ edificazione di Roma si prostrava co’ suoi dinanzi
alla statua di Romolo Quirino ; non era ciò una conseguenza,
fantastica se volete, ma pur conseguenza, dell’ essere stato il
rinascimento italiano inauspicato nel nome di Roma antica, fin
dal giorno che il monaco di Brescia in cospetto della città
degli apostoli e dei martiri gridava al popolo, Rialziamo il
• Poliziano, Rmlitut, versai! Pmc.
5 Poliziano, in Piateci nrt Hnmer.
[Opera, l.ugiluni, ap. Seti. Gry-
phiiim. 1539, t ILE citiamo sempre
ila questa edizione],
* Tirabosclii, Si. Irli, hai., dalla
rovina dell’impero occidentale al
mclxxxiii, iti» i. cup. iv, 55 VII.
* Bettinelli, Sulle Intere e te arti
mantovane, Disc. I e nota c.
s Dante, Purg. X, 76; Par. XX.
15.
15 Tira boschi, Si. Ini. it. JICCCC-
MD, lib. Il, cap. Il, SS XXJ.
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x;i
ANGELO POLIZIANO.
Campidoglio, si restituiscano il senato 1’ ordine equestre ii
consolato i tribuni? Il movimento classico adunque del se-
colo XV procede dirittamente dal movimento politico del XII.
dal risorgimento cioè del principio romano indigeno contro il
principio germanico feudale e contro il papato. £ quanta sia
la gloria in cotestà ultima conseguenza della rivoluzione dei
comuni apparirà facilmente a chi ripensi, come l’ Italia, nel
medesimo tempo che apriva con Colombo un nuovo mondi)
alle industrie e ai commerci, rivelava pure e restituiva alla
ragione alla fantasia all’ arte alla scienza il mondo antico ;
e 1' uno e 1’ altro donava all’ Europa.
Cosi ; tra perchè la poesia borghese e popolare trasse a
sè le moltitudini al cui intendimento agguagliavasi senza
richiederne sforzi, e perchè i dotti non curarono di indiriz-
zarsi al popolo reputando la erudizione sola degna a cui
s'attendesse, quando il ricordarsi era ammirato più che l'in-
ventare, e la dottrina pareva creazione ; avvenne che nei
primi cinquanta o sessanta anni del secolo XV non esistesse
letteratura propriamente nazionale in lingua italiana ; quella
intendo che al di sopra delle divisioni di scuole e di classi
si fa specchio al pensiero della nazione, ne sèguita i movi-
menti, ne rappresenta l’ideale. Del che è a ricercar la ra-
gione anche nelle condizioni politiche.
La letteratura del secolo XIII e XIV, come scintilla dal-
l’ attrito di due massi, come fulmine dallo scontro di due
nubi, proruppe dai contrasti della chiesa con l’ impero, e
poi del popolo con la chiesa e l’ impero, e poi della plebe
col popolo : 1‘ elemento indigeno contro il germanico, la
borghesia contro la feudalità, il laicismo contro la chieresia,
la ragione contro l’ autorità, il reale contro l’ ideale, il sen-
timento contro le convenzioni e il misticismo, ecco i veri
moventi di- quella letteratura. Ma il papato, diviso per 70
iutieri anni fra due o tre contendenti, schiaffeggiato da tutti
i principi e dai preti stessi nei concilii di Costanza e Basi-
lea, mentre un soldato di ventura assidevasi nella Marca
funesta agl’ imperatori del secolo XIII segnando le lettere
Eg Girifalco nostro firmiano invito Petro et Pavlo ; 1 il papato,
1 Muclimclli, Isl. fior. V.
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ANGELO POLIZIANO.
XIII
non che delle ire di Dante e del Petrarca, era riuscito inde-
gno oramai degli sghignazzamenti del Boccaccio e del Sac-
chetti: Papa Mai-tino Non vale un quattrino,' questo distico
intonato dietro al successore di Gregorio VII d’ Innocenzo III
di Bonifacio Vili dai ragazzi della guelfa Firenze, ecco il
séguito dell’ invettiva di san Pietro nel XXVII del Paradiso,
ecco la sola poesia degna del papato nel secolo XV. E l’im-
pero? A chi importava più dell’impero in Italia? L’ultimo
dei Lussemburghesi, di quella casa che tanti odii e amori
di sè aveva eccitato nel secolo antecedente, Sigismondo,
mercanteggi pure a sua posta le alleanze, ingrossi gli stati
ereditari, faccia il gendarme ai preti di Costanza ; l’ Italia
sa a pena che egli esista. E già la democrazia avea da per
tutto ceduto il luogo ai tiranni, che fatalmente escono di
lei ov’ella è male ordinata, mutatisi in principi, o la invida
e paurosa borghesia le avea levato in contro i signori. Ri-
cordate come finisse Michele di Landò, il Cavaignac dei
Ciompi, per merito di aver salvato i borghesi dalle vendette
plebee, da essi, come al solito e sempre, cacciato in esilio?
La stessa oscurità che è su la fine dell’ eroe popolare in-
volge il lento venir meno della democrazia fiorentina. Spa-
ventata co’ supplizi, dispersa per gli esilii, lusingata, do-
mata forse con la miseria, la plebe tace s’allontana sparisce:
nè si mostra più che per bestemmiare i vinti, per applau-
dire i vincitori padroni : sottentrano le oligarchie, e quindi
la prevalenza d’ un uomo, d’ una famiglia. Nè i principi eb-
bero o sentirono più le grandi ambizioni, onde dai politici
troppo spesso, e pur troppo anche dai poeti, si fan perdo-
nare la tirannia: niuno di essi dopo Giovan Galeazzo Vi-
sconti ordinò al suo gioielliere la corona d’ Italia. Battaglie
ingloriose degli Angioini tra loro nel mezzogiorno e nel cen-
tro, poi d’ Angioini e d’ Aragonesi ; schermaglie tra il senato
veneto, la cui cupidigia non può chiamarsi ambizione perchè
troppo egoistica, e la debolezza di Filippo Maria Visconti
e l’ astuzia di Cosimo dei Medici : e scorazzare delle ma-
1 E aggiungevano in lode di Beac-
elo da Montone : Diaccio valnile —
Che vince ogni genie. E come se
ne .sdegnasse il papa vedi in Leo-
nardo Aretino, De temporibus suis,
pag 83.
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XIV
ANGELO POLIZIANO.
snade di ventura da una parte ad un’ altra, e sorgerne un
prode o fortunato od accorto e giungere al regno : ecco i
fatti della metà prima del secolo, ecco stimoli e occasioni e
argomenti per la letteratura nazionale. In verità la sola let-
teratura possibile a cotesti anni fu quella degli antiquari,
che nel fervore dei ritrovamenti e nell’ adorazione del pas-
sato non avean agio da riguardare al presente, o non se ne
accorgevano, o solo ne coglievano le apparenze mobili e
false. Pure accenti profondi di sdegno e d’amore, quasi eco
d’un altro tempo, a quando a quando s’udirono; che a noi
non è dato raccogliere. Del resto quelli stessi antiquari con
lo strumento della critica preparavano l’ avvenire.
Ma il necessario procedere degli avvenimenti cagionò
verso la metà del secolo un mutamento notevolissimo, nè forse
avvertito abbastanza, nelle condizioni così civili come lettera-
rie d’ Italia. E prima di tutto per la occupazione di Costanti-
nopoli [1453] la patria nostra divenne sola erede e conserva-
trice della civiltà antica come già era la ordinatrice della
nuova. Quindi lo stimolo a una letteratura più operosa e vitale,
fatto poi maggiore dalla invenzione della stampa [144... 1450]
che ben presto dalla Germania passò fra di noi [14(55]. Ag-
giungasi che il fine dello scisma occidentale [1438] rendè
stabile a Roma il papato e una successione di pontefici mi-
gliori; che rimpiantamente degli Aragonesi in Napoli [1441]
e degli Sforza in Lombardia [1447] e la nuova dignitàclegli
Estensi [1450] e l’ affermarsi dei Medici in Firenze determi-
narono meglio i limiti e le relazioni dei maggiori Stati d’Ita-
lia: onde si condusse questa a più pacifico e ordinato vivere,
e sotto 1* ombra della confederazione si aprirono quei qua-
ranta anni di florida se non gloriosissima indipendenza tanto
ricordati e lamentati poi dal Machiavelli e dal Guicciardini.
In cotesta quiete, confortata dalla prosperità materiale, ral-
legrata dai sollazzi dalle feste dalle magnificenze civili e
principesche, la poesia italiana risalì dalle strade e dal fi-
piazze nei palagi e nelle reggie; dove strinse o raffermò
un’ alleanza un po’ servile, a dir vero, come avviene ai po-
tentati freschi, con la classica letteratura. E come la con-
federazione ebbe specialmente tre centri intorno a cui si
raccolsero le forze minori, Napoli pel mezzogiorno, Mi-
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ANGELO POLIZIANO.
XV
lano pel settentrione, Firenze pel mezzo così tre scuoio
o tre capitali ebbe la letteratura della confederazione ;
Napoli, con is foggio di erudizione e lussuria di forme
procedente stretta nell’ imitazione, che diè poi il Sanazzaro
non Milano che troppo poco aveva nel Bellincioni e nel Vi-
sconti ed era riserbata capitale ad un posteriore rinno-
vamento, ma Ferrara co’ suoi duchi già ospiti dei trovato-
ri, con le sue tradizioni cavalleresche e 1’ aria signorile e
magnifica, che aprì splendidamente col Boiardo 1’ età della
poesia lombarda ; e Firenze in ultimo, sempre democra-
tica per una parte, per l’altra coutemperatrice dei diversi
elementi nell’ arte a quel modo che nell’ordine politico era
col Medici conservatrice dell’ equilibrio. E questo contem-
peramento venia necessario e fu, come vedremo a suo luogo,
più profittevole che non il famoso equilibrio.
Perocché' bisognava anzi tutto rifarsi da capo, e sveller
via il pregiudizio che solo il latino fosse strumento degno
dell’ arte e l’ italiano dovesse abbandonarsi alla plebe o ado-
perare al più nelle cose da baia. Il quale pregiudizio nato
dall’idea, continua in Italia, della ristorazione, per cui amore
il volgar nostro fu l’ultimo scritto de’ neolatini nè Dante
stesso in principio lo reputò atto ad altro che a dir versi
di amore alle donne; cresciuto pe’ dispregi che il Petrarca
e il Boccaccio affettavano verso le opere loro italiane; tanto
più acquistava terreno, quanto la gloria dello scriver latino
estendevasi, e libri latini uscivano ad illustrare per poco
tutto lo scibile, e quella morta favella piegavasi mirabilmen-
te agli usi ai bisogni anche ai piaceri del giorno per opera
di veri e forti ingegni come il Poggio o il Pontano. Onde
soema la meraviglia che in Firenze stessa eruditi e racco-
glitori di codici, come Nicolò Niccoli, si sdegnassero chi-
altri trovasse del mirabile e del raro nel Petrarca e nel
Boccaccio e massime in Dante. Come? cotesto ignorante [re-
rum omnium.... ignarum ], cotesto spropositato \errantein\. cote-
sto rozzo che non si vergogna di scrivere così inettamente in
latino, prepósto a Virgilio? uno che mostrò non aver pur
toccato guel che al suo tempo rimaneva dei libri pagani, ex ih;
maxime aks boa DEPENDKBAT? uno che avea leggicchiato sol-
tanto quolibeta fratrum atque huimmodi molestine? Fuori il
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XVI
ANGELO POLIZIANO.
barbaro dal concilio de’ letterati! lascisi ai calzolai ai fornai
e a si fatta gentuccia, dappoiché ha parlato in modo che sem-
bra aver voluto esser dimestico a questa razza di uomini.1 (Po-
vero e dotto messer Nicolò, certo fornai e calzolai non leg-
gevano del suo latino). Aggiungasi la generazione dei
grammatici che di latino teneano scuola, i quali per quel-
T amore che l’ uom prende alla sua professione o mestiere
non si restavano dallo screditar il volgare : onde sin qualche
anno al di qua del secolo XV attesta il Varchi che « la lin-
gua fiorentina, come che altrove non si stimasse molto, era
in Firenze per la maggior parte in dispregio : e mi ricordo
io, quando era giovanetto, che il primo e più severo co-
mandamento che facevano generalmente i padri a’ figliuoli e
i maestri a’ discepoli era, che eglino nè per bene nè per male
non leggessono cose volgare, per dirlo barbaramente come
loro : e maestro Guasparri Mariscotti da Marradi, che fu nella
gramatica mio precettore,.... avendo inteso una volta in non
so che modo che Schiatta di Bernardo Bagnesi e io leggevamo
il Petrarca di nascoso, ce ne diede una buona grida e poco
mancò non ci cacciasse di scuola.8 »
E tuttavia era pur sempre Firenze che attemperando
gli antichi elementi co’ nuovi potesse restituire in dignità la
lingua volgare; Firenze che, purissimo e fiorito eziandio di
nuove eleganze e per nuovi scorci e atteggiamenti vago e
potente, conservava su la bocca del suo popolo il parlare-
dei Boccaccio e del Sacchetti ; che lo scrivea con freschezza
da non invidiare il secol d’ innanzi con gli autori suoi popo-
lani, fra’ quali candidissimo così in prosa come in versi il
Beicari; Firenze a cui eran gloria civile i grandi scrittori
del trecento, e fin di su la cattedra ove interpetravasi Ome-
ro, in una di quelle prolusioni che composte in squisitissi-
mi versi latini lasciano argomentare quanta fosse la educa-
zione e il gusto de’ nuovi ateniesi, amava sentirsene ripetere
i nomi a canto a’ semidei e vati antichi dalla coloritrice fa-
condia del Poliziano:
• N'ec (amen allgerum fra tu l .1 ti m hoc miniere Dantem
Per Slygn per stellas mrtliiqne per ardua moni is
1 Leon. Aretino, Dio/, ad Pnr. HistriHWSj I. 1 Varchi, fircu/., quesito Vili.
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ANGELO POLIZIANO.
XVII
Pulcbra Bentricis sul) virginia ora volunlein ;
Quique cupidineiiin repetit Pelrareba Irium plium,
El qui bis q ii i il i s ceiituin argomenta diebus
Pingil, et ob'Ciiri qui semina inonslrat amoris :
Umle libi immensa? teniunt prceconia laudi*.
Ingeniis opibusqtic potrns Florenlia mater.1 * »
Qualche grammatico adunque o qualche puro antiquario po-
tea in Firenze disprezzare le glorie nuove; non altri. Onde
fin dal principio del secolo lo iscentifico e circospetto uomo Cino
Rinuccini componeva una invettiva contro a certi calunniatori
ili Dante e di messer Francesco Petrarca e di messer Giovanni
Boccaccio, i nomi de’ quali per onestà si tacciono.' E Francesco
Filelfo, l’alacrissimo e litigioso Filelfo, il quale contentava
Dante in Santa Maria del Fiore, recitò il 21 decembre del 1450
una orazione in difesa dell’ Alighieri « chiamato da’ miei igno-
rantissimi emoli poeta da calzolai e da fornai : 3 » il quale Fi-
lelfo adornò poi di comenti assai strani anche i Trionfi del
Petrarca, e compose XLVffl canti d’ ottava rima intorno San
Giovanni Battista. E l’ Alighieri e il Petrarca erano da Cristo-
foro Landini illustrati pubblicamente nello Studio fiorentino
insieme con Virgilio ed Orazio: e dell’uno e dell’altro tesseva
Leonardo Bruni con grande affetto e con sufficiente eleganza
italiana le. vite. E il Benivieni poteva, salutando la grande
ombra del fuoruscito bianco, laudare il popolo fiorentino che
• del tuo pregio
Dellu ina glori» oguor si Tu più lidio :
* Quindi non sol gli cuor del suo eoltegio
M.i le porle li muri i pii vi meli li
Dell’ immugiiic Ina s’ bau fallo fregio.1 -
In fine Lorenzo de’ Medici, prima assai del Castiglione e del
Bembo, difese dalle accuse degli eruditi P uso della lingua to-
scana, ne celebrò le lodi, discorse dei metri* osò anteporre il
Petrarca a tutti gli erotici latini, gloriò come senza compara-
zione la poesia di Dante, come sola al mondo la invenzione e la
copia del Boccaccio, e dei minori e più antichi raccolse le rimo
1 Poliziano. tilricin.
- Mebus, V. Ambr. Cninnlilnlen-
sìt, Klorenlin, ex lyp. cesareo,
MDCCMX, pag. CLXXYI.
1 Ibidem.
i G. Benivieni, Cantico in Inule
(li D. Alighieri ; Opere, Venezia,
Zoppino, 1522.
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XVIII
ANGELO POLIZIANO.
o le illustrò con una prosa che è primo esempio della critica
nostra.1 Ma già Cristoforo Landino, cominciando a leggere in
Studio i sonetti del Petrarca, avea dimostrato che la lingua
toscana cosi nei principii e negli incrementi come nei pregi
non differiva dalla latina, che bisognava però sottoporla a
regole di grammatica e di retorica come della latina fu fatto,
e con lo studio di questa alimentarla continuamente e affor-
zarla: quali glorie future se ne avessero con ciò ad aspet-
tare, darne segno abbastanza le glorie passate. E qui disa-
mina le più illustri opere del tre e quattrocento: nè sarà
inopportuno riferirne alcuni giudizi « E ne’ nostri tempi
avete avuto Leonardo Aretino et alquanti altri Ma
uomo che più industria abbia messo in ampliare questo
lingua che Battista Alberti certo credo che nessuno si tro-
vi. Leggete, vi priego, i libri suoi e molti e di varie
cose composti; attendete, con quanta industria, ogni elo-
quenzia composizione e degnità che appresso ai Latini si
truova, si è ingegnato a noi trasferire. E Matteo Palmieri
ne’ suoi dialoghi può, non solamente per la gravità delle
sentenze, ma per ordinato disposizione e per ornata e florida
elocuzione, ritener gli auditori. Nè è da stimare poco Bo-
naccorso da Montemagno in quelle concioni le quali in laude
di giustizia per antica consuetudine a tutti e’maestrati della
città si fanno. E questo in prosa.... Scrisse versi Lionardo
già detto, el quale, benché forse non adempiesse ogni leggia-
dria, pur, perchè di dottrina e d’ arte si vede pienissimo,
gioverà più a chi vorrà essere elegante... Ha scritto Batti-
sta Alberti egloghe et elegie tali, che in quelle molto bene
osserva e’ pastorali costumi, et in queste è maraviglioso in
esprimere anzi quasi dipignere gli affetti e perturbazioni
amatorie. Ha sciatto Lionardo detto non solamente in questi
nostri usitati d’undici sillabe, ma versi saffici et eroici: il
quale, perchè è uomo acutissimo e pieno di leggiadria, ha
comodamente potuto tutti gli ornamenti e colori, e’ quali sono
ne’ latini versi in che lui è excellentissimo, porre nella nostra
lingua e trasferire. Hanno scritto e forse anche oggi scrivono
1 Lorenzo ile' Aledici, Onnrn in alle rime od Epittuln al tignar Fede-
rigo / nella nostra edizione delle Panie, 1869 (Ediz. Diamante).
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ANGELO POLIZIANO.
XIX
alcuni altri ; e’ quali, perchè non mancano di dottrina, facil-
mente possono la vena, la quale da natura hanno abondante,
redurre a perfezione. Ma questi sono pochi e più radi che
le porte di Firenze*Tutta l’altra turba, perchè sanza bussola
navica e sanza il timone, può forse delle sette una sola volta,
per buono occhio e naturale prudenzia, scorgere il porto e
conducersi a salute.' » Da tutto ciò può inferirsi come in
Firenze erano e tradizioni e intendimenti e facoltà per rile-
vare la lingua italiana nella sua dignità e per elevarla ancora
al grado di lingua dotta al pari della greca e della latina.
In secondo luogo gli studi classici troppo erano stati ar-
denti ed esclusivi, sì che non dovessero potentemente avere
influito su quel poco d’italiano che seguitavasi a scrivere
da’ letterati. Quindi le rimembranze non solo, e le più lon-
tane, degli autori greci e latini, ma il colorito antico le frasi
lo formule le voci il giro lo atteggiamento del periodo i
metri trasportavansi così crudi e secchi nell’ italiano, alla
cieca, senza ombra di ragionamento nè di gusto; le intiere
proposizioni latine si mescolavano alle volgari, anche nelle
lettere domestiche. Quanta fosse cotesta confusione e quale
la dotta barbarie, meglio che dalle parole, resulterà dagli
esempi. E troppi ne somministran le poesie del secolo: an-
che Feo Beicari, che è la candidezza stessa quando scrive
vite di santi e rappresentazioni, diviene goffo e contorto al
pari degli altri, se pon mano a scrivere sonetti, cioè a poe-
tar dottamente. Di tali esempi ne riporterò due, dei più
significanti per la natura delle composizioni da cui li tol-
go. Nel 1441, a’ conforti di Leon Battista Alberti e di Pier
dei Medici, per sollevare gli animi occupati dalla guerra col
duca di Milano e per onorare la presenta di Eugenio IV
pontefice, fu dagli officiali dello Studio di Firenze bandita
una gara di poesia volgare : argomento, la vera amicizia ;
luogo della recita, Santa Maria del Fiore ; premio, una co-
rona di argento lavorata a guisa di lauro ; giudici, i segre-
tari del papa. Avvenne la recitazione il 22 di ottobre : eran
1 Laudino, Oraziane quando co-
minciò a leggere in Studio » to-
iletti del Petrarca ; ili Sliiccllanea
di cote inedite o rare per Fran-
cesco Corazzini, Firenze, Baracchi,
1853.
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XX
ANGELO POLIZIANO
presenti la signoria e l’ arcivescovo della città, 1’ ambascia-
tore di Venezia, gran numero di prelati, il popolo fioren-
tino. Or bene : in quella chiesa dove spiegavasi al popolo
Dante, dinanzi a quel popolo che interveniva alle rappre-
sentazioni del Beicari e ne cantava le laudi, messer Lionardo
Dati fiorentino leggeva una sua scena di versi esametri e saf-
fici, ove è introdotto Mercurio che fra l’ altre belle cose dice :
• Tra gli celesti, del Nilo c Pullade figlia,
Una dea escelle, die formosissima vince,
0 non inen clic Venus, tanta sua forma decora.
Passeggia il cielo, ino sopra dove l'arduo fenile
Elùdano, ino donde al cielo le Pleiadi sotto
Cinsero, ino donile gli dii la sguoi dauo tutti
Vestita e nitida, distinta in mille colori,
Dell'iris succinta, il clic suo lembo rilesse
Di gemme e d'oro lustro non men clic l’ Orioli :
E circuulesla è d'ogni mirabile fatto.
Questa, suo uffizio. manifesta l'aurea porta
Dell'oceano a quelli alipedi clic il putto superbo
Fetonte strinse, di sé mal guida nocenle :
Mostra col dito lor qual via girino canti
Mezzo il Zodiaco, lo sonno e notte fuggendo :
E poscia, quando sizienti bramano posa,
Snoda loro crini, e di suave papavero quelli
Pascendo o di pampineo pendente racemo.
Questa il cciso coro chiama Cronissa pudica;
Quando, benché sia Caron suo coniuge solo
E vecchio e cano e non esorabile sempre,
Pur da mille vaghi miserandi spesso richiesta
Nullo gratifica, sorda, incorrotta, severa:
E più Ira I' altre iddrc Faturina mareggia.1 •
Vero è che all’ ultimo i preti aggiudicarono la corona d* ar-
gento alla chiesa *di Santa Maria, cioè a sè stessi. Ancora :
Francesco Colonna, monaco autore d’ un romanzo allegorico
rimpinzato d’erudite lascivie, Hipnerotomachia Poìiphili, che
pare avesse una certa popolarità fra gli eleganti, perocché
il Castiglione su i primi del cinquecento ricorda « alcuni che
1 Abbiamo seguito la lezione che
ne dette il doti. A. Bonucci, ristam-
pando questo fra gli altri coiuponi-
incnti dell’ Accademia Coronaria nei
Documenti al suo Discorso /tetta vita
c ditte opere iti L. lì. Alberti in
Opere Viitijnri dell’ Alberti, Ionio I.
Firenze, Galileiana, I8W.
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ANGELO POLIZIANO.
XN1
scrivendo e parlando a donne usano sempre parole di Poli-
filo,' » così incominciava descrivendo l’aurora: « Phoebo in
quel bora manando, che la fronte di Matula Leucotliea can-
didava fora già dall’ oceane onde, le volubile rote sospese
non dimostrava, ma sedulo cura gli sui volucri calmili, Pyroo
prima et Eoo, alquanto apparendo, ad dipingere le lycophe
quadrige della figliola di vermigliante rose velocissimo in-
sequentila non di morava.5 »
Ora, per tór via questa strana mistura di due forme,
questa superfetazione del morto sul vivo, questa orribile
congiunzione mezenziana nell’arte, da cui minacciava uscire
un mostro che con la sua gravezza inerte avrebbe soffocato
ogni vitalità del pensiero italiano, non bastava ritornare alla
tradizione scritta del trecento (pur troppo il Boccaccio, non
tanto nel Decamerone quanto nei romanzi in prosa mi-
nori, avea già avviato i letterati per quello sdrucciolo) ; bi-
sognava piuttosto attingere alla fonte viva dell’uso, chiedere
al popolo di quella forza ed eleganza nativa eh’ ei per ven-
tura conservava tuttora. E questo non altrove si potea far
che in Firenze. Ma con ciò un nuovo pericolo era d’ uopo
causare, e riparare ad un altro inconveniente. Per una parte,
il popolo toscano, abbandonato a sè stesso, senza più una
norma letteraria che gli venisse dall’alto, aveva nel campo
della lingua sbizzarrito a baldanza ; certe forme esterne
erano state gagliardamente sconnesse ; una selva di desi-
nenze che in opera letteraria apparivano men graziose, di
elissi e di iperbati che acquistavan vivezza alla parola par-
lata ma intorbidavan la scritta, di catacresi e di troncamenti
a pena avvertiti nella poesia cantata ma duri e strani in
quella da leggere, tutto ciò dai poeti popolari passava nei
letterati. E per un’ altra parte, non essendo più sorto in
Toscana per quasi un secolo uno scrittore da trarre a sè
l’ attenzione di tutta Italia quasi norma vivente dell’ uso
moderno, i letterati delle altre provincie, come prevalendosi
dei diritti della confederazione, trasportavano nelle scritture
quanti loro piacevano e occorrevano vocaboli e frasi e idio-
1 Castiglione, Il Corlegiano , III.
! La l/ypntrolomachià di Poliphilo : Venezia, 1515.
Poliziano. 4
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XXII
ANGELO POLIZIANO.
tismi del proprio dialetto : basti ricordare un per tutti, il
dottissimo e ingegnosissimo Boiardo. Così quella unità im-
pressa alle forme della lingua dai potenti del trecento era
rotta ; disconosciuta quella supremazia toscana, la quale,
senza che niun pensasse ad imporla e nessuno ad avver-
tirla, era stata volontariamente e concordemente accettata
dagli scrittori tutti nel secolo precedente ; quella conve-
nienza mirabile delle imitazioni con la novità, dell’ uso con
la dottrina, del parlare di vena improvviso con lo scrivere
nella riflession meditato, della libertà dell’individuo con la
norma ideale della nazione, era, o pareva, miseramente perduta.
A ricostituirla, il ritornare solamente all’ uso di un popolo
non valeva, potea forse nuocere ; volevasi che sorgesse ad
esempio un ingegno di tanto privilegiato, che in lui le fa-
coltà più diverse e ineguali si temperassero a mirabile ar-
monia, imitatore e inventore, improvvisatore e squisito ma-
neggiatore di stile, scrittor popolare e scrittore dotto, poeta
e critico.
E non bastava. Imperocché la dissuetudine dello scrivere
italiano avea portato lo stento; e la ricerca delle peregrinità
nella imitazione de’ classici, lo sforzo : i quali due vizi si
mascheravano, come sempre, d’ una pretensione che volea
esser grandezza ed era tumidità. Al che se aggiungasi la ere-
dità che alla poesia italiana derivava dalle convenzioni già
accademiche de’ provenzali, dal misticismo de’ contemporanei
di Dante, dal psicologismo del Petrarca, avremo la ragione
delle arguzie delle esagerazioni delle sottigliezze che tanto
più fiorirono nella poesia del quattrocento quanto meno era
l’ intimo fervore con cui essa si coltivava. Che se in ultimo
ripenseremo quale ardore di comporre e ricomporre di com-
pilare e tradurre e leggere romanzi invase a quegli anni
gl’italiani non affatto letterati, . troveremo forse in cotesto
genio il principio delle stravaganze e delle sorprese, con cui,
trascurando lo stile, volle prendere la mente dei leggitori il
volgo dei lirici su ’l finire del secolo. Ecco perchè taluno, po-
sando gli occhi su i canzonieri del Ceo del Notturno del-
l’Aquilano del Sasso del Cornazzano del Tebaldeo, s’ammira
di trovarvi a più luoghi gli antesignani del seicento. E al
pervertirsi dello stile e dei sentimenti seguitò, come di ra-
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ANGELO POLIZIANO.
xxi:i
gione, il pervertimento de’ giudizi. Così un contemporaneo
del Cornazzano lo celebrava altro Dante o Petrarca ne’ versi
volgari' e anche al tempo del Varchi rimanevano di quelli che
tenevan più bello stile quel del Geo o del Serafino che quello del
Petrarca o di Dante} 11 Pico poi (ed egli non avea bisogno di
accattar favori, nè può supporsi che volesse adulare un suo
•eguale) mette francamente le rime del Medici innanzi a
quanto scrissero Dante e il Petrarca « perchè al Petrarca,
die’ egli, mancano le cose cioè i concetti, e a Dante le parole!
cioè 1’ eloquenza : » e, com’ è curioso a notare 1' acutezza di
certi appunti che fa al Petrarca, così non è senza utilità
T avvertire che nel confronto ei s’è lasciato prendere più alle
appariscenze che alle virtù vere dello scrivere di Lorenzo.” E
qui a richiamare le menti sviate occorreva più che mai quello
uomo di mirabile temperamento, .che sapendo distinguere
negli scrittori antichi e moderni il vero e il bello dal falso
e dal deforme desse alla letteratura cólta un esempio e una
norma universalmente accettabile.
E quell’uomo fu Angelo Poliziano. A un più potente di
lui ; a tale che, essendo collocato nella più alta dignità della
sua patria ed esercitando magnificamente verso ogni maniera,
di letterati e di lettere protezione e larghezza, valea a far
accogliere come dettati i suoi consigli, come legge l’esempio;
a Lorenzo de’ Medici in somma era serbato il vanto di re-
vocare in onore appresso i dotti la lingua italiana : ed egli,
cittadino di Firenze, uscito di casa popolare, e nipote a Co-
simo che pur tra le severe cure della nuova potenza trovava
tempo a compor versi nella lingua materna,1 e figlio alla
Lucrezia Tornabuoni pia e semplice poetessa, compiè que-
sto come gentile dovere verso la patria sua e la famiglia.
Ma quel fiore squisito del sentimento che si chiama buon
gusto, quell’ armonia dell’ ingegno che si chiama giudizio,
non la dà la potenza e la ricchezza : ed un povero giovi-
netto venuto a città in cerca di fortuna da un comune
del dominio dovea essere il felice dittatore del buon gusto
1 Alberto ila K: palla, in Script. * G, Pico, Epittola ; Oj»ora, 3 IH.
rer. itnlie., XXIII, 934. k Vedi una cunzone attribuita a
* Varchi, Ercol., dopa il principio. Cosimo nel Poligrafo, Milano, 4813.
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XXIV
ANGELO POLIZIANO.
t: del giudìzio dilli' Italia aspettato : egli, ricongiungendo la
nuova letteratura all’ ultima tradizione del Boccaccio e le
liellezze dei classici rinfrescando nella viva lingua dell’uso,
dovea aprire la bella età del perfezionamento- e della forma.
Questo intese il cinquecento, quando riconobbe (piasi con-
corde il Medici e il Poliziano a suoi precursori, e per bocca
del Varchi sentenziò: « Kgli [ il Mal ivi | con uiesser Agnolo
Poliziano furono i primi i quali cominciassero nel comporre
a ritirarsi e discostarsi dal volgo, e, se non imitare, a volere
o parere di volere imitare il Petrarca e Dante, lasciando in
parte quella maniera del tutto vile e plebea.' » Con quali instru-
menti e per quali modi operasse il Poliziano questa felice rea-
zione nell' arte italiana, mi proverò di mostrare nel séguito
di questo discorso. Dove solo quel tanto che conferisca a
porre in più chiara luce il poeta italiano riferirò dalla storia
dello scrittore latiuo e dalla vita dell' uomo ; perocché un
lungo discorrere del primo troppo sarebbe alieno dal mio
argomento; del secondo han trattato a sufficienza ilMenche-
nio ■ il Secassi1 il Bonafous ; ' e più intieramente sopra docu-
menti e notizie ora per la prima volta raccolte e con severo
giudizio raffrontate ne parlerà, spero, fra breve 1" amico mio
Isidoro Del Lungo.
' II.
Lk Stanze per j.a giostra. — L‘ Orfeo.
Ho detto che il Poliziano congiunse la seconda età lettera-
ria all’ antecedente con riprendere la tradizione del Boccac-
cio. Perocché quell’ accordo tri
1 Varchi, Ere alano, nelle prime
pagine.
i Triti. Oli. Menckcnius. Hi» furia
l 'ita et in tiferà s tnerilorum Ang.
Polmoni, Lipftice, MDCCXXXVI.
* Secassi, Viin di A. Poliziano,
l’ antico ed il nuovo, che era
premessa all eili/., delle Stanze falla
in Bergamo dal Laiiecllotti nel 174!)
alla eomin. del 1TG5 e a molte alile.
k Ji. A. Bonafous, De Ang. Pulì-
tiani cita et npeributt ditquisitio-
ne», Paris, Firmili Didot, IS15.
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ANGELO POLIZIANO.
XXV
pur nel fonilo di tutte le fantasie del medio evo. primo con
intenzione d' artista 1’ avea tentato il Boccaccio; quando nella
Teseide e nel Filostrato vestì gli eroi del tempo degli Epi-
goni e della guerra troiana con le fogge della Tavola ro-
tonda e dei Paladini, e per converso nel Filocopo drappeggiò
classicamente il moresco Fiorio ; e più ancora quando nel-
P Ameto condusse le ninfe di Teocrito e di Virgilio a dan-
zare all’ ombra de’ pioppi per entro le vallette di Fiesole,
fondendo nel terzetto di Dante e nell’ottava il puro esa-
metro di Virgilio o il più eterogeneo di Ovidio. Per egual
modo il Poliziano sollevò un avvenimento borghese al tono
della tromba epica; su i palchi della rappresentanza, tra
gli addobbi provenienti tuttora dalle sagrestie, introdusse i
pastori siracusani e la vergine dei misteri traci ; e all’ inferno
terribile e grottesco dei frati e di Dante e dell’ Orcagna so-
stituì il classico inferno delle Metamorfosi. Mescolanza di
fantasie che necessariamente condusse a una nuova tempera
di sentimenti d’ immagini e di stile, tra 1’ arte di percezione
e quella di riflessione, fra il puro naturalismo e P ideale del
trecento, tra Omero e Dante, tra Virgilio e il Petrarca, tra
Ovidio e il Boccaccio. La mescolanza passò: rimase la tem-
pera dello stile e segnò la nuova età, del perfezionamento.
Una giostra in Firenze su’l cadere del secolo XV: misero
argomento di poesia esornativa. Vero : ma e quale altro po-
tea eleggerne a tali tempi un tal uomo? Angelo Ambrogini.
nato a Montepulciano di onesta ma povera famiglia [14 lu-
glio 1454] e tenero ancora venuto a Firenze in cerca di studi
e di fortuna, non ebbe certo quell’ arcana e profonda neces-
sità di poesia che assediava di visioni P anima giovinetta di
Dante, che soffermava in un presago desiderio di raccogli-
mento e di solitudine il Petrarca fanciullo tra le rupi di
Valchiusa : non P ebbe, è troppo candida confessione quella
eli’ ei fa a quattordici anni nel suo primo epigramma latino.
Una volta, egli dice, mi fu caro lo studio : « invida sed me
Paupertas laceros terruit uncta sinus: » or dunque, poi-
ché il poeta è favola al volgo, « Esse reor satius cedere
temporibus.' » Quella vaghezza che dalle lezioni platoniche
1 Poli limili», E pigra m. liba- : Opera, cil. cil., voi. II. E ili qui inumili
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XXVI
ANGELO POLIZIANO.
del Ficiuo e dalle peripatetiche dell’ Argiropulo lo ritraeva
ai blandimenti di Omero, 1 quel cominciare fanciullo dalla
traduzione dell’ Iliade in versi latini di splendidissima pro-
fusione, annunziano più che altro il sentimento della for-
ma del colorito e dell’ armonia. Nobilissimo sentimento ; ma
che ricerca per espandersi nell’ opera la quiete e gli agi :
secura quies come diceva yirgilio; vatum pretiosa quies,3 co-'
me dirà poi anche il nostro nella villetta di Fiesole. Per
acquistarsi cotesta quiete, per possedere cotesta villetta, bi-
sognava farsi largo, mettersi in vista, accostarsi ai potenti,
perchè piacere ai potenti è non ultima lode .' Ecco dunque,
come Stazio in Roma, così l’Ambrogini in Firenze cercare
immagini e suoni per ogni occasione e per ogni fattarello
magnatizio ; per la morte d’ un’ Albizzi fidanzata a un Della
Stufa ; per casa Benivieni, tutta medici e poeti ; per Pietro
Riario nipote di Sisto IV e Cardinal di San Sisto. Nella co-
stui venuta [1473] a prender possesso dell’ arcivescovato di
Firenze, il tempo era per caso tra nuvolo e sereno ; e il
poeta canta che il sole vuole e vedere e insieme non offen-
dere Sisto, il massimo Sisto, « Spes hominum prima.., prima-
que cura deum : » entrato in città, si rovescia un acquazzone
che mette fine alla siccità ; ed ecco il poeta gridare al mi-
racolo, e « An quisquam neget esse deum te Xyste tenen-
tem Imperium terris imperiumque polo ? » Ma ai Medici
sopra tutto, ai due giovani eredi della famiglia munifica, si
addisse il nuovo Stazio, minore di sei anni a Lorenzo e sol
d’ uno a Giuliano. E non solamente fu panegirista delle azioni
pubbliche buone o no, come il sacco di Volterra, ma e su ’l
ritratto della fanciulla quce est in deliciis e su ’l fonte d’ Am-
bra e sur un pioppo rinverdito dinanzi al palazzo di Via
Larga, su tutto in somma, fe versi. Vede Lorenzo in villa
che con certe frasche di quercia si ripara il capo dal sole?
ed egli, lì su’ due piedi, all’ improvviso : « Quam bene glandi-
fera cingis tua tempora quercu, Qui civem servas non modo
rilando o riportando versi Ialini del
N. A. sema particolar noia inten-
diamo di questo libro.
1 Polilianus, .Visetti. etiti. I, sub
Imeni ; Opera, edizione eil., voi. I.
* Yirgilius, Georg. Il, 467.
9 Polilianus, Rutlicut ; Op. II.
* lloratius, t'pist., I, xvu, 36.
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ANGELO POLIZIANO.
XXVII
sed populum. » Arriva a Lorenzo un cane di Spagna il quale
strangola le fiere ma non tocca l’ uomo ? sta bene : questo cane
è proprio il fatto vostro, magnifico padrone : « Sic tua nam
sontes, Laurenti, pcena coércet; Sic referunt abs te proemia
digna pii. » Una volta il Magnifico, provveduta alla meglio
di viveri la città che pativa di caro, se ne va a Pisa; deh, pel
bene universale, non vi si trattenga egli di troppo : c’ è il ri-
sico, s’ e’ non torna presto, che Firenze tutta desideri d" es-
sere più tosto morta di fame : « Heu quid agis ? patriae, Lau-
rens, te redde gementi: Non facta est donis lsetior illa tuis.
Moesta dolet, malletque famem perferre priorem Quam desi-
derium patria ferre tui. » Per Giuliano, col quale l’ aveva me-
glio dimesticato 1’ eguaglianza dell' età, faceva anche di più.
In nome e in persona di lui innamorato scriveva canzoni ele-
ganti, che in fine riuscivano a questo : « Non m’ esser dunque
avara Di quel vero piacer che solo è il tutto, E fa’ che dopo
i fiori io colga il frutto : 1 » ma la mano del poeta adulatore
scoprivasi alle lodi soverchie del signore innamorato messe
in bocca a lui stesso. Quando poi la bella donna moriva nel
fior dell’ età, il poeta non solo mettea in versi latini un pen-
siero suggeritogli da Giuliano per l’ epitaffio, ma l’ esequie di
lei accompagnava con un epigramma degno dell’ Antologia ;
che il lettore vedrà volentieri, trattandosi della Simonetta
celebrata nel poema della giostra :
• Dmn pulcra cfTertur nigro Simonella ferelro
Rlandus et exanimi spirai in ore lepos;
Nactus Amor lempus quo non sibi turba caverei,
lecit ab occlusis mille faces oculis;
Mille animos cepit viventis imagine visus;
Ac morii insultnns — Est me», dixit, adbuc;
Est mea, dixit, adbuc: noudum totani eripis Ulani :
llla vel exanimis militai ecce mibi. —
Dixit, et iiigemuit: ncque cniin satis opta triumpbis
llla puer vidit tempora sed lacrymis. •
Peccato che l’autore di sì eleganti versi volesse poi emulare
non solo le scurrilità e le immondezze ma l’ improntitudine
di Marziale stendente la mano al soldo ! A te, scriveva egli
un giorno al Medici, a te il mio verso, a te tutto serve il
1 Vedi in questa edizione fra le Hi me Va rie la cauz. I c la noia.
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XXVIII
ANGELO POLIZIANO:
mio ingegno. Ma ride il popoletto, perchè il mio vestito
mostra le corde e dalle scarpe rattoppate escon le dita a go-
dere dell’ aria aperta : ride e mi tiene per poeta ignorante,
che non abbia saputo piacerti. Tu al contrario mi versi lode
su lode dal pieno petto. Ora, se vuoi che ti sia creduto e che
restin le ciancie, « Laurenti, vestes iam mihi mitte tuas. »
Anche Lutero scrivea a non so quale Elettore, che la sua
guarnacca era sdrucita, e che gli mandasse del drappo nero
per farsene un’ altra : 1 ma il frate tedesco non avrebbe chie-
sto dei soldi col vocabolo proprio e materiale, cera, come il
canonico di Firenze. Il quale così scherzava su ’l Cardinal di
San Sisto che pe’ due epigrammi riportati più sopra lo avea
sol ringraziato: « Verba dedi Xisto, decet luce dare dona poe-
tam: -.dira decet Xistum reddere; verba refert; » e metteva
di mezzo Francesco Salviati, quello stesso della congiura
de’ Pazzi, perchè ricordasse al cardinale che « nullo hic vates
est taraen re re gravis: » e in fine con cinica impudenza con-
chiudeva <* Dicenti te Xiste deum si dona dedisses Qu* petit,
iam te diceret esse Jovem. » Vergogne queste scusate in
parte dal costume letterario del secolo. Ma quanto piace e
quanto è onorevole al Poliziano P affezione sincera e profonda
che gli crebbe sempre più per Lorenzo, il quale ne sostentò
gli studii e lo ricettò ben presto in sua casa ! affezione mista
di gratitudine d’ ammirazione d’ amicizia, in cui si sente e
la venerazione dell’ inferiore e la tenerezza dell’ uguale ; affe-
zione di cui il buon poeta diè così ardita prova nel fatto
dei Pazzi e che tutta risplende in quel bellissimo epigramma
scritto all’ improvviso nell’ occasione che non potea salutare
il Medici di ritorno in Firenze dal pericoloso congresso con
Ferdinando di Napoli.
• O ego (piani cupio redueis conlingrre dexiram
Laureali et Itelo (licere Itelus uve.
Maxima sed dcnsuiii copioni vix atrio volgila,
Tuia snliitnntum vocibus aula fremii.
Uudiipic purpurei Mediceli) pia turba scintila
Stai cimi ni : cunctis celsior ipsc palei.
Quid faciaui* accedalo? Ncipieo, velai invida turba.
Alluipiar? Al pavido lor|>el in ore sonila.
’ J. Michelet, M tinnir et ile iMlìtrr.
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ANGELO POLIZIANO.
WIN
Aspiciam? Licei lioc, telo noi» vertice supra est:
Non ornile ofTìciiim, turba molesta, negus.
Aspice sublimi quelli vertice fumlit bonorem,
Sidereo qmintiini spargit ab ore iubar.
Quie redncis facies! Isetis qunm lielus amicis
Rcspondet nutii lumino voce manu !
Nil agimus: cupio sulilnm de more salutem
Dicere et oIRciuni persoluisse nienm.
Ile, ilici versus, Medicique luce «licite nostro:
Angelus lioc millit Politianus, ave. •
a*
Nè meno singolare è quest’ altro in cui con ardore quasi di
amante canta gli occhi del suo protettore ed amico come
fonte a sè d’ ispirazione e poesia :
• Nesrio quos media cicli de sede pelitos
Limi i n i bu s radios siispicor esse tuis
Nani quotics oculos in me" convertis umicos,
Complector cniictas pectore lutitias:
Tum faciles siibciint uniste, lune ipse videtur
Purus apollinei sideris esse nilor.
At quolies oculos a me dcDectis aniicos,
Complector niillas pectore lactitias:
Non faciles siibeunt uniste, non ipse videtur
Purus apollinei sideris esse nitor.
Cu r ergo averlis, Laurenti, lumina? Rodile,
Rodile meis, quaeso, lumina luininibiis;
Laelitias milii reibie meas; reilde, inviale, imi sa s
Qiias Ina mi rapinili lumina; seti propcra. •
Dal che tutto è dato rilevare come in quel tempo e a tal
uomo una giostra di cui riportò l1 onore un de’ Medici potesse
ben parere degnissimo argomento epico, e si spiegano le
adulazioni e i sentimenti insieme di vera affezione per la
famiglia dittatoria dei quali è sparso il poema.
Sia quando veramente combattè Giuliano la giostra cele-
brata, e quando fu scritto il poema? Alla critica del quale
rileva, più che a primo tratto non apparisca, la questione
cronologica; risoluta, parmi, per ogni parte dall’amico mio
Del Lungo nella seguente illustrazione che ha voluto gentil-
mente concedermi.
« fi opinione volgarissima .che il Poliziano scrivesse le
Stanze fra i quattordici e i quindici anni : li storici e li edi-
tori si trasmisero, l’uno all’altro, questa notizia, senza cer-
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XXX
ANGELO POLIZIANO.
carne fondamento ne1 * * fatti e nel testo, anzi neanco*curandosi
se e fatti e testo la combattevano. Pensando le cagioni di
questo universale errore, mi par di trovarle in ciò; che,
1", si confuse la giostra di Giuliano cantata dal Poliziano con
quella di Lorenzo cantata da Luca Pulci, che fu nel 69
quando appunto il Poliziano era su’ quindici anni; ‘2'', furono
frantesi ed anche storpiati 1 i versi delle st. 4 e 5, 1. I; dove
si trovò volentieri una spiegazione della prima fortuna del
poeta presso i Medici, della quale non ci restano documenti
positivi; 3'*, si stette agli editori antichi contemporanei del-
l’autore, che danno il poema alla sua prima adolescenza ; le
quali parole pur conviene, dinanzi all’ autorità dei docu-
menti, dichiarare o inesatte o false. Dubitarono alcuni,’
a’ quali quella non pareva poesia da quindici anni ; e conget-
turarono, ciascuno a modo suo. Di tutti (anche de’ recenti,
come lo svelto francese signor Bonafous) più coscienzioso il
Menke : scriptorem qui hunc exsolvat nodum, ego quidem scio nul-
lum .* Nè poteva davvero sciogliersi, anche rettificando li er-
rori, senza aiuto di documenti originali ed autentici. I quali
io ho trovati ; e buoni, credo, a exsolvere nodum.
» La bella Simonetta, la leggiadra ninfa del poema, morì
la notte dal 26 al 27 aprile 1476 d’etisia. Lorenzo era a Pisa;
e riceveva notizie di lei giorno per giorno, e da più d’ uno.4
Dunque le Stanze furono certamente scritte dopo quella data,
perchè il cenno della morte di Simonetta [II, 35, segg.] si
vede bene esser venuto di getto, non esser una giunta poste-
riore. Infatti, se messer Angelo avesse scritto le Stanze a
quindici anni nel 69, anno della giostra di Lorenzo, perchè
sarebbe tornato sette anni dopo a innestar versi in un poe-
metto rimasto incompiuto ? e qual cagione di lasciarlo incom-
piuto, a lui giovinetto che dicono sperava da quei versi la
protezione e il pane? Di più: il Poliziano [I, 6] chiama il
trofeo di Giuliano U secondo ; cioè, come bene spiegano i co-
1 Vedi a pag. 5 di questa edizio-
ne, nelle note
1 De’ quali è giustizia ricordare
Gingucné, flint, liti, d’ Italie, prem.
purtie, eli. XX; e Giudici, Si. della
lelt. ito/ , cop. X.
* llitlnria vita A. P., pag. 4i.
* Archivio Mediceo avanti al Prin-
cipato, filza XXXIII. I documenti
che qui si citano saranno pubbli-
cali con le Prole volgari del nostro
autore.
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ANGELO POLIZIANO.
XXXI
montatori, venuto dopo quel di Lorenzo : anzi [II, 6] della
giostra del 69 parla come di cosa passata da lungo tempo ; e
questo anche riconoscono i cementatori. I quali poi trovano
ne’ versi E posto il nido in tuo felice Ugno Di roco augel di-
venti un bianco cigno [I, 5] un desiderio e una preghiera del
poeta (un po’ da accattone) d’ entrare in casa Medici ; il che
manderebbe veramente le Stanze alla prima giovinezza anzi
alla fanciullezza d’ Agnolo. Ma que’ versi non dicono altro se
non che egli desidera di cantar le gesta di Lorenzo, com’ora
canta quelle di Giuliano ; che concorda con gli altri : Ma
mentre all’ alta impresa tremo e bramo E son tarpati i vanni
al bel desio, Lo glorioso tuo fratei cantiamo [1, 6]. Da’ quali, in-
tendendo dell’ entrare in casa e non del cantare Lorenzo, non
so quale senso sia possibile raccapezzare; perchè un poema
è sì un’ alta impresa, non l’ essere ammesso in una corte. E
in quel della stanza innanzi, Di roco augel ec., quanto meglio
s’ intende che il soggetto dovesse ispirarlo anziché la casa !
e Ugno è il lauro stesso, cioè Lorenzo ; non la casa, che il poeta
proprissimo avrebbe chiamata il campo o il giardino dove
l’ albero era cresciuto. Ed anco è da osservare rivolgersi il
poeta a Lorenzo come a principal cittadino della repubblica
[I, 4] ; che non lo avrebbe fatto nel 69, vivente il padre di
lui Piero. Inoltre v’ è chi dice dover esser state scritte le
Stanze avanti il matrimonio di Lorenzo con la Clarice Orsini,
che fu nel giugno 69, l’ anno della sua giostra ; e questo per-
chè il Poliziano accenna liberamente [II, 4] gli amori del Ma-
gnifico con la Lucrezia Donati. Ma a chi sa che semplice e in-
nocente cosa fosse presso i nostri antichi amor di poeti, come
già quello de’ trovatori provenzali, da non destar nè gelosia
nelle mogli o nei mariti nè Scandalo nel modesto pubblico ;
a chi ricorda che nè Dante si tolse a musa la moglie sua ma-
donna Gemma, nè il Petrarca mai si dolse che Laura fosse
moglie del barone Ugo ; a noi dico, che ci ricordiam di que-
sto, qual valore può avere una simile opposizione ? Tanto è
vero del carattere meramente poetico di quest’amore, che
Lorenzo non si cura neanco di parlarne con verità. Infatti
nel Comento sopra alcuni de1 suoi sonetti1 ei dice che la Lu-
• Poeti e di l.ortnso il magnifico; Vinegia, Aldo, lóti.
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XXXII
ANGELO POLIZIANO.
crezia gli piacque la prima volta dopo la morte della Simo-
netta [a c. 129] ; che certamente è la Simonetta la fanciulla
morta d’ aprile [a c. 124]. E lo dice, perchè troppo bene gli
torna tessere questa gentile istoria, che dalla pietà d’ una
estinta fa nascere l’ amore : non che sia vero ; perchè, se fosse,
egli non avrebbe rivolto il pensiero e i versi alla Donati se
non dopo il 76, laddove che le facesse la corte fin d' avanti
il 67 si cava dalla Giostra di Luca Pulci [st. VII]. Il quale anche
racconta che avanti a quel 67, celebrandosi le nozze di Brac-
cio Martelli, v'intervenne la Lucrezia [Vuoru luce rinata di
Piccarda ] con una sua sorella che pare si chiamasse Costan-
za; ed ivi Lorenzo prometteva a lei, come li antichi cava-
lieri, di far la giostra, ritardata poi due anni da guerre fio-
rentine [st. Vili, segg.; e CLVII].
» Ma torniamo alle Stanze ; le quali poiché per cagion
della Simonetta non possono secondo i documenti essere
scritte se non dopo al 76; e le difficoltà che si opporrebbero
a questa nuova cronologia, dico le difficoltà nate per colpa
de’ cementatori, cadono innanzi a uno studio più accurato
del testo; vediamo pur con la scorta de’ documenti a quale
anno dopo il 76 dobbiamo registrarle.
» Però innanzi di procedere a questa ricerca è debito lo
avvertire, che, se l’ argomento tratto dalla morte della Simo-
netta non mandasse necessariamente le Stanze al di qua
del 76, avremmo e da cronisti 1 trascurati affatto dai dotti
contenditori e da documenti ! che la giostra la quale prese
nome da Giuliano, perch’egli n’ebbe il primo premio e ve-
stiva una ricca armadura (ed ho anche il nome del cavallo,
V Orso), fu a’ 28 di gennaio del 75. Sicché dovremmo conchiu-
dere col Palermo,' che questa sia la giostra cantata dal
Poliziano. Ma la data della morte della Simonetta, ripeto,
ce lo impedisce; non volendo dire, come l’ Emiliani Giudici, k
che il Poliziano scrivesse le Stanze qualche tempo dopo fatta
la giostra, perchè ci pare che abbiano molti caratteri di
poesia d’ occasione. Tutt’al più potremmo concedere che il
1 l.ionarilo Morelli, nelle Delizia * Ardi. Mal. ci!., fil/u XXVI.
degli Eruditi Toscani ,* Bcnciiello * Manoscritti Palatini, 1, 387.
Dei, «iti. magliabrchittHO • * Stana della lei ter. ilul., loc. cit.
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ANGELO POLIZIANO.
XXXIII
Poliziano, incominciate nel 75 per cotesta giostra le sue Stan-
ze, fosse appunto al libro secondo quando la Simonetta mo-
riva. Ma non parrà soverchio ch’egli ponesse da quindici
mesi sol nel primo libro, egli che improvvisava l’ Orfeo? e che
dal 76 al 78 non conducesse il poemetto oltre a quel libro
secondo? Invece ponendo le Stanze dopo il 70, oltre al ri-
spondere alla data di quella morte, la ragione dell’essere
state interrotte si trova nella celebre congiura de’ Pazzi:
come ero per dimostrare. Ma ho voluto interporre questa
osservazione e per giustizia e perchè si vegga come anche
da un altro lato potrebbe chiarirsi falsa 1’ opinione di chi fa
scrivere al Poliziano le Stanze nel quindicesimo anno. Or cer-
chiamo l'anno vero.
» I buoni editori antichi, quelli che pur respingevano le
Stanze alla ‘prima adolescenza, alla st. 35 del 1. II [Sotto cotali
ambagi al giovinetto Fu mostro de’ suoi fati il leggier corso, ec.]
pongono per rubrica, Pronostico verissimo della morte di Tu-
lio: e i moderni non avvertirono che così, salvo far profeta
il poeta, si portano le Stanze dopo la congiura de’ Pazzi che
fu nel 78. ila un poema d'amore e di giostre dopo la morte
dell’eroe sarebbe stato una sconcezza, e nel Poliziano un
vizio eh’ ei non ebbe: 1* ingratitudine. Quei versi, frantesi
dall’antica interpetrazione pe’ moderni non rettificata, par-
lano, chi ben guarda, non della morte di Giuliano ma sempre
ili quella della Simonetta: Troppo felice [Giulio], se nel suo
diletto Non mettea morte acerba il crudel morso ; dove il suo di-
letto morso dalla morte non può intendersi la sua propria
vita, ma sì 1’ amor suo troncato dall’ acerba fine della Simo-
netta. Si dirà che incominciare il poema dopo la morte della
Simonetta sconveniva tanto quanto scriverla dopo la morte
di Giuliano. No : che, come l’ amore non finisce con la morte
ma anche oltre la tomba dura e inspira, così può esser can-
tato; e questo concetto è chiaramente espresso nella visione
del 1. II, specialmente alla st. 34, dove si vede la Simonetta
sviluppandosi dalla nube di morte sorgere in forma di dea
lieta e felice; F prender lei di sua vita governo, E lui con
seco far per fama eterno. Adunque la data del poemetto è fra
il 26 d’aprile 1476 che la Simonetta morì e (strana coinci-
denza) il 26 d’ aprile 1478 che fu ucciso Giuliano. Ora da due
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XXXIV
ANGELO POLIZIANO.
documenti 1 risulta che ne’ primi mesi appunto del 78 fatale
fu fatta in Firenze una giostra, per la quale al Magnifico si
mandavano cavalli e giostranti da molti signori e condottieri
d’ Italia ; e in questa Giuliano maneggiava un valente ca-
vallo, che, lui morto, era chiesto a Lorenzo per una giostra
corsa nel giugno a Ferrara. Chi potrà dubitare, stretti nel
breve giro di due anni, -che quella fosse appunto la giostra
di Giuliano cantata da messer Angelo? la quale dovette, se-
condo il costume, esser tenuta tra il gennaio e’1 febbraio
del 78. Il Poliziano avrà incominciato subito il poemetto : e i
due canti furono lavoro de’ tre mesi sino all’ aprile, quando
il pugnale de’ Pazzi troncò a un tempo la vita del giovane e
il canto del suo amico e cliente. E questa è dell’ essere rima-
sto incompiuto cagione che appaga noi curiosi ricercatori
de’ tempi passati, e ci par giusta ed onorevole quale sarà
sembrata a’ contemporanei ; laddove chi faccia scrivere le
Stanze al Poliziano giovinetto non troverà mai perchè non
fosse continuata quella elegantissima poesia. Il Poliziano, dopo
il. 26 aprile 1478, lasciò la cetra e li allori; e vestito a lutto
incise con lo stilo dell’ istorico la sanguinosa congiura. Il fe-
dele cortigiano proseguiva l’ opera : i suoi eroi erano i mede-
simi, la forma sola mutata. Abbiam torto a dire incompiuto
il poemetto ; fu continuato e compiuto, e nell’ anno stesso :
la sua continuazione è il Coniurationis Pactiancc Commenta-
rium. »
Allorché dunque l’ Ambrogini pose mano alle Stanze, egli
avea già condotto assai innanzi la versione latina dell’ Ilia-
de : 5 il che attesta egli stesso su ’l bel principio del poema,
dove tocca della intermissione che gli convien fare dell’ an-
tica opera per amor della nuova.’ La quale attestazione se
riscontrisi col ricordo che il poeta fa del suo lavoro omerico
nell’elegia in morte dell’ Albiera [1473] non che all’ accenno
« Arch. 1U,J. di., filza XXXVI.
5 Pliil. Jac. Bergomensis, in Sap-
pi. Clironic., pag. 43à, ricorda sex
saltati //omeri libro « ab ipso [Po-
liliano] adirne e graco verso * exa-
melris. Di quattro, cioè ilei II, III, IV,
V, pubblicò la verdone dai codd. Va-
ticani Ang. Mai nello Spieltegium Ho-
manum, Roma; MDCCCXXXIX. Pure
letterati cliiarissimi ritengono tutta-
via come perduta questa versione;
fra gli altri il Bonafous nelle cit. Di-
sijuisilioiies de A. P. vita.
* Si. giostr., I, 7.
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ANGIOLO POLIZIANO.
XXXV
dell’impresa di Volterra (1472) come recente nel carme onde
si accompagna a Lorenzo la versione del IV libro ed in fine
colla pi(i solenne allusione alla giostra di Lorenzo [1469] nello
altro carme dedicatorie del II
libi numera Marita
Siiti animo, eflusis agorcs sublimis baln-nta
Cornipeuem, loto cetlcntes atipiore lui-mas
Impellessi melili ni l simulacro ingenita pugna;
Area magna Crucis, clini te sublime volanleiu
Fmnlenteinqiie cquilcs et magno roborc dinas
Miscenlem pugnas, elypeos galeasquc ruenlem,
Elalo speclabat ovans Florenlia vulUr. •)
ne riuscirà che la versione dell’ Iliade fu 1’ opera perenne e
amorosa di quei sette anni della gioventù di Angelo che in-
tercedono dal 1470 al 1478. Non altro che un giovenile e quasi
temerario ardimento 1 parve quella al poeta, quando fu in lui
cresciuta con gli anni la venerazione agli antichi: ma il Fi-
cino rapitone in ammirazione « Tu mitri nelle tue case, scri-
veva al Medici, quell’ omerico giovinetto, Angelo Poliziano,
ad esprimere in latini colori la greca persona di Omero. Ed
egli la esprime, e, che è mirabile, in sì tenera età di tal guisa
la esprime, da far dubitare, a cui non sapesse Omero essere
stato greco, qual sia lo originale e quale 1’ Omero ritratto.5 »
Certo è uno stupore tanta copia di armonia e d’ eloquio latino,
tanta franchezza di tocchi e facoltà di colorire e di ornare :
ma la versione è forse troppo latina, sì che possa rendere
intiera l’imagine del vate fatale. Potè vasi fare altrimenti?
ne dubito. Pure con maggior cura delle forme greche se con
minore vivezza tradusse al medesimo tempo [penepucr adhuc\
1’ Amor fuggitivo di Mosco, serbate non solo le sentenze ma i
numeri ancora e quasi tutti ì lineamenti ,s tanto che la versione
latina sorpassa di soli tre esametri il testo greco. E scrisse
fin dal diciassettesimo anno greci epigrammi : fra i quali lo-
dano gl’ intendenti l’ orazione a Dio composta nel diciot-
tesimo [1472] e, del vigesimo [1475], i versi elegiaci su la
morte di Teodoro Gaza : quello su la Venere emergente,* fatto
1 Polilianiis, Orai, in rxpnsil. Ho- 3 l’ulitiamis. Epitl., VII, 14.
meri ; Op. 11. * Confronta la Si. della Giotlr.,
1 Ficinus, Spisi. I. I. 101.
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XXXVI
ANGELO POLIZIANO.
in prova con gli antichi dell' Antologia e dall’ autore stesso
eletto fra i pochi che mandò a leggere a Codro Urceo, era van-
tato dall’ Urceo come superiore a’ modelli.1 Di tutti giudi-
cava lo Scaligero,* non avere il Poliziano nè pur fatt’ uomo
scritto egualmente bene i latini; secondo lo Sdoppio,” non
cedono il vanto a niuno de’ greci.
E molto anche compose a quella età in poesia latina: ma
l' elegia in morte dell’ Alleerà * merita singolarmente che noi
vi attendiamo. Scritta nel 1473, diciottesimo anno del poeta.
piata, numerosa, candida, arguta, efficace, degna in tutto di
tant’ uomo, tale insomma che lo Scaligero, del quale sono le
lodi, avrebbe voluto averla fatta innanzi a quella che dicesi man-
data da Ovidio a Liria su la morte di Druso * (e il paragone
con Ovidio torna meglio che quel con Callimaco inventato ret-
toricamente dal Fabbroni) ; ” l’elegia in discorso è proprio
l' imagine anticipata del poema per la giqstra. La stessa
macchina mitologica: qui è la dea Ramnusia che, per odio
del soverchio favore onde i mortali circondano la vergine
fiorentina, chiama la febbre ed il morbo contro di lei; come
là è Cupido che manda la formosa cerva e poi Simonetta a
rivocare il superbo Giulio dagli studii di Diana a quelli di Ve-
nere. Lo stesso elegante anacronismo del rappresentare co-
stumanze fatti e luoghi putrii e moderni con le tinte d’altro
tempo e d’ altri paesi : Eleonora, figliuola di Ferdinando di
Napoli, venendo sposa ad Ercole duca di Ferrara, s’ intrat-
tenne in Firenze il giorno di san Giovanni : ciò è detto nei
tre distici appresso :
• Annua pelliti referentem sacra Joannis
Exlulcrat roseo Cynlliius ore «limi:
Ginn, celebre* linqiiens Sircmiin nomine inuros
Herculeu mqne petcns regia naia torum,
Caini iila Syllame vestigio protinus urbi
Intulerat, lunga: fessa labore vite »
' Pulilianus, £/)<*., V, S.
1 J. C. Scaliger, Poetica, VI.
3 G. Scioppius, Parad. liicr., V.
.Tulio Ctesari Capaccio ncap. Anche le
epistole greche scritte più tarili pa-
revano ail A. Mainino [ Spiti . VII, "1
Incoro non d' noni romano ino d’ at-
tico c sempre vissuto in Alene.
3 Pulilianus, Op. Il, 23;).
5 <1. C. Scaliger, Poetices, VI.
c Fubbroni, Elogio di A. Polizia-
no, Parma, 1800.
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ANGELO POLIZIANO.
XXXVII
E chi fosse curioso di sapere come si possa dire o uon dire
nel linguaggio de’ classici Borg’ Ognissanti e il Prato, oda qua :
• Est via, Paulbtigiam Syllani nomine diclini;
Omnibus bic supcris tempia dicala inicanl
Qnam propc ridente» snbmitlunl pi-ala colores,
Pictai|uc fiorifero germine vernai burnus. •
Così nel poema italiano 1 chiama etnisca Leda la pia Lucrezia
Tornabuoni; ed era antonomasia da non compiacersene trop-
po il magnifico Piero : così, quando Giulio risvegliasi dal sonno
e dalla visione, * Già tutto jiarea d’ oro il monte Oeta; ! » ove
il poeta avrebbe fatto bene a spiegarci che cosa avesse a fare
l’Oeta monte di Tessaglia con Giuliano de’ Medici dormiente
nel palazzo di Via Larga, dalle cui finestre certo non vedea
le cime fatte celebri dalla pira di Ercole. Meglio, e con quella
solenne gravità latina che a simili casi si affa e che troppo si
desidera, colpa forse lo argomento; nelle Stanze, vengono
descritte le esequie cristiane:
• Praecedit i,iin pompa frequens: inni nursi» sncerdos
Verini cauli: sacri» lurribus «era gongili....
OnmL cerali» radiai funalibiis ara,
Omni» odorati» ignibus ara calci:
jElernamque camini requiem Ittccmquc vcrendi
Sacricubc cl ly in pii i s corpus inane rignnt. »
in fine nell’ uno e nell’ altro poema è il medesimo lusso di
descrizione e di personificazioni allegoriche, le stesse tinte
accese e il colorir largo e ardito, e il calore e la copia e la
verità degli affetti naturali. Certo il lettore ricorda il ritratto
della Simonetta nel primo della Giostra: eccogli adesso anche
quel dell’ Albiera, sorella maggiore, in poesia, della Simo-
netta :
• Emical ante alias vultu pulclierrima uympbns
Albiera, el trcmulum spargit ab ore iubar.
Aura quali! fuso» ili candida terga capillos;
Irrndiaut dolci lumina nigra face.
Tamque siias vinci! comites quani lueifer ore
Purpureo rutila ns nslra minora premit. „ •
Allenili Albicram speclant iuvenesque senesque :
Ferreus est quei» non forma pudorve movet.
i Si. gintlr., I. 3. 1 Si. gioslr.. Il, 3S.
Poi. iiisvo. c
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XXXVIII
ANGELO POLIZIANO.
Meiitibns Albieram taetis plausuque secondo.
Albieram nutu lumiue voce probant....
Condor crai dolci sufTusus sanguine, qualem
Alba fcrunt rubris Ulta niixla rosis.
Ut nilidom lati radiabant sidus ocelli: .
. Siepe Amor accensas retulit inde face*.
Soluerat effusos quolies sine lege cupillos,
Infesta est trcpidis viso Diana feris:
Si ve iterimi adduclos fulvom collegi! in annuii,
Compia cytheriaco est pectine visa Venns,
Usque illam parvi furlim coinponere Amores
Suiit soliti et facili Gratin blanda munii,
Atqne bonor et teneri iam rana modestia vultus
Et decor et probilas purpurcusqne pudor,
Casta (ides risusqoe liilaris moresqne pudici
liicessusque deccus nndaque simplicilas. »
Ma in tutte le# Stanze non è mai tanto affetto -quanto nei
(listici in cui si narrano gli ultimi istanti e gli addii dell’ Al-
bizzi : pure da qualche emistichio chi ben guardi vedrà emer-
gere la imagine della ninfa in triste nube avvolta e udrà ({uni-
che verso sonare le parole d’ Euridice ritratta dall'aure aperte
all’ inferno :
■ Iam decima infuustam referebat lampade lucem
Cynthius et picea texerat ora face:
Cum miserie extremus iam prcsserat horror ocello* ;
Fugerat lieu vultus, fugerat ore color.
Aspicit illa tumen dolcrm moritura maritum,
Illuni acie solum deficiente notai.
Illius asprctu inorienlia lumina pasciti
Mens illuni e media morte reversa videi.
Quis libi mine, Sismunde, dolor, coni virginia arlns
Aspiceres anima iam fngienle mori?
Non tainrii illa tui, non ilio oblila paventimi,
Te vocat: et la Ics fundit ab ore sotios.
— Pars animo; Sismunde mele, si coniogis in le
Quicquam iuris liahcnt ultima verba tote,
Farce, prccor, lacrymis. Vjxi, ciirsumque peregi :
Iam procul a vobis me rnea fata vocant.
Immatura quidem morior: sed poro sub timbras
Discedam, et nollis sordida de maculis
Farce, precor, lacrymis, coniux: sic Icetus in aurus
F.vadct tenues spiritus inde meus.
Mirsla sed amborum nimis ali nimis ora parentiim
Solare. lieu nostro (orpet ili ore somis;
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ANGELO POLIZIANO.
XXXI.V
Heu rapior. Tu vive milii, libi marina vivant.
Caligai»! oculi ium ntibi morie grnves.
lamqiie vale, o coniux; cliariqiic valete parenles.
Heu plorili Itine nigra c'ondila norie feror. —
Sic ait; et diileem moriens complrxa mariluni
Labitur, inqne ilio corpus inane iaeel.
Corpus inane iaeel, cara cervice recumbens
Coniugis •
E perchè queste citazioni mi par che debbano compiere
nella mente del lettore la imagine del Poliziano poeta non
forse intiera ne’ soli versi italiani, riferirò anche l’ insigne
descrizione del trasporto :
• lam virgo efTerltir nigro composta feretro,
Deserlas homili fronde retinola romas.
Heu ubi nunc blandi risus, ubi duleia verità
Qme polerant ferri frangere diiritiem ?
Lumina sidereas ubi mine lorqiienlin flammasf
Heu libi puniceis (emula labra rosisi
Proli superi, quid non Immilli brevis eripit bora!
Ab miseri, soniuus et levis umbra stimus.
Non lanini aut niveos pallor inula vera! arlus,
Ani gelido miuries sederai ore fcrnvis:
Sed formosa levein inori est imilula sojiorèiu :
Is nitidus vullus oraque languor Label.
Yirgitica sic leda maini rundentia langueat
Liliaque et uiveis lexla corona rosis. •
Negli ultimi versi li lettore ha di certo notato più d* una re-
miniscenza della morte di Laura, coni’ è descritta ne’ Trionfi:
e altri concetti petrarcheschi si rinvengon più sopra, come:
« Ne geme : cum dulce est vivere, dolce mori est » e « Credo
ego iam divùm n moina pos,so mori. » Tal congiunzione delle
due lingue e delle due poesie, apprese ad ammirare egual-
mente alla scuola del Laudino, annunzia il compositoi’ della
Giostra ; il quale apparisce già tutto con le sue virtù ed i
suoi vizi nell’epicedio latino. E alla scorta .mistura delle
diverse maniere di Lucrezio di Virgilio e d’ Ovidio che è già
mirabile nell’ epicedio e sarà in più larghe proporzioni me-
glio mirabile nella Giostra, a quella felicità dell1 appropriar-
si senza uno "sforzo al mondo le più belle imagini e dizioni
dei più differenti autori come fossero la naturai veste del
suo concetto, a quella sapienza dell’ imitare rimanendo ori-
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XI, ANGELO POLIZIANO.
ginale, il giovane <la Montepulciano crasi da lunga mano
addestrato nella palestra del tradurre l’ Iliade. Con 1q scri-
vere nelle due lingue classiche ei s’era fatto succo e sangue
delle inenarrabili bellezze antiche, le avea pronte e ordi-
nate nella niente da venirgli al primo istante su la lingua e
su la penna, come gli utensili della casa all’ occhio della
massaia diligente. AH’ uso dell’ eleganze più vive e casalinghe
era poi fatto sciolto dalla conversazione fiorentina, dallo stu-
dio, ben supponibile in uno scolare del Landino protetto dal
Medici, dei tre grandi trecentisti, e dal comporre in fine etl
improvvisare ballate e rispetti nelle liete brigate. Così su i
ventiquattro anni s’ intende e si spiega la composizione dellé
Stanze per la giostra. Ma chi ha creduto alla precocità delle
Stanze su qualunque altra prova d’ingegno del giovine scrit-
tore, colui ha creduto un di quei miracoli che la critica dee
nettamente rifiutare.. È ammissibile, se volete, a quattordici
anni quella dovizia delle più riposte erudizioni letterarie ; ma
non tanta copia di imagini squisitamente delineate, non tanta
vivezza e sapienza d'imitazione di refusione di rinnovamento,
nel primo saggio di uno scolare. A quattordici anni si potrà
scrivere con facile 'eleganza in una lingua morta, della quale
con l’ ardore dell’ adolescenza si son mandati alla memoria i
più purgati scrittori: non si crea però uno stile in una lin-
gua parlata, alla quale due autori come Dante e Petrarca
hanno dato impronta propria : un poema, che mutando le
fonile della poesia nazionale segni una nuova età letteraria,
non si fa a quattordici anni.
Educato a tanta eleganza di lettere, è naturale che il Po-
liziano dovesse anche nell’invenzione e disposizione riuscire
al tutto diverso da quelli che nel trattare consimili argo-
menti lo avean preceduto. Tacendo d’una Descrizione del
giuoco del calcio,' composta su’l principio del secolo XV e af-
fatto borghese nell’argomento e nello stile non senza una
tal naturale ed efficace eleganza ; abbiamo due descrizioni
di nobili giostre sol di qualche anno anteriori a quella
del Poliziano; e tutte due, come il Giuoco del calcio , in ot-
1 Pubblicala nel Horgliini, giornale filologico, anno I, nnm. I, Firenze,
gennaio 1863.
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ANGELO POLIZIANO.
XLI
tave; perocché l’ottava rima era ornai il metro della narra-
zione e della descrizione, massime per li argomenti che
più voloansi divulgare. Luca Pulci celebrò la giostra te-
nuta su la piazza di Santa Croce il 7 febbraio 1468 (stile
fiorentino) della quale ebbe il premio Lorenzo de’ Medi-
ci.1 L’ autore del Giriffo Cale anco pretese di dare al poemetto
una intonazione cavalleresca : ponendo causa alla giostra una
ghirlanda di viole, dal giovine Medici in una festa per le
nozze di Braccio Martelli domandata in dono a « Quella che
il lauro suo giovinetto ama, D’ ogni grazia dal ciel sol coro-
nata, ilei nobil. sangue di Piccarda nata, » a Lucrezia Donati
cioè, la donna poetica dello sposo di Clarice Orsini. Ella, sè-
guita il Pulci,
. Ella rispose con" destre parole,
E pronai (ma 'I suo priego gli comanda!
. Clie gli iniproiiictta, se impetrar la vòlc,
di' al campo verrà presto armato in sella
E per umor di lei porterà ipiella.
E missegliela in testa con un riso,
Con parole modeste e si soave.
Clic si potrà vedere il paradiso
E sentir Gabriel (pianilo disse Ave.
. Costui, elle mai da lei iloti Ila diviso
E del suo cor gli Ini donalo la chiave,
Accettò il dono si grazioso c degno,
Ifi prosper fati c di vittoria segno. »
Ma non dura su questo tono: il poeta del Driadeo e delle
Eroidi si ricorda spesso, dopo l’ invocazione ad Apollo, della
sua mitologia, e sempre sgraziatamente. Paragonisi in prova
la st. XXV del Poliziano che tutti abbiamo a mente [Zefiro
già....] con questa del Pulci :
• Era tornata tutta allegra Prugne.
Ben clic piangessi la sua Filomena:
Amor suoi ceppi preparava c gogne,
I gioghi i lacci et ogni sua catena;
E Pan sentii sonar mille rampogne:
Era di Bori ogni campagna piena:
Vedenusi Salir dolcemente iddee
Seguir pc’ boschi e Brindo e Napee. •
1 Lucu Pulci, l.n giutlra iti L. ilei ilnlici’mrstii ih rimo. La primu edi-
zione è senza nota d'anno c di luogo. Fu ristampata nel Iò72 dai Giunti.
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XI. II
ANGELO POLIZIANO.
Più grazioso e in carattere è il fratello dell' autor del Mor-
yaiite, quando dalla natura sua fiorentina, non ostante la
grand’aria che s’è dato, è tratto a scherzare su’l proprio ar-
gomento. Nell’ aspettativa del torneo, la loquace curiosità dei
fiorentini, mercatanti che non rifinivan di parlare d’ anni e
colpi di lancia, è finamente voltata in burla.
• A ugni canto ricrescea la voce:
Chi è chi è il giostrante a Santa Croce?
E tutto il popol correva a vedere....
E si sentimi mille vaglie novelle,
E bugio» di libbra a Rigoletlo,'
Al corazzalo, a quel die fu le selle:
* Non si sarebbe un ver per nulla detto.
Quivi ermi gran dispute di rotelle,
Di reste, di bracciale e di roecello;
E molto d' Anton Bosco! si parlava:
E così il tempo lieto oltre passava.
E si diceva di Mariti Giovanni,
Delle sue opre gin tanto famose :
Di Cinrpellone e ile* suoi lunghi alt, inni,
Come in su'l campo fc mirabil cose;
E di molti altri già ne’ passali anni
L’ auliche pruove degne e bellicose:
Ma sopra tutti gli altri a mio parere
I Burlassi 1 si facenn valere.
Era il quinto alimento s i Burlassi:
Non risponderai) più se non per lezio.... *
Pochi momenti innanzi la giostra,
« Ermi tolte le dame al dirimpetto:
• Però, prima eli’ egli entrino in prigione,
Credo eli’ ogni giostrante, poverello !,
Arti voluto un bacio alla franciosa
Che in ogni guancia lasciassi la rósa. ■
1 Cioè: in bottega di Rigoteilo e
del coruzzuio, ec.
* « Burlassi si chiamavano coloro
i (piali mettevano in campo i gio-
stranti c stavano loro d’ intorno dan-
do lor colpi e ainniae-lrimdogli,
come fanno oggi i padrini a coloro
che si debbono combattere in Ulce-
ralo. • Varchi, Errnlann. Anloo Bo-
scoli, Giovanni Marino. Ciurpcllune
doveano essere uomini il' urmc in
fama a quel tempo.
9 Alimento ; fiorentinismo : ele-
mento.
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ANGELO POLIZIANO.
NLlll
E più i Beoni che non la Tavola rotonda ricorda un de’ gio-
stranti :
« Or ritorniamo al badalone,1 a Cino;
Che, reggendo Lo re oro non si rizza,
Si pose a boera un gran fiasco di vino
E beve! lutto quanto per la stizza
Ad ogni gioco Cino volea bere »
Lunga del resto la enumerazione de’ giostranti (fra i (piali
la mente del lettore si ferma su Francesco e Guglielmo dei
Pazzi che ora in un giuoco d’ armi come poi in politica ten-
nero infelicemente il campo contro Lorenzo, su Iacopo .di
Poggio Bracciolini futura vittima auch’ egli della congiura,
su Bernardo Rucellai il Sallustio di Firenze visitato da Era-
smo a cui per timore di barbarismi non volle parlar latino, su
Pagol Antonio Soderini il grave oratore della democrazia
nel 1495);* prolisse e minute, uè qualche capestreria della lin-
•gua nativa scema loro fastidio, le descrizioni di tutti i cavalli,
e degli arnesi dei fornimenti delle divise oltre ogni credere
magnifiche e preziose, e di tante stranissime insegne (in al-
cuna paioli prevenute le burle del Tassoni: Pier Vespucci, a
mo’ d’ esempio, « Aveva nello scudo figurata Un ancudine in
mar che andava a vela. ») La poesia risorge alcun poco all’ ap-
parire in campo di Lorenzo dei Medici. Oh il Sacchetti ed il
Pucci e i poeti popolari del trecento non si sarebbero compia-
ciuti poi tanto in cotesto giovine di vent’anni che spendea die-
cimila fiorini di suggello per una festa, che veniva in giostra
adornato della divisa dei fiordiligi donatagli con privilegio da
Lnigi XI il Tiberio di Francia e vestito delle armi mandategli
a posta dal duca Galeazzo il Caligola di Milano, che mutava
due cavalli, presente l’uno del re Ferdinando di Napoli e l’al-
tro del duca Borso d’Este. Ma il discendente d’ una casa di
grandi, il gentiluomo decaduto e fatto cortigiano di mercanti,
cantava :
« Dopo tanti splendor veniva il sqle;
Dopo la leggiadria, la gentilezza;
La rosa dopo il giglio e le viole ;
Lorenzo armalo con molta fierezza
1 Badalone. Come non sia soprannome del nominalo Cino, varrebbe ositi.
tu, perdir/iornn. * Guicciardini, Si. d' hai.. II.
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XI.IV
ANGELO POLIZIANO.
Sopra un cavai clic salta quanto c’ véle
E tanto I' aria quanto il terrei) prezza : ■ *
E come giunse in sulla piazza quello.
Olii ilice — E’ pare Annibal. — chi — Marcello....
E mi parca sentir sonar Misetio,
Quando su ’l campo Lorenzo gingnea
Sopra un cavai die tremar fa il terreno :
E nel suo bel vessillo si vedrà
» Di sopra un sole e poi I' arcobaleno,
Dove a lettere il’ oro si leggea
Le iems BEVtEsr; 1 clic può interpretarsi
Tornare il tempo e ’l secol rinnovarsi.
Il campo è paonazzo d’ min banda,
Dall’ altra è bianco ; e presso n uno alloro
Colei clic per esempio il ciel ei manda
Delle bellezze dello eterno coro,
di’ uvea tessuta mezza una grillando,
Vestita lutti» azzurro e be’ fior d’oro:
Ed era questo alloro parte verde,
E parte secco già suo valor perdo.*...
Vedesti! mai (alcoli calare a piombo
E poi spianarsi c batter forte I’ ale, ,
C’ In» tratto fuor della schiera il colombo?
Cosi Lorenzo Benedetto assale.
Tanto elle l’aria fa fischiar pel rombo:
Non va sì presto folgor non clic strale.
Denotisi colpi che parvon d’ Achille,
E balza un Mongibel fuor di faville....
E inaino al fin. come virile amante.
Tenne la lancia e ’l forte scudo al petto.
Tenne lo fede del suo amor costante-,
Alle percosse a ogni cosa ha retto
Con animo, che certo al suo adamante
Si poiria comparar del giovinetto;
Cli’ era al principio del ventesimo anno,
Quando fu paziente a tanto affanno. •
Ma, quando a Lorenzo è aggiudicato il premio, un elmetto
fornito d’argento con un Marte per cimiero, la piaggeria li-
rica dgl Pulci diviene spropositata come la sua erudizione ;
« Ora ha’ tu la grillando meritala,
Làuro mio, de' fioretti novelli :
Ora ha luogo la fede accetta e data
In rasa già del tno Braccio Martelli:
1 Era il motto preso da Lorenzo, per quella giostra.
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ANGELO POLIZIANO.
XLV
Or tanto Cifra per te Pia chiamala.
Che versi inai non s' udiron si belli:
E) pregheremo il ciel sopr’ ogni cosa
Clic la tua bella dea li sia pietosa.
E qualche slrul sarà nella farètra.
Che scalderà nel cor questa fenice.
Scgnerem I’ eia tua con bianca pietra,
Clic lungo tempo possi esser felice.
Noi sonerem si dolce nostra cetra,
Che Pia ritolta a Piolo Euridice:
Noi li farem qui divo e sacro in cielo
E ’l simulacro ancor, come già a Belo.
Abbili. Emilio e tu Marcello e Scipio,
1 tuoi trionPi senza invidia in Roma;
0 quel clic liberò 'I popol mancipio
(E tolse al Capilolio si gran soma :
Perchè tu fosti, o mio Lauro, principio
Di riportar te stesso in su la otiioma,'
Di riportare onor vittoria e insegna
Alla casa de’ Medici olla e degna. »
Più prolisso versificatore, e infinitamente più noioso del Pulci,
è un Francesco fiorentino, cieco poverello che abitava in Cento ;
il' quale in ben 204 stanze fece la descrizione del torneamento
combattuto in Bologna nel 1470 d’ ordine di Giovanni II Ben-
ti voglio.’ Il poemetto è del genere popolare, ma basso: questa
è la mossa del racconto :
• Nella ditta città di tanta fama
Di casa Bentnogli un gentiluomo
(M esser Giovanni il sedalo lo chinina:
D’ ogni virtù fu l’excellentc pomo),
Per inverdir di sua casa la rama,
Ordinò lui, io vi dirò el conio,
Un' altra trionfante c magna festa
Con I’ arme in dosso e con l’ elmetto in lesta.
Vatlrana, e una in casa i conti
Malvezzi Campeggi di Bologna. Vedi
un discorso del comineudalur An
Ionio Berlolotii nell’ Eccitamento.
giornale filologico bolognese. An-
no I [1858], novembre, lo per le ci-
tazioni mi servo del cod. cari. COI
della Biblioteca universitaria di Bo
legna.
1 Bisticcio che viene a significare,
riportar la corona di lauro; poiché
l.anro era il nome poetico di Lo-
renzo.
1 II poemetto è stampato • senza
nota d’anno di luogo e d' impressore
c senza I tolo. La stampa' è delle
più rare, tallio che due sole co-
pie se uc conoscono; una nella
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XLV1
ANGKLO POLIZIANO.
Accano i Bolognesi un capitano
di’ ei a nell’ urini un nomo rtiliicoiulo.
Messer Giovanni lo prese per inuno
Con un parlare splendalo e giocondo,
E si gli disse — 0 gentiloiu soprano,
YV clic la nostra fuma voli al mondo
Per onorar la festa di lui sunto
Petronio nostro »
Ma anche il cieco di Bologna ha la stessa smania che il
Pulci per l’erudizione mitologica. Invoca, è vero, secondo
il costume dei poeti popolari, la Vergine Maria nel principio
e nel mezzo della sua storia; e al Bentivoglio su l’incomin-
ciar la giostra fa indirizzare una preghiera a Dio; ma nella
stessa ottava non manca di fargli supplicare l’ onnipotente
Marte che gli sia in soccorso, « Come tu fosti al gran troiano
Enea, Che per I.avina^lette morte rea A Turno re sì potente e
gagliardo. » I)‘ un eavaliero per nome Teseo è detto, « Che
' rinnovò la fama in su lo spazzo Di quel che combattè per
Andriana f Ariadna] In Greti, per la bella candiana, E dette
morte dentro all’ alberinto Al maledetto mostro. » In para-
gone del fornimento d’ un altro cavaliere, « Certo Minerva
perduto n’ aria, E Proserpina con sua leggiadria Non so se
avesse fatto tal lavoro. » Altrove il combattimento, preve-
nendosi una celebre comparazione dell’ Ariosto, « La fucina
parea di Mongibello, Dove lavora quel fabbro Vulcano. » Se
non che al eantor popolare meglio piace la erudizione mito-
logica e storica, se mescolata alla cavalleresca o sotto le sem-
bianze della cavalleria mascherata: è la tradizione dei ro-
manzi del secolo innanzi. Udite: « Costui sì rassembrò nel
suo venire Un nuovo Arcita in la città tebana, Che per Emi-
lia lui volse morire, Che mai si vide greca sì soprana. » In
altro luogo, a rispetto de’ cavalieri bolognesi, « Cesare im-
perador dentro a Tessaglia Assai non si adoprò contro a’ ne-
mici, Come scrisse Lucano di gran vaglia Istorico: » ma poi
cita subito dopo anche il re Mambrino. Un giostrante, « Pa-
reva Ettorre sopra a Galateo, » e un altro « Alessandro im-
perier di Macedona Sopra BucifalaSse suo cavallo. » E così
seguita tutto in descrizioni ed enumerazioni come il Pulci ;
se non che ha su questo il vantaggio che fa tenere a’ suoi
battaglieri dicerie di 22 ottave per volta. Ed al Pulci assorni-
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ANGELO POLIZIANO.
XLVH
glia, salvo la maggior goffaggine, nell’ adoperarsi a mettere
in vista ed in gloria il Bentivoglio, il signore magnifico: po-
vero cieco!
» Ben li puoi confortare, o vrcchiurclla
città ditta Bologna,
C" hai un figliuolo nella tua gonnella
Che li Leva da dosso ogni' vergogna.
Per lutto el inondo di lui si favella:
Bisuona la sua (romba e non zampogna;
La Sua lucerna accende ogni tuo lume ;
Vaso d’ ogni viriti e buon costume;
Qual è di le il ver lucente specchio.
È stata la sua casa sempre mai
E sempre mai sarà
Che in giubilo ti tiene scili’ affanni :
Priega che viva el buon messer Giovanni. •
Così i signori, i quali avrebbon voluto ma non osavano
iincora chiarirsi principi, quelle feste e pompe facevano, co-
me notò il Machiavelli, per « dare che pensare agli uomini
qualche cosa, che levassero i pensieri dello stato.1 * Più tardi,
nel 1495, il Savonarola figurando ai Fiorentini il ritratto
morale del tiranno, cioè di Lorenzo de’ Medici, queste fra le
altre proprietà ne assegnava: «E molte volte, massime in .
tempo di abbondanza e di quiete, l’ occupa [il popolo] in spet-
tacoli e feste, acciocché pensi a sè e non a lui : » ancora:
« U tiranno in ogni cosa vuole esser superiore, etiam nelle
cose minime, come in giocare, in giostrare, in far correre c;v-
• valli:.... ed in tutte le altre.... nelle quali accada concorren-
za cerca sempre di essere il primo.*’ > E le intenzioni dei
tiranni erano per la parte loro aiutate da’ poeti, dei quali è
colpa troppo frequente lasciarsi abbagliare a quel che appar
di fuori e in servizio della potenza e della fortuna discono-
scere la verità e la virtù. Che se questa accusa sembrerà
troppo generale, le citazioni da’ due poemi mostreranno al-
meno che sarebbe ingiusto aggravarne troppo il solo Poli-
ziano. Del resto, tornando al tranquillo ragionare dell’ atte,
quelle citazioni non appariranno soverchie a provare che, se
1 Machiavelli, Itlnr. fior., VII.
* Savonarola, Troll, circa il reggini, c gor. della chiù ili Fir.t II, tu.
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X I., Vili
ANGELO POLIZIANO.
comune era allora l' andazzo delle reminiscenze classiche e
della mitologia, dalla moda all’ arte ci corre, e che il poema
del Poliziano, sebbene scritto quasi a un tempo, lasciando da
parte il cieco da Cento, con quello del Pulci, sembra, come
ben disse il Roscoe,' posteriore d’ un secolo in materia di
gusto.
Pel genere delle invenzioni e pel modo della trattazione
esso è calcato su lo stampo dei carmi encomiastici, misti di
favola e di lirica, che abbondano nella letteratura latina da
Stazio fino all’ ultima decadenza del secolo V. Nel poema to-
scano come nelle selve latine del nostro autore Stazio e Clau-
diano appariscono essere fra gli antichi quelli che più ab-
biano avuto parte nel formare a un peculiar modo di conce-
zioni la sua fantasia. E sarebbe curioso e utile indagare
perchè nel medio evo e nel primo rinascimento siano stati
sentiti e imitati gli autori della decadenza coi loro di-
fetti che avventano, più che non la squisita verecondia di
stile del secolo d’oro; Seneca più di Cicerone, più Ovidio e
Lucano che Virgilio e Tibullo, Claudiano più d’ Orazio. 11
nostro non potea forse per cagione dell’ argomento ricor-
rere ad altri esempii. Ma quanta vivezza e calore e movi-
mento dirimpetto alla rigidità e al tono rettorico de’ suoi
maestri! quanta varietà nella dovizia delle imitazioni! quanta
prontezza e felicità nell’ assimilarsi e ricreare l’altrui! Giu-
liano dispregiator d’ Amore e de’ suoi seguaci [I, 8-16] è
beu l’ Ippolito d’ Euripide e in parte il Narciso di Ovidio: 5
ma alcune tinte tolte a imprestito dal pittore della bella ri-
trosa d’ Avignone fan perdere all’ indagatore le traccie 'del
primo originale. Nelle lodi della vita campestre messe in
bocca al cacciatore leggiadro [I, 17-21] sentirai da principio
T eco dell’ epodo d’ Orazio 3, e della Georgica ; * ma nel bel
mezzo un paesaggio toscano ritratto al naturale con pen-
nello che prenunzia quel de’ fiamminghi cancella la prima
sensazione. E il soliloquio di Cupido che medita la vendetta
[I, 2,3-24] e la descrizione della caccia [1,25-33] ricorderanno,
se volete, un. po’ troppo, quello il prologo di Venere all’ Ip-
' Roscoe, Vita di L. il Nagn.fC II. * llorulitis, E/uxl. , Il
1 Ovidius, Melavi. , III, 388. * Yirgilius, Georg., ||, 458 cl scqq.
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ANGELO POLIZIANO
XLIX
jtolito coronato e la parlata onde Giunone apre la favola del-
l' Eneide,' e questa tutt’ insieme la caccia di Didone ’ 1’ altra
del cignal caledonio * e la più antica di Ulisse.* Che importa?
ciò non impedisce che nelle Stanze appresso la invenzione
-della cerva messa da Amore innanzi a Giuliano per isviarlo
dalla caccia e condurlo in parte ov’ egli vegga la bella Simo-
netta [I, 34-37] non trasporti la mente del leggitore per
mezzo a’ romanzi d’ avventura e agli inganni tesi all’ amato
cavaliere da alcuna bella fata, benché la immagine della
cerva sia composta dello stesso liete aere onde Apollo e
Venere presso Omero e Virgilio 5 compongono le' false ima-
gini degli eroi da loro protetti per sottrarre i veri alle fu-
rie de’ nemici. Nel ritratto poi della ninfa e nell’ innamora-
mento di Giuliano par che il poeta abbia còlto da Saffo e da
Tibullo, da Virgilio e da Ovidio il purissimo fiore del sensi-
bile: nè gli bastò, che non volesse giovarsi ancora di quel
che la sensazione della natura esterna d’ accordo col senti-
mento intimo spirò a’ provenzali, e delle astrazioni dei Ca-
valcanti e del misticismo di Dante e del psicologismo del Pe-
trarca;-sempre avendo la mente a trascegliere quel che in
essi segna come l’ ultimo limite della perfezion naturale. Per-
chè la imagine della Simonetta, delle più belle della nostra
poesia, è soavemente colorita quanto l’ Aleina e l’ Armida, ma
non sensuale com’ esse ; è pura ad un tempo e serenamente
pensosa, ma non trasparente troppo ed aerea come quasi
sempre la Portinari e talvolta l’avignonpse: ella è nella cima
del naturale; è una statua greca, una statua di Canova; una
Ebe, una Psiche, moventesi col passo di dea per un fiorente
paesaggio di primavera. Nella pittura del poeta quattrocen-
tista la natura sente la presenza della dea, o meglio sente hi
parte di sè deificata: « Ridegli attorno tuttala foresta, E quanto
può sue cure disacerba" » : « Ogni aura tace al suo parlar di-
vino, E canta ogni angelletto 7 » : « Mosse sopra 1’ erbetta i
passi lenti Con atto d’ amorosa grazia adorno ; Feciono i bo-
1 Yii'gilius, .tu., I. 37 cl seqq
! Virgili!)*, /tu , IV, 130 et scqq.
* Ovidi'is, ilei., VI. 415 et seqq.
k Hjm., Orfy*s.,XIX. t28 et seqq.
5 II imeni,. II., V, 432 et seqq.
Yirgilius, /tn., X, C35 et seqq.
* Si. gimlr , I. 43.
" Si. gimlr., I, il.
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L
ANGELO POLIZIANO.
schi allor dolci lamenti, E gli augelletti a pianger comincior-
no ; Ma l’ erba verde sotto i dolci passi Bianca gialla vermi-
glia azzurra tassi.’ » Riguardiamo con amore a questa figura,
perchè essa è forse il tipo intiero della poesia del Poliziano ;
essa testimonia il giovine e puro rinascimento, la dignità. re*
stituita alla materia alla carne alla forma contro l’asceti-
cismo macerante e l’ idealismo estenuante del medio evo :
considerandola voi sentite che 1’ età di Giotto e di frate An-
gelico, per i quali tutta la vita della figura è confinata nel
raggiar della fronte e negli occhi contemplanti, è finita; sen-
tite e riconoscete Masaccio il Rosselli il Perugino- e Raffael-
lo : Tiziano, Giulio Romano, Guido Reni verranno più tardi,
e con essi o poco innanzi l’ Ariosto ; verranno i Caracci, ed
il Tasso.
Ma non altro che il prologo dell’azione abbiamo veduto
fin qui : col volar d’ Amore al regno di sua madre [I, 68] par-
rebbe che dovesse entrarsi in materia. Non è vero: ci si fa
innanzi un episodio, cioè una descrizione che sarìa parsa ster-
minata anche a Ovidio come quella che prende 52 ottave; il
più gran difetto e insieme il più gran pregio del poema to-
scano. E la descrizione del regno e del palagio di Venere
[L, 69-120] che il nostro poeta ha trasportato di piauta dalle
Nozze di Onorio e Maria di Claudiano,- se non quanto ha tolto
qualche materiale prezioso da Sidouio Apollinare, * il pagano
vescovo di Clermont che, non potendo eleganza, sfoggiò lusso,
com’è de’barbari, ne’puoi epitalamii. Ma i 47 versi di Claudiano,
già molti, come han potuto allargarsi a 52 ottave ? Per la to-
pografìa del dolce regno, come per la descrizione degli alle-
gorici abitatori, s’ è aggiunta qualche tinta da’ Trionfi del
Petrarca.' Il giardin de’ Feaci «che nei versi d’Omero an-
cor verdeggia, B » e il georgico latino ove descrive le pian-
te, e il poeta delle metamorfosi ove di esse e de’ fiori narra
le origini, hanno ammirabilmente arricchito la flora e le fauna
del Poliziano. Il quale, a cantare come animali contrarissimi
1 Si. giatlr., I, 62.
1 Clnuilinnus, Spilli. Honor. Aug.
et Mar., 47 et seqq.
* Siilonitis ApolHnaris. Spilli, Rii-
rieii cl lOer., 14 et seqq.
1 Petrarca, Tr. Am. IV, 400 e
segg.
4 Homerus, Odyss., VII, 414 et
seqq.
• Algarotti, Episl., V.
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ANGELO POLIZIANO.
LI
fra loro di natura e d’ istinti vivano in miracoloso accordo
nel regno di Venere, ha certo avuto il primo concetto dalle
mitiche descrizioni dell’ età dell’ oro. E una ve n’ ha singo-
larissima nella seconda Selva il’ amore di Lorenzo de' Medici ;
fra la quale e le Stanze è in certe descrizioni e similitudini
sorprendente la somiglianza : a modo di esempio, la compa-
razione della tigre a cui sono portati via i figliuoli, celebre
in mólti poeti latini e che messer Angelo imitò specialissi-
mameute da Claudiano 1 * * e da messer Angelo l’ Ariosto,5 è
pure con le stesse rime nella Selva del Medici. Qual prima
fosse scritto de’ due poemi, non è certo ; ma è certo che Lo-
renzo avanzava di qualche anno il Poliziano, ed è probabile
che il cliente volesse lusingare il patrono imitandone la poe-
sia, come fe il Pulci nella Deca da Decornano. A ogni modo,
per un altro argomento delle novità dal Poliziano portate
nella poesia del suo tempo, si paragonino alle lor sorelle della
Giostra queste ottave del Medici.5
« E si polca vedere iu una sloppia
Col lupo lieta star la pecorella.
Senza sospetto I’ un dell1 altro in coppia ;
Non fero il lupo allor, non timida ella.
Nò la volpe era maliziosa e doppia:
E non bisogna clic la villanella
Pei polli tenga ’l boto! clic la cacci;
Ma par, se pur vi vien, festa li facci.
La lepre e 'I bracco in un cespuglio giace;1
L’ un non abbaia, e I' nitro ancor non geme.
Tra il veltro e ’l cavriol e ’l cervo è pace.
Nè alcun ne' piè veloci spera o teme :
Scherzai» tra lor, e provocai- lor piacè
Talor l’un l’altro; C, se corrono insieme.
Non corron per fuggire il fiero morso
Ma sol per superar I’ un 1’ altro in corso ...
Non era ancor nel petto de’ mortali
Di carne saziar la fera voglia.
Pel nutrimento diventinm bestiali,
Cile il sangue uman di sua natura spoglia:
Quinci guerra è Ira l’uomo. e gli animali:
1 Claiidiauus. Rupi. Pro*., Ili, 263
et seqq.
1 Ariosto, Ori. fur. XVIII, 35:
1 L. de’ Medici. Srlr. d' am.. Il;
pag. 207 della ediz. Barbèra, tS.it).
* Cfr. Si. qìostr., I, SS.
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MI
ANGELO POLIZIANO.
Quinci fugge lo uccel di logliu in fogli»,
_ E si lamenl» con picloso strido
Quando non trova i cari figli al nido.
Non si sentiva il doloroso belo
Della madre che perde il caro agnello:
La vacca non empieo ili mugghi il cielo,
Tornando senza il figlio dal macello.1 * * * >
Ma chi di questi paragoni si diletta e vi studia le diverse
sembianze del sentimento e del costume letterario d’ un se-
colo ricerchi anche nel Morgante le 42 ottave del canto XV
ove si descrivono le classi e gl’ individui del regno animale
come sono contesti nel prezioso padiglione da Luciana do-
nato a Rinaldo. Ora: questo amore alla descrizione, quasi scien-
tifica, quasi a catalogo, delle produzioni diverse della natura,
animali, piante, fiori, pietre preziose, è egli una ricordanza
o come uno strascico della tradizione del medio evo ? il quale,
mentre considerava la natura con lo stupore del fanciullo e
il terror del selvaggio, preso a mano dalla magia e dall’alchi-
mia fu di su le soglie della curiosità naturale ove si presenta
la scienza trasportato' nei penetrali della poesia ove delle
percezioni imperfette si ricompongono i fantasmi : onde pro-
vennero i tanti bestiarii della poesia francese del secolo XII
e XIII,5 primi elementi del roman de renarte di La Fontaine:
e i trattati su la virtù delle pietre preziose, tradotti poi nella
poesia allegorica dell’ autore dell’ Intelligenza , ' e che sì gran
parte ebbero ne’ palagi incantati de’ poemi romanzeschi del
secolo XVI. 0 sì veramente quell’ ardore di mettere in mo-
stra a ogni poco quasi l’inventario delle produzioni naturali
fatto dalla fantasia più che dalla scienza era egli un presen-
timento del mondo antico itr presenza allo scoprimento del
nuovo; il quale con la sua fecondità portentosa dovea di gran
lunga avanzare quanto avevano di bello di ricco e di orribile
immaginato i filosofi i poeti ed i maghi della Grecia e dei
mezzi tempi ?
Alla descrizione del giardino seguita quella del palagio di
1 Cfr. Si. gioì ir., I, 20. 21.
* Per esempio, di Philippe de
Thuuu.
s /.' Intelligenza, poema attribui-
to a D uo Compagni ; in Ozanain.
Doni in. inai, pour scriir à l'Iiitl
tilt, ile l’it., Paris, Lecoffre, Ì850
[Le ir» tanta pietre della corono].
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ANGELO POLIZIANO.
LUI
Venere e specialmente degl’ intagli che adornan le porte. E
già questo ricorrer della poesia alle arti sorelle, che comin-
cia negli scudi di Achille 1 e di Ercole 1 imitati poi in quel
d’ Enea3 da Virgilio che pure sa muover le lacrime su la
morte di Troilo dipinta nel tempio di Cartagine,4 era natu-
rale presso un popolo tutto spontaneo intendimento dell'arte
come l’ italiano : quindi sin dalla fine del duecento l’ autore
del poema in nona rima per epilogare le imprese romanze-
sche di tutti i cicli le pone istoriate nelle pitture e negli in-
tagli del palagio della Intelligenza; ' e chi non ha a mente i
versi ove Dante raccoglie da tutta la storia allegorie morali
per iscolpirle con la sua penna, fiera come lo scalpello di Mi-
chelangiolo, nei balzi del purgatorio? 8 Se dunque di questo
bello artificio si erano giovati i contemporanei di Niccolò,
di Andrea, di Giotto; ben doveva esso arridere alla fantasia
d’ un poeta del secolo che si aprì col Ghiberti e con Dona-
tello. E da vero che in cotesti intagli più che altrove mai si
dimostrò il Poliziano artista di stile ammirabile. Esiodo e
Ovidio, gl’inni omerici e gli epigrammi dell’Antologia, Teo-
crito e Mosco gli prestano, è vero, le linee elementari ; ma
come non le riempie egli, per cavarne qua una scena bac-
chica ove l’ endecasillabo tumultua salta e barcolla come i
satiri ebri, là un ratto di Europa ove geme come le com-
pagne della vergine fenicia rimaste su’l lido; spirando di
per tutto verità e vita la rima del quattrocento, come
l’ opera di disegno più miracolosa del secolo di poi ! Altrove
la penna del poeta par cangiata nello stilo greco, e che egli,
futuro divinatore della potenza di Michelangiolo a cui se-
dicenne suggeriva la pugna di Ercole co’ Centauri," stu-
penda prova del titano fanciullo, dalla sua cameretta voglia
quasi contender con Fidia e con Prassitele a scolpire la pura
imagine della Venere anadiomene, come già Virgilio avea
conteso co’ tre scultori rodiani a rappresentare in carta il
* Homerus, II., XVIII, 478 et sec[|.
! llesiodus, Seul. Ilei'*.
5 Virgilius, Vili, 626 et
SC.|q.
k Virgilius, /En., I, .466 et segg.
* !■’ Intelligenza , eilil. cit. Fu di
l'OUIIA.IO.
recente ristampimi ila G. Duelli in
.Milano nella Oiblinleca rum.
D ulie, Purg., X, 31 e segg. ;
XII, 16 e segg.
Vasari, Vito di MichcUmgiu! ■>,
in prjnc.
d
v
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I.IV
ANGELO POLIZIANO.
faticoso e terribile gruppo del Laocoonte. E di tale onore
reso dall1 arte della parola a quella del disegno sembra che
Raffaello volesse rimeritare il Poliziano, quando da1 versi di
lui traducea ne1 suoi colori la bella Galatea del palazzo chi-
giano.1
Uscendo del lungo episodio e rivenendo alla materia epi-
ca, il ritorno di Amore al regno di Venere e i vanti di lui e
le lodi e i consigli della madre e la spedizione dei piccoli
Amori a destare nei cuori giovanili l' ardore delle giostre
|I, 121-11, 21] son tutti espedienti imitati da’ poemi epitala-
mici dei latini, nei quali eran solenni queste cure e viaggi e
consultazioni di Venere di Cupido d’ Imene per conciliare gli
amori e le nozze ; tanto che dopo Stazio, che primo gli mise
in giuoco,’ tutto n' è pieno, da Claudiano 1 fino a1 4 tre santi
vescovi, Sidonio Apollinare, ^Felice Ennodio,5 Venanzio For-
tunato.6 E forse da questa rassomiglianza della Giostra con
gli antichi epitalami e dall’accenno agli amori di Lorenzo
nel lib. II avvenne che il Varillas, confondendo le sue ricor-
danze e dove non si ricordava inventando, con la franchezza
onde molti della sua nazione mascherano l’ ignoranza delle
cose forestiere, nomina un epitalamio composto dal Poliziano
in versi degni del secol d' Augusto per le nozze di Lo-
1 Dolce, Ditti, tifila pili., pag. 53 j
Milano. Daclti, i$63.
2 Stnlius, Sylv ., I, ii, 51 et seqq.
* Claudionus, Epith. Honor. Awj.
et Mar., 1)7 et seqq.
4 Sidon Apollinaris, Epith. Ru-
rio. ri ther., 53 et seqq.
5 >1. Felix Ennodius, Epith. dì-
cium Mgxìuio, v. 53 et seqq. Co-
stili, vcspovo di Pavia e santo, co'i
fa parlare ad Amore intorno alla
virginità nel senso cristiano :
u Perdidimus, genitrix, virtutis premia rostri».
Iam nusquam Cytherea sonai ; ridetnr Antonini
Fabula, nec proles nascenti sufficit rovo.
Frigida consumens multorum possidet artus
Virginità» fervore novo: sublimi» carnem
Vota doninnt, mundus tenni vix nomine constat.
Primevi tremulo» factis imitantur ephebi :
Rara per immenaos swclorum. respice. campo»
Coniugii messisi per tìores sola vctustis
Exserit albentes ieiuna et pallida canoa.
• Una fides, rerum nulla dulcedine flecti,
Et, si quid teneros potuit transducere moras,
Preceptis calcare malia : aervatur nhiquo
lnstitiuin ; culpa est thalamos nominasse pudico. «
6 Venautiu< Fortunatus, Poematum, V, i, 2».
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ANGELO POLIZIANO.
r.v
renzo de' Medici con Clarice Orsini,1 * * 4 e il Menkenio con la
dabbenaggine d’ un tedesco erudito perde il tempo a ri-
cercar le tracce di quell’ epitalamio.* Del resto nel congresso
di Amore con Venere l’ autor nostro si tenne stretto a Stazio
ed a Claudiano, se non quanto gli avanzò d’ eleganza. Come
pure dall’ invio d’ Iride alla casa del Sonno ordinato da Giu-
none nelle Metamorfosi,1 se non dalle più solenni fantasie epi-
che,* imitò il moversi di Pasitea per ingiunzione di Venere a
mandare i sogni che con le loro imagini destino in Giuliano
la voglia di mostrarsi armato nel campo [II, 22-26]. Più ori-
ginale ma senza attrattiva, se non dove a rappresentare la
vicina morte di Simonetta conferiscono Virgilio con la serena
tristezza della sua Euridice5 e Dante con i portenti apocali-
ptici della Vita nuova* è la visione di Giuliano [II, 27-38]. Con
la quale e con T orazione a Pallade di lui che svegliato si pre-
para all’ armi finisce [II, 38*46] o, meglio, è interrotto il poema;
o sia che il poeta stesso disperasse e s’ infastidisse dell' argo-
mento tutto encomiastico e descrittivo; o sia da recarne la
causa al pugnale del Bandini che luccicò terribile fra 1’ enco-
miato e P encomiatore. Angelo allora porse la mano allo /stilo
deir i storico , come dice il Del Lungo, e quindi anche un poco alla
cetera d’ Orazio. E perchè l'ode a Gentile vescovo d’ Arezzo è
quasi il compimento della Giostra ; e perchè a giudizio del lati-
nista Fabbroni « può stare a confronto delle bellissime del can-
tor di Venosa;7 » e perchè chi ha letto la biografia del Poli-
ziano scritta in elegante latino dal Donafous non pianga col
benemerito Francese la perdita del carmen de lidia ni cade;'1
eccoti, o benigno lettore, sotto gli occhi quella ode o carme che
voglia dirsi;
> Gentile*, animi maxima par* mei,
Communi niminin sorte quid ongrris!
Quid curis animimi Itignbribns Ieri*,
El me discrucius simul!
1 Varillas, Anctd. de Florence, I. I,
pag. 40; La Haye, 1684.
4 Mcnckrnius, l)c viti Any. Voi.,
pag. 38.
* Ovitl i us. Melant., XI, 583 et
4 Homerus, lliad.. II. in princ.
4 Virgilio*, Georg , IV. 49G. Con
franta la Giostro, st. Il, verso 33.
6 Oolite, Vili Suora, § xsiii.
Cfr. Ii'onlrn , ||, 34.
’ Eabbroni, Mogio del Poliziano ,
Parma, 1800.
s Bonafuiis, De .1. P. vita ce.,'
cap. XXIII.
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L VI
ANGELO PÓLIZIANO.
Passi digua quidem perpetuo smini?
Lucili ; qui medi i s, lu u miseri, sacris
Illuni illuni iuvenein vidimus, o uefas,
Straluni sacrilega inalili.
At soni attonito quse ilare pectori
Solameli va leu ut plurima : noni super
Est qui vel gremii» crcveril ili tuo
Laurcns, Etruriae caput :
Laiirens quelli pali-ire caclicoliiin pater
Tutum terrifica gorgone presti lii ;
Quelli tuscus pai-iter quein venelus leo
Serrani et ilraeo penigli,
liti bellipolens excubat Hercules,
■ Ili faliferis militai nrculius;
lllis mittit equos Francia niartios,
Telix Francia regibus.
Circunislant popiitus niurmure dissono,
Circiimslant iuveiiem purpurei palres.
Causa vinciinus et robore niilituni.
. li IO stai lupiter, liac favet.
Quare, o rum misera quid libi urenia,
Si nil proHcinius ? quia potius gravi»
Abslersisse liono Uetitur die
Auiles nuli! In pecloris?
Nani, euin ioni geliilos umbra rcliquerit
Artus, non dolor liane perpctuiis retro
Mordoccsve trabunt sollicitudiues
Mentis curai|uc pervieni.1 *
Certo il lettore avrà notato quel Felix Francia regibus; de-
siderio a un tempo e rimpianto. In materia almeno di re la
Francia non era più barbara per messer Angelo ; a cui non
doveauo attalentare di molto le città tumultuose ed instabili,
uve un bel giorno ai colpi menati di sotto mano alla libertà
dagli ambiziosi e dai tiranni i cittadini rispondono con colpi
di pugnale o al meno al meno di pietre. I siletizii del dispoti-
smo si affanno meglio tigli ozii delle Muse, secondo una co-
• mane sentenza dei letterati di corte.
Ma che le Stanze venissero così presto interrotte, io
non saprei poi farne tante querimonie. Se il poeta negli
altri libri si fosse lasciato andare, come portavaio la na-
tura sua, a quelle lungaggini che nella materia dilettevo-
' Pulilianus, Fptgram. Iti.
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* ANGELO POLIZIANO. LVII
lissima del primo si comportano volentieri, non so che sa-
rebbe avvenuto della sua fama: un giuoco d’armi del resto
descritto dal classico messer Angelo, posto pure che ei non
discendesse mai alle volgari enumerazioni di Luca Pulci, si
può tener quasi per certo che non avrebbe retto al confronto
dèi combattimenti dell’ Ariosto e del Tasso, b^n altri mae-
stri di arme e con altri eroi tradizionali alla mano. Un pa-
negirico in più canti saria stato un noioso poema di più, letto
soltanto dagli eruditi ; e già nel secondo libro la poesia scade
in paragone del primo. Mentre, così com’ è, quel frammento
è di fama quasi popolare, e in opera di stile sta veramente
fra le rarissime preziosità delle lettere nostre. Non ha l’ al-
tissima perfezione delle Georgiche e nè men quella dell’ Amin-
ta; poemi ambedue che segnano il colmo del buon gusto nelle
due età più polite della doppia letteratura d’ Italia. Oltre le
più rilevanti sconvenienze nell’ imitazion generale e nell’or-
ditura del poema che dal fin qui discorso dovrebbono risul-
tare a bastanza, qualche piccolo difetto di versificazione e di
stile è pur notato nelle Stanze. Altri vi riprende il frequente
uso degli sdruccioli, basso suono in grave argomento : ma a
cui ne’ suoni cerca anzi tutto la varietà, a cui le rime sdruc-
ciole piacciono a’ lor luoghi in Dante e nell’ Ariosto, piace-
ranno anche nel Poliziano. Altri torce il naso a certe desi-
nenze in orono delle terze persone plurali dei perfetti, e ap-
punta messer Angelo che egli imitasse gli antichi più che ad
elegante poeta si convenisse : dovea piuttosto accusarlo che
egli scrivesse la lingua parlata al tempo suo, perchè allora
non era ancor l’ Italia, grazie a Dio, caduta sì basso, che ci
fosse questa maladizione del dovere imitare anohe la lingua.
Con più ragione è ripreso di parecchi latinismi; ma nè pure
ai migliori è concesso scuotere in tutto il giogo del proprio
secolo ; e di qualche ridondanza a danno dell’ efficacia e della
proprietà ; e di pochi sgradevoli accoppiamenti di suoni ; e
della sconvenienza di certe imagini, come là dove assolili- «
gliò i pargoletti Amori ad altrettanti galeotti [II, 2].' Ma
' Per lulli questi appunti voli 5 12 ; c «lisi. III. c. IV. § I, c c. Vili,
Quadrio. Slnr. e rag. d' ggui pne»., J 2 ; c «lisi. IV, cap. I, 2, e
v. I, I. Il, disi. I, cap. I, S 1 ; e c. Il, cap. Ili, § G.
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LVIII
ANGELO P0LIZI4.N0.
il carattere speciale dello stil della Giostra è in questo,
che posto l’ autore tra il finire di una età letteraria pri-
mitiva e originale cosi nell’ inventare come nello esprimere
e ’l- cominciare d’ una età d’ imitazione e di convenienza
tiene del rozzo e del vigoroso dalla prima come dell’ ag-
graziato e del morbido dalla seconda. Gli ultimi vestigi della
prima età scompariranno mano' a mano più sempre nelle
Api del Itucellai, nel Tirsi del Castiglione, nella Coltivazione
dell’ Alamanni : la seconda poi risponderà tutta pura nella
Xinfa tiberina del Molza e nello stupendissimo Aminta : la
Giostra apre la serie. Del resto quel misto di grazia e di for-
za, di finezza e d' ingenuità, conferisce non poco alla origina-
lità nell' imitazione che niuno può disdire al Poliziano. La
quale io credo che sia anche aiutata dal metro che il poeta
si elesse. Portar tanta ricchezza di rimembranze e d’ imita-
zioni nell’ ottava, non veramente fino allora nobilitata, era
un dissimularla : più, coi varii ondeggiamenti e movimenti
d’ armonia che primo il Poliziano fece prendere a quel metro,
giunse a ricoprire i suoni diversi dell’ esametro antico e della
terzina e della canzone che pure dalle molteplici imitazioni do-
vevano emergere. E questo del perfezionamento dell’ ottava
è vanto singolarissimo del Poliziano. Prender l’ ottava, diffusa
e sciolta quale lasciolla il Boccaccio, che nato gran prosatore
e specialmente narratore la segnò troppo della sua impronta :
stemperata, quale dal Pucci in poi 1’ avean ridotta i poeti
popolari ; rotta, quale dal dialogo delle rappresentanze era
dovuta uscire; aspra in fine e ineguale, quale sotto il rude
piglio del Medici, tiranno anche delle rime, avea dovuto
farsi per divenir lirica ; prenderla, dico, in simili condizioni,
e con 1’ unità d’ armonia darle il carattere metrico suo pro-
prio che ha poi sempre conservato, mettervi dentro tanta
varietà concorde, vibrarla, allargarla, arrotondarla, disten-
derla, imporle il raccoglimento del terzetto e l’ ondeggia-
mento della stanza, la risolutezza del metro finito e la
fluidità del perenne, farla eco a tutti i suoni della natura e
della fantasia, dal sussurrare delle piante, dal gemere del-
P aure, dal canto dell’ usignolo, fino al tripudio bacchico,
alla foga della galea, alla tromba di Megera ; e ciò un gio-
vine, e da sè solo senza predecessori; mentre a condurre la
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ANGELO POLIZIANO.
1,1 \
canzone e il sonetto alla sua perfezione dai tentativi di Fe-
derigo II e Pier delle Vigne occorse un secolo e due scuole
diverse, di Guittone e del Guinicelli, e in fine due uomini
come l’ Alighieri e il Petrarca : ciò per me è un miracolo
più grande che non sarebbe 1’ avere il Poliziano scritto le
stanze a quattordici anni, e tale che, ove ogni altro argo-
mento mancasse, attesterebbe la gran facoltà poetica, almeno
esterna, del mio autore. Al Giordani il verso del Poliziano
qualche volta pareva duro ; ' nè io il negherò, recandone pure
al secolo la cagione: ma certo non è mai dura l’ottava, la quale
pare a me che raccolga le due doti diverse di quella dell’ Ario-
sto e dell’ altra del Tasso : grave e sonora, ma non tornita e
rimbombante come la seconda ; libera e varia, ma non sover-
chio disciolta come la prima ; 1’ ottava del Poliziano, dov" è
proprio bella, supera a parer mio, quelle de’ due grandi
epici ; è 1’ archetipo dell’ ottava italiana.
Dopo tutto ciò non si aspetti il lettore che io gli riferisca
i diversi giudizi dei critici su le Stanze per la giostra: i più
altro non sono che ripetizioni delle stesse forinole, fe tutti
forse li comprende quel del Giraldi: « Furono le prime che
comparissero degne di loda e che portassero con esso loro
spirito e grandezza poetica. Per le quali merita più lode
forse esso Poliziano che per gli altri versi che nella lingua
latina scrisse, ov’ ebbe de’ pari e de’ superiori ne’ tempi suoi :
ma non ebbe egli uno che nelle stanze di gran lunga gli si
potesse appressare; di tanto avanzò egli ognuno che insino
a’ suoi tempi aveva scritto, accompagnando in guisa l’arte
colla natura e le sentenze colla elezione delle parole quanto
pativa l’età nella quale egli scrisse, che, ancora che nelle
descrizioni e negli episodii si diffonda più del giusto, cosa
che forse avrebbe corretta se avesse finito l’opera, riuscì me-
raviglioso.1 »
Intorno all’ Orfeo sarà men lungo il discorso ; avendo esso
con le Stanze una medesima elementare composizione e un
egual processo d’imitazioni. L’autore, che volea condannata
T opera sua al fine del protagonista, ad essere lacerata, dice
' Giordani, Lell. al March, ili Maturane, 14 febbr. 1 808 ; A|i|icnd. alle
Oj>cre, Milano, Sanvilo, 1862. 1 C. Giraldi, Dite, romani., 48.
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LX
ANGELO POLIZIANO.
averla composta a requisizione del reverendissimo cardinale
mantovano , in tempo di due giorni, intra continui tumulti.' Ciò,
secondo le ricerche del Bettinelli, 1 * * 4 dovette essere del 1472 ;
quando il Cardinal Francesco Gonzaga venne da Bologna,
ov’ era legato apostolico, in Mantova, e v’ entrò in tutta la
pompa della nuova dignità il 22 d’agosto, « coir trionfi et ma-
gnificenzie fatte in quell’ anno c nel seguente, con maghi pa-
sti e cene. » Così il contemporaneo Schivenoglia citato dal
Bettinelli. Il quale dal non ricordare il cronista nelle venute
successive del cardinale a Mantova altre siffatte magnificenze
deduce che l’ Orfeo fosse una di quelle feste del 1472 : un
po’ lestamente, a dir vero. Non però sono molto gravi le dif-
ficoltà opposte dal 'rimboschi. :i Il cronista mantovano, os-
serva il Tiraboschi, afferma che il cardinale Gonzaga fece la
solenne entrata del 1472 in compagnia dei Fichi : ora Gio-
vanni Pico nel 72 contava nove anni ; inverosimile che un
fanciullo facesse parte dell’ accompagnamento. Ma anzi tutto il
cronista mantovano nomina i Fichi e non Giovanni Fico ;
poi, deto pure che non vi fossero i Fichi, ciò non porta che
non vi fosse il Poliziano e non potesse scrivere F Orfeo. Fure
il Poliziano non aveva allora, seguita il Tiraboschi, che di-
ciotto anni : come potea essere trascelto a comporre una
azione teatrale ? come poteva sì felicemente riuscirvi ? Ma
che ? l’ omerico giovinetto il quale traduceva già l’ Iliade,
che l’ anno di poi doveva scrivere l’epicedio dell’ Albiera, che
presto avrebbe improvvisato in greco e in latino fra la calca
e passeggiando,* che passeggiando avrebbe dettato in pochi
giorni la versione d’ Erodiano, s non sarebbe riuscito a com-
porre nella lingua materna, congegnando le ricordanze declas-
sici che più gli facevano a.1 caso, una favola sì semplice come
l’ Orfeo massime nella prima lezione ? E perchè non poteva
essere trascelto a comporla, egli toscano, scolare del Landino,
1 Poliziano, Irti, al Canale [ire •
posta all’ Orfi-o.
1 Bettinelli, Orile lei/, e dell9 orti
mantovane , Disc. I e noi;» H.
* Tiraboschi. St.lett. il al., MCCCC-
JID. 1. 111. c. Ili, $ XXXV.
4 Ricorditi l’rpigr. Ialino pel ri
torno di Lorenzo. e vcdttei fra i greci
quello che Ita per argomento • .TL -
dein Rcparalaì inambulans nniicis
stipntus luec compositi ex tempore. »
* Polinomi*, Efiist. Amlr. Magna*
ìi imo clic precede la versione latina
di Erodiano.
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ANGIOLO POLIZIANO.
I.XI
diente dei Medici, con bella fama di poeta nelle due lingue
dotte e nella volgare ? Certo è ad ogni modo che la compo-
sizione non può rimandarsi oltre il 1483, in cui il Cardinal
Gonzag* morì : sì che, essendo le Stanze composte nel 78 o
almeno dopo il 76, ne viene che 1’ Orfeo, il quale tanto fedel-
mente ne riproduce i modi e lo stile, di poco le precedesse o
seguisse, ed ei riman sempre il primo vero tentativo dram-
matico italiano d’ argomento non sacro.
Perocché le Rappresentazioni, cioè a dire i drammi del tem-
po, per quanto non vi mancassero le parti comiche e profane
anzi v’ahondasse la satira, mal sapevano ancora staccarsi
dalla chiesa, culla, presso ogni nazione, del dramma. Non che
le tradizioni del teatro civile fossero spente in Italia ; ma gli
esperimenti non furono mai altro che letterari, e si facevano
in latino. Così andarono perdute per la nazione, lasciando
dell’ Achilleide, la Ezzellinide d’ Albertino Mussato, argo-
mento nazionale conformato esternamente al modello di Se-
neca ; e, qualunque siasi, il dialogo in prosa su la ruina della
città di Cesena [1351 1 il quale nei manoscritti è attribuito al
laureato Francesco Petrarca e i dotti vorrebbono dare a Co-
luccio Salutati ; ' e la tragedia che Giovanni Mangiai della
Motta afferma aver composta su ’l caso di Antonio della
Scala, quando gli fu tolto il dominio di Verona ; 4 e l’ altra in
cinque atti ed in giambici di Lodovico da V ezzano su ’l so-
stenimento e ’l supplizio di Iacopo Piccinino ordinato da Fer-
dinando I aragonese [1461], nella quale più che le mutazioni
della scena sarebbe curioso a vedere il colloquio fra il re ed il
boia,” messi a un egual grado come presso a poco avrebbe poi
desiderato il De Maistre; e in fine la Historii boetica, cioè la
presa di Granata narrata a dialogo in prosa latina da Carlo
Verardi e rappresentata a Roma in casa del cardinale Raf-
faello Riario nel 1492, dove nello stesso anno fu recitato an-
che il Fernandus servatile pur ideato dal Verardi e steso in
esametri dal nipote di lui Marcellino.* Rappresentazioni que-
* Giudici, Si. del lenirò in Italia,
CB|). VI, $ 7, n- 1.
! Tirabusciò, Si. leu. il., MCCC-
CCCC I. Ili, c. in. § xxv.
5 Napoli Siunorclli, S(. crii, de' tea-
tri, III, 62 La tragedia del ila Vcz-
zauo è manoscritta nell' Estense.
* Ambedue sono a stampa. Vedi
Tiraboschi, MCCCC-1ID, I. Ili, c. tu,
8 XXXI.
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I.XII
ANGELO POLIZIANO.
ste di avvenimenti storici e. che più rileva, contemporanei,
come in italiano non seppero poi farne, o male, i drammatici
posteriori. Ricorclansi commedie morali ed allegoriche, ma
pure in prosa latina, incominciando dalla perduta ifi iloloffia
che il Petrarca giovine scrisse per sollazzare il cardinale Co-
lonna, ’ e discendendo per una commedia di Pier Paolo Yer-
gerio ad iuvenum more* corrigendo s* e per la Philogenia
d’ Ugolino Pisani di Parma scritta circa il 1430 7 sino a un
quasi contemporaneo del Poliziano, Batista Alberti che ven-
tenne compose il Philodoxos con eleganza bastante a farlo
credere anche dall’ Aldo opera d’ un Lepido comico antico. 1 * * *
Men lontane per l’ argomento dalla commedia propriamente
detta par che fossero la Polissena di Leonardo Bruni,5 la
Fraiuliphila d'Antonio Tridentone di Parma6 e i Lustis
ebriorum di Siccio Polentone tradotti poi in prosa italiana e
col titolo di Catinia stampati in Trento nel 1482.7 Ignoi'o
qual sia propriamente l’argomento dell’ Armiranda di Gian
Michele Alberto da Carrara divisa in atti e scene e che in
una didascalia alla foggia classica dicesi recitata « Ludis Me-
galensibus, Calixto III sacerdote max., Friderico III caesare,
Francisco Foscareno Venet. duce, Benedicto Victurio et Leo-
nardo Contareno Patavii prtetoribus : 8 » ma certo d’ argo-
mento mitologico è la Progne di Gregorio Corraro morto
nel 1466, edita in Venezia nel 1558 e indi a poco dal Domeni-
chi volgarizzatore spacciata per sua.” E in Mantova, ove
il Corraro giovinetto di 18 anni scriveva la Progne latina, 10
Angelo Poliziano, su la stessa età, pochi o niun forse cono-
scendo degli esperimenti anteriori, gittava nelle forme ita-
liane della sacra rappresentazione 1’ Orfeo ; primo passo a
rendere secolare il dramma. Al che, presso un popolo che del
1 Peli-arca, Fami!., II, 7; VII, 18.
! A. Zeno, Dittrrl. «<>*«., I, 59.
É manoscritta nell' Ambrosiana.
5 Tirabusciò, MCCCC-MD, I. Ili,
C. III. § XXIX.
* L B. Alberti, Opere v Iguri,
T. I ^Firenze, 1813], pag. cxx x,
e Oiicnrto proemiile di A Bj-
liucei.
5 Tirabusciò, I. c. Fu stempiila più
volle in Lip-ia su’ primi del sec. XVI.
6 AITÒ. Sri ili. pur uiìq , , II, 219.
7 A. Zeno, /Vfi/r (tir Fior/ senza ilei
Ftinluiiini , I, 358.
8 Tiraboscbi. I. e. Conservavasi nel
see. passato in Bergamo presso Gius.
Bcliramclli.
9 Tiraboscbi, I. c.
10 Bettinelli, n. G. al Disc. I Sulle
tellcro c le orli munlovnne.
i
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AXGEI.0 POLIZIA.NO.
LXIII
teatro civile non aveva notizia, le feste de' principi furono
necessarie o utili al meno.
Sia dunque, poiché degli Amori di Venere e Marte del
Medici 1 2 3 non avanza che un frammento nè potrebbesi d’al-
tra parte accertarne l’ anteriorità, e poiché non sappiamo che
sia il lemsale composto in volgare dal tragico Leonardo Dati
pel secondo certame coronario di Firenze/ sia dunque fra le
altre lodi d’ Angelo Poliziano anche questa dell’ aver fatto
secolare il teatro. Ma, se la si vuole esagerare tino a ricono-
scere nell’ Orfeo il primo esempio del dramma propriamente
detto, si corre pericolo di cadere nel falso. Potrete, e per
P argomento patetico e per la catastrofe e per la divisione
in atti nella lezione dell’ Affò, chiamarlo tragedia. Potrete,
per la parte che v’ hanno i pastori e le driadi, chiamarlo fa-
vola pastorale e considerarlo come l’ antecedente dell’ Aminta
e del Pastor fido. Potrete, per la canzone di Aristeo e pe’cori
delle ninfe e delle baccanti, vantarlo il primo melodramma : a
e un maestro di musica, il signor Germi, potrà vestirlo d’ar-
monie, aprendo forse un nuovo campo o uno obliato ria-
prendone all’ arte sua. E il signor Giovan Battista Mameli,
a cui debbo questa ultima notizia/ avrà ben ragione di am-
mirare la creazione di certi caratteri e la sapienza della fa-
vola ; nel terzo atto, il satiro MnesiUo, abbozzo di quelle
figure le quali aspettavano intiera vita da Shakspeare, nè
uomo nè bruto, che, ammirando in principio lo ingegno e
rinnegandolo poi perchè noi può seguitare, rappresenta
il volgo degli uomini ; nel quarto, spettacoloso e insieme
commovente, Orfeo in presenza della morte, come l’ arte
umana dinanzi alle forze della natura, con l' illusione della
vittoria, sin che Tesifoue, la realità, non sorga a folgorarlo
col vero * Più non venire avanti ; anzi il piè ferma ; La
legge dell’ abisso è immota e ferma ; » nel quinto, 1’ uomo
1 L. de’ Medici, Poesie ; Barbè-
ra. 1S59, pag. 2óó.
2 L. B. Alberti, Detta trnnq, del-
Panimn ; Opere, l. I, ed. cit. La
tragedia dei Dati si dice esistere nelle
Biblioteche di Firenze.
3 Idee tulle dei critici del sec. pas-
sato. Vedi la pref. dell’ AITÒ AVOrfeo.
4 Notizia e giudizi! del sig. Ma-
meli ricavo da un ms. da lui in-
viato alla Direzione drl Pnliiiano,
giornale clic pubbl ica vasi in Firenze
nel 1859: il qual ms. ritrovai tra i
Togli di quel periodico di breve vii».
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LXIV ANGELO POLIZIANO.
che grande d’ ingegno e di sventura si separa dal consorzio
umano, apparendogli questo come un baccanale , e ne
rompe le leggi, e la società, la quale, attingendo la vita
e il piacere da ciò che è principio di dolore a certi uomini
fatali, quel loro dolore non intende e del loro disprezzo
si vendica; e la vendetta, atroce e orribile nel modo, è
pur giusta "e legittima. Tutto ciò sarà vero e bello: e nel-
T Orfeo un occhio acuto scorgerà elementarmente i varii ge-
neri del dramma. Ma non però cessa 1’ Orfeo di essere in
sostanza una rappresentazione : e come tale, invece del pro-
gressivo svolgimento dei caratteri e del loro contrasto, non
altro dà che una narrazione in dialogo, la quale, dove la
passione cresca, assorge alla lirica ; e del fatto non è colto il
momento supremo per raccogliervi intorno le circostanze
secondarie, ma è cronologicamente esposto in tutte le sue
parti ; e la scena è immobile, e, là dove Orfeo prega dinanzi
alle porte dello inferno serrate e Plutone con Proserpina
consultano al di dentro, è duplice e parallela : delle unità di
luogo e tempo non è pur da parlare. La differenza tra 1’ Or-
feo e P altre rappresentanze è in questo, che il Poliziano alle
storie de’ due Testamenti e alle leggende ha sostituito la
egloga ; v' ha portato maggior poesia di forma e di stile,
non però maggior verità o passione fi dialoghi tra padre e
figlio nel Sacrificio d’ Abramo e certi luoghi della Stella val-
gon bene gli eleganti lamenti del poeta trace), e più varietà
di metri per segnare il passaggio da una condizione di per-
sone a un’ altra da uno ad altro affetto ; ha dato larga
parte alle formo liriche, trattate del resto da gran maestro.
Ma dunque, mi si opporrà, tu non fai nessuna differenza
tra il rozzo Orfeo delle vecchie stampe e 1’ Orfeo più culto
più ragionevole qual fu pubblicato dall’ Affò ? non rifiutando
P uno o T altro, come spieghi questa duplicità d’ un medesi-
mo componimento , queste due diverse lezioni ? L* una e
l’ altra lezione sostanzialmente sono una stessa cosa, una
rappresentazione ; se non che nella seconda riconosco qual-
che variazione e qualche novità puramente accessoria. Io
non credo col padre Affò 1 che 1’ Orfeo quale è nelle antiche
1 AITÒ, prefu*, all* Orf in, da noi ristampala 'limami al secondo Orfeo.
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ANGELO POLIZIANO.
LXV
stampe e nel codice cliigiano sia un raffazzonamento di taluno
che avendo avuto parte o essendo intervenuto alla recita tra-
scrivesse varii pezzi e gli accozzasse a caso, surrogando del
proprio ove la memoria falliva. Perchè a cui consideri 1’ Orfeo
come una rappresentazione non faran quel gran caso che al
padre Affò certe incoerenze e sconvenienze che ei va notando
sottilmente nell’ antica lezione. A me già non fa caso nè pur
che Orfeo venga fuori con la lira in mano a cantare per bocca
dell' attore Baccio Ugolini in un’ ode saffica le lodi del car-
dinale di Mantova. Quando il dramma è fatto per le feste
dei potenti nè altro diventa il teatro che un’ appendice della
corte, usò sempre che un dei personaggi, mitologico o sto-
rico o di qual tempo si voglia, faccia qualche allusione o in-
dirizzi apertamente qualche tronfia adulazione al monarca,
massime su ’l fine nella licenza. Tali anacronismi e sconve-
nienze non offendono il buon gusto nè pur de’ più schivi
poeti delle età regolari, ed abbian pur nome Molière Ra-
cine Metastasio Monti ; allorquando 1’ unico ascoltatore in
cui tutto converga è Luigi XIV o Maria Teresa o Napo-
leone. Il Poliziano aveva a quei giorni scritta un’ ode la-
tina pel cardinale di Mantova ; la festa era fatta pel car-
dinale di Mantova : per escusarsi presso i dotti d’ aver
composta una favola in stilo volgare e per fare ammirar
l’ ode a più numeroso uditorio, qual migliore occasione
del poetico personaggio d’ Orfeo a cui commetterne la de-
clamazione ? Dante stesso, oltre i versi latini sparsi qua e
là per la commedia, aveva messo un intero terzetto latino
nel VII del Paradiso. E gli angeli e i santi delle rappresen-
tazioni non spippolavano di quando in, quando in mezzo alle
ottave volgari versetti della Bibbia nel latino della Volgata ?
E nelle stesse rappresentazioni i dottori non erano intro-
dotti a parlare un barbaro latino e per di più rimato in
versi endecasillabi a foggia d’ ottava ? ' E nelle lettere fami-
liari non usavasi mescolare al volgar casalingo il latino più o
meno elegante delle scuole ? Altro è che una cosa non piac-
cia a noi del secolo XIX, altro è che non potesse stare nel XV.
Io m’ immagino i furiosi battimani e il mormorio di ammi-
1 Vedi la Rappresentazione dei selle Dormienti.
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I XVI
ANGELO POLIZIANO.
razione in che scoppiò il dotto uditorio, quando Baccio Ugo-
lini, vestito alla greca della bianca stola sacerdotale, col lau-
ro intorno al capo giovanile e la dotta lira alla mano, scen-
dea dal monte intonando con voce piena e concitata quei
saffici elegantissimi :
• • 'Curre Lini loto violenliis amilo,
0 saci'is Alitici celebrale Alusis !
Ecce Atieccuas libi mine Maroqiie
Comigit uni!
lumque vicinas libi subita! mula*
Ycl Padus limilo resonatis olore,
Qiiamlibet flenlcs animosus alnos
Aslraque iaclet. >
( ’on buona pace adunque del dottissimo padre Affò, io per
me ritengo che l1 Orfeo, qual è nel codice elogiano e in tutte
le vecchie stampe con sempre innanzi la lettera al Ca-
nale ove l’ autore significa il suo desiderio che la favola fusse
di subito non altrimenti che esso Orfeo lacerata, sia propria-
mente quello che il Poliziano in tempo di dui giorni in tra
continui tumulti compose. E con la fretta potrebbero, chi
volesse, scusarsi quelle mende che offendean tanto 1' Affò.
Ma, non ostante la riprovazione severa dell’ autor suo, V Or-
feo girò, e se ne sparse la fama : e venne tempo che fu
richiesto al Poliziano per rappresentarsi magnificamente
all’ occasione di feste in qualche corte d’ Italia. E allora
P autore tornò su 1’ opera giovenile, la ripulì, la variò, P ac-
crebbe : qualche sconvenienza che troppo saltava agli oc-
chi fu tolta via; l’ode pel cardinale, che non v! avea più
luogo, sparì e fu messo in sua vece l’ elegantissimo coro
delle Driadi : ma notate che non sparirono mica i versi la-
tini d’ Ovidio posti in bocca d1 Orfeo uscente dall’ inferno,
che altri anzi se ne aggiunsero da Claudiano : tanto è vero
che il latino non dava noia. Di ciò io suppongo che resultasse
la seconda lezione, 1’ Orfeo tragedia, tanto predicata dal bene-
merito Affò. Ciò dovette essere dopo il 1480, quando Pomponio
Leto in Roma facea dai suoi accademici recitare le commedie
di Plauto in latino, ed Ercole I duca di Ferrara si compiaceva
a veder rappresentati nel cortile del suo palagio i Menechmi da
sè stesso volgarizzati [148(5] e V Anfitrione voltato in terza rima
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ANGELO POLIZIANO.
LXVIt
ila Pandolfo Colleuucclo e la Casina e la Mostellaria pur in ter-
za rima da Girolamo Berardo, ed altre favole del comico Sarsi-
nate tradotte da Battista Guarino.1 E chi sa che il Poliziano
non l’acconciasse P Orfeo a punto in servizio della corte di Fer-
rara, tutta ardente dall’ 86 in poi per le classiche rappresenta-
zioni ? Darebbe cagione a sospettarne il fatto che ambedue i
codici i quali contengono la seconda redazione sono reggia-
ni, cioè del dominio estense. E così P Orfeo riuscirebbe sem-
pre più collegato con alcune delle favole, che tanto gli somi-
gliano per la forma esterna, composte pure in quel torno ad
istanza del duca Ercole e alla corte di lui rappresentate ; £
il Cefalo, a mo’ d’ esempio, di Niccolò da Correggio, diviso
per cinque atti d’ottava rima non senza qualche coro [1186];
il Timone cavato da un dialogo di Luciano e ridotto in
cinque atti di terza rima dal Boiardo; il Filostrato e Fan-
fila, che altro non è, mutati i nomi moderni in antichi, se
non il principe di Salerno ridotto pure in cinque atti di
terza rima con canzonette a guisa di cori da Anton da Pi-
stoia, e il Demetrio re di Tebe dal medesimo nelle medesime
guise versificato. A ogni modo, e nelle ricordate favole, e nel
Melandro e nel Riso scritti da Alessandro Caperano durante
il pontificato di Alessandro VI e intitolati Commedie, bosche-
reccia 1’ una, 1’ altra pastorale, e nel Filolauro atto tragico
di Bernardo Filostrato , e nell’ Amaranto del Casalio mi-
sta di ottava e di terza rima ; in tutto in somma quello ef-
fimero teatro d’ egloghe che occupò le due ultime decadi
del secolo XV e fu passaggio dalle rappresentanze sacre un
po’ meno ecclesiastiche, come il S in Giovanni e Paolo dei Me-
dici, alla Sofonisba del Trissino e alla Rosmunda del Ilucel-
lai ; 1’ Orfeo del Poliziano, che è certamente la prima favola
composta, dee avere avuto gran parte a determinarne il ge-
nere i modi la versificazione.
Ma non avvertita finora dai bibliografi e dagli eruditi è
una terza redazione dell’ Orfeo nel codice riccardiano 2723 ;
dove mancano l’ ode e i distici di Claudiano e di Ovidio,
1 Tirabosclii, I. c.. S xxxu. (trio, Sonia e ragione d' ogni poi-
1 Per tutte queste favole vedi ii'it, libro III, disi, tu, cap. iv pal-
li Tirnboscbi nel 1. c.: c il Qua- tic. I
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LXVUI
ANGELO POLIZIANO.
mancano le tre ottave (l’ una nella preghiera d’ Orfeo « Non
bisogna per me, Furie, mugghiare » e 1’ altre in un dialogo
fra Plutone e Minos) che nella rappresentanza richiedevano
probabilmente duplicità di scena. Questa semplificazione fu
forse tentata in servizio del popolo, che non potea nè inten-
dere il latino classico nè sfoggiare di apparati. Perchè 1’ Or-
feo .(udite qua, o intarsiatori di ballate e poesie popolari
condannate a morire asfittiche nei gabinetti delle signore
dopo i trenta anui letterate, e voi contraffattori di rispetti
e stornelli destinati ad annoiare la gente con l’accompa-
gnatura dell’ inevitabile pianoforte) 1’ Orfeo piacque al po-
polo. E dovea essere : quella discesa all’ inferno dovè toc-
carne la fantasia, perchè facea parte delle sue tradizioni :
quella ricchezza e volubilità d’ armonia, quella facile scorre-
volezza di versificazione, quella colorita e semplice eleganza,
è ciò che anzi tutto ricerca nella poesia il popolo italiano.
Nè a provare la popolarità che ebbe un tempo 1’ Orfeo io mi
appoggio solamente su la redazione del codice fiorentino, che
tuttavia non saprei come spiegare altrimenti ; perocché non
pare ammissibile una corruzione arbitraria in un codice di
Firenze, dimora dell' autore, e de’ tempi dell’ autore, in un
codice così bello compito autorevole. Ma ricordo le varie edi-
zioni che dell’ Orfeo a parte dalle Stanze furon fatte nel cin-
quecento e da tipografie conosciute negli annali bibliografici
per le produzioni di sole quelle opere che avevano spaccio fra
il popolo: ricordo che la fama dell’ Orfeo era passata fin nei con-
venti delle monache ; il che non si può spiegare più colle rap-
presentanze di corte ; tanto che una suora del cinquecento tro-
vava modo di accoppiare alla recita dell’ uffizio della madonna
le rimembranze un po' profane del coro delle baccanti, scriven-
done questa imitazione o copia variata a foggia di brindisi:
■ Bacco, Bacco, cvoè!
C.lii vuol bever venga a me.
l'ho voto già il me’ corno:
Volta un po ’l bottaccio in qua:
Questo mondo gira attorno,
E ’l cervello a spasso va.
Ognun gridi qua e là,
Come vede fare a me.
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ANGELO POLIZIANO.
LXIX
Bacco, Bacco, cvoè !
Bacco, Bacco, evuè !
Chi vuol bcvcr, venga a me.
Ogmm grilli, Bacco, te;
Ognun Bacco, Bacco, Bacco;
E pur cacci ilei vin giù :
Po’ col sonno farem Bacco.
Bei fu e tu e tu:
I' non posso Ballar più.
Ognun grilli, Bacco, te.
Bacco, liuè Ime Ime!
Ognun gridi, Bacco, le! •
Ricordo in fine la redazione popolare dell’ Orfeo a guisa di
Storia in ottave semplici ma non ineleganti, alle quali sono
frammiste in modo da non produrre sconcio le più splendide
stanze del Poliziano. Che la Historia e favola d‘ Orfeo stam-
pata in Firenze presso al Vescovado nel 1558, la quale inco-
mincia ■* 0 buona gente, e’ fu già un pastoi’e, » sia il più an-
tico esempio d’ una siffatta popolar redazione, non oserei
affermare ; non essendomi avvenuto di vederla mai altro che
citata dal Libri in alcuno de’ suoi cataloghi.' Ma la Storia
d’ Orfeo dalla dolce lira si ristampa tuttodì ne’ soliti quader-
netti di carta straccia su cui si perpetuano fra le generazioni
del contado i poemetti e le leggende del secolo XV : e la più
recente edizione è la pratese del 1860. E che la composizione
è antica e che certo ha spiriti di poesia e d’ eleganza anche
ne’ luoghi non imitati, lo provano le ottave che quasi intro-
duzione al fatto trasportato intieramente dalla favola del Po-
liziano contengono lo innamoramento d’ Orfeo in Euridice.
« Costui suonava tanto dolcemente.
La sua viola, che facea fermal e
Del nume ad usrollar l'acqua corrente,
Placava i venti e la tempesta in mure :
Uccelli alberi sussi ed ogni gente
Venivano ad udire Orfeo suonare,
E chi slava ascoltar si dolce suono
Lasciava ogni altra cosa in abbandono
E principiò dolcemente a suonare,
E cantando dicea queste parole.
* C. Libri, Catalogne del tì>57.
Poliziìso. e
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LXX
ANGELO POLIZIANO.
— 0 ninfa di bellesin singolare
Che splendi più che il bel carro del sole,
E gli occhi tuoi m’ bau fatto" innamorale :
E poi clic amore e lo mio fato vuole
Ch’io t'ami sopra ogni altra bella cosa,
Consenli di esser tu mia cara sposa.
Sappi eli’ io son flgliuol del biondo Apollo
E di Calliope di Mcnone figlia.
Posto in’ avete mi laccio d’ oro al cullo ;
Cliò sol voi amo, e non è maraviglia.
Un cor di sasso si farebbe mollo
Per tua figura candida e vermiglia :
Tu sola sei per cui io vo penando
E notte c giorno Euridice chiamando.
Tu se’ colei, che m’hai rubato e tolto
Co’ lui begli occhi il cuore c I’ alnia mia.
Volgi vèr me quel risplendente volto,
Qual' è specchio di vera leggiadria :
Cliè, pria che sia il nodo d’ amor sciolto,
Perderà Giove l’ alta monarchia :
In vita ti sarò servo visibile
E dopo morte se sarà possibile.
lo benedico I’ arco di Cupido
E la saetta che impiagò il mio core,
Ove la fiamma ha fatto eterno nido,
Acciò eh’ io arda sempre per tuo amore :
Ma nel tuo cor gentil tutto mi fido,
Clic sol mi accetti per tuo servitore:
Cli’ io son figliuol del Sol come t’ho dello,
E per ciò t’ amo ancor con puro affetto. •
l’or saggio poi del come il redattor popolare riduca in ottave
i varii metri del Poliziano, ecco il canto d’ Aristeo :
« Diceva: — Gir lontano mi bisogna:
Misero me !, tu non mi vuoi ascoltare.
Dirò ai prati alle selve mie parole.
Poi che ascoltar la ninfa non le vuole.
La bella ninfa è sorda al mio lamento,
Il suon di nostra fistola non cura.
Di ciò si lagna il mio cornuto armento,
Nè vuol bagnar il muso in acqua pura:
Vedi se bau di me pastor tormento,
Toccar non vón la tenera verdura;
Tanto del suo pastor doglia li prende.
Che ognun urlando per selve s’ estende.
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ANGELO POLIZIANO.
LXXl
Ben si cura 1’ armento del pastore ;
La ninfa non si cara dell' amante,
La Leila ninfa che ha di sasso il core,
Ansi è di ferro o vero di. diamante.
Per dare ad Aristco maggior dolore,
Ella fugge da me sempre volante;
E non mi vai pregar sua dolce faccia :
Par che sia lupo cui si dia la caccia.
Digli, zampogna mia, come via fugge
Cogli unni insieme la bellezza snella,
E digli come il tempo ci distrugge
E che la persa età mai rinnovella.
Ora che il fido amante per lei strugge,
Digli che sappia usar sua forma bella,
Ed or che luce più che in cielo il sole,
E che sempre non son rose e viole.
E non 6 tanto il mormorar piacevole
Delle f reseli’ acque che d’uu sasso piomba.
Nè quando soffia un ventolino agevole
Era le cime de’ pini e quivi romba,
Quanto la rima mia è sollazzevole;
E sua dolcezza per lutto rimbomba,
Salvo all’ orecchie sue pietose e degne ;
Che non la senta o par ch’ella si sdegne. »
Nel racconto delia morte di Euridice sono francamente inne-
state due ottave di M. Angelo : ma il rapsodo mostra Itene
eli' ei sapeva fare anche del suo, e qualche tocco pittoresco
della narrazione è forse più potente che non le lamentazioni
del dramma :
• Orfeo slava in cima di un bel molile
Ed aspettavo la sua cura sposa,
Cantando e poi suonando a lieta fronte
Versi latini con fueciu amorosa:
Fu fatta scura la sua chiara fronte
Da un’ ambasciata trista e dolorosa
Della sua donna clic morta se ’n giace ;
Al clic turbala fu ogni sua pace.
Grillici novella ti riporla, Orfeo,
Clic la tua ninfa è già morta e defunta.
Ella fuggiva l'amante Arisleo;
Ma, quando fu sopra la valle giunta.
Da un serpente velenoso e reo ,
Ch’era tra' fiori c Torbe al piè fu punla :
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LXXII
ANGELO POLIZIANO.
E lauto aspro fu il crude! morso.
Che mi un tempo fìlli ili vita il corso.
Ali, quando intese la trista novella
E vide morta la sua cara sposa,
l’arcagli al cor sentir cento coltella ;
Doglia non ebbe mai tanto noiosa.
Korlemenle di cuor piangeva ella,
Che ogni fredd' alma avria falla pietosa*
Con lacrime infinite assai si duole,
E piangendo direa queste parole.
— Dolce mia ninfa, dolce mia donzella,
Cogliendo andavi i limi intorno al monte:
Giammai Ycner non fu come te bella,
Più dolce io alto c più superbii in fronte^
Cantando avevi si dolce favella
Che i li ii mi mormorar facevi e il fonte.
Di rose e neve il volto, e d’ òr la testa ;
Tutta vezzosa sotto bianca vesta.
Cara diletta c dolce mia consorte,
Pace e conforto ch’eri del mio core,
Chi mi t'ha tolta, e chi t'ha dato morte?
Dime eli' io son privato del mio amore !
Sfortunato destino, infausta sorte,
Perchè oscuralo mele il mio splendore?
Oimè dolente lasso c sventurato,
D' ogni mio bene c pace son privato. ! —
Orfgo in braccio lieti morta costei,
Piangendo con parlare assai pietoso,
Dicendo — Teeo io morir vorrei,
Clic senza le vivrò sempre noioso. —
E riguardando vide al piè di lei
Il morso del serpente velenoso.
Ed aggiunge dolor sovra dolore
E doglia sopra doglia e pena al core.
— Oimè misero, oimè, diceva Orfeo,
Clic in pianto è convertila la mia musa !
Maledetto 1’ ingegno di Perseo
Che sparse tutto il sangue di Medusa,
Di cui s’ ingenerò I* animai reo
Clic d’ Euridice la vita ha confusa!
Maledetto sie tu crudcl serpente,
Che tribolato m’ hai eternamente !
Occhi, piangete; e in sospirosi omei
Piangi, cor mio, c’hai lecita cagione,
Piangi e sospira, eli’ è morta colei
Ch’ era tua pace e tua consolazione.
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ANGELO POLIZIANO.
I.W'.II
0 puri onnipotenti e veri ilei,
Deli premiavi ili me compassione :
* Prego la vostra deità gradila,
Cile facciate costei tornare in vita. —
Orfeo si mise in terra giHoccliionc
Pregando li su|i«rui c magni dèi,
— Di me, dicendo, abitiate compassiono.
Restituite in vita ora colei. —
Ma in vano il suo pregar al (in reslòne, ,
Trovandosi con pene e affanni rei ;
K di ipiet corpo bello c delicato
Rimase Orfeo dolente e abbandonalo. >
Nella discesa all' inferno non osò il Poliziano particoleggiarc
di molto : glie lo vietò forse la forma del dialogo e forse all-
eile il rispetto a certe convenienze classiche. Ma il cantore
del popolo, dall’ arte cristiana avvezzato ad ammirar con or-
rore l’ inferno nelle tante rappresentazioni così della parola
etime dei colori, si compiace di allargare e caricare un poco
il disegno di quel che egli chiama V autore :
• Nella caverna entrò con bassa fronte :
Sempre gettando gran sospiri andava ;
Ed al limile arrivò dove Carolilo
A seder nella sua barca si slava.
. Qual disse — Tu uoii sei delle dcfonlc
Aline, né puoi passar quest’ onda prava.
Tornali indietro, cominciò a gridare,
Clic (pii per niente non si può passare. —
Orfeo vedendo quella faccia orribile
E la barba orrendissima ed oscura,
Quasi temette; ed è cosa credibile,
Vedendo un’ aspra e si bruita figura.
Pur come saggio si mostrò sensibile,
E cantando (lice a con voce pura
— 0 gran Caronte, non ti conturbare,
Ma logli udire un poco il mio parlare.
Sappi per certo eli’ io non soli venuto
Vivo all'inferno senza gran mistcrio.
E’ mi bisogna andar dinanzi a fiuto.
Clic di parlarli lui grande desiderio.
Onde li prego clic mi doni aiuto:
Dammi, Caronte, tanto refrigerio,
Di In mi passa eoo benigno amore
Tanto clic parli al bcuigno signore. —
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Lxxrv
ANGELO POLIZIANO.
E lauto dolcemente lo pregò
Con dolce suono c canto sì soave,
Tal clic Carolile poi si umiliò
E volentier lo messe nella nave:
Dall’ altra banda subito il passò
Sicuramente fuor dell1 onde prave.
Orfeo grazie li rese a capo cliino.
Lasciò Caronte e proseguì il cammino.
E proseguendo per I’ infrenai lane,
Per I’ aer fosco senti ben gridare
Dell’ anime dannale triste c vane
Che soli poste quaggiù pel lor peccare.
Tanto ebe giunse dove il Ccrber enne.
Quando clic ’l vide, cominciò a latrare;
Aperse le tic bocche maledette ;
Orfeo, vcdendol sì orribil, temette.
Pur com’era magnanimo c grillile
Incominciò l’ islriimento a suonare,
E cantando dicco con voce umile
— Cerbero cane, non ti conturbare,
Non impedir l’ animo mio gentile,
Lasciami in cortesia oltre passare;
di’ io vo solo a veder la donna mia.
Deli lasciami passare in cortesia.
Pietà senti d’ un misero amatore :
Pietà vi prenda, o spiriti infernali.
Quaggiù m’Iia scorto solamente Amore.
Volalo son quaggiù con le sue ali.
Posa, Cerbero, posa il Ino furore;
Clic, quando intenderai tutti i miei mali,
Non solamente tu piangerai meco
Ma ognuno eli’ è quaggiù' nel regno cieco. —
Ma non giova ad Orfeo il bel parlare.
Alti quanto sono le Furie sdegnate !
Chi lo minaccia c par li voglia dare.
Ma Orfeo sempre con parole grate
Favella : e, se non fosse il suo suonare
Clic in qualche parte Cavea addormentale,
Certo I’ avriano nell’ andar percosso.
Chi mostra serpi, e chi dall’ ira è mosso.
- Non bisogna per me. Furie, trovare,
Diceva a loro Orfeo, lauti serpenti.
Se voi sapeste le mie doglie amare,
Voi compagnia fareste a’ miei lamenti.
Dunque lasciale il misero passare,
C' ha il ciel nemico c tutti gli clementi
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ANGELO POLIZIANO.
LX XV
Kntrar vorrc' a ’mpclrnr mercè ila morie :
Dunque mi aprile le ferrale porle. —
L lauto fu dolcissimo il suo priego,
Clic non pii seppe Cerbero disdire
E non pii fece di andar più nirgo
JWa fascinilo a suo modo oltre transire.
Orfeo lo ringraziò col capo piego,
E il viaggio si accinse a proseguire ;
E tanto camminò prr l'acr crosso,
Clic giunse presto dove sta Minosse.
E quel demonio, quando vide Orfeo,
Con voce orribil cominciò a gridare
Dicendo — Ab traditor malvagio e reo,
Clic vivo in pezzi li voglio smembrare. —
Orfeo adoperò il stil pegaseo:
Suonando cominciò cosi a cantare
— Minosse, abbi di me compassione,
Cli* io qui non vengo senza gran ragione. —
Pillimi, sentendo il grande contrastare
E il ilulce suono con tanto rumore,
— Clic cos’ è questo ? cominciò a gridare ;
Pure dii è dentro voglia uscir di fuorc.
Andate tulli quanti a riguardare,
Sappiate d' onde vico si fatto orrore ;
Cli’ io vo‘ sapere clic cosa vi siu
Clic conturbando va mia fantasia.
Citi c costui clic con si dolce nota
Move l'abisso e con l'ornala cetra?
lo vedo fissa d' Issìon la ruota :
Sisifo lascia ancora la sua pietra,
E le Relidi stali coll' urna vuota,
Nè più l’acqua di Tantalo si arretra:
Vedo Cerbero con Ire boccile intento,
E le Furie acquietar l'aspro lamento. —
Costui si vien eontra legge de’ Futi
Clic non mandali quaggiù carne non morta,
Minosse ilice: o Piolo, ai condannali
Per lòr il regno qualche inganno porla.
Gli altri clic similmente son passali,
Cumc costui, la intcrminubil porta,
Sempre fermio con vergogna e danno :
Sii cauto, Plulon, clic qui c’ è inganno. —
l'acca si dolce Orfeo la melodia,
Clic ogni tristezza Tacca lacrimare;
E pregava Minos con voce pia,
Dicendo — In carità lasciami andare,
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LN X VI
ANGELO POLIZIANO.
Cliè vo' anilare a veder la donna min,
Cliè senza lei non posso un’ora stare. —
E furon tanti i pregili, che Miuosso
Di lasciarlo passar fu a -pietà mosso. »
E in queste ottave paiommi anche curiose e importanti acl
avvertire le deformazioni dell' inferno dei gentili operate dal
sentimento popolare nel medio evo. Ma il materialismo cri-
stiano passa ogni segno, là dove, per restituire la moglie ad
Orfeo, Plutone
* Fece levare a una caverna un sasso,
Donde Euridice fuori fece uscire. »
Nel resto la storia popolana dell’anonimo procede di pari
] tasso con là favola del poeta di corte.
Così con ambedue i poemi, il descrittivo e il drammatico,
il Poliziano, per usare -la felice metafora del Giovio, portò fra
il popolo i jtiii stupendi fiori eletti da’ preci e da’ latini.' Perchè
opera di verso al par delle Stanze dottissima è la favola d’ Or-
feo, derivata quasi letteralmente per molta parte da Virgilio
e da Ovidio, tutta imitazioni di Teocrito e di Mosco; e il
coro .delle Driadi e quello delle Baccanti sono nella lettera-
tura italiana i più antichi e più eleganti esempii della lirica
propriamente classica ; e nell’ ultimo i critici del secolo pas-
sato riconoscono V origine della poesia ditirambica, coltivata .
poi con industria più o meno felice ma sempre eruditissima
nelle due età clic a noi precedettero. In fine, anche alla favola
di Orfeo si pud applicare quel che delle Stanze giudicava Ugo
Foscolo: « Gli spiriti e i modi della lingua latina de’ classici
erano già stati trasfusi nella prosa dal Boccaccio e da altri.
Ala il Poliziano fu il primo a trasfonderli nella poesia ; e vi
trasfuse ad un tempo quanta eleganza potè derivare dal greco.
Inflitti non v’ è lingua che come l’ italiana possa imbeversi di
(pianto v’è di semplice e d’amabile e d’energico nelle forme
e negli accidenti della greca, segnatamente in poesia ; e se
potesse ottenere la stessa prosodia e lo stesso genere di versi
e potesse ad un tempo liberarsi dalla necessità degli articoli,
forse non avrebbe da invidiare alla greca.5 » E qui sta la
1 loviits, Elng. i/oci. viv., Hiisileie, MDLXI.
2 Foscolo, Sitfìu lingua Uni., Discorso V ; Op. [Firenze. Le Mounier, 1851], IV.
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ANGELO POLIZIANO.
LXXVII
meraviglia ; come, non ostante i classicissimi studi dei quali
sa pur pompeggiarsi, il Poliziano riuscisse poeta popolare
a’ suoi giorni, e di fama quasi popolare sieno tuttora le Stanzi';
delle quali come di parecchie ballate la grazia e la bellezza
nativa è palese a tutti i leggitori senza bisogno di dissertazioni
che insegnino a gustarle. Onde ciò ? e come ? Notisi bene che
in alcuna sua epistola il Poliziano si chiarisce apertamente av-
verso alla imitazione esclusiva di un solo autore ; 1 e che i cin-
quecentisti alle poesie latine di lui preferivano di gran lunga
le poesie del Pontano e del Sanazzaro,’ perchè in queste gusta-
vano Orazio Tibullo e Virgilio ed in quelle 1’ erudizione loro
sdegnavasi di non rinvenire i vestigi speciali di alcuno. Peroc-
ché il Poliziano, tutti conoscendo da gran filologo gli scrittori
antichi e di tutti con 1’ assimilazione del buon gusto fattosi
succo vitale, niuno poi ne imitava particolarmente ; forte co-
m’era di dottrina e d’ingegno osava improntare del proprio
stampo anche quella morta favella, osava darle movimenti suoi
proprii e stendere su’l verso antico un colorito novello. L’uo-
mo dunque che così padroneggiava il latino è facile a immagi-
nare con qual procedimento si facesse imitatore in italiano.
Erano bellezze da mille anni antiche, e nel suo verso apparimi
nate oggi : erano imagini un po' appannate un po’ stropic-
ciate dalla man grave degli scoliasti e degli imitatori, e nelle
sue rime rifiorivano splendide e fragranti, come rose e viole
dopo una pioggia di primavera : Omero prendea la sembianza
di Dante, Virgilio quella del Petrarca ; e nel tutto era Ange-
lo. 1' omerico giovinetto, che rinnovava il linguaggio poetico
d'Italia. « Tentammo.... di non macchiare la castità latina con
le inette peregrinità uè con le figure grecizzanti, se tali non
fossero che s’abbiano oramai per accolte; tentammo clic le
due lingue serbassero la medesima chiarezza le medesime
eleganze e il senso e l’indole loro: niuna iucresciosaggine di
vocabolo, niuna ansietà faticosa.3 » Qui il critico spiega da
vero il poeta: e queste parole onde messer Angelo dichiarava
il modo da sè tenuto nel far latino Erodiano segnano la dif-
1 Polii iitnus, Epitl.. Vili, IG.
2 Fin i quali il (ìiruldi ne’ Din
It fjlii sh’ poeti latini [0|>. Il, 535].
' Polii iamis, All Iiihoc. Vili, ile-
. dieuloria della vei'»ionp d’ Elodia-
no.
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LXXV1II
ANGELO POLIZIANO.
ferenza che è dal classicismo dell’ autor delle Stanze a un clas-
sicismo più recente di cui la cima e lo sdrucciolo a un tempo
sono le Grazie del Foscolo.
III.
Bibliografia belle Stanze e dell’ Orfeo.
Nuove cure date loro in questa edizione.
Que’ lettori, se pure una prefazione merita lettori, a cui della
bibliografia importa tanto o quanto, possono saltare a piè pari
questo capitolo e il quinto. Nei quali io descrivo tutti i mano-
scritti e le stampe che sono a mia cognizione, per ora delle
Stanze e dell’ Orfeo, più avanti delle li ime: e ciò per render
ragione del modo da me tenuto nel dar novamente alla luce
le poesie del Poliziano, e per sodisfazione di coloro che re-
putano essere la bibliografia rispetto alla storia letteraria
quello stesso, che la statistica rispetto alla civile.
Codici.
Primo è da notare il cartaceo in foglio che si conserva nella
Biblioteca riccardiana di Firenze segnato di numero 2723 e
intitolato liime del Poliziano, di Lorenzo de1 Medici, di Dante,
e d’ altri. Oltre le Stanze con rubriche e l 'Orfeo che a quelle se-
guita molto più semplice, come già notammo, di quello sia nel
cod. chigiano e nelle stampe, contiene molti rispetti e can-
zoni a ballo del N. A., e 1’ ode Inni corna gracidile scritta
nel 1482 che è fra le opere latine a stampa del Poliziano, la
epistola all’ illustrissimo signor Federigo insieme col raccolto
rolgare mandatogli dal Magnifico Lorenzo male attribuita al
Poliziano e da me già ristampata conforme alla lezione di
questo cod. nelle Poesie di Lorenzo de1 Medici [Barbèra, 1859],
poi una breve prosa latina die dicesi composta prò quodam
adolescente in gymnasio pisano de laudibus artium liberalium
e incomincia Si mea spante tantum hoc suscepissem, la quale
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ANGELO POLIZIANO.
LXXIX
con siffatto principio non trovasi, eli’ io mi sia accorto, tra le
opere latine dell’autore, in fine, dopo diverse poesie del No-
stro e d’ altri, la lettera a Filippo Beroaldo che incomincia
Certiorem me, prima del 1. VI fra le epistole stampate. Questa
è certamente autografa, come ricavasi dal confronto d’ altri
scritti di man del Poliziano e dalle frequenti cassature e cor-
rezioni sopra linea di parole e frasi intiere, quali non pos-
sono farsi che dall’ autore. Il Lami nel Catalogo riccardiano 1
sembra ritenere per autografo il cod. intiero, citandolo sotto
la rubrica Angelus Politianus in questa guisa, Mime et Epistola
ad Pii. Beroaldum, autographos : nella quale opinione credo sia
solo. A carte 97 tergo trovasi scritto : 14S7. Questo libro c (li
Frane.0 di L." di Bernardo dei Medici e degli amici sua: ma
specialmente negli ultimi fogli il ,cod. è miscellaneo. Pur que-
sta data ed altre note messe in fronte a certe poesie ano-
nime e di diversa mano su la fine mostrano il manoscritto
esser stato compilato nelle due ultime decadi del secolo. Ve
n’ è del 1488: la più recente « A dì Vili di febbraio 1496 »
sta in fronte a un sonetto caudato allusivo ai turbamenti
mossi da fra Girolamo. Tuttavia la scrittura delle Stanze,
dell’Orfeo e d’ alcune fra le rime assomiglia, se vuoisi, a quella
del Poliziano (il che non fa maraviglia a chi abbia- notato
come nella seconda metà del secolo XV le varie mani di scrit-
tura per poco non appaiono uguali); ed è certo del mede-
simo tempo. Ancora, 1’ osservare nel 1. II della Giostra non
trascritti della st. xii che i primi tre versi e della xiv non
più che il primo e lasciato in bianco lo spazio pe’ rimanenti
faccia sospettare non forse sia il ms. una copia fatta imme-
diatamente dalla scrittura autografa; e che delle lacune sia
tale la causa, o che 1’ autore non avesse in quel primo com-
piute per anche le due stanze, o che aH’emanuense non fosse
chiaro lo scritto originale. Mi fa inclinare alla prima opinione
il ricordarmi d’ aver notato quelle due stesse lacune in un
piccol frammento delle Stanze che vidi di fuga fra alcune
vecchie carte nella Palatina di Firenze. Per tutte queste ra-
gioni credo di non andar lungi dal vero ritenendo il cod.
1 Lami, CulalnQMi cmlirum manuieriplneum qui in kihliutlieea riccar-
( liana Floreali* alisei v tallir ; Libili ni, MDCCLYI.
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I.XXX ANGELO POLIZIANO.
lice. 2723 come il più antico e autorevole fra quelli che con-
tengono rime del Poliziano. Peccato che per guasto cagiona-
to dall’ umidità manchi la prima carta che conteneva le 6 ot-
tave onde comincia il poema, e nelle 4 carte seguenti sieno
danneggiate le estremità inferiori per modo che si deside-
rano per intero o patiron difetto in più versi le ottave 9, 12,
15, 18, 21, 24, 27, 30, 33. Tuttavia a questo difetto ripara un
altro codice pur cartaceo ed in foglio che si conserva anch’esso
nella Riccardiana sotto il n® 1576 : è un quaderno rilegato col
volgarizzamento delle Metamorfosi per Arrigo Simintendi,
di lettera meno antica ma non posteriore agli ultimi anni del
secolo XV, e contiene solo il primo delle Stanze.
Uno de’ primi luoghi e forse il primo dopo il riccar. 2723
parrebbe che per ragione di antichità spettasse al cod. reg-
giano descritto dall’ Affò. Conteneva questo in origine oltre
l’ Orfeo anche le Stanze barbaramente staccatene per rilegarle
in un volume miscellaneo, e fra esse nel 1. I una v’ era non
compiuta come le due del li nel riccardiano. L’ Aflò, del
quale mal saprebbesi desiderare più autorevole giudice, ai
caratteri e alla carta lo teneva per copiato « nel più bel fiorire
del Poliziano. » Fu in principio del P. Giambatista Cattaneo
minor osservante ; passò poi nel convento di quell’ ordine in
Reggio che s’ intitolò di Santo Spirito ; ove potò osservarlo
l' Affò che ne trasse 1' Orfeo di più larga e corretta lezione.
Degli ultimissimi anni del secolo XV o forse dei -primi del XVI
pare allo stesso Affò un altro codice acquistato e posseduto
nel secolo scorso da un amico suo, il dottor Buonafede Vitali
da Busseto ; e del quale ei ci dice che insieme con molte
opere in verso di quel tempo conteneva 1’ Orfeo di lezione
quasi al tutto consimile al già citato reggiano, àia per mag-
giori notizie sopra ambedue rimando il lettore alla prefazione
del padre Affò all’ Orfeo nella stampa del 1777 fedelmente
riprodotta in questo volume.1 Io, per cercare ch’abbia fatto,
non son venuto a capo di conoscere 1’ esito dei due codd.
citati e illustrati dal dotto parmigiano. Veramente sospetto
che il cod. reggiano primo sia passato a far parte d’ un mi-
1 Affò P. Ireneo, Prefazione oli 'Orfeo: della presente ediz. pag. 12.5
c segg.
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ANGELO POLIZIANO.
LXXXt
scellaneo conservato nella Palatina di Modena sotto il nu-
mero DOCCI, il quale fra parecchi drammi della fine del
quattrocento e di poi contiene anche Angelus Pólitianus, Or-
feo, Tragedia ; che è lo stesso titolo dato alla favola del Poli-
ziano nel ms. veduto in santo Spirito dall’ Affò. E il titolo
l’ ho ricavato dal Catalogo manoscritto della Estense ; ove
alla parte IV [Codd. italici] il codice è descritto « chart. in 4",
partim srec.XVII et partim XV.» Di più non so ; non avendo
potuto averlo nelle mani, incassato com’è tuttora con gli al-
tri a causa della traslocazione di quella celebre biblioteca.
Al ms. del Bonafede apparisce essere coetaneo il cod. 51
della Oliveriana di Pesaro, « prezioso e perchè scritto con
bella lettera e perchè porta l’ autorevole data del 1503. »
Salvator Betti, del quale sono queste parole, ne dette le va-
rianti in una sua lettera al conte Francesco Cassi, pubblicata
nel Saggiatore che usciva nel 1819 in Firenze. E le ripro-
dusse con belle considerazioni nel Giornale arcadico 1 in oc-
casione che le poesie del Poliziano furono ristampate dal Sil-
vestri.
Pregevolissimo e de’ più ricchi fra’ codd. che lian versi del
N. A. si celebra dagli eruditi il membranaceo in forma di 8',
conservato nella Biblioteca chigiana di Roma sotto il n" 2333
secondo il Serassi, i e, secondo il Poggiali, segn. M. 4. 81. 1
Contiene, oltre le rime delle quali non mi occupo per ora, la
Giostra e 1' Orfeo. Nel fine, di mano diversa da quella che co-
piò le poesie, è scritto : Faxii Julii de Medicis de Floren-
tia. M. D. XXX. Ma questa data è letta per 1520 dal Poggiali
e dai fiorentini edd. delle Rime ‘ che più volte citano nelle
note il cod. chigiano. E qui mi giovi avvertire subito, che,
essendomi nel 1858 indirizzato per la collazione di quel co-
dice all’ egregio sig. ab. Luigi Fratini che allora dimorava in
Roma ed egli prestandosi con tutta gentilezza, alle sue ri-
cerche fu risposto che da circa 20 anni era stato perduto.
’ S. Beiti, in Giornate arcadico.
Anno ISSO, t. XXIX, p. 205.
1 P. A. Serassi, l'ila di Angelo
Poliziano in fine, alla pcnullima
nota.
* G. Poggiali, Serie dei testi di
lingua {Livorno, Masi, 1813], voi. I,
pag. 206.
4 Rime di A. Poliziano, con iilu-
sl razioni ili V. Nannncci e di L. Cium-
poiini [Firenze, Carli, 1S14J, t. Il,
p. 143, nota 183.
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LXXX1I
ANGELO POI.IZIANO.
Stampe. — Prima età.
Dividendo le stampe delle Stanze e dell' Orfeo in tre età
principali, a risparmio di parole per me e a render più fa-
cili le ricerche degli studiosi ; nella prima età comprendo
quelle che si fecero dal 14-94 al 1541. Delle quali, senza niuna
eccezione o con rarissime, tali sono le note comuni. Le Stanze
hanno sempre rubriche marginali che dichiarano le descri-
zioni le comparazioni i passaggi ec., come leggonsi pure nel
ricc. 2723 e come il Poliziano usava apporre a ogni opera
sua : V Orfeo vi è senza distinzione d’atti, col titolo di Favola o
di Feda, più breve e più semplice di quello soglia leggersi
dopo l’ Affò : oltre a ciò contengono la stanza dell’Eco [Che
fai tu Eco...] e la ballata che incomincia Non potrà mai dire
Amore. Così quelle stampe che procedono dalla prima bolo-
gnese del Benedetti, e sono le più: alcune altre che derivano
dalla bolognese del Bazaleri [1503] contengono anche la can-
zone Io son constretto. La lezione potrebbe affermarsi che è
in tutte la stessa; le pochissime varietà, quando non sieno
errori tipografici, essendo appena notabili. Ber la descrizione
mi aiuterò del catalogo del Volpi,1 * non che del Gamba 5 del
Brunet 3 * del Libri k del Batines. 5
1494. Cose volgare | del Politiaxo. In fine. Qui fmischono
le stanze còposte eia m esser Angelo Politiano facte per la gio-
stra de Giuliano fratello del Magnifico Lorenzo di Medici
de Fiorèzi insieme con la festa de Orpheo et altre gentileze
stampate curiosamente a Bologna per Platone delti Bcnedicti
impressore accuratissimo del Anno. M. cccc. Lcx.vx UH a di
none de agosto, fi in-8" grande a forma di quarto ; in ca-
ratteri rotondi; di tre ottave per carta; senza numeri nè ri-
1 Cululogo di alcune delle prin-
cipali edizioni delle Stanze di A. P.
» accolte per lo più da A. Zeno c
ora corretto accresciuto cd illustrato
da l). G. V ; nella edizione comi-
Diana delle Stanze del 1751.
s Gamba, Serie dei testi di lingua ,
Venezia, Gondoliere, 1839, pag. 232
e srgg.
3 B ninni, Vantici ila libraire ec ,
Paris, Silvestre, 18-13, t. III.
* Cntaloguc de la Rihliothègue de
V. L‘" [Paris, Silvestre, 1547},
Poètes poligraplies, XVe siede.
5 C. De Batines, Bitiliografm delle
antiche rappresentazioni italiane .
Firenze, Società tipografica, 1852.
Parte II, Serie l.
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ANGELO POLIZIANO.
LXXXI1I
chiami; di 42 carte segnate A-F. [Registrimi. ABCDEF.
Tutti sono quaterni , excepto D che è terno et F che è duerno ].
La prima carta, segnata A, bianca al verso, ha il titolo : la
seconda, una dedicatoria di Alessandro Sarzio ad Antonio
Galeazzo Bentivoglio arcidiacono di Bologna. Vengono in
primo luogo le Stanze sotto l’ ultima delle quali si legge,
La soprascripta opera dallo auctore non fu finita ; quindi su l
primo foglio della segnatura E, senza titolo alcuno, con la
lettera di Angelo Poli t inno a messer Carlo Canale, comincia la
Favola di Orfeo ; seguitano la stanza dell’ Feo e la canzonetta
di quattro strofe. Tale è la rarissima edizione del Benedetti,
che fu d’ esempio a tutte le posteriori fiuo all’ Aldo. Qualche
varietà è da notare tra la copia posseduta e descritta dal com-
menti. Bertoloni 1 e quella che conservasi nella Palatina di
Firenze. La copia del Bertoloni porta nella prima carta il
titolo come noi l’ abbiam riferito ; la copia della Palatina ha
in vece Le cose volgari | de M. Angelo Politiano : la copia
del Bertoloni ha nella seconda carta la lettera dedicatoria
come quella veduta dal Gamba; la Palatina, no: Qri fini-
scilo no legge in fine la copia Bertoloni, e con essa quella ve-
duta dal Gamba; Qua finiscliono la copia di Palatina e quella
veduta dal Brunet. I)i queste differenze giudichino i biblio-
fili. La lettera del Sarzio, del quale il Poliziano su ’1 pubbli-
care V anno innanzi 1’ Erodiano pei tipi dello stesso 'Bene-
detti scriveva ad Andrea Magnanimo che per l’ opera della
correzione « magia idoneum habere magisque ex usu tuo ne-
minem possis quam Alex. Sartium civem tuum, literatum
hominem nostrique studiosum, tum.... neutiquam in amici
negotio domitautem,* » merita d’ esser riprodotta anche come
documento storico.
1 A. Bcrtol. Nuova Serie dei letti 1 Politinnus, Spiti. And. Magnn-
di lingua descritti fecondo la tuo pio- «imo, innanzi alla versione Ialina
pria collezione, Bologna, Sassi, 18 1G. di Erodiano.
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LXXXIV
ANGELO POLIZIANO.
Alexandro Sartia allo illustre & reverendissimo An
tonio Galeazo Bentivogli
l’rotonotario Apostolico & Archidiacono di Bologna Salute.
A questi giorni passati, Reverendissimo Monsignore, mi ca-
pitorno alle titani certe stanze del mio & tuo gentilissimo Poli-
tiano, non infima gloria della veramente magnifica & nobile
famiglia de? Medici sempre con la illustre Bentivoglia felicissi-
ma coniuncta ; le quale lui già per la giostra del Magnifico
Giuliano de’ Medici nella sua prima adólesccntia compose; ben-
ché per alcuni o rispetti o impedimenti non condusse al fine. Ma
pure , cosi come erano imperfecte & incorrette, parevano a me
molto elegante et belle, piene d’ inventione, piene di dottrina &
di leggiadria; tanto eh: io giudicai fussc gran male ch’elle
si a vessino a perdere ne v missino qualche volta a luce. Per que-
sto le ho date ad imprimere a Plato de’ Benedicti, e sotto queste
mie grosse ma poche parolette alla Signoria tua Reverendissi-
ma intitolate. La qual cosa ho facto per satisfare a quelli che di
simile gentileze si dilettano & honorare te mio observantissimo
patrone almeno nelle piccole cose, poi che nelle grande non posso.
Credo ancora che, se alquanto al Politiano dispiacerà che queste
sue stanze da lui già disprezate si stampino, pur all’ incontro
gli piacerà che, havendosi una volta a divulgare, sotto el titolo &
nome di tua Signoria si divulghino ; alla quale lui come sono io
buon testimone è deditissimo. La festa ancora di Orpheo , quale
già compose a Mantova quasi all’ improvviso, sarà insieme im-
pressa con epse, perche e cosa lei ancora a giudicio delli intelli-
genti molto vaga. L’una & l’altra sono certo che sarà gratissima
alla prefata Signoria tua, se non per altro, almeno per la qualità
dello auctore; perchè de’ valenti Intorniai ancora e’ primi disgros-
samenti sogliono piacere. Ma da me ti priego, Reverendissimo
mio patrone, volentieri & con serena fronte accepti questo benché
piccolissimo segno di grandissima fede; misurando non la fa-
coltà di Alexandro Sartio tuo servitore ma la sua volontà : el
quale sempre ti si raccomanda. Vale.
140... Cose volgare del | Politiano. Tale è il vero titolo,
quale lo riporta anche il Libri nel suo Catalogo, sul retto
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ANGELO POLIZIANO.
LXXXV
della pi-ima carta, di questa edizione senza luogo ed anno,
citata primieramente dall’ Audifredi 1 che la credè di stam-
pator fiorentino e anteriore alla precedente: il che fu negato
dall’ Allo e dall’ abate Michele Colombo in una scrittura di
cui mandò copia al Gamba.* In 4”; di caratteri tondi; di 24 ri-
ghe per pagina ; di 42 pag. segn. A-F ; essa è, salvo il difetto
della soscrizione, similissima all’ antecedente. 11 frontespizio
è lo stesso che quel della copia Bertoldni : il titolo delle
Stanze in maiuscole rosse, quale lo riporta anche l’Audi-
fredi, Stanze di mf.sser Angelo Pò | lijiano cominciate pek
LA | GIOSTRA 1>EL MASNIFIOHO | (tIVLIANO DI PlERO DE | MEDICI
« è, parola per parola e riga per riga, quel medesimo in
maiuscole rosse posto in cima alla seconda carta nell’ediz.
del 1494. » Così anche il Batines, il quale aggiunge che,
se questa edizione esiste di fatto, dee piuttosto essere uscita
da’torchi di Bologna che di Firenze, contrariamente all’ Au-
difredi e al Brunet che la credono fiorentina. La edizione
esiste certo: oltre la copia citata dal Libri nel suo catalogo,
una ne ho veduta nella Biblioteca marucelliana. Ma parmi
giusta la osservazione del Libri: « En lisant avec attention ces
diverses descriptions, on pourrait concevoir quelques doutes
sur l’existenoe de deux éditions distincteai.et il serait pos-
sible qu'un exemplaire défectueux de l’édition de 1494 eut
donne liéu à l’annonce de l’édition sane date. » •
149.... La giostra di Givliano | de Medici. In fine: Fini-
scono testarne della giostra di Giuliano de Medici hgstoriate
&belle, composte da inesser Angelo da Montepulciano : & insieme
con queste la festa di Orplieo et altre gentilezze, chose certame te
dilectcvole et uaghe, come chi leggiera potrà chiaramente com-
prendere. Di quest’ altra ediz. dello scorcio del sec. XV' è
un bell’ esemplare nella Palatina di Firenze, proveniente
dal Poggiali * che la crede di stampa fiorentina. È in 4°; in
caratteri tondi, di 36 versi per pagina, di 30 carte non nu-
merate e segnate a — diii : vi sono quattro figure per
la Giostra, e subito sotto la prima è impressa la lettera
— — , , * —
1 AodiflVcdi, Specimen /| islnrien-eritieum. editi, italicarum teee. XV,Roms,
rx lypographio Paleariniano, 5IDCCXC1V, pag. 392.
2 Gamba, Serie, le. * Tetti, I, 260.
Poi. GUANO. /
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LXXXVl
ANGELO POLIZIANO.
del Sarzio al Bentivoglio ; e sei per la Favola che comincia
alla c. 6 della segn. c senza titolo e con la lettera al Canale.
1508. Cose Volgari del | Celeberrimo Mks | ser Angelo
Po |’ litiano No ha | mente Ih | i’resse. In fine: Finiscono
le stanze della giostra di Giuliano di Medici Composte da inesser
Angelo da Monte pulciano: & insieme la festa di Orpheo et altre
gentilezze, cose certamente dilectevole. Et stampate in Bologna
per Caligida di Bazalcri. a dì .22 di Zug. M. D. III. È in 8”, in.
caratteri tondi, col titolo in gotico rosso e il frontespizio sto-
riato ; di 39 carte e una bianca in fine, non numerate e segnate
A-E4. Alle Stanze precede la lettera del Sarzio al' Bentivoglio,
nella quale il nuovo stampatore cambiò le parole, le ho date ad
imprimere a Plato de Benedicti, in queste, le ho date ad im-
primere a Caligala di Bazaleri, senza curarsi che nella lettera
del Sarzio parlandosi del Poliziano come vivo troppo era
agevole scoprite la impostura. È la prima edizione che oltre
la stanza dell’ Eco e la canzonetta contenga la lunga canzone :
Io son constretto.
1503 In Bologna, per Platoncm de Benedietis. In 4°
[Audiffredi].
1504. Cose volgari | del celeberrimo.... Venetia, Man-
frina Bòno de Monferra. li 18 ' [Catalogne de M. L***, 129].
« La quale edizione, comecché legga alla veneziana alcuni
vocaboli, non ha per altro quei brutti concieri delle più
moderne edizioni, e potrebbe giovare assai a restituire alle
stanze del Poliziano la suà forma natia. Le maniere che il
Betti nel suo dotto ed elegante discorso intorno al Poliziano
dice aver veduto in un codice di Pesaro, si riscontrano in
quella veneziana stampa. » Così il Fornaciai! e la osser-
vazione si può estendere a tutte le stampe precedenti la
rivista e corretta da Tizzone Quietano.
1505. .• In (ine: Stampate in Venetia per maestro
Manfredo di Bonello de Monfcrjrato 1505 a dì X del mese de
octobro. In 81*. Ristampa dell’ edizion Bazaleri : nel titolo in
luogo di Politiano leggesi Policiano.
150 In Firenze per Bernardo Zucchetta a peti-
1 Fornuciiii'i. \otn I al Ditcorto I del incerchio rigore dei grommati-
ti, Luce», Giusti, 1847.
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ANGELO POLIZIANO.
LXXXVII
tione di Francesco di Jacopo Focato el Conte. S. A. In 8\ «-Rara
ediz. de' primi anni del secolo XVI citata dall’ abate Zap-
poni,' il qual nota che in questa edizione e nella seguente si
trova per V Orfeo qualche ottava.più che. in tutte le altre, cioè
anche le moderne » (Batines]. Si tratta d’ un’ ottava e mezzo
in cui Orfeo accenna ad amori maschili : le quali si trovano non
solo nelle due citate dallo Zannoni ma in tutte le vecchie stam-
pe.Furon tolte via dalla edizion cominiana del 1749 : l1 Affò nel
suo nuovo Orfeo del 1771 una ne raffazzonò alla meglio,
un’altra omise; riferendola però, a mo’ de’ Gesuiti ohe facean
l’ edizioni in usum Delphini, nelle note. S’ intende che noi
nella presente edizione le restituimmo alla sincera lezione
e le riponemmo ambedue ai lor luoghi.'
1512. Staze pi Miss. An | gelo Politiao.... Cu Gkaxia
& Piti | vilegio. In fine : Impresso in Sena per Symionc di Nic-
colò: et Giovanni di Alix andrò Librai. FI di Carnouale che fu
a dì . 9 . di Febraio. M. D. XII. In 8”, con titolo, gotico e
frontespizio istoriato, in carattere tondo, di 36 carte non
numerate e segn. A-Iii. Erra il Brunet citando questa e la edi-
zione per Bernardo Zucchetta come contenenti il solo Orfeo.
1513. Le cose vulgari | pel Politiano. In fine : In Vcne-
tiaper Zorzi di Ruseoni milanese a dì 14 di marzo : In 8° : dopo
il frontespizio ha un epitafio del Poliziano in versi lAtini per
Jacobum PhUippum Pellibusnigris Troianum ed un sonetto in
morte del medesimo : ha pur la lettera del Sarzio nella quale
con la solita impostura se gli fa dire eh’ ei desse le cose del
1 Ab. Znimoiii, nell' Alpe, n. Vili,
marzo 180(5.
1 Quel severissimo moralista di
scuola foscoliana, die è il chiarissi-
mo Emiliani Giudici, a questo passo
dell’ Orfro inveisce contro il Po-
liziano come panegirista della pe-
derastia. [St. del leni. Hai., cap. V].
Ma il Poliziano non fece in quelle
ottave altro thè seguitare la tradi-
zione di tutta l' antichità, la qua-
le riguardò Orfeo come introdut-
tore del turpe peccato c n questa
cagione riportò la sua morte. Ba-
stino quei versi delle Mrlnmor-
fitti [X. 8S] * lite ctiam Thracum
populis fon autor nmorent In le-
nrros transferre ruarcs citraque iu-
ventam .-Elalis breve ver et priinos
carpere flores. » Oso dir anzi clic,
se il porta non accennava a cotesto
infamia, non sarebbe secondo le leg-
gi dell’ urte giustificala la morte
data ad Orfeo dalle Baccanti; la
quale, susseguendo subito a que’mn-
laugurati versi sotto gli occhi dello
spettatore o del leggitore, salva la
morale e rivendica la società.
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LXXXVUI
ANGELO POLIZIANO.
Poliziano a imprimere a Niccolò Zoppino ; dal che si ricave-
rebbe che questa fosse la prima delle edizioni procurate dallo
Zoppino. « Non si può leggere per gl’ innumerabili errori, ma
pure alle volte ha giovato alla prima comipiana [Volpi]. »
1513. La giostra di Giuliano | ixe Medici. In fine : Fine
della Giostra di Giuliano de Medici & Lafabula di Orpheo
cóposte da . M. Angelo Politiano | Stampate in Firenze per Gian-
stephano di Carlo da Pavia astOza di> ser Piero Patini da
Pescia questo di xv. Dottobre M. D. XIII. È in 4“ ; di bel
carattere tondo \ in ottima carta ; materiale ristampa della
terza senza data del sec. XV ; con lo stesso numero di
carte e di figure in legno: in fine stanno le due impronte
consuete delf editore col motto Piscia. Questa edizione non
servì di innanzi, come afferma il Batines, a quella del Cornino,
sì bene il Cornino ne stampò le varie lezioni in calce alla
sua edizione del 1751 e del 65. Erra di nuovo il Batines
affermando citata dalla Crusca la edizione del Bacini.
1515 In fine : In Venetia per Zorzi de Rusconi ad
instanza di Niccolò Zoppino e Vincenzo compagno a di 14 mar-
zo... Gubernante inclyto principe Leonardo Laurcdano. In 8".
1516. Cose volgare del celeberrimo | messer Angelo
Pollicia | no novamente impressb. In fine : Stampato in Ve-
netia pet Marchio Sessa & Pietro di Ravani bcrsano compagni.
Nel M. 1). XVI. a di XI novembrio. In 8": seguita l’edizione del
Ilazaleri 1505: ha 1’ epitafio di Filippo Pellibusnigris e la let-
tera del Sarzio con la solita finzione dello Zoppino. . •
1518. Stanze In fine : Impresse in Firenze
per Bernardo di Philippo di Giunta. NéUanno del Signore.
M. 1). XVIII. Septèbre. In 8” ; in carattere tondo, di 36 carte
non numerate e segnate A-Iii.L’ Orfeo comincia alla 4a c. del
foglio Gt II Brunet, certo per errore, le assegna sol 35 carte.
1518. Le cose volgari | del.... ; zoee stantie e canzone pa-
storale ed altre cose elegantissime, nuovamente stampate è ben
corrette. In fin e: In Venetia per Zorzi de Rusconi, a di 20 del
mese di ottobre. In 8°. Per Canzoni pastorali s’ intende l’ Orfeo.
1519 Impresse nell’ inclita città di Milano per
Giovanni di Castiglione adi 28 di decembre. In 8'1 [Volpi].
1520 In Bologna per Hieronymo di Benedetti.
In 8° [Brunet e Batines]. • ,
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AXCELO POLIZIANO.
LXXXIX
1521. Stanze di messek | Anghlo Politi | ano oo>u\ |
CIATE ... In fine : Fine della Giostra di Giuliano de Medici
&la fabula di Orpheo 'composte da . M. Angelo Politiano Stam-
pate per Nicolò Zopino e Vincentio cbpagno nel . MGCCCC. xxi.
adi xxx de Agosto Begnante lo inclito principe Messer Antonio
Grimani. in 8', in carattere corsivo di 40 carte non nu-
merate e segnate A-Eut», l’ ultima delle quali bianca’ ; col
titolo inquadrato e una figura in legno innanzi l’ Orfeo che
incomincia alla seconda carta della segnatura I). Sopra la so-
scrizione è l’insegna dell’ impressore, un Sàn Niccolo sedente.
La- lettera delSarzio seguita all’ Orfeo, e dopo v’è l’epitafio
del Pellenegri e‘ il* sonetto.
1523.... Nella Biblioteca di G. S. [Gasp. Selvaggi], png. 204,
Napoli 1Ò30, si cita un’ edizione di Venezia, Zoppino, 1523, da ,
me non conosciuta [Batines].
1524 Stampate nella inclita Citta di Venetia, per
Nicolò Zopino e Vicentio compagno nel . M. I). XXIIII. Adi XII.
De Marzo. Begnante lo inclito Principe messer Andrea Gritti.
In 8". E una ristampa di quella del 1521: ne ricavo l’epitafio
latino come documento : il sonetto, oltre che meschinissimo, è
orribilmente guasto nella seconda quartina.
EPITAPHIUM
ANGELI POLICIANI
Per lacobum •PhUippum Pdlibus-nigris troianum.
■ Lee I or ; Pullirianus entheolus,
Cnius poeticos legis libellos
Quos liaec tempora nostra... ' possimi
Antiquis bene comparare libri* ;
* • Qui ’lusns tenero* facetinsque
Scripsit, delirium novelli sororuro,
. Crocea! ae roniule® pater Titilli® :
Qui cui» Calliope levare tristi
Curas ex animo solebat omnes ;
Utms qui calami sevcrioris
Gamici nomine ; dormii. Eu sepulcrum. »
1 Manca qualche piede alla misura del verso.
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xc , ANGELO POLIZIANO.
1537. ....... Stampate nella inclita Citta di Vendici
per Nicolo d’ Aristotele détto Zopino nel Anno M. D. XXX VII.
Del mese ili Febtaro. In 8 '. Ristampa dèlie edizioni del 21 e 24.
1539. Giabdi | no n’ amore | di misser Angelo Fogliano
nuovamente stampato. In fine: Venetia ; ad instantia di Si-
ti ieri fiorentino, MDXXXIX : in 8’. Sono stampate a parte
dal poema, le Ottave 69-120 del lib. I della Giostra che con-
tengono la descrizione del regno di Venere.
Seconda Età.
Appartengono a questa età, che può denominarsi aldina,
le stampe della Giostra uscite dal 1541 a tutto il 1612. Han
ciò -di comune, che contengono le sole Stanze senza le
rubriche marginali, senza 1’ accompagnamento della lettera
del Sarzio o d’ epitafìo latino o sonetto, senza F ottava su
F eco e la canzonetta : la lezione è notabilmente modificata
o alterata in tutte, ma non in tutte affatto la stessa; poche
e poco conosciute sono in questi 62 anni le stampe dell’t trfeo.
Dicemmo che la seconda età può denominarsi Aldina : ed in
vero accettata come norma nelle ristampe, citata dagli acca-
demici della Crusca, cercata predicata gloriata da bibliofili e
bibliografi fu ed è per questa e la seguente età F edizione
delle Stanze eseguita da' figliuoli d’Aldo nel 1541. Pure gli Aldi
non avean fatto che ricopiare un’oscura e ignobile edi-
zione anteriore : la quale, benché non contenuta proprio nei
termini da me assegnati alla seconda età, tuttavia, perchè
non avvertita non che imitata nell2 età • antecedente ma,
così conv era, ricopiata dagli Aldi che dettero norma, ripeto,
a tutte le posteriori edizioni fino a’ nòstri giorni, si può e
si deve tenere come quella che apre le due età moderne delle
stampe della Giostra. Ed è la seguente.
1526. Le Stan | zi bellissime | di messere An | gelo Poli-
tiano | da messer Tizzo | ne Gatetano di Fo | fi diligente-
mente reviste. In fine: Impresse in Vinegia ne la fucina di me
< riacopo da Lecco ne tanno M. CCCCC. XXVII. et finite hoggi
che è il primo di febraro. In 8" : carte 24, segn. A-F ii, non
numerate ; ò stanze'per pagina: alcune linee del frontespizio
sono in color rosso : dopo la soscrizione v’ è figurata in legno
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ANGELO POLIZIANO.
XCI
la impresa (lei Pegaso : contiene solamente le Stame. E, poiché
tanta è lii stima che si ha della stampa d’ Aldo di cui questa è
1' innanzi, non sarà inutile, benché nel comento sottoposto
alle Stanze abbiamo notate le varietà delle diverse edizioni,
riferir qui alcuni esempi. della grande e goffa licenza che
si prese messer Tizzone a correggere le stanze del Poliziano.
Nella dedicatoria adunque allo eccellente signor Mario Savor-
gnano messer Tizzone ci fa sapere che, pervenutegli nSUe
mani, molto lacerate, le stanze di messere Angelo, egli, avendo
apparato ne’ primi anni ad esser pietoso, subito vedutele, sa-
pendo usar la pietà, divenne pietosissimo in sanar lor piaghe
ingiustamente fatte. E della pietà resta indelebile argomento
lo strazio da lui menato per entro le Stanze, come dell’ abi- i
lità a levarsene correttore la eleganza e la sintassi della de-
dicatoria. Ma, oltre la presunzione del Gaietano, avea la revi-
sione quale’ altra causa. Dopo il Bembo specialissimamente,
la lingua toscana diventò lingua della naziofte: se non che,
per ridurla a condizione di lingua comune almeno nella scrit-
tura, convenne sottoporla a leggi o regole che furono ricavate
non dal popolo toscano ma da due scrittori esclusivamente, il
Boccaccio e il Petrarca ; né sempre bene. Ne conseguì che indi
in poi la lingua scritta molto perdé dell’ agilità e ingenuità
primitiva e dovè procedere compassata e guardinga. E il peggio
fu che alle nuove regole fu dai nuovi regolatori, i quali sor-
gevano d’ogni parte e d’ogni maniera, dato, come oggi
direbbesi, un effetto retroattivo : p però, a tór via ogni traccia
dell’ antica schiettezza che troppo oramai odorava di villa,'
gli antichi scrittori furono rivisti e corretti a libito de’ nuovi
Priseiani. E a tal revisione soggiacquero a punto le Stanze
.del Poliziano per opera di messer Tizzone. Tutto quel che
sapeva del luogo e del tempo in cui furono composte, i fio-
rentinismi, gli idiotismi, le irregolarità, si volle spazzar fuori:
si volle imporre il giogo della grammatica a chi era .nato a
dare esempi alla grammatica: dove il numero del verso
paresse troppo aspro o languido, fu disteso e rincalzato con
nuove parole. Si sa che i Fiorentini usavano terminare in ono
ed (irono le terze persone plurali di certi verbi che nella lin-
gua comune escono in ano ed ùrono : e il Poliziano anche in ciò
seguitava l’ uso fiorentino. Ora questi fiorentinismi putivano
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xcu
ANGELO POLIZIANO.
al filologo romanesco; e li cacciava a furia. Ma talvolta av-
venia che quelle uscite fossero in fina d’ un verso e ne di-
pendessèro le rime seguenti o si collegassero -loro le ante-
cedenti: e il bravo grammatico allora rifaceva i versi» al
Poliziano. E come li rifacesse, sentite. Alla st. lxi del I
sono in fine dei versi un crono e un schierano e in mezzo.
« Sentito il segno, al cacciar posa ferono. » Che fa il cor-
rettore ? emenda le desinenze fiorentinesche, e con fìden-
ziana eleganza rifa il latino al Poliziano : « Sentito il seguo,
al cacciar fine imperano. » Gli. ultimi due versi della lxii
dicono : « Le lunghe voci ripercosse .abondond,' E Iulio
Iulio le valli rispondono. » Che è questo? grida il franco
correggitore ; e d’un tratto maestro di penna, « ubo tuia no
E Giulio par che le valli rispondano. » Bravo messer Tiz-
zone ! che orecchie ! E questo pare arride poi spesso al pir-
ronista grammatico, il quale par tema sempre pel genere
umano eh’ e’ udii si lasci andar troppo agl' inganni de’ sensi.
Onde, quando il poeta nella st. ex del I afferma « D ’ in-
torno a lui [Polifemo] le sue pecore pascono » con un verso
la cui lenta armonia lascia la immaginativa spaziare su la
distesa del gregge ciclopico, egli all’ incontro il da ben cri-
tico, per amore d’ un cascono che è due versi di sopra, in-
clina a dubitare, e stringendo le labbra e crollando un poco
la testa dice :■ * Presso a sè par sue pecore che pascano : =»
il quale, come sentite, è verso degnissimo del Poliziano. Fi-
nalmente alla st. xxvi del II v’ ha un allacciano e un im-
bracciano, che fanno rima con ffiacciono. Yolevansi levar via,
e- si fece con -questo elegante concierò del v. 2 ove era
giacciono : « Quando senza sospetto par che giacciano. »
Dalle correzioni recate finora nessuno supporrebbe mai che
il correttore fosse molto tenero della bella armonia. E pure
questa è una delle tante volte in cui le supposizioni riescono
raen che vere. Egli il correttore esercita su i versi del po-
vero messer Angelo un veramente superlum aurium iudicium :
avvezzo forse al compassato numero di inons. Bembo, quel
che non gli si confà, odia come aspro e cadente. Udite :
messer Angelo scrive [li. 6] « L’armi lucenti sue sparger un
lampo Che faccia l’ aer tremar di splendore. » Ohibò ! e’ si vo-
lea dire « Che faccian tremar l’ aere di splendore. » E pure in
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ANGELO POLIZIANO.
ACUÌ
quella posa inaspettata della sillaba quarta e nella velocità de-
gli altri suoni sentiasi e quasi vedeasi la vibrazione e retrazione
dei raggi. Altrove il Poliziano per accompagnare col suouo
l’ imagine di qualcosa di lento di fosco di nebuloso dice stu-
pendamente: « E già de’ sogni la compagnia negra: » dove
.l’armonia strascicata è un artifizio da maestro. Ma quell’ac-
cento dissimulato della nona sillaba è in vece pel correttore un
peccato mortale : e da bravo accomoda tutto con un arcaismo,
« E già de’ sogni la compagna negra. » E sì che aveva fresco
fresco un esempio di mons. Bembo : 1 « Dolce mormorio di
fontana viva » e, che è più, dell’ Ariosto: « Che balte cime con
mormorii lieti Fan tremolar «dei faggi -e degli abeti.5 »
D’ altri guasti non si potrebbe indovinare la cagione, se
non recandola all’ignoranza. Per esempio: il Poliziano, descri-
vendo il cipresso che fu già bel giovine secondo la mitologia,
dice, seguitando Ovidio, « Bagna Cipresso ancor pel cervio gli
occhi Con chiome or. aspre e già distese e bionde : » e il corret-
tore racconcia « Chiome or aspre or già distese e bionde: » e
addio l’allusione delicata al giovine che era richiesta dal verso
antecedente, e addio il buon -senso. Altrove intorno a Venere
emergente il Poliziano seguendo l’inno omerico dipinge
« L’ Ore premer 1’ arena in bianca veste. » Il correttore pare
che non conoscesse nè pur d’ udita queste Ore vestite, e
sostituisce loro nulladimeno che l’ onore ; « L’ onor premer
P arena ec. » Il Poliziano, accennando ad una' costellazione
diversa da Boote, e dal carro, dice « E già il carro stellato
Icaro inchina il correttore facendo tutt’uno d’ Icaro e di
Boote, « E già il carro- stellato al coro inchina. » Altra volta
il correttore viola egli la grammatica, lasciando sospeso il
senso. Venere prega Pasitea che in vii a Giuliano il Sonno
. [II. 22] : « Fa’ che Mostri al bel Iulio tale imago Che ’l faccia
di mostrarsi al campo vago : » e -il correttore' cambia, « Che
faccia dimostrarsi al campo vago. » Questi sono alcuni fra i
molti esempi dell’ intierezza e legittimità d’una lezione pas-
sata agli onori di vulgata.
1541. Stanze di m esser Angelo | Politiano cominciate...:
• P. Brinilo. Son. Paolo v' invila qui, in [lime, Bergumo, Loncellotti, 1753.
* Ariosto, Orlando Furioso, VI, 24.
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XCIV
ANGELO POLIZIANO.
M. D. XLI. Sopra la data l’impresa dell’àncora. In fine: ABOD.
Tutti sono quaderni. In Vinegia, nell’ anno M. I). XXXXI.
In casa de’ fi glicoli di Aldo-. Ili 8°; di bel carattere corsivo:
con tre' Ottave per pagina e cc. 32 numerate da una parte
sola e registi-. A-D iiij ; nella prima sta il titolo, nell’ ul-
tima la soscrizione.
1544. E con lo stesso formato e numero di carte e per gli
stessi caratteri è ripetuta colla data del M. D. XLIIII In Vi-
negia senz’ altra nota. Della presente edizione (faccio tutto
uno delle due stampe, perchè nella lezioné sono una di fatto)
i Volpi dicono che. è « nitida e molto più corretta di tutte
le precedenti, benché essa pure abbia i suoi gran nei » e che
di essa principalmente si son serviti per la prima loro ri-
stampa. E certo per regolarità di grafia avanza senza pa-
ragone tutte le stampe antecedenti. Del resto riproduce fe-
delmente con giunta di qualche nuovo concierò la edizione
rivista dal Gaetano. Pure fu citata dagli Accademici della
Crusca, i quali, non ostante la loro schifiltà verso i non to-
scani, accettaron questa volta per gemme fiorentine i vetri di
messer Tizzone da Poti.
155.. . La | rappresentazione del j la Favola d’ Orfeo , |
Composta da messer Agnolo Politiano Nuovamente ristampata.
Senza nota, ma del sec, XVI: in 4°; di carte 5, non nani.,
a 2 col., più una bianca in fine; con 3 fig. Nel retro della
prima c. v’ è la lettera al Canale senza intitolazione di sorta.
1558. Una ediz. dell’ Orfeo,, forse anteriore, di Firenze, 1558,
in 4', è notata nel Cat. Pugne del 1827, N" 3731 [Batines]. E
di quest’ anno il Libri [Catal.] cita un’ Historia d’ Orfeo pub-
blicata in Firenze presso il Vescovado, che incothincia « 0
buona gente, e’ fu già un pastore. »
15.. . La historia et favola d’ Orfeo il quale per la morte di
Euridice fu forzato andare nel inferno, et impetro gratin di
Plutone. Ad istanza di Iacopo Perini. In 4 '. S. A. Ediz. fior,
del sec. XVI, nel Cat. la Vallière, n" 3735 [Batines].,
1558. Stanze... Vengono subito dopo quelle del Bembo [Nel-
V odorato] in Stanze di diversi illustri poeti, di nuovo ristampate,
con V aggiunta d’ alarne stanze non più vedute, raccolte da M. Lo-
dovico Dolce a commodità et utile de gli studiosi di poesia toscana.
In Vinegia, appresso Gabriel Giolito de Ferrari [in 12°] e in
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ANGELO POLIZIANO.
XCV
1560 . Prima parte delle Stanze di diversi {[lustri poeti. Rac-
colte da M. Lodovico Dolce ec. Nuovamente ristampate et con
diligentia riviste & corrette. In Venezia, appresso Gabriel Giolito
de Ferrari ; in 12° ; e ivi stesso- nello stesso formato 1563-65,
1569, 1570, 1575 e [appresso i Crioliti] 1581. Queste varie ri-
stampe rispetto alla lezione si possono considerare come una
sola edizione, nella quale il Dolce raccolse tutti o qua&i tutti i
concieri di M. Tizzone e dell’ Aldo e n’aggiunse de’ suoi. F uno-
tato dal Volpi, il quale pur s’aiutò delle stampe de’ Gioliti per
le cotniniane : « Ci siamo accorti del troppo ardore del Dolce
o di qualch’ altro in aver voluto mutar molte voci, che si pos-
sono difendere coll’autorità di Dante e d’altri ottimi toscani
scrittori, a capriccio : come labbia sing. in labbia plur., reddito
in tornato, bobolce in bifolce ; come pure in aver dato a qualche
verso altro giro. » Il quale ultinlo non fu tanto ardire del
Dolco quanto di messer Tizzone. Oltre a ciò ebbe il Dolce certi
capricci di mutamenti tutti suoi, ne’ quali però non da altri fu
seguito che dal Sérmartelli: per es., alla st. xvi del lib. I legge
nbligate vostra alta natura in vece di obliate ; alla cxxv dove
Venere domanda al figliuolo « Fai tu di nuovo in Tiro
mugghiar Giove?*» egli mette in toro mugghiar. Più no-
tevole è la correzione alla st. vii del lib. I, dove il Poli-
ziano, secondo un’ antica e poetica tradizione che nelle isole
de’ beati assegnava la più bella delle eroine al più forte de-
gli- eroi, ' avea scritto : « E se qua su la fama il ver rim-
bomba Che la figlia di Leda, o sacro Achille, Poi che il corpo
lasciasti entro la tomba, Ti accenda ancor d’amorose faville...»
Quando mai s’è detto che Achille fosse innamorato di Elena?
(pensò il Dolce che avea ridotto Omero in poemi d’ ottava rima
come Dio vuole): Polissena dovevate dire, messer Angelo. E
l’ iustancabil poligrafo rifece il latino al traduttore d’Omero
al poeta dell’ A mbra al critico delle Miscellanee in questo mo-
do: « Che d’ Ecuba la figlia, o sacro Achille. » Fa mera viglia
però thè abbiano approvala e ritenuta nelle loro edizioni la
correzion del Dolce uomini dottissimi, come i Volpi comen-
tàtori inesauribili di poeti latini, come il Strassi, e, sol però
nella prima edizione delle Stanze da lui annotata, il Nannucci.
1568. Stanze di.... fatte per.... Nmvamente ristampate et
corrette. In Fiorenza appresso Bartolommeo Sermartelli. In 8".
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XCVI
■ANGELO POLIZIANO.
Nella lezioue, come notò il Gamba, s’accosta frequentemente
all’ aldina e più ancora alle stampe del Dolce : non ha di
suo che qualche varietà insignificante. Precede alle Stanze
una dedicatoria dello stampatore che riferiamo • come docu-
mento storico.
Al molta magnifico M. Bernardino di M. Niccolò de’ Medici
signor suo osservandiss.
Si come non ha dubbio che il primo il quale altamente can-
tasse in stanze o vero ottava rima (la quale marniera di versi,
come eroici toscani, è oggi sommamente in pregio) fa il dot-
tissimo messer Angelo da Montepulciano, il quale visse ne’ fe-.
licissimi tempi del magnifico e gran Lorenzo de1 Medici, splen-
do fe non pure di questa nostta patria ma di tutta l’Italia; cosi
è vero, a giudizio de’ migliori, che 'le dette sue Stanze, fatte per
la giostra del Mag. Giuliano, sono e sempre mai saranno,
fra le migliori che mai siano state fatte, annoverate. Anzi ardirò
dire, per quello che ho molte volte inteso, che fuori quelle del dot-
tissimo Lodovico Martelli e del Bembo (dicano pure che loro
piace alcuni ) elleno sono sanza contrasto l» migliori. E se ben
pare che in alcun luogo manchi loro un non so che di grande
e d’ osservanza che hanno poi ne i loro somiglianti poemi usata
gli altri, ninno se ne dee maravigliare ; quando e verissimo che
pure aff ora cominciarono -, in gran parte per opera e studio
di esso Poliziano, a rifiorire e risorgere nella nostra dolcissima
e leggiadrissima lingua le poesie toscane, state infino allora,
per poca cura de’ nostri avoli, per ispazio di moltissimi anni, in
poco conto. Non è, dico, gran fatto che abbiano gli altri che
sgno stati dopò messer Agnolo alquanto meglio le loro cosi fatte
rime arricchite & ornate; essendo, come si dice in proverbio,
assai facile aggiugnere alle cose da- altri state trovate. Ma la-
sciando oggimaUdi fare intorno a ciò più lungo discorso; avendo
io ristampate le dette Stanze, per compiacere a molti che amano
di averle da i volumi dell’ altre separate; ho pensato, ragionan-
dosi in esse dei fatti egregi de gli antichi eroi della vostra il-
lustrisi. famiglia, ch’elle vadano questa volta fuori sotto il
nome vostro. Perciocché, se bene elle non sono cosa nuova, elle
sono tuttavia si fatte, che sempre come e nuove e dottissime
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ANGELO POLIZIANO.
XCVII
deono essere dagli studiosi delle cose toscane, come voi siete, e
vedute e ricevute volentieri.
Di Firenze, il dì primo d’agosto MDLXVIII.
Di V. molto magnifica Signoria ser.
Bartolomeo Sermartelli.
1577 Ristampate dallo stesso tipografe e
nello stesso formato, col registro A-Dii. Fu creduta dal Volpi
l’ ultima edizione delle Stanze innanzi alla prima cominiana.
Ma, le abbiamo, e non avvertite da bibliografi,
1612 Nuovamente stampate e ricorrette. In Fi-
renze, nella stamperia Sermartelli, MDCXII. In 8'. Precede una
dedica così fatta :
Al moli’ illustre sig. cavaliere Pierfrancesco Castelli
signor mio osservandissimo.
La gioventù fiorentina à sempre tenuto in gran pregio le poe-
sie di messere Agnolo Poliziano e particolarmente le Stanze che
egli, compose per la giostra, del magnifico Giuliano de’ Medici;
perchè sino a quel tempo non si erano vedute ottavi rime che
tanto calessino come queste. Ora, dovendosi elleno ristampare
nella nostra stamperia, dove moli anni sono furono due altre
volte stampate, ò pregato mio padre che si contenti che le por-
tino in fronte il nome di V. S. moli illustre. E questo ò fatto
per mostrargli segno se ben piccolo dell’ affezzione eh’ io gli porto
e del desiderio che ù di servirla come è mio debito ; sì come an-
cora spero con maggiore occasione sodisfarmi, se il signore Dio
mi concederà vita. Vostra Signoria gradisca V affetto e mi tenga
nella sua grazia.
Di Firenze, li 13 di maggio 1617.
Di V. S. Molto III.
Cugino e Servitoir
• Bartolomeo Sermartelli. ■
« 1617 Firenze. In 8*. È ristampa dell’antecedente.
1653. La historia di Orfeo. Trevigi. In 4° ; di 4 cc. a 2 coj.;
con fig. al frontespizio [llatines], •
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XCVIIt .
ANGELO POLIZIANO.
Terza Età.
Alla terza età, che si può denominare cominiana, appar-
tengono le edizioni delle Stanze e dell* Orfeo uscite dal 1728
in poi. Le note particolari alle edd. di questa età sono, che
nelle Stanze è conservata dal più al meno la lezione del testo
aldino, nell’ Orfeo si seguitano i testi antichi fino al 1777 e
indi in poi- prevale il nuovo testo dell’ Affò ; si comincia ad
aggiungere alle due opere maggiori alcune rime, e dal 1812
in poi si raccolgono tutte o quasi tutte. Ma delle rime non
dobbiamo in questo capitolo intrattenerci.
1728. L’ elegantissime | Stanze . .• ridotte ora
col riscontro di varie antiche edizioni alla loro vera lezione, e ac-
cresciute di una canzone e di varie notizie. In Padova, presso
Giuseppe Cornino. In 8’. L’ediz. è curata dai fratèlli Volpi;
che seguirono il testo aldino e quel del Dolce 1570, e dis-‘
sero d’ aver avuto sotto occhio anche una stampa fiorentina
del 1513, ma non vi ricorsero mai o quasi mai : e fu citata
dagli Accademici della Crusca.
1747. . . . .’ . colla vita del Poliziano scritta dal sig.
Abate Pierantonio Serassi. In Bergamo, appresso Pietro Lan-
cellotti. Ediz. magnifica in 4° gr., in grosso e nitido carattere
j Volpi]. Il testo non è che ristampato dall’antecedente: alle
Stanze va aggiunta la Ninfa Tiberina del Molza.
1749. Orfeo | Favola di messe» | A. P. \ diligentemente
corretta \ e ridotta alla sua vera lezione. Sta in fin* di II Ci-
clope d’ Euripide nuovamente tradotto e illustrato, pubbli-
cato in Padova, appresso Giuseppe Cornino ; in-8°.
La Favola | di | Orfeo composta da m. | A. P. | e ridotta
ora per la prima volta alla sua vera e sincera lesione. In Pa-
dova. Appresso Giuseppe Cornino. In-8”, di pagg. 24. E la
stessa già pubblicata in fine del Ciclope ; se non che qui
precede un avviso dello stampatore e una testimonianza del
Menckenio intorno all’ Orfeo. Nell’ avviso si dice che la edi-
zione è stata tolta dalla fiorentina del 1513 a stanza di ser
Piero Pacini da Pescia, « .... in virtù di cui si restituirono
parecchi versi, si emendarono più e più errori...., si “adot-
tarono varii antichi vocaboli e maniere di dire che allora
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ANGELO POLIZIANO.
XCIX
da’ migliori autori si usavano, si. sono sbenditi però gli ac-
cozzamenti latini delle et, et, mp ec.( come pure Y el perii;
la terminazione in e del -plural femminino (e. g. dolce pa-
role...) » Il lìatiries avverte: « In quest’anno medesimo si
fecero due edd. della Favola d’ Orfeo, con lo stesso numero'
ili pagine ciascheduna ; e si discernono da questo, che una
è segnata solo .della lettera A, dove .1’ altra di A e 15.
Di questa ediz. ne fu tirata una copia in pergamena, pos-
seduta ora dal march. Trivqlzio a Milano, e degli esemplari
in carta turchina, in carta fine e in carta romana grande. »
1751. L’ elegantissime | Stanze Ridotte ora cqI riscon-
tro di carie antiche editami alla loro vera licione e accresciute
d’ una canzone e di varie notizie. Edizione II padovana ad cre-
nata delti vita dell’ autore scritta dall’ ah. - 1J. 14. Serqssi. Pa-
dova, appresso Giuseppe Cornino. In-4" Le varianti sono tratte
dalla stampa fior, del 1513 (gli edd. avvertono .da quella
appariranno le Stanze tali e quali uscirono dalla penna del
Poliziano. » () allora perphè non ristamparle così a dirit-
tura?) e dalla sermartelliana del 1577. La canz. è Monti
valli antri colli già pubbl. dal Creschnbeni nell’ Ist. della vol-
par poesia : v’ è la stanza dell’ eco e la canzònetta ; v’ è l’ epi-
tafìo latino del Pellenegri; e v’è V Orfeo, come fu stampato
dallo stesso Cornino nel 1749. Segue alla Vita un catalogo
delle varie edizioni delle Stanze già raccolto da A. Zeno ed
ora accresciuto dal Volpi. Di questa edizione furono fatte due
ristampe dai Remondini. Venezia, 1761, 8 ’ Razzano, 1821,8".
1753. Stanze .... In Stanze di M. Agnolo Poliziano, di M. Pie-
tro Bembo, e di M. Luigi Tansillo, riviste e corrette sopra v arii
antichi testi a penna ed alla loro vera lezione ridotte da un acca-
demico della Crusca. In Fiorenza. Iu-8° Può darsi che l’editore
cruscante abbia rivedute su vari testi a penna le stanze del
Bembo e del Tansillo : certo, quanto a quelle del Poliziano,
si attenne strettissimamente alla lezione del Dolce e del Ser-
martelli. . *
1765. L’ elegantissime — Stanze — .... colli giunta dcl-
l’ Orfeo e di altre cose volgari del medesimo autore non più stam-
pate. Padova, Cornino. In-8'. Tutto a cura del Serassi. Dopo
una dedicatoria dell’ autore viene la Vita già dal Serassi det-
tata e ora nuovamente accresciuta e illustrata; vi sono i so-
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c
AGGELO POLIZtVNO.
liti testimonii, il catalogo e le varianti del poema come nel-
l'edìz. del 1751. V’è la favola dell’ Orfeo, ridotta ora vera-
mente la prima volta alla sua sincera lezione secondo il cod.
chigiaiió 2333. Delle altre poesie volgari parleremo altrove.
1769. Stanze In 1 {accolta di Stanze dei migliori italiani
poeti. Verona, P. A. Berno. In-8".
1766. L’Orfeo | tragedia. | .... tratta ger la prima volta da
due retasti dodici ed alla sua integrità e perfezione ridotta ed il-
lustrata dal R. P. Ireneo Affò, e data in luce dal P. Luigi An-
tonio di Ravenna. In Venezia, appresso Giovanni Vitto. « In-4° :
di VI-96 pagine, più una carta per l’errata. Eccellente ediz*.
adottata dai moderni edd. : è accompagnata da varianti tratte
da due codd., uno della bibliot. del Convento di Santo Spirito
in Reggio, e l’altro posseduto da Buonafede Vitali -di Bus-
seto. In fine vi ha delle Osservazioni -del p. Affò sulla Favola
di Orfeo, r [Batines.] • •
1782. Stanze .... In Poesie di diversi autori. Londra. Si
rende in Livorno presso Gio. Tommaso Masi e C. In-8’
1785 ■ in Poemetti del secolo XF-XVJ, Venezia, Anto-
nio Zatta [t. X del Parnàso italiano raccolto dal Rubbi]. In-8’
1792. Le | Stanze | .... di nuovo pubblicate. Parma, Nel
Regai Palazzo, do’ tipi bodoniani. Splendida edizione, in-4"
e in 8’ reale, di c. xix-60: del primo formato furono ti-
rati 162 esempi., dodici dei quali in carta velina e qual-
cuno in caratteri maggiori; nel formato in-8 uno ne fu ti-
rato in drappo argentino per la Raccolta Poggiali, che trovasi
ora nella Palatina di Firenze. Precede una dedica del Bodoni
al conte Cesare Ventura e la lettera di Alessandro Sartio.
1794. Stanze riscontrate di nuovo co’ testi migliori e
diligentemente rivedute. Firenze, Nella Stamperia Granducale.
In 4' gr. Magnifica ediz. che in generale seguita la lezione di
Aldo e in alcuni pochissimi luoghi quella delle vecchie stampe.
1797i .... Parma, Bodoni. In-8' gr. Terza ristampa bodo-
niana, della quale furono tirati due esemplari in seta ed uno
in pergamena pel duca d’Abrantes.
1797 Venezia, Carlo Palese. In-8”. Edizione di lusso
per nozze. . *
1797. ...'.-111 Poemetti Italiani, Dada Società letteraria di
Torino ; t. I. In-8'.
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ANGELO POLIZIANO. CI
1801 [con 1' Orfeo ed altre rime] in Poesie del Magni-
fico Lorenzo de1 Medici e di altri suoi amici e contemporanei.
Londra, Nord ini e Dulau. In-8'.
1804 Poma, Caetani. In-8‘1. « Rara ed eccellente edi-
zione fatta sopra un cod. chigiano [2333] per le cure di
varie valenti persone e per quelle singolarmente del dottis-
simo conte Luigi Biondi » [Betti]. Contiene le Stanze e la
canzone Monti, valli ec.
1805 Firenze, Molini, Laudi e C.n In foL [unitamente
all’ Aminta del Tasso, 1804], con ritratto inciso in rame da
Pietro Bettelini sopra un disegno di P. Krmini. Precede una
dedica al march. L. Giraldi della Pietra e una Vita del-
l’ autore.
1806 Pisa, Società tipografica. E la stessa edizione
in fol., mutata solo la data. Il Gamba dice che fu tirata a
250 esempi., de’ quali uno in pergamena.
1806 Prescia, Niccolò Lettoni. In-4".
1808. Le | Stanze | k | l’ Orfeo | ed altre poesie.
Milano , Dalla Società tipografica de’ Classici Italiani. In-8’;
con ritratto in legno. Per le Stanze si seguitarono le edd.
cominiane, per l’ Orfeo quella dellM^'ò di cui si ristampa-
rono anche tutte le osservazioni: delle altre poesie vedremo
altrove. Precede la Vita scritta dal Serassi.
1810. Stanze.... Verona , in 12°. [Catal. Vili del sig. Carlo
llainazzotti libraio in Bologna, 1862].
1812 illustrate per la prima volta con note dell’abate
Vincenzo Nannucci del Collegio eugeniano di Firenze. Firen-
ze, Nella Stamperia di Giuseppe Magheri e figli. In-8\ Il testo
seguita le edd. cominiane. Diffuse sono le note, su ’l fare
dei vecchi eruditi fiorentini, Salvini, Biscioni, Murrini. Pre-
cede al poema una narrazione tratta dui Poscoe e la Vita del
Serassi, e a questa un avviso ai leggitori nel quale il celebre
filologo ancor giovinetto mostra aver già de’ nemici e una
gran voglia di combatterli. V’ è anche una dedica.
1814. Rime.... con illustrazioni dell’ ab. Vinc. Nannucci e di
Luigi Ciampolini. Firenze, presso Niccolò Carli. Due voi. in
picc. 8”, con ritratto inciso in rame alla punta dal Verico di su
la pittura di Cristofano dell’Altissimo. S’impressero esemplari
in carta velina e due in carta turchina. II Brunet aggiunge:
i'OLlZUSO. g
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cu
ANGELO POLIZIANO.
« Ou en cite un'autre de Florence, 1816, 2 voi, en 16', avec les
poésies inédites qui forment le 2’ voi. » Non esiste, credo io; o
se sì, è una ripetizione della presente. Nel primo voi. sono le
Stanze secondo i testi cominiani, con innanzi una vita del Po-
liziano novamente compilata dal Ciampolini, non che una pre-
fazione su ’l tempo della giostra e la narrazione tolta dal
lloscoe ; quindi l’ Orfeo secondo la lezione dell’ Affò con una
breve prefazione rifatta su quella del dotto Parmigiano. Alle
Stanze e all’ Orfeo seguitano le note del Nannucci ; per que-
sto compilate ora la prima volta, riviste e corrette per quelle.
Delle Rime propriamente dette contenute nel II voi. parle-
remo altrove.
1819. Opere volgari.... contenenti le elegantissime Stanze,
alcune rime e l’ Orfeo colle illustrazioni dell’ Affò. Venezia, Vita-
reUi. Tomi 2 in un voi. in 18', con ritratto in acciaio. Alle
Stanze precede la vita del Serassi: per 1’ Orfeo fu ristampata
fedelmente 1’ edizione dell’ Affò 1766 con tutte le illustrazioni.
1820. Stanze.... [con 1’ Orfeo e le altre rime] Pisa, Seba-
stiano Nistri. In 12 ', con ritratto in legno. Seguita la fioren-
tina del 14: aggiunge la Vita del Serassi e la Ninfa Tiberina
del Molza.
1822. Rime.... Seconda edizione. Firenze, Marchini. In 8’,
con ritratto inciso dal Giarrè su la pittura dell’ Altissimo. E
una ristampa, con qualche emendazione sol nelle Rime pro-
priamente dette, della fiorentina 1814.
1824. Le Stanze | e | l’ Orfeo | ed altre poesie....
Edizione stereotipa. Cremona, De Micheli e Bellini. In 8 '. Ri-
stampa della ediz. milanese de’ Classici 1808.
1825. Poesie italiane.... Prima edizione corretta e ridotta a
buona lezione. Milano, Silvestri, 1825. In 8', con ritratto in legno.
Furon tirate 12 copie in carta velina, 2 in c. turchina di Par-
ma, una in pergamena che il Gamba vide presso il marchese
Fagnani in Milano. Per le Stanze, seguiti i testi cominiani, ec-
cetto in pochi luoghi, ove parve al nuovo editore che i Volpi
non avessero fatto uso di tutta la loro sagacità, furono ri-
stampate anche le varianti dai Volpi raccolte ; per l’ Orfeo
fu accettata la lezione dell’ Affò, pur ristampando in fine le
varie lezioni, salvo alcune poche rimesse nel testo di su la
cominiana del 1749. Precede alle Stanze la Vita del Serassi, al-
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ANGELO POLIZIANO. CUI
Y Orfeo la prefazione tolta dalla ediz. fior, del 1814. Ma il Betti
1' anno di poi mostrò nel Giornale arcadico che nè pur questa
edizione e nè pur nel solo testo delle Stanze potea dirsi per-
fetta; mostrò Tutile che un futuro editore avria potuto trarre
dalla romana del 1804, e pubblicò assai belle varianti dal co-
dice oliveriano. Delle quali si valsero in gran parte gli edi-
tori delle
1826. Stanze | e l’ 0iifeo.... Milano, Tipografia de? Classici
italiani. In 18’; con una scelta delle rime e il ritratto.
Con la quale stampa può chiudersi il catalogo delle edd.
dei due poemi di A. Poliziano ; non essendo che riproduzioni
dal più al meno corrette e di niuna fama le successive ri-
stampe. A pena meritano di esser ricordate le Stanze e le Mime
che fanno parte delle Poesie liriche italiane dal I sec. fino
al 1700, in 4" [Firenze, Borghi, 1836; e Le Monnier, 1838], e
dei Lirici del III secolo, in 4" e in 16° [Venezia, Antonelli, 1844
e 1846], scelte in questi secondo la ediz. Molinari, intiere in
quelle secondo la ediz. del 1814 e del 22.
« Ma fra tanto studio che intorno vi hanno posto i mi-
gliori nostri, fra tante cure di tipografi eziandio diligentis-
simi, è poi vero che le Stanze del Poliziano vadano affatto
scevre da errore? Io non vorrei che mi facessero reo di
presunzione confessando sinceramente che a me non pare. »
Questa dubitazione del chiariss. Betti per la disamina dei
vàri testi da me fatta parmi avvalorata e levata al grado
di certezza. Che se il Betti aggiunge « Chi dopo la morte
del poeta abbia francamente osato por mano nelle elegan-
tissime Stanze , noi so ; 1 » anche qui la risposta è in pronto :
il corruttore fu mess. Tizzone Gaietano da Poti. Chiarito
dunque come messer Tizzone avesse nel 1526 corrotto la
lezione genuina del Poliziano, e come le più accreditate
edizioni dall’ aldina in. poi non sieno che una vergognosa
riproduzione dei concieri del Tizzone con altri di giunta;
chiarito come le stampe anteriori al 1526 concordano mi-
rabilmente ai due codici riccardiani, e con questi concorda
quasi sempre e nei luoghi di maggior rilievo il cod.
elogiano 2333 riprodotto nella stampa romana del 1804 e
* S. Beiti, Giornale arcadico, XIX, I. c.
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Gl V
ANGELO POLIZIANO.
T oliveriano le cui principali varianti furon pubblicate dal
Betti nel Saggiatore e nell’ Arcadico ; chiarito tutto questo,
non v’ era più dubbio del modo da tenere in una nuova
edizione delle Stanze. E fu ; prendere a fondamento i codd.
fiorentini e le stampe anteriori al 1526, la ediz romana
del 1804 e le lezioni oliveriane ; riportare in nota le poche
discordanze di questi testi fra loro, e le molte e arbitrarie
e turpi della lezione corrotta e comunemente accettata. Per
T Orfeo poi; sebbene ci aggradisse e per l’ antichità dei mss.
ci paresse autorevole assai la nuova lezione in cui lo dette
il p. Affò nel 1776 ; pure non potevamo tenere 1’ opinione di
lui esser quello il solo legittimo Orfeo qual fu dal suo autore
composto. Onde ristampammo e il primo Orfeo quale dal
cod. chigiano lo ripubblicò nella cominiana del 1765 il Se-
rassi, aggiungendo in nota le varianti delle vecchie stampe
e del cod. ricc. 2723; e il secondo quale fu dato dall’ Affò,
con le varianti de’ due codd. reggiani da lui riportate, omet-
tendo le altre dell’ ediz. comin. e della Arecchia lezione già da
noi riprodotta poche pagine innanzi. Ma ristampammo e la
prefazione e le osservazioni del dotto parmigiano ; inserendo
nelle note a piè di pagina quelle che toccano lo stile e l’ in-
terno congegnamento della favola, lasciando in fine e da sè
le più lunghe e di più larga e varia erudizione. E all’ Orfeo
e alle Stanze sottoponemmo il comentario onde Vincenzo Nan-
nucci adornava queste nel 1812 e quello nel 1814. L’ edizioni
di codesti due anni tenemmo innanzi ambedue pel comenta-
rio alle Stanze, giovandoci specialmente della prima di cui
possediamo un esemplare con qualche postilla e aggiunta di
mano del comentatore. Sfrondammo un poco, della dicitura
più che dei confronti e delle citazioni: i passi greci voltammo
in fedelissima prosa italiana: qualcosa anche correggemmo,
non per presunzione di maggior dottrina, ma ove la critica
dei testi o altra simil ragione lo esigeva; e qualcosa aggiun-
gemmo dal Fornaciari1 dal Betti* e da altri, e, distinguendo
sempre con asterisco, anche del nostro. Qui i filologi e i cri-
tici alla moda, che i lunghi comentari disprezzano, avran ca-
' Annotazioni agli Esempi di bello scrivere in poesia.
i Cit. memoria nell’ ^rcarfi'ro.
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ANGELO POLIZIANO.
CV
gione di ridere alle nostre spalle : ma noi, pure ammirando e
venerando i critici e i filologi e la moda quanto meritano,
oseremo umilmente osservare, che, se il signor Sainte-Beuve
desiderava pel moderno Andrea Chénier un comentario a
liso di quei del Boissonade intorno ai greci ' e se il sig. Becq
de Fouquières ha ultimamente adempiuto i voti del critico il-
lustre,1 dovrebbe a me perdonarsi lo aver ristampato e ac-
cresciuto un comentario alle Stanze del Poliziano, padre
del rinascimento e della poesia d'imitazione. E quf il nome
di Chénier mi fa tornare a mente quei suoi versi elegan-
tissimi :
• Ami, Plioelius aitisi me verse scs largcsses.
Sou veti 1 «Ics vieti* auteurs j'envaliis les ricliesses.
Plus souveitt Ictirs éeriis, aigtiillons géncreux,
M'cmbrusent ile leu r (Limine, et jc eròe uvee eux.
Un juge sourcillcux, òpimil mes ouvrages,
Toni il eoup à griuids cris tlénoiiec viugt passages
Trailuils tic tri aulctir qu'il nomine; et Ics trouvaut
Il s'admire et se piali ile se voir si savnnt.
Qtie ne vient-il vers inni ? Jc lui Terni connaitrc
Mille tle mes lurcins qu'il ignare peul-èlre.
Moli tloigt sur moli manleau lui dévoile n l’instant
La couture in visitile et qui va serpentoni
Pour jointlrc à moli étolTc uuc pourpre élrangòre.
Je luì muntrerai l'art ignorò tlu vulgaire
De sòparcr mix yeux, en sui vani leur lieti,
Tous ccs nictaux unis doni j'ui formò le mieli.1 •
Quel che Chénier verso il suo critico, potrebbe il Poliziano
adoperare verso i suoi cementatori : da’ quali anche per ciò
niuno deve aspettarsi e ripromettersi ani lavoro intiero per-
fetto rispondente a tutte le voglie. Del resto l’ opera del
Xannucci si raccomanda da sé : io per la parte mia ho fatto
quel meglio che m’ è concesso.
1 Vedasi il Sainte-Deiive, Pnrlrnili
litlcrnires, Paris, Garnier, 1862;
tomo I.
1 Nella cJilion criltqvc delle l’nt-
tiet rie Andre Chénier, Paris, Oliar*
pcntier, t862.
* A. Chénier, É/iilre IV, ò Le
Druii: cit. edix. pag. 31 à.
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evi
ANGELO POLIZIANO.
iy.
Rine varie. — Rispetti continuati e spicciolati. — Ballate.
Che il Poliziano riprendesse e continuasse nell’arte la tra-
dizione del Boccaccio, ci par vero anche rispetto alle liriche.
Le quali son tutte d’amore, dovendosi rifiutare le poche rime
ili vario argomento col nome suo pubblicate e a pena far
conto della lauda attribuitagli. Ed è l’ amore naturale e dei
sensi quello cantato e descritto o vólto in burla dal poeta
della Giostra, talvolta con l' accendimento di passione che
regna nella Fiammetta, tale altra con la grazia e la inge-
nuità del Ninfale e del Decameron ove è comico, ed anche
con la fine ironia e col sarcasmo del Làberinto: E qui spe-
cialmente torna in acconcio il paragone, da altri già fatto,
del nostro poeta con Valerio Catullo. Al quale non assomi-
glia soltanto « per la copia di leggiadre immagini, per la ele-
ganza e purità delle forme del dife, per la nativa schiettezza
dello stile,1 » ma più ancora per questo. Che Valerio Ca-
tullo, mentre con Te ti e l'eleo con la Chioma di Berenice con
1’ elegia ad Allio derivando la poesia greca nella lingua ro-
mana serbava a questa l’ ingenuità propria e gittava l’ esa-
metro nel grande stampo di Omero non nei moduli di Ales-
sandria che piacquero ai poeti più culti dell’ età susseguente,
rimaneva a un tempo tutto romano negli endecasillabi ne-
gli epigrammi e forse negli epitalamii, così per la guisa del
sentire e per la qualità degli scherzi e dei sali, come per
lo stile e la versificazione; onde il numero di lui parve poi
rotto ed aspro a cui s’ era accostumato con Properzio ed
Ovidio, e la lirica perdè al confronto della finissima ma un
po’ trasmarina eleganza di Orazio. E il Poliziano, trapian-
tando le bellezze greche e latine nella Giostra e nell’ Orfeo
con varietà di numero che fastidì a chi nacque dopo il
Tasso e con la lingua del tempo suo che parve mista e li-
' Bulinimi, preti*, a due Cani, a b. di A. P., Firenze, Barbèra, 1858.
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ANGELO POLIZIANO.
cv;i
cenciosa dopo le teoriche del Bembo, fu poi scrittore tutto
fiorentino e di popolo nei rispetti e nelle canzoni a ballo,
necessariamente obliate quando la popolarità andò nelle let-
tere perduta e derisa.
Tuttavia anche nelle liriche v’ ha qualche saggio della
prima maniera classica delle Stanze e dell’ Orfeo. Scrisse il
Ginguenè ed altri con lui che la canzone « Monti, valli, antri
e colli » sia dopo il Petrarca quella poesia italiana che meglio
ne rende il fare.1 E se ciò s’ ha a intendere della versificazione
e della conformazione esterna, sta bene. Ma per la sostanza
quella canzone è già un’ elegia, ove il rapimento dei sensi si
esprime con più arditi colori e con men profonde ombreggia-
ture che il Petrarca non soglia. E vie più sempre tiene del
l’elegia l’altra canzone « Io son constretto..., » anche pel me-
tro; il quale con le varie pòse delle strofe di quattro versi pur
rientranti 1’ una nell’ altra e col settenario susseguente mano
mano a due endecasillabi ha quasi P ondeggiante andare, del
distico. Che se in luogo della gentil tristezza di Tibullo tro-
verai in queste elegie il calore e gli ornamenti di Properzio
e una cotal grazia e facilità tra di Catullo e di Ovidio; a
ogni modo le giudicherai superiori alle tante in terzetti che
furon fatte di poi. E ti dorrai che il poeta non ne compo-
nesse alcun’ altra e col mezzo specialmente delle quartine
intrecciate non facesse al volgar nostro apprender qualcosa
della impareggiabile delicatezza che è nella elegia latina
su le viole, la quale fatta a concorrenza co’ sonetti del Ma-
gnifico su’l medesimo argomento,2 sebbene l’autore volesse
qualificarla non altro che uno scherzo della prima adolescenza*
mostra di qual maniera galanteria e buon gusto regnassero
nelle sale di Firenze, architettate dal Brunellesco e da Mi-
chelozzo e nella lor civile semplicità adorne de’ più bei mo-
numenti dell’ antica e nuova arte. Chi volesse vederla volga-
rizzata, lasci da banda il corretto e fedel Perticari co’ suoi
versi che tengon troppo del Monti,4 e la cerchi nell’ infanzia
dello sciolto tra le rime del Firenzuola traduttor puro ar-
1 Ginguenè, Ititi. Hit. d'il., pretn. dell' edix. diamante di G. Barbèra,
pari, eli. XXII. 5 Polilianiis, Epitl. VII, 45.
1 L. de’ Mcd., son. xivil e ixxxm * Perticari, 111,590-, Lago, 1823
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ovili
ANGELO POLIZIANO.
moniosissimo degno del Poliziano.' A me piace che i lettori,
per compimento e illustrazione alle liriche volgari, la leg-
gano nell’ originale :
» Formosi» o violi», Veneri» niunusculii nostra:,
Dolce qoibus (unii pignus amori» inest;
Qua: «os, qua: genuil (cllus ? quo nectare odora» ,
Sparscruut zepliyri mollis et aura cornasi
Vos ne in acidaliis aluit Venus aurea campis?
Vos ne sub idillio pavit Amor neniorc?
llis ego crediderim citharas ornare corollis
Permessi in roseo margine Pieridas.
Hoc flore ambrosio» incingitur linea capillos,
line legit indocile» Gralia blanda sinus; *
Hoc Aurora suae ucci i t rcdimicula fronti,
Cuoi roscum verno pandit ab axe diem.
Talibus llesperidum rutilant violaria geinmis,
Floribus bis pictum possidet aura uemus;
llis distincta pii ludunt per gramiim mane»;.
Kos (ictus verna: Cliloridos berba parit.
Feiiccs niinium viola:, quas carpserit illa
Dcxtera quo: miserimi me mi li i subripuit,
Quas rosei» digitis formoso admovcril ori
llli nude in me spicula lurquet Amor.
Forsilun et vobis luce illinc gralia venit:
Tantus lionor domina: spirai ab ore incie.
Aspice lacteolo blandi tur ut illa colore,
Aspice purpurcis ut rubet luce foliis.
Ilic color est domina:, roseo cuoi dulco pudore
Pingit lacteolas purpura grata genas.
Quam dulcein labris, quam late spirai odorein:
En, viola:, in vobis ille remansit odor.
0 fortunata: viola, niea vita ineumque
Dclitiiim, o animi porlus et aura mei. *
A vobis saltein, viola:, grata oscula carpam,
' Vos avida tangain terque qualerqiic inalili.
Vos lachrymis satiabo ineis, qusc maestà per ora
Perque simun vivi (lumini» instar cunt.
Combibite bas lucliryuius, qua: lenta: paliula (lamina:
Sicvus amor nostris exprimit ex oculis.
Vivile perpetuimi, viola:; ncc solibus icstas
Nec vos mordaci frigorc carpai liyems.
Vivile perpetuum, miseri solameli anioris,
0 viola:, o nostro grata q u ics animo.
1 Firenzuola, Ltegia IV ; Opere, Le Mounier, IS48, voi. II.
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ANGELO POLIZIANO. CIX
Vos crilis incorni srniper, vos sempcr amnbo,
Torquebor pulcbra tinnì miser n domina,
Dunique cupiilincic cnrpcnt mca pcclora flanmix,
Diluì nicoiiii slabiint et iacbryinx et ^cinitus.* •
Tale era la galanteria delle sale, ove la elegia, oltre che
dagli uomini, potea essere gustata e rimeritata di sorrisi e
di lodi da più di una donna ; perocché fossero i tempi in
cui la bellissima giovinetta Alessandra Scala declamava l' An-
tifone di Sofocle con tal sicurezza di pronunzia e di proso-
dia e con tanta verità che i dotti ascoltatoli n’ erau tutti
rapiti, e agli encomi del Poliziano in distici greci ella ri-
sponde» respingendoli umilmente però in distici greci.* Ma
non sempre era così: più di una volta le delicature greche e
latine ponevausi da parte : e il Magnifico in persona del Val-
lerà contadino di Mugello cantava la Nencia, e il Pulci gli
tenea riscontro con le lodi più grossolane della Beai, e il Po-
liziano levato in piedi spicciolava rispetti su le bellezze di
madonna Ippolita Leoncina da Prato; e poi tutti di con-
serva uscian fuori, e, accompagnandosi ad artefici e improv-
visatori del popolo men cólti e più vispi, o vernano a con-
trasto di strambotti fra loro, o al suono della viola e del
mandolino andavano nelle sere di estate cantando le varie
fortune e condizioni dell' amore per le vie di Firenze e in-
tonando serenate e dipartite agli usci di bellezze meno ac-
concie ed altiere ma più vistose delle gentildonne. Cosi Fi-
renze anche per mezzo della corte medicea continuava verso
le lettere 1’ officio suo tradizionale ; che fu di accordare gli
esempi antichi al sentimento moderno e popolaresco. Lo-
renzo de’ Medici poi, ^principe del rinnovamento e fondatore
d' una dinastia, del ravvicinare l’ arte dei palagi a quella
delle vie e delle piazze e de’ campi, aveya, oltre il gusto suo
di poeta, qualche altra ragione. Per casa Medici, cui erano
avversari nati gli Acciaioli i Pazzi i Frescobaldi i Sal-
viati i Soderini, raccostarsi alla plebe valea rinfrescarsi di
forze : ma nelle condizioni del tempo il ravvicinamento non
potea nè dovea più oramai avere sembianze, politiche; co-
1 Poliliunus, Epigr. Uh., Pii. cit.
1 Poliliaitus, Epigr. gr<xc. Uh.; In Alexandrium poelriam, cc.
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ex
ANGELO POLIZIANO.
testa parte era stata rappresentata da Silvestro da Vieri
da Giovanni da Cosimo. Ora, quel che gli avi suoi con l’istru-
mento della democrazia, Lorenzo lo fece con la poesia popo-
lare: la quale egli non coltivò nè rialzò per solo sentimento di
artista, ma per averne cagioni e mezzi di mescolarsi al po-
polo, e sotto sembiante di eguaglianza civile guadagnarselo
e padroneggiarlo corrompendo, e lusingandolo nel suo debole,
1' amore delle feste, divertirlo più sempre dagli antichi in-
stituti. Quel che messer Giovanni cominciò col catasto, com-
piè il magnifico bisnipote con la poesia : fu la prima volta
e 1’ ultima, credo, che catasto e poesia bì trovasser d’ ac-
cordo; congiuravano ambedue alla ruina della libertà.
Desidero che quelli fra i miei lettori i quali sono usi a
riguardare la nostra letteratura sol dall’ aspetto classico
(ed è senza dubbio il più utile a chi vi cerca esempi ed
ammaestramenti di stile) non sospettino a questo punto che
il mettere in campo la poesia popolare e rappresentare il
Poliziano come imitatore del popolo sia delle solite estima-
zioni postume e prestabilite di cui giovasi più di una volta
la critica. Oggi è 1’ andazzo della letteratura popolare : e tu,
per seguitare la moda, ci rappresenti imitatore del popolo il
Poliziano. No. Quando abbiamo il fatto dell’ apparizione di
una forma poetica i cui primi cultori letterati professano
chiaramente di imitare la maniera popolare (e così fanno il
Medici e il Pulci nella Nencia e nella Beco) ; quando in tutti
i rispetti più o meno letterari del quattrocento pur noi
troviamo come un sistema unico di linguaggio figurato e di
forinole e di versificazione, sistema che solo ha il suo riscon-
tro nei rispetti cantati tutto giorno nei contadi di Toscana;
è forza inferirne che una poesia popolare toscana preesi-
stesse al Medici al Pulci al Poliziano e che essi a quella
attingessero; perchè altrimenti bisognerebbe supporre che
i rispetti non pur del Yaldarno ma delle montaghe di Pistoia
e del Montamiata siano una imitazione della Nencia e della
Beca , e che i nostri contadini abbiano letto il Poliziano nelle
edizioni del Ciampolini e del Silvestri i quali pubblicarono
primi la maggior parte dei rispetti di messer Angelo. Che
il popolo accettasse dalle feste religiose delle città le rap-
presentazioni, che qualche storia o leggenda o poemetto
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ANGELO POLIZIANO.
CXI
accogliesse tini letterati, s’ intende ; c’ è di mezzo il racconto,
c’ è il dramma. Ma che, quando il Pulci il Medici il Poliziano
cantavano o leggevano nelle vie o nelle sale, il popolo illet-
terato delle campagne si stringesse loro d’ intorno, appren-
desse il fare di quei canti, e trasportati di poi nelle sue valli
gli trasmettesse di generazione in generazione ; è un assurdo.
E già, che questa poesia popolare ci fosse, è ben naturale :
nè qui è il luogo da addur le cagioni perchè si fermasse ella
particolarmente su argomenti amorosi. Ora il popolo non può
dissertare intorno alla passione nè minutamente analizzarla :
egli nota i fenomeni più rilevanti, gli significa con un sospiro
con un saluto con una imagine, e basta: dunque non era da lui
la canzone. E nè pure posso qui ricercare qual fosse la forma
della poesia popolare nel trecento od innanzi. Il fatto è che, a
pena trovata l’ ottava rima e diffusa coi primi poemi romanze-
schi con le prime leggende e rappresentazioni, il popolo se
ne impadronì. Era il metro che gli abbisognava, come quello
che per dovizia di suoni e di rime più risponde alla colori-
trice e armoniosa fantasia italiana e che nelle tre muta-
zioni rappresentava la ballata e nella volta ultima il madri-
gale; il metro che può bene formare da sè solo un compo-
nimento, e ricevere un’ imagine nel suo intiero splendore, e
rendere in tutto il suo vigore la significazione d’ un senti-
mento unico e complesso. Così avvenne che la poesia popo-
lare amatoria nel quattrocento prendesse le sue forme de-
terminate; forma generale, il rispetto; particolare, lo stram-
botto ; ambedue di ottava rima, e sol di tanto diverse quanto
eran diversi i concetti che se ne vestivano. Dello strambotto
il nome e 1’ uso è più antico, poiché fin re Manfredi « la notte
esceva per Barletta cantando strambotti e canzuui, che iva
pigliando lo frisco, e con isso ivano due musici siciliani
eh’ erano gran romanzatori: 1 » del rispetto trovasi il nome
solo nelle scritture del secolo XV che ne attestano pur 1’ uso
popolare; nel Pulci « Ove son ora i balli e i gran conviti,
Ove son ora i romanzi e i rispetti?* » e nella Rappresenta-
zione di un monaco « dica così, cantando come i rispetti.* » Il
* M. Spinello, in Script, rer. it., v. VII. * In Palermi», Illustra:. Cotl<l.
* Pulci, A largante, XIX, 28. l'ala tini. II, 3l(>.
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CUI
ANGELO POLIZIANO.
Varchi senza più rassegna l'uno e l’ altro fra i componimenti ple-
bei.' Ma lo strambotto antico, che ottava certo non era, dovca
essere qualcosa d’eterogeneo e d’anormale dalle forme metri-
che: della qual confusione è forse ricordo la denominazione di
strambotto nel canzoniere dell’ Aquilano data in comune agli
strambotti propriamente detti e alle barzellette, e un indizio è il
trasferimento del vocabolo nella lingua spagnola [estramboté] a
significare quel che si aggiunge fuor delle leggi di convenzione
a un pezzo di poesia regolare, come la coda al sonetto. Ond’ è
forse vera la derivazione che gli assegna il Kedi 1 * dal vocabolo
antico motto nel significato di canto o componimento poetico,
quasi stran motto (e strammotto seguitasi a dire in qualche
dialetto d’Italia, ed è stampato nel Tirocinio delle cose vol-
gari di Diomede Guidalotto bolognese [Bologna, 1504] e nel-
l’ Opera nuova di Bernardo Accolti [Venezia, 1519|): nè im-
probabile però è l’ altra etimologia da strambo che piace più
al Cresciinbeni,3 imperocché negli strambotti si leggano biz-
zarrissime fantasie ed acutezze. Dei rispetti credo anch’ io
col Salvini * e col Cresciinbeni che il nome derivi dalla rive-
renza e venerazione che i cantori dimostrano verso l’ og-
getto dell’ amor loro e dall’ onore che cantando gli rendono,
nè saprei acconciarmi a un’ altra etimologia dello stesso Sal-
vini, che rispetti si chiamino, « quasi canti reciprochi o scam-
bievoli, perchè rispetti ancora si dicono quelli che si traggono
a sorte per succedere in mancanza o in assenza ai princi-
pali uffiziali già tratti. » Dalla etimologia stessa resulta che
lo strambotto era la forma del capriccio più che della pas-
sione, riserbata all' amor leggiero all’ ironia all’ irrisione ;
mentre il rispetto era quasi la espressione elegiaca e lirica
della passione pura profonda esaltata. Bispetti sono le ottave
ispirate dalla bella Leoncina : ma lettera in i strambotti s’ in-
titola dal Poliziano quella fila di consigli un po’ cinici alla
pudica d’ altrui sposa a lui cara; strambotti sono le ottave che
incominciano « La notte è lunga a chi non può dormire »
1 Varchi, Eruttano.
1 Redi, Annotazioni al lìnceo in
Toscana [ai vv. « Trescando in tuonino
Strambotti c fruì loie *],ediz. Barbèra.
s Cresciinbeni, In. volgnr poesia ,
lib. I.; Venezia, 1731.
* Salvini, Annotazioni «Ila T an-
cia del Buonarroti, a. I, se. IV.
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ANGELO POLIZIANO.
CXI1I
ed alcune altre nelle quali regna un po’ troppo l’ antitesi in-
gegnosa (il Salvini però fondò la definizione generale so-
pra l’osservazione d’una particolarità, quando scrisse che
« quei versi che cominciano dalla medesima voce si doman-
davano strambotti, » benché molti siffatti abbiane fra i suoi
l’ Aquilano). Gli strambotti finalmente furono più in uso nelle
città; e quindi il menestrello del Valentino, Serafino dal-
l'Aquila, li trasportò nelle corti; crebbero nella corruzione
e presto disparvero r i rispetti all’ aere aprico de’ monti e
nelle valli osservarono maggior castità ed ebbero più lunga
vita, che regge tuttora. E perchè ad ogni lettore chiama, ap-
parisca la fraternità dei rispetti dell’ arte e di quelli del po-
polo, eccone qui parecchi da un codice magliabechiano 1 co-
piato nel 1453 del quale diè già un saggio il professor A.
D’ Ancona. * In questi, come avverte il D’ Ancona, « per la
maggiore inesperienza dell’autore e la sua cultura eviden-
temente minore a quella di Lorenzo e del Poliziano appaio-
, no in più gran numero e versi e imagini e frasi prese dal
popolo e che ancor si rinvengono nei canti del contado. »
Cominciamo da un encomio della bellezza nel tono roman-
zesco e classico del tempo :
« Quando risguardo tua faccia serena
La i|iial mi pare sopra ogni ultra licita,
Parnii veder proprio la Liella Elèna
O ver Cassandra adorna damigella
0 la siroccliia qual’ è Polissena
l.a qual riluce pili che chiara stella.
E sovra ogni altra tu se’ di bellette:
Gli occhi tuoi vaghi sotto le bionde t rette. >
Ecco qualcosa di più sensuale ma pur delicato, come a punto
certi rispetti del contado e i distici del popolo greco moderno :
• So’ innamorato d’ una rosa rossa,
E non mi sò da lei ’l giorno partire.
Quando ci passo, il suo bel petto mostra,
Kd è si bianco che mi fa morire;
* Cod. 100S [Stror*. 638], cl. VII,
Yar. Sono intitolali Rispelli per Tisbc
copiali. Bisognerà egli chieder per-
dono al lettore per le assonante e per
due o tre versi un po' lunghi che cer-
to nel cantare si rendeano alla giusta
misura motzicandoli *
* Nella Rivista contemporanea,
Voi. XXX, fase. CVI, sclt. 18G2, To-
rino.
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CXIV
ANGELO POLIZIANO.
E 1' anima dal corpo si discosta.
Considerato clic gli dà martire.
Olii vuol di quelle rose la vernata
Or baci la tua bocca inzuccherata. »
Nel seguente son da notare le ripetizioni richieste dal-
l’ improvvisazione :
• Cara speranza, mi manlien’ la vita :
Onice diletto, nel mio core stai.
E di bellezza se’ tutta compita
Più c' ultra donna eli’ io vedessi mai.
La Taccia tua di rose è colorita :
* Tapino n me, perchè la viddi mai!
Perchè la viddi mai! perchè, pcrclièc!
Perchè la viddi mai! lapin a mre! •
Nè mancano quelle quasi dichiarazioni nello stile allora
di moda, di cui tanti esempi abbiamo nel Poliziano:
• Se mi potessi tanto groliarc
Ch’io m’appellassi per tuo servidore,
E tulle le mie voglie sodisfare,
Sempre salvando, i’ dico, il tuo onore;
S’ i’ fussi certo di potere sture
Nella tua grazia, caro ’l mio signore,
Sare’ contento più ched uom che sia ;
Se tu m’ amassi, dolce anima mia. >
E chi conosce i rispetti più leggieri del Poliziano, come ne
avrà già notate molte frasi e il linguaggio figurato nei sopra
arrecati, così troverà qualcosa che li arieggia anche di più,
salvo la minore eleganza, nella seguente disdetta:
• Non ini volesti per tuo servidore,
E tu le n’ abbi il danno, donna bellu:
Ch' i' me n’ ho presa un’ altra per signore ;
Cli' eli’ è pulita e bellu damigella,
Nè risguarda gli amanti a tutte I' ore,
Come Tacevi tu, chiarita stella.
Ella vuol bene a mene e io a lei,
E a lei ho posto lutti i pensici1 miei.»
Ma tutto il calore de’ rispetti più passionati di messer
Angelo è qui:
• Soccorrenti, per dio; chè più non posso
Tauti crude! martini sopportare.
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ANGELO POLIZIANO.
cxv
Co' gli ocelli tuoi mi hai messo il foco n dosso,
Tutto mi abbrucio e non mi posso alare.
Torre 'ti favellare, e io non posso:
Tu ebe sai il modo me ’i debbi insegnare.
Mene eli’ io t' addentando al mio tormento,
0 tu ini uccidi o tu mi fa’ contento. •
Più mestamente delicata e ardita insieme è la espressione
dell’ amore in questi appresso :
• Tutta la notte dinanzi m' appare
L’angelica figura c ’l bell’aspetto,
E panni star con leco a ragionare:
Onde per questo ne prendo diletto.
0 me, che io non mi .vorre’ svegliare !
Gigli e vivuole punti i aver nel letto.
0 me, eh’ io n’ ebbi tanta consolazione,
0 gentil donna, di tua visione !
Dò cercati nel cuore e nella mente
Quel clic vi (ruovi, dolce anima mia.
E troverra'vi il tuo caro servente
Cbe in giuocchion vi sta la notte e dia,
E sempre priega Cristo onnipotente
Clic facci cosa che ’n piacer ti sia:
Td se' crudele e a piata non li muovi,
E di farmi morir par che tu godi. >
Sempre più s’ avvicina ai rispetti che si cantan tuttora
il seguente, nel quale è sensibilissima la ripresa del concetto
e delle parole negli ultimi versi, che è divenuta la caratte-
ristica del genere:
- Aggio perduta la fresca ghirlanda,
Quella che mi donò l'amanza mia.
Come farò, s' ella me la domanda?
Dirò: L’aggio perduta in questa via.
S’ ella me la domanda con ragioni;,
Dirò: L’aggio donata ad un garzone. •
Questo è il principio d’ una serenata :
• 0 dolce case, o pietre preziose,
Ove dimora la speranza mia ;
Per dio vi priego che siate piatosc :
Pietà vi prenda della doglia mia,
E quella bella degli occhi amorosi
Pricgatc ch’io la veggia in cortesia;
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C\ VI
ANGELO POLIZIANO.
Pregatela per dio si dolcemente,
Cir abbia pietà del suo servo fervente. •
E questo la fine:
• Non creder già eli* io dorma, ma sempre io
Non fluirò già mai di te pensare.
Però ti dico: Amor, statti con dio:
Ciò ch’io li dico non lo aver per male:
E s’ io fallassi di ciò ch'io ragiono,
Slatti con dio, c priegoti perdono. *
Ecco una dipartita:
.. Dò lasso, quanto dolorosamente
f faccio questa amara dipartita !
I’ mi diparto misero c dolente,
E l'alma si diparte dulia vita.
Uivederotti mai, stella lucente ?
Rivederolti mai, rosa fiorila ?
Uivederotti inai, cuor del mio cuore.
Gentile e bella e delle rose et fiore* ■
Un’ altra no aggiungo un po’ più villereccia ; dov’ è da no-
tare il passaggio senza mezzo da uno ad altro concetto,
come avviene nei rispetti tuttora cantati ; e la ottava de-
cresce a sestina, che in fine è, con l’aggiunta di due o più
code, il metro del rispetto attuale.
• La dipartenza si vuol fare onesta,
Clic non ue dica mal lo vicinato.
Ella ha el bel capo con la bionda Irczza,
Ella si pare un agnolo incarnato :
Vi» falcon peregriu no è tanto bello
Qnaul'è l’amanza mia con un guuriicllo. •
Ed ecco finalmente una ritornata :
• Vcngoli a rivedere, anima mia,
E vengoti a vedere alla tua casa :
Pongono ginocchioni nella via,
Bacio la terra dove se’ passala;
Bacio la terra et abbraccio il terreno :
Se non mi aiuti, bella, i’ vengo meno! -
Ma non posso starmi dal riportarne di s’ un codice lau-
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ANGELO POLIZIANO.
CXVII
renziano della metà del quattrocento 1 un altro che parrà
forse anche più fresco e voluttuoso :
• Sfa notte lo sognai quello che fosse,
Sta notte lo sognai quello che fìa ;
Ch' i’ ero fra le rose bianche e rosse,
di’ i’ ero in braccio dell’ amanza mia.
0 sogno vano che inganni la gente :
Strinsi le braccia e non trovai niente. •
Siffatti dovettero essere gli antecedenti e gli esemplari
che il Poliziano potè avere nella poesia amatoria dei rispet-
ti. Della quale egli elesse la parte migliore, abbandonando
al Medici e al Pulci la parodia che lascia intravedere il ri,so
beffardo del borghese su la gente di villa. Il Poliziano, o
raccogliesse in una serie ordinata i rispetti che denominò
continuati a rappresentare or P epistola or l’ elegia ora la
serenata e la dipartita e il dialogo, o nella foga dell’ im-
provviso vibrasse con gli spicciolati un’ imagine un con-
cetto un sentimento ; trattò questo genere sempre su ’1 serio.
Non che egli dottissimo pensasse mai ad innalzarli alla di-
gnità di componimento classico, come fe’ poi l’Accolti aretino
trasformandoli in epigrammi a questo modo:*
« Gridava Amore — Io son stimato poco,
Audi' io un tempio tra' mortai vorrei : —
Onde a lui Citcrca — Tuo tempio è in loco
Che sforza ad adorarti uomini e dèi. —
A l'or lo dio de l'amoroso foco
Disse — Madre, contenta i pensier miei;
Dimmi qual loco per mio tempio hai tolto: —
Rispose Vener — Di Giovanna il volto. — •
Che anzi ei si lasciò andare alla facilità del naturale to-
scano ; ma tanto ingegno ed affetto mise in quelle umili
prove, tanta eleganza seppe aggiungere con la cultura alla
grazia della lingua nativa, che primo forse in poesia dette
l’ impronta dell’ atticità ai fiorentinismi e la finitezza del-
P arte all’ espressione famigliare. In grazia di queste virtù
i lettori del Poliziano sogliono perdonar volentieri qual-
che ineguaglianza o durezza e qualche irregolarità e un
' Plut. LXXXX super., cod. LXXXIX gadd.
1 B. Accolti, Comedia e capitoli e itrambotli , in Firenze, MDXVIII.
POLIZIANO. A
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CXVIH
ANGELO POLIZIANO.
po’ d’ anarchia grammaticale e ritmica, massime ripensando
che di quei rispetti buona parte passando di bocca in
bocca debhono aver patito più d’ un’ alterazione e altri fu-
rono composti veramente all’ improvviso. Del che, oltre la
natura di tal poesia e la certezza che il Poliziano improv-
visasse anco in greco e in latino (« Qui potes exteinplo subli-
#mes edere versus, » gli scriveva Gioviano Crasso),' abbiamo
un indizio in questo luogo d’una sua lettera al Magnifico del
20 giugno 1490: « Udii cantar improviso ierser l'altro Piero
nostro, che mi venne assaltare a casa con tutti questi im-
provisanti : sAtisfecemi a maraviglia et presertim ne’ motti et
nel rimbeccare et nella facilità et pronuntia, che mi pareva
tutta via veder et udire Vostra Magn.! » In cotesto assalto
ili Piero è facile scorgere 1’ amor proprio del giovane che
viene a eleggersi un giudice degno nell’ antico improvvi-
satore, compagno di stravizzi del magnifico padre suo.
Del resto 1’ uso degl’ improvvisi massime in ottave bastò
lungamente in Firenze. PI qualche volta dovè essere sfogo
agli amori alle ricordanze e all’ ire politiche ; imperocché il
Busini ci abbia lasciato memoria d’ un Alessandro Pazzi, il
quale degenere dal sangue, cantando improvviso dopo il 1512
con Pietro Paolo Boscoli in camera di Cosimo e Zanobi
Buondelmonti, cominciò una stanza in lode dei Medici di-
cendo Palle PaUe, a cui Pietro Paolo, che fu rarissimo e .vir-
tuoso giovane, soggiunse :
« .... E palle palle sièno,
Poi che gli antichi tuoi a questo suono
Morti impiccati c strascinati sono.1 •
Sotto il principato mediceo* si seguitò a improvvisare po-
polarmente ai Marmi ed altrove ; seguitavansi per le bettole
e le vie al suono della chitarra e del violino le sfide tra i
poeti anche sotto il principato lorenese, e alcuni nomi di
improvvisanti rimangono nella tradizione del popolo: ma
l’ ultimo de’ poeti di nome che in gioventù ebbe fama da
cotesti canti, stremati però e a pena con un’ ombra dell’ au-
1 Appr. Bumiini, Culli ut. rodi/.
latin, lìibl. me d. luur.. Ili, 5 45.
1 In Roscoc, IV a di Leone X. [Mi-
lano, Sonzogno, 1816], Docum. d'il-
lustrazione al volume I, n® XIII.
* G. B. Busini, Lettere al Varchi ;
X dcH’ediz. di G. Milanesi, Firen-
ze, 4860.
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ANGELO POLIZIANO.
CX1X
tica eleganza, fu l’ autore classico della/romantica Pia, il Se-
stini. Adesso il canto improvviso toscano, dopo avere lan-
guito lungo tempo nell’ ottava che 1’ uditorio della Quarconia
e di Borgognissauti imponeva a Stenterello in fine di ogni
atto, sta spirando ; perocché gl’ improvvisi che si rappresen-
tano come una 'commedia su le scene non spettano al nostro
argomento. Il quale non si potrebbe meglio conchiudere che
con questa verissima sentenza del professor A. D’ Ancona :
« Certo noi non pretendiamo di asserire che i moderni- ri-
spetti e strambotti o stornelli siano in tutto ciò che erano
al quattrocento : ma, salvo poche modificazioni portate ne-
cessariamente dal volger dei tempi e dalla trasmissione ora-
le, potrebbe asserirsi .che, per la tenacità dei volghi nel
ritenere le antiche usanze, nel loro insieme e nel loro più
generale aspetto essi siano i saggi a cui attenevasi per le
sue imitazioni la scuola medicea. Invero il popolo nostro al
dì d’ oggi non cauta ma ripete, non inventa ma riproduce
un tesoro di versi a cui per tradizione è affezionato : anche
credendo di improvvisare ei rimescola e riunisce immagini
e versi sparsi in varii componimenti. Questa poesia popo-
lare, di cui adesso si fan raccolte e che è sembrata una ri-
velazione, non è che l’ ultima eco della gioventù di una
schiatta; gioventù che si rivela nella ingenua forza, nella
energica schiettezza, nella purità primitiva di quei canti,
che oggi il popolo nostro non saprebbe più comporre a quel
modo, ma che, ricevendoli esso e trasmettendoli di genera-
zione in generazione, va solo leggermente modificando. Noi,
radunandone i frammenti dalla viva voce delle montanine,
andiamo ritrovando le membra sparse del passato ; porgendo
orecchio al cunto dell’ agricoltore, raccogliamo un suono,
che ormai quasi perduto nelle pianure e nelle valli dell’ Arno
si va prolungando nelle ardue cime dell’ Appennino, quasi
in ultimo riparo ai progressi della incalzante civiltà,1 »
Passando alle Canzoni a ballo , mi bisogna innanzi tutto
avVertire che di questo vasto argomento intentato finora
fuori che alla superficie mi conviene al presente toccar solo
quel tanto che occorra a dimostrare ultimo perfezionatore del
*■ A. D.- Ancona, Lo pncs. pnpol. por. del tee. XV ; Rivista Conlcmp, 1, c.
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cxx
ANGELO POLIZIANO.
genere il Poliziano. Ognuno che per poco conosca la poesia
del secolo XIII crederà facilmente che il sistema lirico pro-
venzale-siculo sì complesso e artificiale nella sua apparente
rozzezza può bene essere stato di moda nei palazzi impe-
riali-di Sicilia nelle corti tiranniche dell' alta Italia e nelle
torri dei feudatari ghibellini, ma che nelle piazze delle città
meridionali, sotto le logge bolognesi e toscane, nei balli e
nelle feste del popolo, non era quella la poesia- da essere
intesa e gradita. E chi legga di séguito le raccolte di rime
del primo secolo dovrà meravigliarsi più volte di trovare
parecchie canzoni dissonanti per intiero dal tono generale
e nelle quali chiaramente apparisce tutt’ altro ordine d’ idee
di sentimenti e di forme. Il dialogo di Ciullo d’ Alcamo 1 * e
quel di Ciacco dell' Anguillara * che hanno che fare, di gra-
zia, con le canzoni di Pier delle Vigne e del Folcacchieri ?
E il lamento della donna mal maritata sì goffamente intruso
in una canzone di Federigo II,3 * e 1’ altro d’ altra donna a
cui è sviato lo amante fra le rime di Odo delle Colonne,1 e
quel della innamorata del crociato edito col nome di Rinaldo
d’ Aquino,5 eziandio a chi non proceda oltre le forme devono
apparire affatto distinti dalle canzoni di scuola provenzale
ed aulica : tanta è in queste la uniformità dei concetti e delle
forinole e del ritmo, tanta la pretensione e lo stento, e per
converso così in quelli spigliato P andare, e l’ aria domestica,
indigena e vera la espressione, semplice e melodico il metro,
e niun vestigio mai d’ imitazione. Ma facciamo un altro passo ;
e svolgiamo i canzonieri di Guido Cavalcanti e di Dante. Qui
la vigoria e novità delle immaginazioni* 1' altezza e profon-
dità del sentimento, 1’ armonia del colorito, e la lingua ver-
gine potente severa annunziano la vera arte della nazione.
Sta bene : ma quelle trattazioni scolastiche che più d' una
volta impediscono il movimento della poesia, quel mistici-
smo che l’adombra, quell’ allegorismo che la involge e un
1 Vedilo in Nantiucci, Manuale
della let’.er. l 'lai. del primo tee.,
voi. I, in princ. ', ediz. Barbèra, 1857.
1 Trucchi, Poesie ined. d’aul. tini.,
Pralo, 1846., voi. I; e Natili ucci, op.
cil., voi. cib, pag. 191.
* Ne’ Poeti del primo tee. della lin-
gua, Firenze, 1817; voi. I. pag. 56.
* Nannucci,op. cit.jVol. I,pug. 86.
* Trucchi, Póet. ined., voi. I; e
Nannucci, op. cit., ediz. cil-, voi. 1.,
pag. 525.
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ANGELO POLIZIANO.
CXXI
cotal poco l’ ottenebra, tutto ciò era egli per tutti ? per le
donne gentili, pei giovani, per l’ artefice, pel borghese? ne
dubito. Voltiamo qualche carta e leggiamo : « Per una ghir-
landetta Ch’ io vidi mi farà Sospirar ogni fiore, » « Fresca
rosa novella, Piacente primavera ; 1 » ancora « Era in pen-
sier d" amor, quand'io trovai Due forosette nove » e « In
un boschetto trovai pastorella Più che la stella bella al mio
parere.5 » Che differenza fra la pianezza la gaietà e lo scin-
tillare dei seusi e dei colori vivissimo in queste strofe leggiadre
e P astrusa austerità della canzone « Donna mi prega5 » e «Voi
che intendendo il terzo ciel movete! 1 » Direbbonsi di tutt’al-
tpo autore : e certo bisogna ammettere che queste ultime
rime appartengono a un ordine di poesia diverso da quel
delle canzoni e dei sonetti. E così è di fatto. Senza essere
la poesia popolare propriamente detta, quei primi dialoghi
e lamenti siculi e toscani accennano a un’arte che libera da
ogni influenza d’ imitazione e di sistema svolgevqisi in un
giro d’ idee e di sentimenti derivati o ispirati dalla natura
paesana e dalla vita reale, a un’ arte che s’ accostava al po-
polo ed erane forse intesa e accettata. Pur non ebbe in prin-
cipio forme determinate: ina, passato poi il primato poetico dai
Siculi ai Toscani massime dopo la battaglia di Benevento e il
conseguente prevalere di parte guelfa e popolana, si accon-
ciò facilmente e durabilmente nelle tempre della ballata. Non
che sia essa un trovato esclusivamente toscano e dell’ ultima
metà del duecento : le forme poetiche non s’ inventano più
da questa che da quella gente e generazione. Che anzi ha
molto del vero la sentenza del Minturno,5 la canzone a ballo
esser forese il più antico componimento della poesia volgare.
E, da poi che il popolo si mostra per tutto e sempre te-
nace degli antichi instituti, forse che ella procede da quelle
bcdlistea e^altatiunculee ricordate da Vopisco ove narra come
i fanciulli cantassero in quelle alla foggia militare i fatti di
guerra d’ Aureliano imperatore : 6 ballistea e sultatiuncula che
5 AI i iH orno. Poetica, I. Ili, pag. 170,
Venezia. 15G3.
6 Vopiscus, A il rei innui Augustui;
in lliil. Angui!., Pannisi, 1<:03j
psig. 310.
* Dante, Canzoniere, sec. eiliz. Bar-
bèra; pag. 143 e 233.
1 Nannucci, op. cit. p:ig. 27J-74.
* Nannucci, op. cit., 2só.
* Dante, Con: , csl. cit., 179.
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CXXll
ANGELO POLIZIANO.
dovettero essere poesia di popolo in lingua rustica o ca-
strense, e delle quali non sarebbe difficile rinvenire più di
una allusione ne’ poeti latini r certamente è assai chiaro Cal-
purnio là ove fa dire ad alcuno de’ suoi pastori, « Seu can-
tare iuvat seu ter pede beta ferire Carmina: nonnullas licet
et cantare choreas.' » Poco avanza della poesia popolare latina,
pur tanto da scorgere come nelle genti più omogeneamente
soggette al dominio di Roma sopravvivesse lunga stagione
mescolata ai vari usi della plebe, per quindi trasformarsi
lentamente in una nuova letteratura. E in questa deriva-
zione della ballata dall’ antica poesia latina volgare è la causa
del non sapere il Varchi, il quale per poco non la rassegna
fra i metri plebei, a qual sorta di componimenti classici an-
tichi si potesse agguagliare.* E fu per ciò stesso comune la
forma delle ballate a tutti i popoli di lingua latina. Ne hanno
i provenzali, perocché possedessero anche essi separata dalla
cortigiana e feudale una poesia più ingenua e domestica ; e
ne hanno in quello stesso metro che piacque al Medici per
molti de’ suoi canti carnescialeschi e al Poliziano per la sua
ballata E in’ interviene.... ; ne hanno, quel che è più nota-
bile, di assai leggiere e già sciolte da certe convenienze mo-
rali, come non osavano farne i nostri dugentisti cittadini di
libero comune : indizio anche questo della corruzione troppo
precoce in quel popolo così sensibile e armonico ma così
profondamente viziato dal feudalismo. I,a seguente che io
traduco dalla scelta del Raynouard potrebbe e pel metro e
pei sentimenti e per lo stile far bella comparsa fra le più ga-
lanti e libere nelle nostre raccolte del quattro e cinquecento.
« Gculiletta sono, sì die n' lio greve cordoglio
Per mio marito, clii.no’l voglio né’l desolerò.
Cli’ io lien vi dirò per die soli così druda,
Perché tenera sono giovinetta <f fanciulla, a
E dovrei aver marito onde fossi gioiosa
Col quale ognora potessi giocare e ridere.
Mai Dio mi salvi, se mai ne sono amorosa ;
Di lui amare punto non sono cupida.
Ansi, quando ’l veggo, uc son tanto vergognosa.
Clic ne prego la morte che ’t venga tosto ad uccidere.
’ Calpurnius, cel. IV, v. 13S.
1 Varchi, Ercot uno.
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ANGELO POLIZIANO.
CXNIII
M i il’ una cosa ne con berte accordata ;
Se’l mio amico in' ha suo umore rivolto,
' Ecco la bella speranza a cui mi son donala.
Piango e sospiro perchè no ’l veggo nè ’l rimiro.
In questo suono faccio gentiletta ballata,
E prego a tutti che sia lungi cantata
E che la canti ogni donna insegnata,
Del mio amico eli’ io tanto amo e desilo.
E dirovvi di che sono accordata :
Da che il mio amico ni’ ha lungamente amata,
Or gli sarà mio amore abbandonato
E la bella speranza di’ io tanto amo e desil o 1 •
Certo è però che in Italia la ballata ricevè l’ultima e ti-
pica forma tra le feste del popolo toscano a cielo scoperto.
Allo svelto e gaio epodo, al facile svolgersi delle strofe per
due mutazioni medie nella volta finale dove torna sempre
la stessa armonia e rima, mostra bene ch’ella dovesse es-
sere cantata dai danzatori stessi in ballando o cantata da
un altro dovesse temperare i giri del ballo. Così ; mentre la
canzone fu la veste dell’alta poesia filosofica e mistica e ’l
sonetto il metro dell’ arte pel quale si rieonoscevan fra loro
i dicitori in rima facendovi lor prove e tenzoni e la rappre-
sentazione fantastica dei fenomeni psicologici ; la ballata di-
venne la forma della poesia più sensibile e colorita, comune
al popolo ed ai borghesi non che ai poeti propriamente
detti quando al poj>olo si voleano accostare. E se le canzoni
di Dante eran messé in musica da Casella, e da altri mae-
stri i sonetti del Petrarca, a maggior ragione dovean es-
sere, come allora dicevasi, intonate le canzoni a ballo. E già
file da’ tempi più antichi il Boccaccio ricorda quel Minuccio
di Arezzo che intonò d’ un suono soave e pietoso una, bal-
lata di Mico da Siena fatta in persona della Lisa, e andò a
cantarla a re. Piero d’ Aragona : f dal che eziandio si ricava
come ballate si facessero anche su ’l vero e intorno ad av-
venimenti privati : e molte fra quelle che ne avanzano do-
veano essere tali, di cui sonosi perduto oggi le allusioni. Ma
Guido Dante e Cino, anime soavemente • amorose, dettero
1 Raynouiyil, Choix dea poètica Jet lioubadours, Paris, Diilut, 1817;
II, 212*
* Boccaccio, Decameron, G. X, n. VII.
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CXXIV
ANGELO POLIZIANO.
alla ballata, pur rimanendo alla espressione dell’ amor sen-
sibile e naturale, quella nota di gentilezza delicata che serbò
poi per tutto il trecento. Poche e non insigni , ne compose
il Petrarca, poeta già oltre i tempi suoi riflessivo, che non
poteva a quella forma acconciarsi : pure anche quelle poche
* furon messe in musica. E che celebrità avesse questo genere
di poesia nel secolo XIV e come le ballate a pena composte
fossero rivestite di note musicali e corressero dall’ un capo
all’ altro d’ Italia e in Inghilterra e in Francia, ntìn è que-
sto il luogo da esporre. Ma un argomento della parte che
lor si faceva nella vita famigliare e nelle conversazioni l’ab-
biamo nel modo onde le ballate sono introdotte nel Deca-
meron e nel Pecorone : che anzi nelle prime edizioni delle
Cento Novelle si veggono sopra ai versi certi punti che
dovean dar la misura della melodia. Tuttavolta con lo
scader dei costumi la ballata perde di quell’ideale che
al tempo di Dante si riflettea sin nella forma sensibile ;
sempre più facendosi volgare, senza però scapitare di gra-
zia di gaiezza d’ amenità ; finché Franco Sacchetti primo, o
de’ primi, l’ avvezzò, come autore delle novelle, burlesca e
motteggevole. Con tal nuovo abito entrò nel quattrocento ;
nel qual tempo come altri molti componimenti finì di libe-
rarsi da certe soggezioni della letteratura dotta.
A questo punto la prese il Medici ; egli che aveva per
suoi fini occupato la poesia del contado, non dovea dimen-
ticare quella dei borghesi, più agevole e già provato istru-
mento di corruzione. Presela, e con quel suo ingegno ver-
satile irrequieto nè contento mai a imitar solamente le diè
tre diversi atteggiamenti, tre forme diverse ; e fece di un
genere solo come tre generi. Prima cantò i piaceri di un
amor sensuale, e il fastidio d’ aspettare e il dispetto di non
ottenere, con massime d’ epicureismo godente ; quindi venne
a mettere in deriso l’ amata e l’ amore già celebrato ; in
fine trascorse aperto e non curante nelle oscenità. Alla gra-
dazione degli argomenti corrisponde la gradazione della
forma; prima pianamente lirica, quindi elegantemente co-
mica, in fine malignamente narrativa. E come l’ allegoria,
sacra al duegento e al trecento, erasi torta, dinatùrando coi
tempi, all’ equivoco osceno ; così, intervertiti gli offici di certi
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ANGELO* POLIZUXO.
CXXV
metri, forse non senza un tacito intendimento d* irrisione,
le strofe quadernarie di endecasillabi con le rime di sèguito
pei tre primi e la consonanza dell’ ultimo in fine d’ ogni
strofa, metro dall’ andare grave e solenne e già santificato
nelle laude del beato Jacopone, furono adattate alla parodia
della confessione fatta dal magnifico autore delle laudi spi-
rituali, furono adattate alle ciniche licenze dei canti carne-
scialeschi. E come la delicatezza e la monda eleganza antica
avea ceduto a una cotale nudità proterva ;.eosì. in vece della
piena armonia delle strofe di sei endecasillabi e della leg-
giadra mistura di. endecasillabi e settenari, si usarono più
di frequente le agili e saltanti strofette tutte di settenari
e ottonari. Rimasero, è vero, anche le prime, quando la
ballata esprimeva se non l’ ideale almeno la parte meglio
gentilesca dell’ amore : ma il sentimento vivo, e tutto ciò
che più era vispo ed allegro, e l’ ironia o il sarcasmo, e il
maligno e grossolano racconto amaron meglio le strofe set-
tenarie e ottonarie. E tanto si allargò 1’ uso di quella poesia
che fin le laudi spirituali divennero non più che Una imita-
zione di canzoni peggio che profane, e quasi sempre ne to-
glievano 1’ uria e l’ intonazione : onde nelle antiche raccolte
di laude interviene assai spesso di leggere « Cantasi co-
me...., » e qui il principio di una oscena ballata. Così i de-
voti perduravano nel loro istituto, giovarsi delle armi stesse
del mondo e della carne per vincere 1’ uno e domar l’altra:
il sistema è pericoloso, ma mette sempre conto che Tartufo
si arrischi a sperimentarlo.
Messer Angelo seguitò da buon cliente il Magnifico anche
nelle tre maniere diverse eh’ ei fece prendere alla ballata.
Se non che, adorno com’era d' ogni eleganza delle lettere
classiche, più d’ una volta ei potè, senza tòrio punto delle
sembianze native e del facile andare, innalzar la ballata al
movimento ed al tono dell’ ode. Anche qui seppe imitare da
maestro, rinnovando e spesso superando gli esempi. A chi
legge quel mirabile modello di eleganza e morbidezza spon-
tanea e sorridente di veramente rosea facilità che è la bal-
lati», su le rose [ili], parrà di sentirvi per entro la stessa
aura di malinconia e di voluttà che nel contrasto fra il
pensiero della morte e della gioia spira dalla poesia della
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CSX VI
ANGELO POLIZIANO.
Grecia, 1’ aura di Mimnermo e d’ Anacreonte. E chi nelle
rime del Medici siasi fermato su l’ ecloga intitolata Corinto
rimarrà in dubbio qual fosse l’imitatore e qual l’imitato,
leggendo questi versi:
■ I.' ultra mattina in un mio piccolo orlo
Andavo : e 'I sol sorgente con suoi rui
lisciti, non già di' io lo vcilessi scòrto.
Soavi piantali (lenirò alcun rosai ;
A’ quni rivolsi le mie vaglie ciglie
Per quel che visto non avevo mai.
Eranvi rose candide c vermiglie:
Alcuna a foglia a foglia al sol si- spiega ;
Stretta prima, poi par s'apra escompiglie:
Altra più giovinetta si dislcga
A pena dalla boccia : eravi ancora
Chi le sue chiuse foglie all'aer n ioga :
Altra cadendo a* piè il terreno infiora.
Cosi le vidi nascere e morire
E passar lor vagliene in nicn d' un' ora.'
Quando languenti c pallide vidi ire
Le foglie a terra, allor mi venne a mente
Che vana cosa è il giovami fiorire.* »
A ogui modo il Poliziano imitò alcuni epigrammi su le rose
d’ incerto autore dell’ ultima decadenza latina. 1 Ma con-
frontinsi quelli epigrammi con la ballata toscana : e si vedrà
come nel fatto dell’ imitazione poetica possa apparir verità
quel che fu ciurmeria o illusione degli alchimisti, il mira-
colo di cambiare in oro ogni più vile metallo. E chi pur
nelle cose piccole voglia trovare una prova che il senso
del rinascimento condotto a sì alto grado in Italia nel
secolo XV compenetrò poi tutte le letterature .dell’Europa
latina, paragoni ai versi del Poliziano questa ode del Ron-
sard che certo non vide la ballata rimasta nei manoscritti
fino al 1813 :
» .Mignoline, allons voii* si la rose
Qui ce mntiu nvoil dcsclose *
Sa robe de pourpre sin solcil,
A pnint perdi! celle vesprée
' L. de' Medici, Cornano ; in Potile, edili, diamante di 0. Barbèra ; pag. 23C.
* Vedi le nostre note alla ball. Ili, in questa edizione.
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ANGELO POLIZIANO.
Los plis de sa robe ponrpréu
Et sui) teint au vostre pareil.
Las! voyez cornine cn peu d’cspace,
Mignoline, olle a (lessila la piane
Las las scs beante* luissd clieoir !
0 vraymont maraslrc nature,
Puis qu’une Ielle fleur nc dure
Que dii matin iusques au soir !
Dune, si vous me croyez, mignoline,
Taudis que vostre àge fleiironuc
Eu sa plus verte nouvenuté,
# Cueillez ctieilloz vostre ioiinessc:
Cornine A ceste fleur, la vieillessc
Fera lernir vostre beaulé.' •
E un altro confronto potrebbe mostrare qual sia di-
versità di spiriti e d’eleganza dal rinascimento al medio
evo ; quel tra la canzone a ballo Ben venga maggio, ove pure
del medio evo si continua la tradizione, e i molti canti di
trovadori e rimatori antichi su ’1 ritorno della primavera,
ultimi dei quali i rondeaux di Carlo d’ Orléans. In fine, a
chi comparasse le due ballate del nostro autore che più
altamente secondo la natura sensibile cantano della bellezza
e dell’amore [Vili, XI] ai sonetti dalla religiosa contem-
plazione della bellezza spirati al Cavalcanti all’ Alighieri ed
a Cino, tutte resulterebbero le varie note dell’ una e l’al-
tra età, dell’ una e l’ altra poesia. Come anche «fa un’ attenta
disamina delle prime ballate del Poliziano appartenenti
alla lirica media si parrà essere Angiolo il solo poeta che
rappresenti agli Italiaui Anacreonte, il vero Anacreonte
greco, il famigliare di Policrate. Le odi anacreontiche del
sei e settecento, eleganti talvolta e non di rado spiritose
nelle invenzioni, sono pur sempre imitazioni di scuola. Ma
nel Poliziano v’ è d’ Anacreonte, se non l’ ingegno, lo spirito
1’ animo la foga il colorito la facile semplicità. Ed era ben
giusto. Ai tempi del Poliziano la poesia indirizzavasi tut-
tavia al popolo : quelle canzoni il Poliziano le scrivea per
essere véramente cantate. Come Anacreonte così il Poli-
ziano non avrebbero mai pensato a chiudersi in una stanza
per comporre un’ ode o uno scolio a imitazione d’ un loro
1 P. Reissimi, Ola I. xvn, in Ocurtrs, Paris, llacé, MDCIX.
C XX VII
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CXXVIII
ANGELO POLIZIANO.
antecessore, pur di fare. La comunicazione del pubblico col
poefa ravvivava la poesia, le infondea calore e Verità. Ana-
creonte e il Poliziano rendevano nei loro versi non solo il
sentimento proprio, ma, qualunque fosse, quello del loro
tempo e del popolo fra cui vivevano : l’ uno era il poeta
nato della seconda età della lirica greca ; 1' altro, quale ap-
punto si conveniva a quella primavera del rinascimento ita-
liano che precedè l’ infausto 94. E, come ad Anacreonte
nella lirica media, così a Catullo per la lirica famigliare
nelle ballate della seconda maniera potrebbe paragonarsi il
Poliziano, al Catullo degli endecasillabi e degli epigrammi,
molle e potente insieme nel tocco. Eziandio in questa parte
sono da notare le somiglianze tra certe ballate del Medici
ed altre del nostro, per esempio tra le due ove il Magnifico
allegorizza assai gentilmente su lo smarrimento del core
[Ecci egli alcuna... e Donne belle, i’ ho cercato ’] e l’ altra rilavo-
rata dal Poliziano su lo stesso argomento [XIV]. E più al-
tri paragoni avanzerebbero a fare, da’ quali si parrebbe
come il Poliziano, sebbene nelle ballate e nei rispetti appaia
più che altrove originale, s’ aiutasse delle invenzioni e per
così dire dell’ intonatura di poeti più veramente popolani sì
nelle ballate di questa seconda maniera come in alcune poche
che rasentano ed. anche entrano nella terza che è dell’alle-
goria oscena. Ma quanta differenza però tra il rozzo cini-
smo dei racconti e delle allusioni di quei primi, e la can-
dida ingenuità e la malignità bonaria delle due ballate del
nostro autore 1? mi interviene... e Donne -mie, to’ non sor
pete [XVI, XVII] che solo possono avere il loro riscontro
colle uscite più. felici del Beimi e di La Fontaine! E che
meraviglia a vedere il poeta delle rose entrar nel campo
dei proverbi e dei bisticci, e spaziarvi entro a tutto suo
agio quasi in proprio dominio, e, come se altro non avesse
fiatto in vita sua che scrivere di quella foggia, avanzar di
gran lunga nella dovizia ed arguzia dei motti, nella scelta
dei riboboli, e in armonia e in chiarezza e nel gran movi-
mento lirico che specialmente a cotesta sorta di ballate ei
seppe dare, avanzare, dico, non che tutti gli altri anonimi
1 L. Molici, Dati, X e XI dell' «di*, diamante di G. Barbèra. .
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ANGELO POLIZIANO. CXXIX •
o meno celebri, ma il Medici stesso, creatore del genere!
Leggete le ballate dei predecessori o dei contemporanei,
poi quelle di messer Angiolo : e vi parranno dirittamente ap-
plicabili agli uni e all’ altre quei versi del Trionfo di Bacco
e di Arianna del magnifico Lorenzo : 1
• Questi lieti sntirelti. . . .
Or ila Bacco riscaldali
Ballan saltali tuttavia ....
Mida vien dopo costoro : .
* Ciò clic tocca oro dovcnla. •
In fine, per argomento di quanto perdesse d’ ingenuità
e freschezza la letteratura italiana perdendo le ballate, si po-
trebbero paragonare le due canzoni del Medici e quella del
Poliziano su lo smarrimento del cuore a parecchi sonetti ar-
cadici dello stesso argomento, specialissimamente ad uno del
marchese Gian Gioseffo Orsi, uomo d’ ottimo- gusto e di mi-
glior dottina nel difendere la poesia italiana dalle accuse dei
giornalisti di Trevoux, ma in poesia arcade quanto ce ne
entrava. Io non sto a riportarlo, già che è tra gli esempi
onde il Muratori confortava la sua nuova idea della perfetta
poesia :* la ricerca e il paragone meritano di essere fatti. Nò
far si potrebbero, per seguire le traccie della decadenza, con
ballate d’ età posteriore ; perocché questo genere mancò al
finire del quattrocento, al finire della grande letteratura ori-
ginale a cui erasi esso accompagnato, modificandosi secondo i
vari periodi. Vero è però che per tutto il cinquecento le
ballate scritte da’ quattrocentisti rimasero nell’ uso del po-
polo : e lo attestano le varie edizioni popolari di quel secolo,
tutte a cagione del consumo divenute oggi rarissime ; lo at-
testano i comici mettendo in bocca ai lor personaggi mas-
sime della plebe o versi intieri o motti e proverbi tolti e de-
rivati dalle ballate : nel Granchio del Salviati,” Fanticchio
ragazzo motteggia una vecchia cantando la strofa del Poli-
ziano * Una vecchia mi vagheggia, » con l’ intercalare. Nè
manca forse qualche altro vestigio d’ una più lunga popola-
1 L. de’ Medici, C. Comete. I; Venezia, Colei!, voi. Il, pag. 310.
ediz. cil. * Sulviati, Granchio, a. Ili, se. IV;
1 Muratori, Dcllapcrf. poti. lib. IV, Firenze, Torrenlino, 1 C 00.
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' cxxx
ANGELO POLIZIANO.
rità delle ballate nei secoli di poi : e Antonio Guadagnoli
in certo luogo ricorda « le villanelle che vengono in Firenze
a cantar maggio e cominciano una loro canzone, Ben venga
Maggio, 1 » che è a punto il principio d’una delle più eleganti
del nostro autore. A me non è avvenuto mai di sentire cote-
sta o simile cosa : il metro però delle stanze ottonarie, con
l’ intercalare obbligato alla fine d’ ogni stanza, che altro non
è se non la ripresa del primo verso, l’ lio sentito aneli’ io nei
Maggi, specie di rappresentanze che cantavansi e cantansi tut-
tora nella maremma pisana. Certo è però che la ballata dopo
il quattrocento non ebbe più propria e vera vita: il madrigale
che le successe in voga, massime nella seconda metà del cin-
quecento, e sempre più le ariette del sei e settecento, accen-
nano il rimpiccolimento dell’ arte di decadenza. Veramente il
Chiabrera, che, se non in altro, nella viva e armoniosa va-
rietà di metri fu poeta, tentò di restaurare la ballata : ! qual-
cosa di simile fece ne’ suoi scherzi anche il Redi, 1’ ultimo
dei Toscani : s ma nel primo è troppo lo studio, e la soverchia
eleganza accusa quella greca peregrinità che al Poliziano
spiaceva : il secondo ben si vede che componeva le sue bal-
late per musica e per musica di corti e di palagi. I romantici
tra ’l venti e il quaranta, risuscitando il nome di ballata e
applicandolo alle loro imitazioni delle imitazioni della prima
maniera di Victor Hugo, commisero uno di quei tanti ana-
cronismi onde resteranno famosi, essi che si vantarono di
riportare il vero nell’ arte e di ricongiunger questa all’ isto-
ria. E la ragione salvi i giovani dalle ballate romantiche ;
le quali, rappresentando un falso oriente e un falso setten-
trione, un falso medio evo e una falsa cavalleria, una falsa
religione e un falso popolo, e falsi sentimenti e falsissimi
ghiribizzi di cervellini che si credevano e volevano apparir
grandi e robusti, ad altro non riuscirono in somma che a
rinnovare una arcadia tanto più nociva quanto più preten-
sionosa.
E qui in fine, poiché tutta d‘ amore è questa lirica, par-
1 Guadagnoli, note al Menco da
Cadetto ; in Poesie, Lugano, -1 858 ;
voi. II.
* Vedi specialmente del Chiabrera
gli Scherzi e le Vendemmie di Par-
naso.
3 Redi, Poesie; dell’ cdiz.diamanle
di G. Barbil a, pag. 172, 175. e segg.
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ANGELO POLIZIA NO.
CXXXl
rebbe inchiedersi un cenno degli amori di Angiolo Polizia-
no. Ma poco se ne sa: nè furon certo di quelli che infor-
mano di poesia tutta intiera una vita come quella dei padri
d’ Italia Dante e Petrarca. Non altro che il nome e la patria
ci è noto della Ippolita Leoncina da Prato celebrata con
gran calore dal nostro nei versi italiani. Più tardi amò egli
P Alessandra, bellissima e dotta figliuola di Bartolommeo
Scala che la diè in moglie al Marnilo ; onde il Poliziano si
guastò con 1’ uno e con P altro, perseguitandoli di versi la-
tini acerbissimi, massime sotto nome di Mabilio il secondo.
Ma che dell’ amore per P Alessandra scrivesse versi italiani,
non credo; sì ne toccò in greco; e mi piace che egli stesso
confessi non avere dalla fanciulla avuto mai che parole
(« A me che desidero il frutto tu mandi pur fiori e foglie :
denotano che in vano io mi travaglio.1 ») Io, a vero dire, son
lieto di non avere a intromettermi nella vita privata del Po-
liziano : « felice ingegno posto in una forma infelice ; nè i co-
stumi di lui furono senza macchia : solo nelle opere letterarie
perfetto : » come ne scrisse con acuta brevità un dotto stra-
niero.5 Però è debito notare che gran parte dei rispetti e delle
ballate venner composte nella prima gioventù, e forse prima
che il Poliziano fosse eletto priore di san Paolo per favor di
Lorenzo, il quale aveva in costume di far canonici i letterati a
sè addetti: meglio a ogni modo dei duchi di Este che volean
cavallaro P Ariosto e chiamavano servitore il Tasso. Nè altro
che un benefizio secolare con qualche lieve obbligo ecclesia-
stico era il priorato di san Paolo : e solamente nell’ ottantasei
fu il Poliziano annoverato fra i canonici della Metropolitana,
benché veramente sacerdote non fosse mai. Ma, uscendo di sa-
grestia, anche è vero che non poche rime compose il Poliziano
ad istanza d’ altri : come rilevasi da una lettera del 1490 ove
duolsi il ben priore che la gente assediandolo tuttavia
nella sua casetta non gli lasci pure il tempo da dir P uffizio.
« Ecco uno che mi chiede arguzie fescennine [ canti carnescia-
leshi ] pe’giorni di carnevale, ed uno prediche’ per le confra-
1 Politianus, Epigr. grac. lib. In Alexandr. póclriam.
* D’ Israeli, Curioiiliei »/’ nitrature, 1835, I, p. 387.
s Alcune prediche del Poliziano saranno nel voi. delle Prole volgari.
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CXXXIl
ANGELO POLIZIANO.
tornite ; altri canzonette pietose da intonar su la viola, altri
canti licenziosi per le serenate. Questi, stolto !, viene a rac-
contare i suoi amori a me più stolto che sto a sentirlo : que-
gli mi domanda una insegna il cui senso sia chiaro solo alla
sua donna, e che eserciti in vano le altrui congetture.' » Dal
che è dato pur d’ inferire come parecchie di quelle rime do-
vessero essere tirate giù in fretta senza badarvi sopra poi
tanto, sol per levarsi d’intorno il fastidio delle domande, e
come il Poliziano ne tenesse pochissimo conto. E ciò mentre
i contemporanei tenevan in grandissimo conto lui anche co-
me poeta volgare. Standocene alle sole ma eloquenti testimo-
nianze de’ poeti, Antonio da Pistoia così incominciava un
sonetto su i rimatori del tempo suo :
« Chi ilice in versi ben, che sin toscano !
— Di’ tu in vulgnrc ? — In volgare e in lutino —
Lamentio bene, e ’l suo ligliuol Pierino;
Ma in tutti e due vai più il Poliziano.* »
Con altro tono cantava Cassio da Narni :
« Tra’ più famosi [poeti] era il Poliziano
Che con bel modo agli altri recitava
Molte sue stauzie; e il stil terso e soprano
Vedovasi fche a lutti dilettava :
De’ Medici Lorenzo avea per mano
Che a un medesmo segno seco andava.
Ahi Italia fìor del mondo ! onde deriva
C' hai .situi I figli c sei d’ingegno priva?* •
E con affezione di amico e con enfasi di poeta ne parlava il
buono e ingegnosissimo Luigi Pulci, e in quella ottava ove
gli si professa obbligato di notizie intorno il suo argomento
(onde Teofilo Folengo' e l’irrequieto frataccio Ortensio Landò1 * * * 5
inventarono che il Morgante fosse opera del Poliziano e da lui
donata al Pulci), e più ove su ’l fine egli dice di toler porre
1 Politiunus, Epist. li, ziti.
5 In Scritti di Poeti ferraresi,
Ferrara, 1733 ; pag. 17.
8 Cassio da Narni, Morte del Da-
nese ; in Crcscimbeni, Storia della
\ulgare poesia. Volume II, parte |l,
libro VI; Venezia, Bascgio, 1730.
* Teofilo Folengo sotto nome di
Limerno Pitocco, Orlandino, cap. I,
st. 19 e 20.
5 0. Landò, nella Sferza degli
Scrittori.
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ANGELO POLIZIANO.
CXXXIII
mano a un nuovo poema, il Fallante, allusivo certo a Lorenzo
de' Medici.
« F. ne ringrazio il inio rnr Angiolino,
Suina il qual mollo lalioravo in vano ;
Fiila scoila m’ è sialo al mio cammino;
Onore e gloria ili Montepulciano ;
Clie mi (Ielle il’ Arnalilo e il’ Alenino
Notizia, c lume ilei mio Carlo Mano;
Ch'io era entralo in un oscuro bosco,
Or la strada e il sentici- del ver conosco.*
Quanti' io surò con quel mio serafino,
lo gli [i nomi] trarrò fuor forse col cervello :
Perché questo Agnol vi porrà la mano,
Nato per gloria di Montepulciano.
Questo è quel divo e quel famoso Alceo
A cui sol si consente il plettro d’oro; •
Che non invidia Anfione o Museo,
Ma stassi all' ombra d’ un famoso alloro;
E i monti sforza come il tracio Orfeo,
K sempre in torno ha di Purpnso il coro,
F. 1’ acque ferma, e sassi muove e glebe,
E a sua posta può richiuder Tebe,
lo seguirò la sua famosa lira
Tanto dolce soave armonizzante,
Che come calamita a sé mi tira ;
Tanto clic insieme troverrem Pollante :
Perché, sellilo ambo messi in una pira,
• Segni farà del nostro amor costante,
D' una morte un sepolcro un epigramma.
Per qualche cITello 1’ una c l’altra fiamma.
Noi ce ne andrem per le famose rive
Di EOrole c pe’ gioghi là di Cinto ;
Dove le muse ausonie e argive
Gli portali chi narciso c chi iacinto,
lo sentirò cose alle magne c dive.
Che non senti mai l’indo o Araciulo :
In condurrò Pollante a Delfi c Dclo;
Poi se n’ andrà come Quirino in ciclo.5 ■
Ma di cotesta gloria non si curava già il Poliziano. Di-
sprezzando le sue cose volgari con maggior verità elio non il
* L. Pulci, Marginile, XXV. fi!;).
5 I,. Pulci, Marginile, XXVIII, HO c segg.
POLIZIAVO.
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CXXX1V
ASGELO POLIZIANO.
Petrarca, il quale vi ritornava ognor sopra con la perfeziona-
trice pazienza della lima e le inviava a questo e a quello, non
le ricordò mai o a pena una volta nelle opere sue,' nè mai si
diè pensiero che uscissero a stampa, egli che pur di sè alta-
mente sentiva e le sue cose latine pubblicò con grande appa-
rato. Rendere agli immortali antichi di quel lume che avea da
e3si ricevuto, i luoghi oscuri dichiarando, emendando gli erra-
ti, espungendo le interpolazioni, i difetti adempiendo; e in que-
ste faticose industrie recar lo splendore di un’ immaginazione
che tutto abbelliva e colorava, fino le questioni filologiche ; tra-
sportar dal greco in latino quegli scrittori e quegli scritti che
più. si porgevan restii al volgo de’ traduttori ; entrare col Fa-
nepistemon e con la Dialectica nel portico e nel peripàto ; col-
lazionando il testo delle pandette, guidar la letteratura ad
invadere anche il campo del diritto-;1 2 * salire di ventinove anni
la cattedra di eloquenza greca nello Studio fiorentino, e mi-
rarsi intorno raccolta una folla d’uditori che per lui giovane e
paesano abbandonavano il vecchio e greco Demetrio Calcon-
dila, e fra quegli uditori vedere assisi più d’ una volta il Me-
dici il Lascari il Pico, e fra quegli scolari annoverare il
Carteromaco il V olterrano il Crinito, e Guglielmo Grocin pro-
fessore poi di greco in Oxford ed amico di Tommaso Moro,
e il Linacer salutato restauratore degli studi umani in In-
ghilterra, e Dionigi fratello di Giovanni Reuchlin, e i due
giovani Texeira figliuoli del gran cancelliere di Portogallo ;
e dal re di Portogallo Giovanni II ricever lettere in cui era
encomiato e confortato a scrivere secondo le memorie che se
gli mandavano le storie latine delle cose operate dal re,® e
brevi di Innocenzo V'III in cui grazie gli veniali rese e com-
pensi assegnati per la versione d’Erodiano;4 questa per An-
gelo Poliziano era gloria. E talvolta, in mezzo alla interpre-
tazione dei grandi esemplari, acceso dallo spirito dell’ antica
bellezza, cotesto retore dal collo storto e mal commesso, dal
1 Politianus, Mitccllaitrorum ca-
pi:. XXII, a proposito degli echi.
1 Per gli situili di Angelo Poli-
ziano nella giurisprudenza, onde in-
titolasi e deriva da lui la scuola
dei culti, vedi il dotto ed eloquen-
te lavoro del professore F. Bonamici,
Il Poliziano (ìntrecnaxulln, oseilo
ulliuiamentc in Pisu pei tipi del Ni-
slri.
s Politianus, Epitl. X. i, e u.
4 Politianus, Epitl. Vili, ■ e il.
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ANGELO POLIZIANO.
CXXXV
naso enorme, un po' losco dell’occhio sinistro, sorgeva in
piedi: e con voce piena sonora e variamente colorita dall’ ac-
cento della passione recitava versi suoi; i versi che avea
composto nella villetta fìesolana, presso una siepe di rose,
allo spirare del venticello che veniva dal monte, al mite lu-
me de’ tuoi occasi, o soave Toscana. Allora il retore deforme
divenia bello d’ un tratto : gli splendea su la pallida fronte
qualche raggio delle antiche deità : e il silenzio dell’ uditorio
si facea più solenne, perchè i novelli ateniesi credevano ve-
dersi innanzi risorto un sacerdote di Apollo. Ed egli, se ar-
gomento alle dotte lezioni era stato Omero l’amor suo, dopo
cantatane la portentosa nascita e la cecità più portentosa,
così ne intonava le lodi:
> lluic nras liuic tempia dedii veneranda vetusta.,;
Ilunc cere liunc saxo fulvoque colcbat in auro:
lltinc unum nucturein teneri.* pricfecerul unni*
Rertoremque vago: inuderaloreini|ue inventa: ;
Ilunc etiam Icges vita: ugnovcre inngistrum ;
Oittnis nb line dor.tas sapientia fonte papyrus
Irrigai : lume propria» oli in gangetica tellus
T iHiielnlil in voees: buius nalalia sepleni
(Juseque sibi rapinili studi is puguacibiis nrbes :
Ilunc et sitliouii patirnleni ima flagelli
Asseriti! patrio vindex Plolcinoeus nb ninne :
Ilunc quoque captivo geniniutum cliiiisit iu miro
Rex Macedùin, mcdii»* lume consumabili in uruiis,
Hoc invilubnt soinnos, bine crastiun bella
Concipere buie paltò, suetus incture Iriumplios.
Et nos ergo illi grata pielate dicaiuiis
liane de pierio eoulexlain Aure corouaiii,
Quain ni i Ili cnianug inter piilclierrinia niinplnis
Ambra tledil patria: leelam de granulie l ipie :
Ambra, mei Laurcutis amor, quam corniger Umbro
Umbro scnex geiiuit domino gratissimus Arno,
Umbro suo tandem non eruplurus ab alveo. 1 »
0 Virgilio aveagli toccato la mente e l’animo con la vere-
conda larghezza del suo stile : ed egli rivolgendosi a’ giovani,
- Et quis, io iuvenes, tanti miraciiln Insinui,
Eluquii, non se immenso» lerrteque marisque
Prosperare pulci trnclns ? Ilic ubere largo
1 Polilianus, Ambra.
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CXXXVI
ANGELO POLIZIANO.
Lnxiirinnt scgetes, hic molli» gramiiia londct
Armonium, liic lentis umicitur vitibus ulmus ;
lllinc muscoso lollmil se robora Ini uro,
• Mine macia ampia palcnt; bilnilis bue squallct areni»
Lillus, ali bis gelidi deciirnint nioiilibns amnes ;
line vasi® incombimi rupe», bine srnipea pandont
Antro sinus, illìnc vullcs cnbuere cedue tee.
Et discors pulcbciiin facies ut lemperat orbeiti',
Sic varios scse in viiltus facondia dives
Indù i 1 , et vasto none lorrens inipclc fcctur
l'Iinninis in mocein, siero none aret in alveo,
None sese laxat, none cxsputiata coSreet,
None incolta dece!, mine blandis piena renidet
l'Ioribus, inteedum pulclire simili omnia olisce'.
0 vatuin pcetiosa quies, o gaudi» solis
Nola piis, dulcis furor, incorrupta voluptas,
Ambrosimque definì melisse, qnis tali» cernens
Krgibtis invideal 1 niollem sibi prorsos bubeto
Vestein aurum gemnias: tantum bine proemi esto niulignum
Vulgus, ad luce nulli perroinpaut sacra profani.1 •
Ovvero Esiodo e le Buccoliche risvegliavano in lui quel se-
greto amore della vita campestre, che così spesso prorompe
dalla sua poesia e dalla prosa: ed allora, con versi che
non si distinguerebbero da quelli di Virgilio (il giudizio è di
Yillemain) e che ne hanno il libero giro il movimento e l’ armo-
niacosì, invocando Pane, incominciava:
« Pan, ades^ et curvi mecnm sfili fornice saxi
Versibns indulge ; medio duin Phcehus in axe est,
Diim gemit erepta viduatus compare tiirlur,
Duin su» torqiiali rccinunl diclina palombe».
Ilio resomi t blando libi pimi» amata sustirro :
Mie vaga coniferis insibil.it aura eupressis:
Die seatebris salii et bullantibus incita veni»
Pura colorato» inlerstrepil unita lapillo»;
Hic tua vicinis ludit lasciva sub umbris
bimdiidum nostri captutrix carniinis Eclio.
„ Felix ille animi divisque siiniiliiniis ipsis.
Quelli non mendaci rcsplendens gloria fuco
Sollicitat non fastosi inula gaudi» luxus ;
Scd tucitos siili l ire dics et paupcre cu I tu
1 Politiamis, Manto.
3 Villciiiuin, Litlc'raturc du moyen age, lec. XXII. Paris, Piclion et Di-
dier. 1830.
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ANGELO POLIZIANO.
CXXXVll
Exigil innocute tranquilla sileiilia ville.
Urbe profili, voti exiguus * •
cos terminava:
« Ilunc. o crelicoltc imigni, conceilile villini :
Sic milii delicias, sic blandimenti! luborum,
Sic lacilrs (Iute som per opes. H.ic improba sunto
.Vola tenda : munquani certe niiini|unui illa preenbor, .
Splcudeat ut rutilo frons invidiosa galero
Tergemiiinqne gravis siirgat niilti mitra corona,
Talia fcsitleo leu i us meditabar in antro.
Ilare snhiirbano Mciliciim, qua mona sacci' iirbcm
Mirimi, im longique volo mina despicit Arni,
Qua bonus liospiliiim lelix placidaiuque qiiiclein
‘liululget Luurens, Laurens liaud ultima Plicebi
Gloria, iuclatis Laurens fìda ancora Musis.
Qui si certa magis permiserit olia uobis,
Afllabor ntaiore ileo: nrc inni ardua Inni il in
Silva incus voces montaaaqiie saxa loqiirnlur,
Sed tu, si qua lìdes, tu nostrum forsitan oliai,
0 meu blanda altrix, non aspernabere ciirinen
Quamvis niagnoruiu gcnilrix Florenlia valiiin,
Doetaqiie me triplici recinel facundia lingua.2 »
Vroto cotesto che formato nel chiudersi della penultima de-
cade del secolo XV non poteva esser pieno : la primavera
del rinascimento era su lo sfiorire: altri e nefandi tempi al-
T Italia si maturavano.
V.
Bibliografia dei rispetti, delle ballate, delle rime varie.
Nuove cure date loro in questa edizione.
Codici.
Più ricco e antico d’ogni altro è pur sempre il riccar-
diano 2723, già descritto al cap. III. Sonovi dopo l’ Orfeo
molti rispetti, copiati in origine senza divisione di sorta in-
1 Pulitianus, Ruslicw. 1 Politiunus, Rntlicui.
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cxxxvni
ANGELO POLIZIANO.
sieme ad altri di Lorenzo de’ Medici : una mano diversa da
quella che fe la copia e forse posteriore aggiunse qua e là
alcuni segni distintivi a pena sensibili e le abbreviature A.
P.. A. Polit., Poi., Lor. de Med;: un’altra scarabocchiò nei
margini qualche postilla o emendazione per lo più arbitra-
ria. Seguitano parecchie ballate, del Poliziano e del Medici,
mescolate insieme ; e al Medici si attribuiscono tal volta
quelle che certamente sono del Poliziano ; e spesso non
hanno indicazione o distinzione veruna. Altri rispetti e al-
tre ballate si alternan poi nuovamente, e in mezzo canzoni
di Dante ; quindi, dopo le varie prose italiane e latine ac-
cennate al eap. Ili, ancora nuovi rispetti, ma d’ altra mano.
Quasi ricco come il riceardiano ma più ordinato pare do-
vesse essere il chigiano 2333 ovvero M. 4. 81 già citato al
cap. III. Il Serassi ne estrasse parecchi de’ più eleganti rispetti
e due canzonette per la cominiana del 1765, e il Poggiali
potè collazionarvi alcune delle ballate che pubblicò dai codd.
ricc. e laurenz. nella sua Serie , e di quelle che vi restavano
inedite citò i primi versi.1 Le quali tutte, fuor che una
[ Fortuna disperata , intitolata « Canzonetta intronata anti-
ca » che non m’ è avvenuto di ritrovarej si leggono pure
nei codd. fiorentini. Il che allevierebbe, se non isminuisce,
il danno della perdita di così prezioso codice; quando sia
irreparabilmente perduto, come venne asserito.
Nè qui finiscono le perdite della chigiana. Perocché da
gran tempo non trovasi più in quella libreria, nè si sa certo in
qual modo siane uscito, secondo ne attesta il signor Bonanni,
l' altro manoscritto cartac. 2328 da cui il Crescimbeni estrasse
la canzone Monti valli antri colli. Meno male che un segre-
tario del card. Alessandro Falconieri, 1’ ab. Niccolò Rossi,
gran raccoglitore di codici e stampe antiche, ne copiò al-
cune poesie che v’ erano col nome del Poliziano : e quella
copia è nel ms. cartac. di num. 94 della biblioteca corsi-
niana di Roma, e le poesie ne furono poi pubblicate dal
sig. Bonanni nel 1858 : * di che a suo luogo.
1 Poggiali, Scrii' dei lenii di Ha- 5 Bonanni, Prefazione alle Due
gnu ec., Livorno, 1813; I, 260 e Canzoni a b. di A. P., Firenze, Bar-
segg. Lira, 1858, pug. 14 c segg.
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ANGELO POLIZIANO.
CXXXIX
Anche il codice del dottor Buonafede Vitali del quale
giovossi l’Affò per la nuova edizione dell’ Orfeo [v. cap. Ili],
oltre 1’ Orfeo e fra molte altre rime di contemporanei, con-
teneva quattro sonetti del Poliziano.1 Le prove di tal poeta
in tal forma di poesia, nella quale nulla conosciamo di lui,
sarebbero state cosa ghiotta. Ma a temperarcene il deside-
rio viene opportuna la nota dell’ Affò che uno rii quei so-
netti [comincia II sole area già l’ ombre e le paure] è dal Cre-
scimbeni ! attribuito a Bernardo Belliucioni. Forse nò pur
gli altri erano veramente del Poliziano: a ogni modo ognuno
avrebbe avuto caro di certificarsene. Io certo avrei avuto
caro di certificarmi .se cotesto cod. Vitali, del quale non
m’ è riuscito saper altro, fosse per avventura una cosa col
DCCCXXXVI. B. 362 [Parte IV'. codd. italici] della Estense
di Modena. È questo, stando alla descrizione del catalogo
ms.. un piccolo in foglio che contiene, a punto come quel
del V'itali, poesie di molti degli ultimi quattrocentisti; per
esempio la Psiche e vari sonetti di Niccolò da Correggio,
cinque sonetti del Toschi ferrarese, cinque di Giovanni Pi-
co, e sei di Angelo Poliziano. Avrei desiderato certificarmi
e vedere : ma i codici erano e sono tuttora incassati ; e il
mio desiderio andò in fumo.
Preziosissimo ne riuscirebbe il cod. cartac. in ottavo
oblungo di sessanta fogli che numerato XLIV conservasi
nel pluteo XL della Medico-Laurenziana, se dovesse cre-
dersi al Bandini « quoad Politiani carmina, ut videtur, au-
to graphus. 3 » A ogni modo la lezione è per lo più ottima; e la
lettera certamente dei tempi di mesa. Angelo, anzi della sua
gioventù. Dopo molte rime di Dante, contiene del Poliziano
la stanza su 1’ eco, cinque ballato, dodici rispetti spicciolati
e i rispetti continuati 0 trionfante sopra ogni altra.... Del
secolo XVI e di bellissima lettera con disegni a penna è
l’altro cod. cart. di pag. 81 in foglio che si conserva nel
pi. XLI della stessa biblioteca sotto il num. XXXIII. Con-
tiene rime varie del secolo XV ; del Poliziano ha la canzo-
1 AITA. Prrfnzinae all’ Orfeo, |>a- pars., t. Ili, pag. S07 ; Venezia, I ”31.
giua t24 ili questa edizione. 3 llandini, Callidi. Coild. mt. Illbl.
5 Cresciinlieni, Coment. Star. volg. Mrd. barn'.; voi. Vili; pag. 151.
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C\L
ANGEI.0 POLIZIANO.
netta Questo mostrarsi....; e senza ragione gli attribuisce la can-
zona delle venditore, Buona roba abbiavi...., che è del Medici.
Di non minore autorità che il primo cod. laurenz., e dello
stesso tempo o più basso di poco, è un cartaceo mugliabe-
chiano in 4“ oblungo al n. 1034 della classe VII sotto la ru-
brica Variorum e con la intitolazione Poesie toscane di diversi
autori antichi. Le rime del Poliziano, dieci ballate, son riu-
nite in un quadernetto con altre del Magnifico del Bellincioui
e di Giovanni Ridolfi, di buona lettera e di lezione migliore.
Brutte, per contrario e l’una e l’altra nell’altro magliai). 735,
cl. VII Varior., col titolo di Canti carnascialeschi, in 4'’ pic-
colo e della fine del XV o eie’ primi del.sec. XVI; dove del
Poliziano, oltre il male attribuitogli Trionfo per la promo-
zione alla porpora di Giovanni de’ Medici, sono una canzo-
netta intonata e qualche rispetto.
Copia di varie poesie del Poliziano di su i manoscritti fio-
rentini per innanzi descritti è il cod. di n. 27 nella voluminosa
l'accolta di rime antiche trascritte dal Monche e dal Biscioni,
che acquistata dal marchese Cesare Lucchesini passò poi nella
biblioteca di Lucca. Pure anche questa copia ci giovò a qual-
che cosa, grazie alla gentilezza del nostro amico G. Pierotti
che ben volle mandarcene le varianti e qualche postilla.
Sono nel cod. cart. mise. 771 della Riccardiana due carte
di scrittura nitida e corretta, probabilmente del primo cin-
quecento, già piegate in forma di lettera e indirizzate al Ge-
neroso ac stre | mio militi: duo meo Colai ] diss. Duo Andrete
Magnano | [Magnanimo?] con sotto Mementote interdum v ri
Zenobii Masolini de Prato. Contengono, con pochi versi latini
del nostro autore, fra i quali l’ode Puella delicatior e gli elogi
Laetior ut cerms..., quattro ballate e l’ eco.
Come quello su ’l quale fu esemplata la prima edizione
delle due elegantissime ballate per la Ippolita Leoncina [Chi
non sa..., e Benedetto sia ’l giorno...] ricordiamo il inauoscritto
di Luigi Poirot, il quale dichiarava al dottore Rigoli, che diè
alla luce quelle ballate nel suo Saggio di rime dal secolo XIV
<d XVII, •* di averle ottenute in copia moderna dalla libre-
ria del Seminario fiorentino.1 »
1 Rigeli, Noie ot Stingili di rime di divel li buoni autori dal lecalo XIV
al XVII ; Firenze, 4825; pag. 306.
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ASGELO POLIZIANO.
CXL1
E le due ultime ballate ed altre dodici delle già edite e i
rispetti continuati a foggia di serenata [0 trionfante sopra ...] e
quattordici rispetti spicciolati con più cinque inediti sono con-
tenuti anche in un codice, mancante però di qualche capta, del
chiarissimo professore Giuliano Yanzolini di Pesaro. Venuto
a notizia di questo egregio signore come io intendessi a una
nuova edizione delle cose volgari del Poliziano, egli, che pure
aveva in animo di riprodurre le poesie del suo codice insie-
me con la Giostra secondo la lezione dell" oliveriano, sponta-
neamente e senza’pur conoscermi mi si fece incontro proffe-
rendomi le varie lezioni per lo più pregevolissime e i cinque
rispetti inediti di quel suo còdice. Gentilezza certamente in-
cognita ai filologi di mestiere, ma naturale in chi ama gli
studi e le lettere umane sol per amore di esse, come il Van-
zolini che è uomo di elegantissimi studi : al quale insieme
con me vorranno certo i lettori del Poliziano essere gratissi-
mi di sì bel dono. In fondo al codice del professor Yanzo-
lini è un Epitaphio della Lina da Prato chiamata Cento j>cr
Zanobi Masolini, quello stesso che inviava le due carte ric-
cardiane con i versi del Poliziano ad Andrea.
Sol per T intierezza del catalogo ricordo in ultimo il cod.
riccard. cartac. in 4’ di n. 2599, che contiene diverse lettere
memorie e poesie attenenti o allusive alla casa Medici fatte
raccogliere e copiare da Giovanni Mazzuoli detto lo Stra-
dino, celebre nei fasti della poesia burlesca fiorentina del se-
colo XYI. Da esso codice gli editori fiorentini del 1814
estrassero i capitoli e l’ epitaffio in morte del Magnifico «male
attribuiti al Poliziano.
Stampe. — Piuma età.
Questa età, che potrebbe ancora intitolarsi delle raccolte,
oltre le stampe della Giostra dal 1494 al 1537 che tutte,
eccetto la rivista dal Gaietano, contengono la canzonetta
Ab» potrà mai dire Amore con la' stanza dell’ eco, e alcune
anche la canzone Io soh constretto, come registrammo a suo
luogo, comprende ancora le seguenti raccolte ove sono bal-
late o canzonette del N. Ai
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CXl.II
ANGELO POLIZIANO.
14.... È un in 4" piccolo, di c. 36, non num., registi*, a-fiii,
(c ed e duerni, d ed f terni, il resto quaderni) senza nota
uè di luogo e tempo nè di tipografo : nel frontesp. ha figu-
rato in legno un ballo di dodici fanciulle su la cantonata
(pare) del palazzo Medici, e il Magnifico da una parte che
sembra tendere la mano a una giovinetta inginocchiata, e
dietro lui una mezza figura che potrebbe prendersi pel Po-
liziano. Sotto sono questi versi:
• Se iulcmlcr «tuoi della storia Irdecto »
A <li questa brigata qui presente
volgi la citarla Si leggi quel solicelo. -
E quel sonecto segue nella faccia dietro, miserabile indovi-
nello : incomincia
• Per dar il i ledo a uoi Icctor mie pratichi
della inuduiinu »
accenna gli argomenti di alcune ballate, e finisce
• RI buon "risei con suo sonni canti
l iccìiij»;» col Ciullozo ancor cogliona
(liparadiso cauerieu esnncti
Ri eanlon tutti quanti alla carlona
aedi losbracia clic lor qui davanti
seqnilate col canto in bora buona
llor su tu che ci 'dona
Comiucinnne qui con ladolcinla
su elicila piaccia a lui la lubricata. •
E in principio della seconda carta la rubrica :
§ Ballatette del
Magnifico LorPzo de medi
ci & di messere Agnolo Poli ,
tiani & di Bernardo giiibur
lari & di molti altri.
Stanno in fine del libro alcune ottave intitolate Rispetti
d’ amore, le cui ultime parole sono Dunche prendi partito
come saggia. In questa raccolta, e con titolo a sè [c. 22-26]
e mescolate ad altre del Medici, sono molte delle ballate di
M. Angiolo; che sempre quasi accordano nella lezione e
nella grafia con i codici da me veduti.
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ANGELO POLIZIANO.
cxLin '
149.. .? Le stesse. A petitione di ser Piero Pacini da Pi-
scia. Sena’ anno. In 4". « Sono c. 30 con registro da a sin a
d quaderni, eccettuato 1’ ultimo eh’ è terno. Jsel frontispizio
sta il legno e stanno i versi dell’ antecedente ediz., e così
sta pure il sonetto nella seconda faccia. Nel fine del libro
veggonsi triplicatamente impresse le armi colla parola PI-
SCIA.... I nomi dei diverbi autori, che in altre stampe si
leggono talvolta indicati con sole iniziali, cioè ora L ora B
ora P ora F, nella presente sono scritti ora LORENZO ora
BERNARDO ora POLITIANO, sicché non lascia in dubbio
a chi le ballatette appartengano. Della F non ho trovato
spiegazione veruna » [Gamba].1
15.. . Frottole composte da più autori cioè: Tu ti parli- [sic]
0 cuor mio caro.... Senza luogo ed anno. In 4°, di 4 ff. a 2
col. ; il f. A 2 contiene al retto 38 linee per colonna. Al
retto del pr. f. è una fig. in legno che rappresenta una
donna in alto a un balcone, in basso un cavaliere e Amore
che ferisce la donna. « A giudicarne dall’ aspetto, questa
ediz. dovè uscire in Firenze avanti il 1540 » [Libri].
15.. .. Frottole diverse da più autori composte. Senza luogo
ed anno. In 8 , di 4 ff. a col. Edizione eseguita probabilmente
a Venezia verso il 1550. Ella contiene, con titoli qualche
volta differenti, i sette primi componimenti che si vedono
nell’ edizione posteriore del 1560 [Libri].
1557. Cazone [sic] a ballo : composte da diversi autori,
aggiuntoci quella che dice dolorosa meschinella. Firenze , presso
al Vescovado. In 4", di 4 ff., a 2 colon. ; con una bella stampa
in legno su ’l retto del primo foglietto. Questo opuscolo
estremamente raro contiene poesie di Fr. Sacchetti, di Lor.
de’ Medici, ec. Il Gamba cita un simigliante libretto posse-
duto dal march. Trivulzio ma pubblicato nel 1564. L’ edi-
zione che noi annunziamo qui pare che sia sfuggita a tutti
1 bibliografi [Libri].
1560. Frottole composte df+pià autori. Fiorenza , 1560, del
mese di gennaio. In 4', di 2 ff. a 2 col.; con una figura in
legno al retto del pr. f. Forse è 1’ edizione originale d’ un
1 Citami» il Camita e il Libri mi riporta sempre alle loro opere bi-
bliografiche accennate nelle note al cap. III.
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CXLIV
ANGELO POLIZIANO.
opuscolo eli cui il Poggiali ha citato ristampe del 1562 e del
1614 e un’ ediz. senza data [Testi, I 225 e li 229]. Le can-
zoni contenute in questa raccolta differiscono da quelle
della seguente [Libri].
1560. Frottole composte da diversi autori, cioè la Brunet-
tina mia, ee. Fiorenza, 1560, a di 3 di febraro. In 4 ' di 2 ff.
a 2 col. ; con una figura in legno al retto del pr. f. Opu-
scolo eccessivamente raro, di cui noi non conosciamo altro
esemplare [Libri].
1562. Canzone a ballo composte da diversi autori. Firenze,
Sermartelli. In 4". di cc. 38 numerate con segnai. A-E. « Un
Lello esemplare di questa ediz, sei'basi nella Marciana di
Venezia » [Gamba],
1562. Frottole composte da più autori, cioè. 'Tu ti parti o
cuor mio caro. ec. In fine : Stampate in Firenze l’anno MDLXII
per Rodolfo Pocavanza. In 4‘, di cc. 4 a due col. Nel fronte-
spizio è la solita figura in legno descritta più sopra: nel-
T ultima pag. dopo la soscrizione v’ è altra figura in legno ;
un cavaliere e una donzella che ballano in un giardino, un
suonatoli, una vecchia che guarda dalla finestra d’ una casa
vicina al giardino. Non son cei'to se una altra ediz. sen-
z1 anno e luogo sia ristampa di questa a cui tanto somi-
glia, salvo che manca dell’ ultima figura, o veramente sia
la ediz. forse originale che il Libri ci’ede eseguita innanzi
al 1540.
1564. Canzone a ballo composte da diversi... In fine : I [sic]
Firenze, l’ Anno di nostro Signore M. I). LXI1I del mese di
Luglio. È in forma di 4n, dx sole cc. 4 non num., con inta-
glio in legno nel frontesp. : e le canzoni sono di Lorenzo
de’ Medici, del Poliziano e del Pulci. Esiste nella privata
libreria del c. Gio. Giacomo Trivulzio [Gamba].
1568. Canzone a ballo composte dal Magnifico Lorenzo
de’ Medici et da M. Agnolo Politiano et altri autori insieme
con la Nencia da Barberino et4a Beca da Dicomano composte
dal medesimo Lorenzo. In 4", di cc. 42 num., con frequenti
sbagli nella numerazioixe. « Nel frontespizio sta il solito
ixxtaglio in legno col ballo delle ragazze : e la data in fine
è così: In Firenze, l’ Anno M. D. LXVIII. Leggesi in que-
sta edizioxxe qualche compoxximento che manca nelle aute-
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AN'fiKLO POLIZIANO.
CSLV
cedenti, quantunque più copiose » [Gamba]. « Nell’ esempi,
passato dalla Magliabech. nella Palatina di Firenze, oltre
alle lettere iniziali indicanti i nomi degli autori che si veg-
gono in istainpa in alcuni luoghi, si trovano ancora altre
lettere iniziali fatte a penna apposte ad altri componimenti
che parevano d’ incerti [Edd. fior, di L. de’ Medici. ] » « Sono
ormai circa trent’ anni da che m’ è venuto il capriccio di
contraffare quest’ edizione e di farne imprimere oltre 1(X)
esempi., stando attaccato possibilmente all’ originale, da
cui ho ricopiato gli errori e sino qualche accidente della
stampa, come non meno l’ intaglio in legno che adorna il
frontespizio. A fine di distinguere questa contraffazione si
osservi la prima lettera iniziale con cui cominciano le can-
zoni ; la quale lettera nell’ originale rappresenta due per-
sone azzuffate, una dall’ altra atterrata, e nella copia rap-
presenta un paesetto con fabbriche. In qualche esempi, ho
aggiunto al fine 2 cc., le quali contengono quelle canz. che
nell’ ediz. di Ser Pacini senz’anno e nell’ altra del Sermartelli
[1562] si ritrovano, ma che sono mancanti nell’ ediz. 1568 >
[Gamba]. L’ edizione delle Canzoni a ballo del 1568 è stata
citata in tutte le impressioni del Vocabolario dagli Acca-
demici della Crusca: ma con questo inconveniente che l’Ac-
cademia nelle citazioni usa l’ abbreviatura Med. L. canz.
ball, per tutte le canzoni della detta impressione, delle
quali la maggior parte non sono di Lorenzo. Più : nell’ edi-
zione del 68, come in tutte le raccolte di Canz. a b. della
seconda metà del sec. XVI, la lezione è un po’ ad arbitrio
ammodernata.
1578. Scelta di laudi spirituali di diversi eccellentissimi e
.devoti autori antichi e moderni.... In Firenze, nella Stamperia
de ’ Giunti. In 4n. Ve n’ è una del Poliziano.
15.... Il Poggiali ! e gli edd. fiorentini del 18141 * 3 citano un
libretto di poesie di diversi autori, dov’ è anche il Mantel-
laccio e dove sono del N. A. le due ballatette che cominciano
1 I.. de’ Medici, Opere, Firenze,
Mulini, ti23; voi. I, Cululotjo lidie
e'Iiz. che contengono alcuna parte
delle opere del Maya., XVII.
5 Poggiali, Serie ; I. c.
s Itiine di Angiolo Poliziano, Fi-
renze, 1M4; voi. Il, pag. 143, nota
182.
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CXLVI
ANGELO POLIZIANO.
Io vi co’, donne, insegnare e Io vi voglio confortare. A me non
è avvenuto di trovarlo.
1614. Canzone bellissime a ballo, nuovamente composte da
diversi autori. E qui i capoversi di parecchie ballate. Poi,
E molle altre Canzone, Nuovamente ristampate, e ricorret-
te. In fine : Stampate in Firenze appresso Agostino Simbeni
V anno 1614. In 8°, di 4 cc. a col. : ha nel frontesp. un inta-
glio in legno istoriato d’ alcune donne che ballano intorno
a una colonna su cui è l’ arme de’ Medici.
Seconda età.
Comprende dal 1698 in giù le varie pubblicazioni di rime
inedite o disseppellite dalle antecedenti raccolte, che poi
vennero a formare le due ricche edizioni del 1814 e del 1825
e questa ultima nostra che è di tutte la più compita.
1698. L’ ab. Giovan Mario Crescimbeni pubblicò la canz.
Monti valli antri colli nel libro I della sua Istoria della vol-
par poesia stampata a Roma in quest’anno dal Chracas e
poi di nuovo nel 1714 e in fine in Venezia nel 1731 pel Ba->
segio. La canzone fu riprodotta nelle cominiane e altre edi-
zioni settecentistiche della Giostra registrate al cap. III.
1747. Alle Stanze impresse di quest’ anno in Bergamo
pel Lancellotti [v. cap. Ili] P. A. Serassi che le curò aveva
in animo accompagnare le altre rime del N. A. raccolte da-
gli antichi libri e dal celebre ms. della Chigiana ; e di fatti
ne diè alla stampa un volumetto, che poi per iscrupoli non
volle pubblicato, anzi distrusse. Ne esisteva una copia
di 100 cc. num., con la sola antiporta, veduta dal Gambas
nella biblioteca del march. Trivul2Ìo; e conteneva ballate,
serenate, strambotti e altre cose fin allora inedite. A più
indizii pare che il Monti ed A. M. Maggi se ne giovassero
tanto per la critica emendazione che dell’ ediz. fior, del 1814
fecero nella Proposta come per la nuova edizione silvestriana
del 1825.
1756. Tuttavia un saggio delle rime del Poliziano non più
stampate dòtte il medesimo Serassi nella III ediz. cominiana
delle Stanze uscita quest’anno; ove, oltre la conzonetta e
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ANGELO POLIZIANO.
CXLVII
T eco impresse nelle antecedenti, mise in luce la Serenata
ovvero lettera in istrambottoli espungendone però quelle ottave
delle quali non può la morale contentarsi di molto, 18 stram-
botti spicciolati per la Ippolita Leoneina e due ballate; tutto
secondo l' ottima lezione del cod. cliig. 2233.
1778. Ma la serenata fu riprodotta intiera secondo la
lezione del cod. laur. Xliv pi. xl dal can. Ang. Mar. Bandini
in quel volume del Catalogo della Mediceo-Laurenziana [V.
(vili), 52-56] che esibisce la descrizione dei codici italiani;
e furono riprodotti 13 rispetti spicciolati, alcuni de’ quali
affatto nuovi.
1784. Nei Lirici antichi seri e giocosi fino ai sec. X VI\i. VI
del Parnaso italiano raccolto e sopravveduto dall’ab. Andrea
Rubbi] impressi di quest’ anno in Venezia presso Antonio
Zatta in 8" furono accolte fra altre cose liriche del Poliziano
anche la ballata Vaghe le montanine.... che è del Sacchetti e la
canzonetta La pastorella si leva per tempo. E queste due ed
altre ballate e canzonette furono ifel 1808 francamente ri-
stampate di su le ultime raccolte del cinquecento, ove stanno
senza nome alcuno, dalla Società tipografica milanese dei
classici italiani nella edizione delle Stanze e dell’ Orfeo.
1813. Nella Serie dei testi di lingua ec. uscita in due voi.
in Livorno [I, 260 e segg.] il Poggiali, il quale, procuratesi
esattissime copie coliazionate ed emendate dei diversi codd.
delle rime del Poliziano esistenti nelle biblioteche di Roma
e di Firenze, aveva in animo di darne fuora una compiuta
edizione, ne anticipò un saggio, pubblicando una ventina di
stanze trascelte da quelle in maggior numero del cod. ricc.
e cinque ballate tratte dal cit. riccardiano e dal laurenziano
e confrontate col chigiano. E da questa edizione del Pog-
giali furono esemplate le due ballate l’ non mi vo’ scusar.... e
Pini trovai, fanciulle..., ripubblicate senza nota d’anno in Lugo
pe’tipi del Melandri in occasione di nozze dai chiariss. fra-
telli Ferrucci, e le Venti stanze ivi stesso e dagli stessi e per
gli stessi tipi in una consimile occasione nel 1826 in 8’’.
1814. Quel che si era proposto il Poggiali compiè per
gran parte in questo anno il dott. Luigi Ciampoliui, il quale
e ciò che del Poliziano era stato pubblicato recentemente e
che trovavasi nella raccolta di ballate del 1563 e che for-
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CXLVIIi
ANGELO POLIZIANO.
nivano i codd. fiorentini ragunò nel II voi. delle Rime di
M. Angelo Poliziano stampate in Firenze dal Carli, alle quali
perciò fu aggiunto la qualificazione di edizione prima. Tut-
tavia sembra eh’ e’ non . conoscesse la stampa cominiana
del 1765, perocché alcuni rispetti ivi pubblicati egli omise;
0 forse si lasciò trarre in inganno dal maggior cod. ricc. che
senza niuna ragione gli attribuisce a Lorenzo de’ Medici. Di
che guisa fosse condotta 1’ edizione dal dotto uomo e d’altra
parte egregio scrittore del comentario su le guerre de’ Su-
liotti e della istoria .del risorgimento greco, non starò a ridir
qui ; dopo quel che ne dissero il Monti e il Maggi nel voi. III.
parte II, della Proposta,' e dopo quel eh’ io stesso n’ ho mo-
strato a’ suoi luoghi nelle note alle rime minori. Basti que-
sto: ove il cod, ricc. legge chiaramente ■* Che ne lievon poi
un riso » 1’ edit. del 1814 *sò stampare « Ch’ è negl’ istrioni
poi un riso. » Ciò non ostante la ediz. fior, del 14 è citata
nella V ed ultima impressione del Vocabolario degli Acca-
demici della Crusca ; eefto perchè più compita delle antece-
denti.
1819. Gli edd. delle Opere volgari di M. Angelo Poliziano
edite in quest’anno a Venezia dal Molinari, per le ballate
già impresse prima dell’ antecedente stampa fiorentina, si
attennero al testo or dell’ una or dell’ altra stampa delle
Canzone a ballo del 1562 e 68, riproducendone e correggen-
done anche il numero d’ ordinò per servire alle citazioni del
Vocabolario. Per le cose nuovamente impresse affermarono
d’ aver tolto via le sviste più facili ad emendarsi : in qualche
caso ove il buon senso non bastava alla correzione, omisero
1 passi guasti e manchevoli ; e si compiacquero di pretermet-
tere eziandio le cose indecenti. Il Maggi nell’ opera dianzi
citata afferma, e con ragione, che quanti errori avea egli regi-
strato nella sua nota tutti furono fedelmente travasati dalla
stampa di Firenze del Carli in quella di Venezia del Molinari.
1822. Anche il Marchini ristampando in Firenze una se-
conda edizione delle Rime del Poliziano assicurava che il dott.
Ciainpolini avea potuto restituire alla vera loro lezione molte cose
’ Milano, 1811. Il Monti nella Pausa IV. se. I. della Farsa / Poeti,
pap. CV ; il Maggi nell' Appeml. I pag. CLX.V1X.
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ANGELO POLIZIANO. CXLIX
sfuggite nell’ ediz. del 1814, avendo avuto ricorso a parecchi mss.
che si conservano nelle biblioteche fiorentine. Ma il Maggi nella
nota della Proposta mostrava che a sette soli dei meno impor-
tanti si riducono i passi emendati dall’ edit. fior, col soccorso
dei testi.
1825. Ed in questo anno usciva pei tipi del Silvestri la
ediz. che a’ intitolò prima corretta e ridotta a buona lezione
delle Poesie italiane di m. Angelo Poliziano. Spirata dalla cri-
tica della Proposta, sopravveduta da Anton Maria Maggi ed
anche da Vincenzo Monti, la edizion silvestriana è certa-
mente meritevole di molta considerazione. Accettate, salvo i
capitoli in morte del Magnifico reputati indegni e la can-
zone Io son constretto aggiudicata a Giuliano de’ Medici, tutte
le rime già impresse nelle stampe fiorentine del 1814 e 22;
furono, secondo le norme già date nella Proposta ed anche
su 1’ autorità di un cod. trivulziano, sanati un buon numero
di versi guasti e di rime sbagliate, fu riparato a molte cor-
ruzioni di senso di lingua e di sintassi ; dando contezza in
alcune noterelle a piè di pagina delle emendazioni meno im-
mediate e riportando più d’ una volta la variante scorretta.
E quelle emendazioni, eccetto qualche ardimento in favore
d’ una grammatica e' d’ una prosodia che non era del Poli-
ziano e de’ suoi tempi, sono per lo. più felicissime : perocché
gli avversari della scuola critica del Monti molte cose po-
tranno negarle o diminuirle, ma non la felicità degl’ ingegni
francamente e dottamente vividi e arguti. Anche a questa
edizione gli Accademici della Crusca fecero l’ onore della
citazione nella quinta stampa del Vocabolario.
1825. Se il dott. Luigi Rigoli nel Saggio di rime di diversi
buoni autori che fiorirono dal XIV al XVIII secolo pubblicato
in Firenze dalla stamperia Ronchi errò dando per mediti
19 strambotti del Poliziano già pubblicati parte dal Serassi
nella cominiana del 1765 e parte dagli edd. fiorentini del 1814.
fe certo un preziosissimo dono ai cercatori dell’ antiche ele-
ganze mettendo il primo alla luce le due meravigliose ballate
per Ja Leoncina che incominciano Chi non sa coni’ è fatto... e Be-
nedetto sie ’l giorno... Anche il Saggio del Rigoli per que’ com-
ponimenti del Poliziano che primo produsse fu citato dagli
Accademici nella quinta impressione.
POLIZIi.fO. k
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CI.
ANGELO POLIZIANO.
1858. Due Canzoni a bailo di Angelo Poliziano tratte da
un manoscritto della Corsiniana ed ora pubblicate per la prima
colta da Domenico Bonanni vice bibliotecario di essa. Firenze,
Tipografìa Barbèra, Bianchi e C. Edizione in 4° in occasione
delle nozze di 1). Tommaso dei principi Corsini Duca di
Casigliano con Donna Anna dei Principi Barberini. Precede
una elegante e compita lettera dell1 editore sig. Bonanni.
1859. Di quest1 anno, chi procura la presènte edizione
pubblicò nel primo numero del Poliziano, Studi di Lettera-
tura, editi in Firenze co1 tipi del Cellini, X stanze d’amore
di su ’1 cod. 2723 riccard. ; e ripubblicò nel sesto numero
certi Rispetti d’amore di su l’edizione delle Ballatette del
sec. XV, i quali credè poter restituire o aggiudicare ad
Angelo Poliziano, con IV stanze . già edite, ma rese allora
per la prima volta a miglior lezione. '
Ed ecco ora ultima la presente edizione : per la quale
abbiamo non dico vedute ma considerate minutamente quasi
tutte le stampe registrate in questo e nel III capitolo. E
come per le Stanze tornammo direttamente ai codici, dal
confronto loro con le vecchie stampe ( deducendo la lezione
legittima; così per le rime minori. Quanto alle ballate; i
codd. e le vecchie stampe, non le ammodernate del cin-
quecento, benché anche queste scrupolosamente da me con-
frontate, ma le anonime del secolo XV, come mi hanno as-
sicurato della lezione genuina, così mi salvarono dal bisogno
delle emendazioni arbitrarie a cui gli editori silvestriani
qualche volta si lasciarono andare. Perocché la dizione e la
prosodia del Poliziano io ho accettata qual era, senza la pre-
tensione di renderla gramaticale regolare e moderna, ma più
tosto ptovandomi ad illustrarla e dichiararla ne1 luoghi vera-
mente oscuri e scabrosi. E dove non potei aiutarmi del con-
fronto tra i mss. e le vecchie stampe, e quel che avevo sotto
gli occhi era certamente errato, credei dovermi giovare delle
più evidenti e semplici emendazioni del Maggi, osando an-
cora metterne innanzi qualcuna di mio. Ma di tutto rendei
ragione nelle note ; dove raccolsi pure le varie lezioni, an-
che manifestamente errate, di tutti i mss. e di tutti i te-
sti a stampa, con minuzia forse soverchia. Per tal modo il
comentario alle rime minori novamente fatto contiene spe-
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ANGELO POLIZIANO. OLI
cialmente la critica del testo; non trascurate però le spie-
gazioni e illustrazioni ove erano più necessarie, massime
nelle ballate a riboboli e a proverbi. La distinzione poi tra
le ballate e le altre rime legittime e le incerte e le apocrife
adottai dietro la disamina de’ fonti e delle ragioni che si fa-
cean valere j>er assegnarle a messer Angelo : quella dei ri-
spetti in continuati e spicciolati e di questi ultimi per serie
mi fu imposta e dalla natura di siffatti componimenti e dalla
attenta considerazione dei codici e dalla ragione. I lettori
delle rime del Poliziano si lamentavano spesso eli’ e’ non sa-
pessero rinvénirsi per quelli avvolgimenti diversi delle stan-
ze varie. E gli editori si scusavano assai lepidamente: « No-
teremo qui una volta per sempre (così 1’ ediz. Silvestri a
pag. 115) che questi componimenti in ottava rima, sotto
nome di stanze, strambotti, serenate etc., sono dettati a
capriccio, e con tali sbalzi qua e là, che spesso alcune stanze
non hanno legame con le altre. » Che è così bonamente un dar
del dissennato e dello irragionevole pel capo a messer Angelo.
Il fatto ^sta che i primi editori fiorentini del 14- non seppero
sempre e bene distinguere fra rispetti spicciolati e conti-
nuati ; quelli, ottave a sè, come i cauti de’ nostri campagnoli,
o coppie di ottave ; questi, stanze liriche più o meno lunghe;
e gli uni e gli altri mescolarono insieme a modo di compo-
nimenti seguiti, solo spaccandoli qua e là a colpi come d’ ac-
cétta: e spesso quel che era diviso congiunsero, e quel che
congiunto divisero. Io dunque; dopo osservato che i codici non
si accordano mai a dare quei vari rispetti in serie ordinate
ma sì li mescolano diversamente ; dopo assicuratomi e per le
teoriche e per gli esempi che il rispetto e lo strambotto
sono componimenti formati d’ una sola ottava a se ; dopo
notato ' che pure il Poggiali avea sentito cotesto, allorché
pubblicando nella sua Serie venti stanze dal cod. riccard.
non le trascrisse di séguito ma le trascelse di qua e di là
quasi componimenti staccati; dopo notato in fine nei codici
la distinzione certa tra continuati e spicciolati forse intro-
dotta primieramente dallo stesso Poliziano; deliberai divi-
dere siffatti componimenti in due serie, raccogliendo sotto la
intitolazione di continuati quelli che così qualificavansi nel
codice e che erano trascritti di séguito e con determinate
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CUI
ANGELO POLIZIANO.
distinzioni a’ lor luoghi, e quelli anche che presentavano
un ordine certo di pensiero e di sentimento; gli altri, che a
voler per forza mostrare sotto il nome di stanze quasi come
un componimento solo era un dare a’iettori pessima opinione
della facoltà discorsiva di messer Angelo, sotto la intitola-
zione di Rispetti spicciolati distinsi per più serie, a seconda
delle idee e de’ sentimenti che significavano, in modo che il
lettore pel confronto e pel ravvicinamento ne gustasse me-
glio la originale bellezza.
Nè altro ho a dire degli studi miei intorno alla edizione
delle poesie volgari di messer Angelo Poliziano : i quali po-
tranno e apparire ed essere manchevoli e difettosi per la in-
felicità dell’ ingegno e delle forze mie, ma non per colpa di
volontà leggieri arbitrari presuntuosi : la scrupolosa pazien-
za onde gli ho seguitati per cinque anni me ne assicura. E
qui m’incombe il dovere di rendere pubbliche grazie agli
amici miei Isidoro Del Lungo e Carlo Gargiolli che di molto
ed efficace aiuto mi soccorsero nel lungo e faticoso lavoro,
non che di pregare i conoscitori delle antiche lettere ad am-
monirmi e correggermi ove abbia errato e supplire della
loro dottrina a’ miei difetti.
VI.
COXCHIUSIONE.
• Ducerei extincto cum Mors Laureate triuinplmm
■ Lcetaque pullntis invelierelur cquis,
Hespicit insano ferienlem pollice chordas,
Viscern singulto conculicnle, virum.
Mirata est tenuitque iugiina: furit ipse, pioque
Laurentem ciinntos flagitnt ore deos.
Miscelisi precibus Incrymas Incrymisquc dolorcm :
Verlm miuislrabut liberiani dolor.
Risii; et aiti iquee non ini niemor illa querelai,
Orpliei tartarea cuin paluere vice,
— Ilic elium infernas tcnlat rescindere leges,
' Ferlquc suas, dixit, in mea iura mantis ! —
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ANGELO POLIZIANO.
OLITI
Protimis et flenlem pcrcussit dura poetarli,
Rupit et in medio pecioni duciti sono.
Ueu ! sic tu raptus : sic te mula fata tulerunt,
Arbiter ausoni®, Politiane, lyrte! » 1
Con questa fautasia tra splendida e pietosa Pietro Bem-
bo, il veneto che succedeva al toscano nella dittatura lette-
raria del secondo periodo del rinascimento, rivendicava alla
gloria e all’ affetto dalle male voci dei repubblicani e dei
piagnoni la morte di Angelo Poliziano avvenuta il 25 di set-
tembre del 1494, due auni e cinque mesi dopo quella di Lo-
renzo. Morte, ove tu riguardi all’ età del dotto umanista e
alla espettazione che di lui aveva il suo secolo, immatura :
ma che facilmente ti parrà venuta a tempo, se ripensi la
fama del poeta o le affezioni dell’ uomo. Così non fu egli
riserbato a lamentare la ruina sì vasta e pur mossa da sì
picciolo impulso dell’ edificio con tanto faticosa industria be-
nalzato dal suo magnifico protettore. Anche un mese ; ed
Angelo Poliziano avrebbe • veduto chiuso in faccia all’uno
de’ suoi discepoli le porte di quel palagio ove Lorenzo re-
duce da Napoli nel 78 era stato con plauso e lacrime accol-
to ; avrebbe veduto all’ eccitazioni dell’ altro muta o minac-
ciosa e irridente quella plebe che in tanto sangue avea be-
stialmente vendicato la morte di Giuliano e circondato di sì
selvaggio amore il fratello superstite ; avrebbe veduto 1’ ol-
tracotante Piero e Giovanni cardinale e il gentile Giuliano
affrettarsi sparpagliati travestiti tremanti per la via del-
l’ esiglio, debito certamente ai tiranni ma pietoso e amaro
pur sempre quando i tiranni sono ancor cittadini. Anche
un mese ; ed Angelo Poliziano avrebbe veduto il piccolo e
deforme Carlo di Francia entrare con la lancia alla coscia
nella città che avea ributtato la imperiai superbia di due
Enrichi, e correre tutta l’ Italia senz’ altro affanno che d’ un
po’ di gesso per segnare gli alberghi alle sue milizie ai bar-
bari ai Galli ; dispersa a furia di popolo la libreria di
San 'Marco, calpesti e stracciati quei codici con tanto oro
ed amore raccolti da Cosimo da Piero da Lorenzo, quelli
stessi che egli, povero filologo!, era andato raccapezzando,
1 P. nembi Carmina in Opera, Basile®, 1556 -, II, 168.
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CLIV
ANGELO POLIZIANO.
per la Lombardia e la Venezia; messe a ruba le magnifi-
cenze del palagio di Via Larga, quel che avanzò alla cupi-
dità francese abbandonato alla plebe, stupefacendosi il
soldato del re di Francia, come già i selvaggi d’ Alarico, su
la ricchezza e il lavorio dei vasi e degli utènsili e orna-
menti della casa d’ un cittadin fiorentino.' E dopo ciò che rim-
bombo di guerre; che correre e ricorrere di stranieri d’ogni
generazione per questo giardino del rinascimento ; quanto
sangue e quanto fango in questo tempio rialzato alle Muse
e alle Grazie dai nipoti di Dante e d’ Arnolfo. Riposa in pace,
o poeta, nella tua umile tomba di San Marco. Non più
nella villa di Carreggi i simposii dell’ Accademia intorno al
busto inghirlandato del vecchio Platone: non più per le
notti di carnevale nelle vie splendide e rumorose i carri e le
mascherate ove venivano in gara di magnificenza le arti del
disegno e quelle della parola ; non più a’ rosei tramonti di
maggio le danze delle gentili donne su la piazza di Sant.a Tri-
nità. Anche la poesia, la poesia popolare toscana che fuggì
così vezzosa dalle chiese dell’ austero duegento e s’ avvezzò
così vispa e maligna alla scuola di Giovanni Boccaccio di
Franco Sacchetti e del tuo Lorenzo, aneli’ essa nelle paure
della morte s’ è fatta pinzochera : come al tuo cadavere per
ordine di fra Girolamo, così a lei hanno vestito l’ abito do-
menicano. Il Ben venga maggio e il Trionfo di Bacco e
d’ Arianna sono obliati : obliati no, abominati come ana-
tema. Oh, se a te fosse dato sentire, un suono cupo lento
sinistro ti percoterebbe l’ orecchio, il canto oscuramen-
te e minacciosamente allegorico della democrazia mona-
stica :
. « AI vaglio al vaglio al vaglio
Calale tutti quanti*,
E con amari pianti
Vedrete in questo vaglio
Sdegno confusimi noia e travaglio.
Noi siam tutti maestri di vagliare ,
E macinar la gente:
Se ei è ni n n discredente,
Vengasi a cimentare;
1 Pii. De Commines, Mcmoircs ec. VII, tx ; Paris, 1580.
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ANGELO POLIZIANO.
CLV
E farengli provare
Come si tratta chi entra nel vaglio.
Non ci mandale segala nè vena:
Qui entran biade grosse
Clie reggliino alle scosse
F. sien di miglior mena :
E l anche a mala pena
Si truova chi rimanga dentro al vaglio.
Chi entra in questo vaglio e dii se n’esce,
Chi piange c chi sospira ;
E ’l vaglio sempre gira,
E la forza gli cresce :
Chi del suo mal gl’ incresce,
Fugga la furia e ’l perieoi del vaglio.
Se mille volle il di il vaglio è pieno,
.Mille volte si ròta :
Pur die ’l vaglio si scuola,
Si vede a mano a mano
Coperto tutto il piano
Di gente eli’ esce pe’ buchi del vaglio.
Chi non si sente ben granato e forte,
Non faccia di sé prova
(El pentir poi non giova)
Ma cerchi miglior sorte:
Meglio saria la morte,
Che sopportare i tormenti del vaglio.1 »
E non basta. Se a te fosse dato vedere, la vedresti, o poeta,
quella tua popolar poesia ricaduta negli accessi della tor-
bida frenesia del beato da Todi saltellare in un ballo tondo
di frati e di donne, di cittadini e di monache intorno al
rogo del santo carnasciale, ove i fanciulli del frate gittano
a piene mani l’anatema; l’anatema, cioè i libri del Pe-
trarca e del Boccaccio, i tuoi libri, o Poliziano, e quelli di
Luigi Pulci e del Medici, con i disegni di nudo di Barto-
lommeo della Porta e del Credi. E dopo ciò ; da poi che il
fanatismo religioso, così pronto a distruggere, radamente ri-
crei e solo ove la materia è affatto rozza ; e dopo ciò apri pur
la tua tomba e raccoglivi dentro la poesia popolare d’ Italia :
il frate dell’amore e della vita, Francesco d’ Assisi, ne guidò
* Trionfo del Voglio ; pag. 33 di Tulli « Trionfi , Mascherate o Canti
carnctcialeschi cc., Cosmopoli, 1750.
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CLVI ANGELO POLIZIANO.
i primi passi: il frate del terrore e della morte, Girolamo Sa,-
vonarola, l’ accompagna alla sepoltura. Vero è ch! ella ne ri-
sorgerà, ma per poco e come un’ apparizione paurosa, ad
annunziare la fine dell’ Italia grande, dell’ Italia del popolo.
Nell’ ultimo anno del gonfalonierato di Pier Soderini passerà
per le vie di Firenze un gran carro, tirato da bufoli, di-
pinto a ossa di morti e croci bianche ; sopravi la Morte
nella spaventosa figura che le dette l’ arte cristiana del me-
dio evo ; intorno gran numero di cavalieri a foggia di morti
su cavalli strutti e spolpati covertati a nero e a croci bian-
che, ogni cavaliere con quattro staffieri pur a foggia di
morti e con torce nere alla mano: uno stendardo nero a
teschi e ossa incrociate guiderà la orribile compagnia, la
quale si strascinerà dietro dieci stendardi neri intonando
Miserere a voci tremule e unite : dove ella si fermerà, certi
sepolcri condotti con arte mirabile intorno al carro si sco-
verchieranno, e ne usciran fuori persone vestite di nero con
ossature bianche intorno al petto e alle reni e con torce nere
alla mano, e si sederanno su i loro sepolcri, e con trombe
sorde e con suono roco e morto canteranno : 1
• Dolor pianto penitenza
Ci tormentila tutta via :
Questa morta compagnia
Va gridando penitenza.
Fummo giu come voi séte,
Voi sarete come noi:
Morti siam, come vedete,'
Cosi morti vedrem voi:
E di là non giova poi,
Dopo il mal, far penitenza.
Ancor noi per carnovale
Nostri amor gimmo cantando ;
E così di male in male
Venivàm moltiplicando :
Or pel mondo undiam gridando
Penitenza, penitenza.
Cicchi stolti ed insensati,
Ogni cosa il tempo fura:
Pompe glorie onori e stati
1 Vasari, Vita di Piero di Cosimo, in Vile di piti, scull. e ardi.;
Voi. VII dcU’ediz. Le Monnier, 1851.
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AGGELO POUZIANO.
CLVII
Passali tutti, e nulla dura :
E nel tin la sepoltura
Ci fa far la penitenza.1 •
Sì : penitenza per le tante stoltezze dei popoli, penitenza per
la tanta corruzione e viltà dei signori, penitenza-per le colpe
di tutti. La grande Italia sta per morire. In vano Nicolò Ma-
chiavelli le si adopera intorno con gli eroici rimedi della
disperazione: in vano Francesco Ferrucci vuol rinsanguarla
delle sue vene purissime. Ella è già morta, e sua sepol-
tura è l’alto Appennino : il papa e l’imperatore novellamente
dopo sì lunghi secoli si porgon la mano sedendo a guardia
della sepolta : solo e, come 1’ anatomico nel camposanto,
freddo e impassibile resta in piedi presso la tomba per istu-
diare nel cadavere le cagioni della morte il Guicciardino.
D’ allora in poi un’ arte popolana o che al popolo si acco-
stasse divenne più sempre impossibile. E come di fatto potea
durare la poesia municipale del popolo grasso e della plebe
artigiana, avvezza all’ aria aperta delle vie e delle piazze,
dinanzi all’ alabarda del soldato straniero impiantato sotto
le logge dell’ Oroagna e sotto la ringhiera del palagio dei
Priori, dinanzi alla trista cera del famiglio dell’ inquisizione,
schiacciato il municipio' nella ferrea stretta del principato ac-
centratore, non rimasta che l’ ombra delle corporazioni del-
l’ arti, rinfantocciata di galloni e di frange la borghesia mer-
catante? E anche qui la bibliografia, chi sappia interrogarla,
con la somma delle sue cifre raffrontata a quella degli anni
viene a segnar nettamente le vicende dei sentimenti e degli
spiriti letterari della nazione necessariamente congiunte a
quelle della sua storia civile. Ella ci mostra abastanza sol-
lecita e ripetuta a brevissimo intervallo la impressiorte delle
rime popolari di Angelo Poliziano nelle due edizioni delle
BaUatette che si succedono rapide probabilmente su ’l prin- ,
cipio dell’ ultima decade del secolo XV. Poi fin dopo il 1540
più nulla. Del qual silenzio della stampa non solamente è da
chiedere la ragione ai superbi fastidi del rinascimento già
fazionato alla vita aulica ed accademica dalla scuola vene-
1 A. Alamanni, Canto delta Morte ; png. 147 dei Trionfi e Canti Cai-
nescialeschi dell' edizione di Cosmopoli 1750.
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CLYIH
ANGELO POLIZIANO.
zinna e lombarda, fastidi apertamente significati dal Doni
ove dice che le cose volgari del Poliziano a’ Suoi tempi non
si leggevano molto ; ' ma anche se ne debbono accagionare
l’ arcigna austerità della democrazia del 94, le angustie del
gonfalonierato di Pier Soderini, i sospetti della ristorazione
del 12, la sublime procella della repubblica del 27, i terrori
e le armate vigilie del principato novello. Ricominciano verso
la metà del cinquecento le raccolte di frottole e ballate del
Poliziano e di altri, e ben 13 se ne annoverano sino al 1614 ;
tutte fiorentine, quasi tutte in edizioni a uso del popolo. E
in questo rifiorire è facile scorgere l’ opera del principato,
che almeno coi sollazzi e gli scioperi volea mostrare d’ aver
restituito al popolo la lieta vita de’ tempi di Lorenzo il vec-
chio. E il popolo oramai degenerato vi si abbandonava ; ma
oh con quanta svogliatezza e con che cera di malato ! come
era trista cotesta allegria la quale non sapea che ripetere la
poesia d’ un secolo innanzi, le canzoni dei morti! I letterati
del resto non aveano più che fare con quelle raccolte : ra-
gunavansi essi nelle accademie, e sciorinavano di gran pe-
riodi al serenissimo duca loro signore, e trinciavano sottil-
mente in grammatica, e salutavano divino il Bembo, anche
tormentavano un zinzino il malinconico Tasso. Dal 1614 a
mezzo il settecento non una ristampa delle antiche canzo-
nette e ballate : a mala pena se ne imprime una in fine delle
elegantissime stanze. E a ragione : all’ Italia spagnola dovea
putir fieramente di plebea la poesia della cittadinanza fio-
rentina: ella aveva i madrigali le ariette le anacreontiche:
poi venne con le sue ecloghe l’ Arcadia. Che se dal 1765 ai
nostri giorni s’ è mano a mano raccolto quanto più si potè
delle rime minori del Poliziano, ciò fu per quell’ istinto di
critica alessandrina ridestatosi nel rinnovamento italiano,
istinto di compiere e ordinare i tesori del passato e di stu-
diarvi specialissiiqamente la lingua. Ma in fondo la materia
e il lavorio di quell’arte rimase incognito ai più: quasi niuno
s’ accorse che i rispetti e le ballate del Poliziano sorgenti
pur dalla vena dell’ antica poesia popolare italiana.
Nulla dunque o ben poco operarono le poesie minori del
1 A. F. Doni, La libreria , Venezia, G. Giolito, toóO; png. 8.
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ANGELO POLIZIANO.
CLIX
Poliziano su ’l secondo periodo del rinascimento e su l’ età
susseguenti della letteratura italiana. Il medesimo si può
affermare pur dell’ Orfeo : il quale, dopo essere stato esempio
all’ ecloghe drammatiche della corte estense e riprodotto
vent’una volta insieme con le ‘Stanze negli ultimi anni del
sec. XV e nei primi trenta del XVI, perde fama e va-
lore, quando il teatro classico fu stabilito in Italia per
opera dell’ Ariosto del Bibbiena del Machiavelli del Trissino
del Rucellai : le quattro sole edizioni' e tutte popolari che se
ne annoverano dal 1527 a metà del seicento attestano eh’ ei
rimase un poco in amore al popolo, memore lungamente delle
antiche rappresentazioni. La cosa procede diversa rispetto
alle Stanze : vent’ una edizioni dal 1)4 al 1540 e tredici dal 40
al 1617, non che le ragionate lodi onde sono accompagnate
nella dedica del Sermartelli [1568 e 77] ' che rende nettamente
l’ opinione dei letterati del tempo, mostrano bene come la
poesia dotta e classica del secondo e terzo periodo del rina-
scimento riconoscesse i suoi principii e il motivo nella Gio-
stra del Poliziano. E già lo spirito di quel secondo periodo
[1494-1530], che è dei più tristi e splendidi della storia ita-
liana, emana tutto dall’ età antecedente, dall’ età che si
chiude nel 94 con la discesa di Carlo Vili e con le morti a
brevissimo intervallo avvenute del Boiardo del Poliziano di
Pico. In quella età hanno lor ragione di essere tutte le
glorie dei cinquant’ anni di poi : a quelle tradizioni a quei
costumi a quegli studi furono educati gli uomini illustri del
primo cinquecento, i regolatori del movimento letterario ed
artistico. In quell’ età erano nati i tre grandi fiorentini che
accolsero in sè gli ultimi spiriti della libertà toscana, del 1469
il Machiavelli, del 74 il Buonarroti, dell’ 82 il Guicciardini ;
nato pur egli nel 1474 era coetaneo a Michelangiolo l’ Ariosto,
il Dante del sensibile, l’Omero del rinascimento classico
sbocciato di mezzo al forte e rozzo medio evo : quattrocentisti
erano i due classici della culta poesia, il Sanazzaro [1458] ed
il Bembo [1470], E questi due nomi ci riconducono al Poli-
ziano: col quale esercitò il Sanazzaro poetiche inimicizie, uno
dei tanti indizi dell’avversione fra la scuola aulica di Napoli e
1 Vedila nel cnp. Ili di questo Discorso.
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CLX
ANGELO POLIZIANO.
la popolaresca toscana; come gli professò venerazione di di-
scepolo e n’ebbe stima di maestro e giudice il Bembo, desti-
nato a dare il suggello storico a quella unione di sentimento
e di gusto che nella diversità delle forme è pur tra i veneti
e i toscani, i due popoli più puramente latini della penisola.
Conservavasi nella Mediceo Laurenziana ed è ora passata
nella magliabechiana di Firenze l’ edizione di Terenzio
del 1475 senza nota d’ anno e d’ impressore, tutta postillata
e supplita anco in alcune carte di mano del Poliziano ;
dove a pag. 32 in fine dell’ Anùria si legge in margine
« Anno 1491 Die 23. Junii vigilia S. Johannis Baptist®
Venetiis conferre ccepi cum vetustissimo codice Petri Éembi
Veneti Patricii Bernardi filii. Ego Angelus Politianus, »
e a pag. 128 « Ego Angelus Politianus contuleram codi-
cem hunc terentianum cum veneranda vetustatis codice ma-
ioribus co»scripto litteris, quem mihi utendum commoda-
vit Petrus Bembus Yenetus Patricius Bernardi Juriscon-
sulti et Equitis filius, studiosus litterarum adulescens.... Ipse
etiam Petrus operam mihi suam in conferendo commoda-
vit 1 » Chi avrebbe detto al Poliziano che alla sua prossi-
ma morte la dittatura delle lettere sarebbe passata da Fi-
renze a Venezia, da sé in quel giovinetto patrizio; il quale
con ingegno tanto minore al suo avrebbe compito un muta-
mento letterario, se non grande, solenne, avrebbe conse-
guito nella felicità d’ una lunga vita tal gloria qual egli il
Poliziano non aveva pure sognato mai, quale niuno in Eu-
ropa dopo il Petrarca, onorato a gara da papi da re da im-
peratevi e da senati, salutato dai popoli, inchinato una-
nimemente dalla tumultuaria repubblica d,e’letterati ? Se non
che per l’ avvenire delle lettere italiane sarebbe stato deside-
rabile che fosse bastata più lungamente la vita di Lorenzo
de’ Medici e con essa il primato letterario alla Toscana. Fuori
di questa terra, lontano da quest’aere, la letteratura fini di
separarsi dal popolo, perdendo di potenza e di vita quanto
acquistò di regolarità e dignità : la lingua si estenuò, intiSi-
chì: il veneto dittatore che la possedeva per dottrina e non
1 Vedi nnclic A. 51. Bandini, Ragion, ittor. i opra le collaz. delle fio).
Randello falle da Ang. Polis.; Livorno, -1 762 ; j Vili.
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ANGELO POLIZIANO.
CLXI
per uso credè doverla trattare come lingua morta, ristrin-
gendola agli esempi e alle regole di due scrittori. E il più
savio e gentile dei contemporanei lombardi, Baldassar Casti-
glione, era costretto indi a poco di scrivere: « Non so . . co-
me sia bene, in loco d’ arricchir questa lingua e darli spirito
grandezza e lume, farla povera esile umile ed oscura, e cer-
care di metterla in tante angustie che ognuno sia sforzato
ad imitare solamente il Petrarca e ’1 Boccaccio, e che nella
lingua non si debba ancor credere al Poliziano a Lorenzo
de’ Medici . . e ad alcuni altri che pur sono toscani e forse
di non minor dottrina e giudicio che si fosse il Petrarca e ’1
Boccaccio.1 » Tuttavia lo spirito del Poliziano rimase, a in-
formare gentilmente e vividamente il classicismo fiorentino,
con Giovanni Rucellai poeta didascalico e de’ primi intro-
duttori della greca tragedia, con Luigi Alamanni venusto
autore di poemi mitologici d’ ecloglie d’ elegie d’ odi pinda-
riche, con Lodovico Martelli petrarchista squisito e scrit-
tore di lodate stanze, col Casa: rimase, segnatamente in
quel che è pregio principalissimo, la congiunzione del-
P eleganza antica alla vivezza paesana all’ idiotismo, col Fi-
renzuola, che riportò il nome dell’ autore delle ballate e
nacque un anno avanti la morte di lui [28 settembre 1493]
e fu intierissimamente il Poliziano della prosa. E già anche
pel magisterio dell’ ottava Angelo Poliziano domina tutto il
cinquecento, il dotto cinquecento che, morta l’Italia del
popolo, innanzi ai barbari che da ogni parte irrompevano
meravigliati, attestava la vitalità dell’ ingegno italiano ; o
che coll’ Ariosto si rifugiasse dalla trista realità nell’ ideale
in vano contesoci, o che col Tasso sciogliesse l’elegia dell’ in-
dividualismo chiudendo splendidamente 1’ età antica e di-
schiudendo a un tempo la nuova.
Nel seicento le Stanze del Poliziano ebbero la stessa for-
tuna che la Divina Commedia e il Canzoniere: due sole ripro-
duzioni d’ una edizion cinquecentistica se ne contano ; e dei
primi anni. Certo la Giostra non avea che fare con l’ Adone :
pure la tradizione letteraria di cui quel poemetto è il primo
anello seguitava nel Cliiabrera e nella sua scuola. E risorse,
' Castiglione, Il Cortcgiono, I, xxxvu ; Firenze, Le Mounier, t85i.
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CLXII
ANGELO POLIZIANO.
dopo la misera transizione dell’ Arcadia, nel rinnovamento
italiano inaugurato verso il 1750 dal Parini, chiuso dopo il 1830
da Giacomo Leopardi ; rinnovamento, che non ostante qual-
che accessorio e qualche deviazione fu sostanzialmente e pro-
fondamente classico. Dal 1728 al 1826 si contano delle poesie
italiane del Poliziano ben 31 edizioni: e ciò dovea di ragione
avvenire nell’ età che produsse il Giorno e le Odi del Parini,
la Musogonia e la Feroniade del Monti, le Grazie del Foscolo.
A che mirino, per quale strada si avviino, a che sieno per
riuscire oggigiorno in Italia le arti della parola, io vera-
mente non so : e nè pur so se avanzerà a molti il tempo e la
voglia per leggere in questa nuova stampa le poesie toscane
di M. Angelo Poliziano. Le quali a ogni modo rimarranno
in onore, fin che viva pur una scintilla dell" antico spirito
italiano, fin che della lingua toscana suoni un accento. Del
resto, sciagurata quella critica che osasse mai vantarsi di
non curare la forma : sciagurata quella nazione la quale af-
fettando di spregiare l’ arte, la santa arte de’ padri che fu-
rono grandi, parlasse di rigenerazione e d’ innovamento.
Firenze, 15 ottobre 1863.
Giosuè Carducci.
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EMENDAZIONI E GIUNTE.
Compita la stampa del Volume, ho trovato nel cod. ma-
gi. 342 clella cl. VII V Orfeo quale lo pubblicò l’ Affò e solo con
qualche variante di dizione. Il codice, scritto con assai cor-
rettezza sul finire del sec. XV comprende molte rime di
autori di quel secolo, per la maggior parte non toscani, e
specialissimamente delle provinole soggette al dominio de-
gli Estensi. L 'Orfeo pero è inserito fra le poesie del Te-
baldeo ; e al Tebaldeo 1' attribuisce nell’ illustrazione del co-
dice anche il Follini. Ma l’ autorità del cod. magliab. è ben
poca cosa contro 1’ unanimità degli altri mss. che attribui-
scono al Poliziano 1’ Orfeo nella prima lezione e contro i
due l’eggiani veduti dull’ Affò che glie l’ attribuiscono pur
nella seconda. Tuttavia il fatto del trovarsi 1’ Orfeo in un
codice che contiene quasi tutte rime d’ autori non toscani,
e specialmente di ferraresi modenesi e lombardi, il fatto
del trovarsi proprio fra le poesie del Tebaldeo ferrarese,
non pare che aggiunga qualche altra 'probabilità alla mia
supposizione che quella favola fosse ricomposta nella se-
conda redazione per servire alle feste drammatiche della
corte di Ferrara?
A pag. XXXV del Discorso d’ introduzione, lin. 5, invece di
numera leggasi miniera.
A pag. LXIX del medesimo Discorso ai versetti. bacchici della
monaca riportati nel testo, si aggiunga la nota:
1 C. Guasti, Proemio allo Sposalizio d * Iparchia , commedia di D. Cle-
immzu Ni nei j in Calendario pratese del Ì8ó0, Prillo, R. Guasti.
A pag. LXXIX del medesimo Discorso , lin. 28, in vece di
faccia leggasi faria.
A pag. XCIX del medesimo Discorso, lin. 26, in alcune co-
pie invece di Bazzana leggasi Bussano.
A pag. 196, nella prima nota alla Serenata o lettera in
i strambotti , dopo la linea 5, colonna prima, si aggiunga :
primierainenle il Banilini nel Calai. Cudd. mss. Bilil, Mal. taur.f Ioni. V
italico» tcriplorc» cxliibcns ; png. 53 e segg., quindi
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CI, XIV
EMENDAZIONI E GIUNTE.
A pag. 208, nelle note, alla colonna seconda, dopo la li-
nea 5, si aggiunga:
v. 1 7- 24. Questa e le susseguenti stanze quinta e settima furono prima
pubblicale da G. Poggiali di su ’l cod. rirc. fra le 20 stanze che stampò
del Poliziano nella sua Serie di lesti di lingua (Livorno, Masi, 1813], 1. 1,
pag. 2(51 -6G.
A pag. 211, nelle note, colonna seconda, lin. 5, dopo la pa-
rola codice. — si aggiunga:
r. 33 e segg. Questa e la seguente «tanza furono pubblicate prima dal
Poggiali nella cit. Serie ec.
A pag. 212, nelle note, col. prima, dopo la linea fi, si ag-
giunga :
eccetto la prima gii edita dal Bandini nel Culai. Co dd. ms. li ibi. Ned.
Laur., lom. V, pag. 52.
A pag. 214, nelle note, col. seconda, lin. 1, dopo fare si
aggiunga :
Negli Strambotti <k!P Aquilano questo verso si legge così, Ma quei
4'.* Ilo DLXTRO noi Mi *re»i di fore.
A pag. 215, nelle note, col. seconda, al finire della , li-
nea 14, si aggiunga:
Notiamo clic la prima di queste oliavo fu pubblicata primieramente dal
Bnmiini nel Calai. Codd. uiss. Bibl. iletl. Laur., tom. V, pag. 52.
A pag. 224, nelle note, col. prima, lin. 6, dopo la parola
prima si aggiùnga :
: e cosi fu primieramente stampato da G. Poggiali nella cit. Serie cc.
A pag. 272, nelle note al Risp. XIV, col. prima, dopo
le parole [pi. 30] si aggiunga :
; Bandini, Calai, mss. Mcd. Laur., V, 52;
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STANZE
DI
MESSER ANGELO POLIZIANO
COMINCIATE
PER LA GIOSTRA DEL MAGNIFICO
GIULIANO DI PIERO DE’ MEDICI
CON LE ILLUSTRAZIONI
DI VINCENZO NANNUCC1
(Firenze* M ipheri, ISIS; e Curii 1814)
riio.c .tc c Accresciute
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LIBRO PRIMO
Proposiiio- Lo gloriose pompe e’ fieri ludi t
De' Della città che ’l freno allenta e stringe
A’ magnanimi Tòschi, e i regni crudi
Di quella dea che T terzo del dipinge,
E i premi degni alti onorati studi.
La mente audace a celebrar mi spinge;
Sì che i gran nomi e’ fatti egregi e soli
Fortuna o morte o tempo non involi.
Si. i. — ». 1. Ledi. Voce lai., giuo-
ehi .‘qui, fella il’ armi, giotlra. * Pro-
priamente, tpellaeoli pubblici in oc-
catione di felle: Vettori, Coltiv., V :
• avevano vinto i ludi principati tli
Atene.» — ». I. * « Et premere et
lassas... tiare... Iialienas • Virg. lEn. t.
— ». 3. * Recai. Qui, comandi, poten-
za ; latinamente: «Inquc meum scm-
pcr stcnt tua recita caput • dice Pro-
perz. alla fanciulla: - Non gli aspri
cenili ed i tuperbi regni. Non udi-
sti... » Leopardi. — ». i. Dimce;
calma, orna, abbclla. Venere vicn
collocata nel terso giro del ciclo. —
». 5. * Studi, l’azione di attendere
a una cosa e la cosa stessa a cui
l’ uomo attende ; latinamente : • stu-
di!t asperrima belli » /En. I : • lo
audio della caccia > Fior. d'Ital.;
e l' Ariosto nella preghiera di Medoro
a Diana « ... il mioTe... Che vivendo
imitò tuoi stndi'i santi. » — ».6. -Au-
daci pioniere cantu Ile ni congesta
iubet » Claudian. Rapt. Proserp. I :
* « Feri animus dicere - Ovid. Mei, I.
— - ». 8. « Nulla dics umquain mo-
niori vos esimei asvo > ì£ii. Vili.
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4
LA CIOSTIU.
lnTd\f'°re 0 bello iddio ch’ai cor per gli occhi spiri
Effetti amo- Dolce disir d’amaro pensier pieno,
rosi- E pàsciti di pianto e di sospiri,
Nudrisci l’ alme d’ un dolce veneno.
Gentil fai divenir ciò che tu miri.
Né può star cosa vii dentro al tuo seno;
Amor, del quale i’ son sempre suggetto;
Porgi or la mano al mio basso intelletto.
Escussione Sostien tu el fascio che a me tanto pesa;
adì Auto- R0g„j |a ]jngUaj Amor, reggi la mano :
Tu principio, tu fin dell’ alta impresa :
Tuo fio 1’ onor, s’ io già non prego in vano.
Di’, signor, con che lacci da te presa
Fu l’alta mente del baron toscano
Si. 2. — ». i-2. « Amore, amore,
che dagli ocelli stilli desiderio, in-
duccndo voluttà dolce alle anime di
quelli contro cui militi • Eurip.
Ijtpol. * « .... dolce desio die Aiuor ini
spira* Pctr. — 0. 3. • . . io mi pa-
sco di lagrime, c tu ’l sai • dice
Amore al Petr. — tv A. Yirg. ih
proposito d’ Amore: « Fallasene ve-
neno. » * « Blandiendo dolcetti no-
trivi I malum * Scncc. llypp. * ..sento
al cor già fra le vene Dolce veneno *
Petr. • .... al cor sccudea quella dol-
cezza mista D'un secreto veleno*
Tass. Am. — ». 5-G. • Sema il quale
(Amore) non è cosa nlcuna perfetta
nè virtuosa nè gentile • Divizio,
Caland. — ». 6. « Amor pur fonte
c d' ogni gentilezza > Lue. Pulci,
Giostr. Lor. - Tu se’ colui clic in-
gentilisci i cori • Bocc. Am. Vis.
Amore fece tale il Petr., ■ Clic mai
per alcun patto A lui piacer non
poteo cosa vile. » * Concetti comuni
nei Lirici antichi: ma Lor. ile' Me-
dici, degli occhi della sua donna,
• Fan gentil ogni cosa clic li miri. •
— v. 8. « Deli, porgi mano all’ af-
fannalo ingegno. Amore... » Pctr
Si. 3. — ». 1. Fascio, metaf., peso,
aggravio, carico cosi d'uuiiiio come
di corpo. V. C. • lo son si stanco
sotto il fascio antico Delle mie
colpe * Petr. * Anche in prosa . « Con-
siderando di non poter per loro me-
desimi sostenere si gran fascio .. si
mandarono in Brabante > G. Vili.
— * ». 3-4. Imitazione delle solenni
invocazioni de’ vati antichi. * In tc
finirò e ila tc coniincerò • Omero :
• Da Giove incominciamo, e in Gio-
ve finite, o Muse • Tcocr. « A te
principiitm, libi desinct > Virg. ccl.
Vili. — ». 5. Sicson. Anche il Pctr.
in più luoghi chiama Amor suo si-
gnore. — Che, rclat. di qualità c
quantità, corrispondente al gualis c
guantns de’ latini. — * Lacci. « Un
laccio clic di seta ordiva Tese fra
l’ erba... Allor fui preso » Petr. —
». 6. Garose, Giuliano. * Gli antichi
lo dissero anche d’apostoli c santi,
anche di romani c greci. — ». 7.
Chiama Giuliano più gioviti figlia,
perchè era fratello minore di Lo-
renzo, ambedue figli di Piero figlio
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LIBRO PRIMO. il
Più gioven figlio della etrusco Leda,
Che rete furno ordite a tanta preda.
invocazione E tu ben nato Laur, sotto el cui velo 4
de'Mcd?cL Fiorenza lieta in pace si riposa
Nè teme i venti o ’l minacciar del cielo
0 Giove irato in vista più crucciosa.
Accogli all’ ombra del tuo santo stelo
La voce umil tremante e paurosa;
0 causa o fin di tutte le mie voglie,
Che sol vivon d’ odor delle tue foglie.
ili Cosiino il vecchio Padre delia
Pairia c di Lucrezia de’Tornabuoni
chiamata per eccellenza col titolo di
Leda. — v. 8. Rete. Delle inctaf. reti
d’ Amore cosi Lucrezio, IV. « Nani
vitare plagas in Amoris ne iaciainur
Non ita difficile est, quniii captum
rclihus ipsis Exire et validos Yeneris
perrumperc nodos. • Anche il Petr.
• Amor fra 1’ erbe una leggiadra
rete D’ oro e di perle tese... »
Si. 4. — Dedica il suo lavoro a
Lorenzo fratello di Giuliano, c pren-
de per il nome di Lorenzo I’ alle-
goria del lauro, come fece anche
l'Ariost. nella canz. 3. st. 7, c il Petr.
per quello di Laura. Anche Orazio, 11,
od. 5., si servi di simile allegoria :
« Longoqnc fessimi mililiu lalus De-
ponc sub lauro luca. • — v. I. * Var.
Ileo nato Lauro, e tu: è un concierò
ilei Dolce c del Scrunarteli!, clic non
passò come altri molti in tutte le ri-
stampe posteriori. — * Velo « tegmi-
no fagi - Tirg. Ecl. I : c l’ Ariosto,
col. * .... Sotto l’ ombroso veto D’ un
olmo antico. • — u. 3-4. * Allegori-
camente; c forse dee intendersi d'ini-
micizie politiche, come più chiara-
mente il P. nella Nutriciu • Laureila...
cuius securue ad uinbram Fulmina
bellorum ridens procul aspicit Ar-
ntis. • — ». 5. Stilo, grec. fiele (ca-
lumila o eippus). Noi chiamiamo stclu
il gambo dcll'erbc c de’fiori. * Piacque
al Giusti « Dell'albero di Cristo il
santo fleto. » Qualche stampa anti-
ca c I’ Aldina, seguitate dalle comi-
niane c dal Molinari, leggono oste-
In ; errore del primo edit. holngn. ;
c quel pregare di essere accolto
nel palazzo de’ Medici sarebbe un
chieder limosina con isconcia im-
prontitudine: per ventura, il ric-
card. 4570 legge chiaramente stelo
come anche il Chigiuno riprodotto
dal Riondi nell’ ediz. romana (1801).
S. Betti notava nel Giorn. Arcati.
I. XXIX, 1026. « Bene... il Nannucci
» ha restituito... il vero vocabolo
• stelo, togliendo via quel bruttis-
> simo astelo che deturpa tutte le
• altre ctliz.; se n'eccettui la fior.
• del 1577 pel Sennart., !u berga-
• tnasca del 1747 pel I. .lucciolìi, la
> rara ed eccellente romana del
• 1804. • — v. 7. * Principio c fin,
leggono, con 1’ Aldo il Dolce e il Ser-
mnrlclli, tutte le stampe posteriori
che di qni innanzi chiamerò la Vol-
pata. — v. 8. * Var. Clic sul ateo :
Coti, olivcriano, secondo il Betti, I. c.
L’ Ar. « Quel tòsco o ’n terra e ’n
cielo amato Lauro... le cui mediche
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G LA GIOSTRA.
Doli, sarà mai clic con più alte note, 5
Se non contrasti al mio voler fortuna.
Lo spirto delle membra, che devote
Ti fùr da’ fati insin già dalla cuna,
Risuoni te dai Numidi a Boote,
Dagl’ Indi al mar che ’l nostro cielo imbruna ;
E, posto il nido in tuo felice ligno.
Di roco augel diventi un bianco cigno?
Ma, fin eh’ all' alta impresa tremo c bramo c
E son tarpati i vanni al mio disio.
Lo glorioso tuo fratei cantiamo,
Che di nuovo trofeo rende giulio
El chiaro sangue e di secondo ramo :
fronde Spesso alle piaghe d'onde
Italia mori poi furon instauro, Clic
fece all’ Indo e al Mauro Sentir
1’ odor de’ suoi rami soavi. »
Si. 5. — e. i. « ... En erit unquam
Ilio dics milii cum liccat tua dicerc
facla? Eli erit ut liceat totum in i li i
terre per orbem... » Virg. ccl. Vili. —
». 3. «Lo Sl'inio DELLE MEMBRA, ìllt. lo
spirilo reggitore conducilorc delle
membra: « Doni spirilo» lios reget
artus > Alo. IV. • Spirto gentil clic
quelle membra reggi » Petr. — ». A.
* Da’ fati, per disposizione de’ fati;
latinamente: ■ falò profugus* Ahi. I:
« Omnia fati» In peius mere. »
Georg. I. — * Dalla cura; latinamente:
• liscine a cunabulis » Plaut. • E
credo dalle fasce e dalla culla Questo
rimedio provvedesse il cielo • Peli-.
— ». 5. * il; suo. vi te, faccia risuo-
narc il tuo nome. « Te lyra... te car-
mina nostra sonabunt. • Metani. X :
clic il Siminlcndi rendo • La cele-
rà... sonerà le : gli nostri versi so-
neranno te ». « Colui, clic del cam-
min sì poco piglia Dinanzi a me,
Toscana sonò tutta. » Purg. XI.
« Soucui ti farò clic soneranno Tua
mala vita. - Belline. — * ». G. Da
oricute a occidente. L’oceano atlan-
tico è il nostro ultimo termine oc-
cidentale; per ciò, parendo clte ivi
tramonti il sole, il P. lo chiama
il mar che il nostro ciclo imbruna.
— ». 7. Licito invece di legno, come
il Petr. disse digno invece di degno,
ritenendone la forma latina. Qui, al-
bero : • Venir vedrami al tuo di-
letto legno. » Parad. I. Indica il
Poeta la brama clic avea di entrare
nella ensa dei Medici. * « ... io ’l
nido di pensieri eletti Posi in quel-
l’ alma pianta. • Petr. — ». b. Di
rozzo e debii cantore diventi un no-
bile poeta.
Si. 6,—v. i. *No!a i due verbi
costruiti col dat. Il Sacchetti fece
lo stesso con sfiorare : « alle pa-
terne mura ognun sperava.» — *«.ì.
Auclie Dant. dette i vanni al desi-
derio, Purg. IV, 29 : il Firenzuola
« veggendo troncarsi l' ale di cosi
lodevole disio. • — ». i. Giulio per
giulivo, per la soppressione del V
usata sovente dagli antichi. Cosi toica
per logica. — ». 5. * Saucue, la fami-
glia de' Medici — Di seco.tdo ramo:
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LI1SH0 PRIMO.
7’
Convien eh’ i’ sudi in questa polvere io.
Or muovi prima tu mie’ versi. Amore,
Che ad alto volo impenni ogni vii core.
Escussione E se qua su la Fama el ver rimbomba, 7
termissìo- Clic la figlia di Leda, o sacro Achille,
noUiOme- p0i che ’l corpo lasciasti entro la tomba,
T’ accenda ancor d’ amorose faville ;
Lascia tacere un po’ tua maggior tromba
della seconda palma della vittoria,
pcrclic la prima Fu quella clic ot-
tenne Lorenzo in una giostra ante-
riore. — e. 6. Conrien ch’io com-
pia l’ impresa di cantar le gesta di
Giuliano. É simile a quel de’ latini
ti i arenam descendere : e Gioven.
Sai. I: • Cur lumen hoc libeat po-
lius dccurrcrc campo. • * Vur.
Convien che sudi : A. D. S. Yolg. In
lat. putvis si prende anche pel cam-
po nel quale compicsi P esercizio p
onde Ovid. potè dire metaforica».
• Inque suo nostcr pubere currat
equus. > Fast. II. — v. 8. Lungo
nei Pastorali dice aneli’ egli che
Amore impenna le anime: « Amor
eli’ a’ suoi le piante e i cori im-
penna • Pelr : * e il Buonarroti
• Amore sveglia c muove c impen-
na l'ale Ad allo volo. •
Si. 7. — t>. L * Vur. E se guai
fa: D. S... in ver: A. — Rimbombi:
« la sua voce ancor quaggiù rim-
bomba ■ Petr. * F. il Tasso ne' so-
netti usò rimbombare transitivamen-
te : « ... il nome... che i vostri onori
Porti e rimbombi. • — u. 2. * « Il
primo a mutare questa lezione Che
la figlia di Leda nell’altra Che d’E-
euba la figlia fu Lodov. Dolce nella
sua Prima Parie delle Starne di div.
HI. poeti (Venez. 1570, pel Giolito). Ma
il Dolce c tutti coloro clic lo segui-
rono, tra i quali anche i dottissimi
Volpi, s’ ingannarono. E quella che
accendeva di amorose faville il l’e-
lide dopo la tomba non era Polis-
sena figlia di Ecuba ma Elena figlia
di Leda, colla quale, secondo narra
Tolomeo Efcstione allegato da Fozio,
egli contrasse matrimonio fra i
morti in un’ isola del Ponto Lussi-
no consacrata al riposo degli eroi
trapassali (Vedi il Dizion. di Bayle,
Arlic. Achilli:!, e le Osservaz. del
cel. cav. Luigi Lamberti sopra que-
sto passo del Poliz. inserite nel Po-
ucairo). » Nola dell’ ediz. Silvestri,
Milano, 1825. Il nostro anche nel-
V Ambra « Adde quodet pulchro trn-
detur pulchra marito TyudarisiEuci-
die stellis fulgentibus ardens. ■ E
inutile aggiungere che i Cod. ricc.,
il Chigiuno e l’Olivcriano leggono
Che la figlia di Leda. — t>. 5-6. Si
scusa il P. dell’intermissione d’ fi-
mero che egli andava allora tradu-
ceudo in versi latini ; la qual tra-
duzione o si smarrì o sta sepolta
ancora nc’ nascondigli di qualche
libreria (* Ne ritrovò i primi libri
Ang. Mai). — v. 5. * Var. Lascia un
poco tacer : D. S. — * T nona», per
canto epico; Ialinamente. Alessandro
alla tomba di Adi. • 0 fortunato che
si chiara tromba Trovasti » Petr.
Più simile al nostro il modo del
Chiabr. « Bramò l’ inclita tromba
Del germe invitto del reai Peléo. •
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O LA GIOSTRA.
Ch' io fo squillar por l’ italico ville,
E tempra tu la cetra a nuovi carmi.
Mentre io canto l’ amor di Julio e 1’ armi.
Narrazione. Nel vago tempo (li sua verde ciato, s
Spargendo ancor pel volto il primo fiore
Ilo innanzi Nè avendo il bel Julio ancor provate
»’ ìnnamo- Le dolci acerbe cure che dà Amore,
Viveasi lieto in pace e in libcrtate.
Tal’ or frenando un gentil corridore
Che gloria fu de’ siciliani armenti.
Con esso a correr
». I>. * Iruice: Anche Fazio degli
liberti nelle Canz., « terre ilalice. *
I). c S. seguili dalla Volg. corres-
sero italiche. Un tempo certi puri-
sti non volevan sapere dell’ aggett.
italico ; difrndcvanlo allri, perchè
usato dal Cesari. — Ville, città:
« Sovra ’l bel liumc d’ Arno alla
gran villa. • Inf. XXIII. * « la villa
di Nantes. » Villa». XI : « popolose
ville Dell’ odorifer’ India. • Ariosto.
— v. 7. Temprar In cetra, unir le
voci degli islriimcnti e accordargli
col canto. * « 0, testudinis arnese
Dulcem quse strepitimi, Pieri, tem-
peras ! » llorat. - Temperando le
corde a suono arguto • Volgariz.
Bocz. — * Ansi , combattimenti :
« Non sapcv’ io quanto nell’ armi
prime Fosse in cor generoso ardente
c dolce II desio della gloria t » Caro,
Encid., XI.
Si. 8. — ». -t. • Net dolce tem-
po della priirfa cladc. » Petr. Ver-
de, giovanile: * » levimi viride»
Ovid. - Tutta la mia fiorita e verde
nell’età pili fiorita e
verde. » Petr. — ». 2. « ... prima
gcnas vestibat flore inventa. » iE».
Vili. * * Ante genas dulces quatti
Dos iuveuilis inumbret. » Claudia».
contendo) co’ venti ;
« Non avea ancor segnalo il primo
fiore Del primo pel. » Tassoni. —
». t. * Catullo, di Amore « Sanctc
pner, curis bominum qui gaudia
misccs » e di Venere ■ Dulcem cu-
ris miscet amaritiem. » Anacreontc
• E le punte tinge» Venere, dolce
miele prendendo; e Amore vi me-
scolava fiel'e. • Platone nel Timeo
• Di piacere c tristezza misto
I' amore. » Chi poi non ricorda del
Petr. « O poco mèl, molto aloè con
tele » e siiiTiti ? — ». 5. * Var... in
pace e liberiate, qualche vecchia
stampa : in pace, in liberiate : D. S.
Volg. — ». 0. Frenare, mettere il
freno e rattenere. Qui pare che si-
gnifichi reggere, maneggiare, gui-
dor col freno. * * Un clic frenava
un gran destriero alato. • Ariosi.
— ». 7. * Ardesti. Servio nel ili.
Georg, nota ■ Armeutum proprie
id genns pccoris dici quod est ido-
ncum ad opus artnorum, ut sunt
equi et boves : » onde Virg. - Beilo
armantur equi : bcllum liceo ar-
mento minantur. » zEn. III. — ». 8.
« Cursuque pedutu prevertero ven-
tos » Virg. :*e « contendere cursu •
lEn. V ; il Foscolo nelle Grazie » E
contcudeuno » correre co' venti. »
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LIBRO PRIMO.
9
9
Aiti oKregìi Or a guisa saltar di leopardo
lB' Or destro fea rotarlo in breve giro:
Or fea ronzar per 1’ aer un lento dardo.
Dando sovente a fere agro martiro.
Cotal vivcasi el giovane gagliardo:
Nò pensando al suo fato acerbo e diro.
Nè certo ancor de’ suo’ futuri pianti.
Sole» gabbarsi degli afflitti amanti.
pardo dot- Ah quante ninfe per lui sospirorno ! io
autore. jja fu gj aner0 sempre il giovinetto.
Che mai le ninfe amanti noi piegorno.
Mai potè riscaldarsi il freddo petto.
• 0n?8t.ì Facea sovente pc’ boschi soggiorno,
nÓ" lJu* Inculto sempre e rigido in aspetto;
E ’I volto difendea dal solar raggio
Con ghirlanda di pino o verde faggio.
Si. 9. — e. 2. * Gli facca fare doglia c in pianti Posto avea per
una giravolta, « torlo stringere sua bellezza, Ma del cor I' aspra du-
gyrn » Manil. V : « curvo brtvius rezza Non picgAr le afllitlc amanti. «
eompellere gyro » Tibul. paneg. : — r. 3. * Var. lo piegorno: A.
* cervice rotula Incipit ctTusos in Volg. e cod. oliveriano. — v. i.
gyrum carpere cursus » Lue. ad * Var. Nè potè : 1). S. — Riscal-
Pis. — p. 3. « lenta lacerlis Spi- otnsr per concepire amore, dal lat.
culo contorqucnt. » .Vii. VI. Aon- calesco usato specialmente da Orazio
sare, inotaf., per quel rumore clic in egual significato ; Tercnz. Fani,
fanno le cose lanciale c tratte per «accede ad ignem lume: ium cale-
aria con violenza. — p. 4. « Qui dare sces plus salis. »*«... d’amor mi
certa ferie dare vulnera possumus. » scaldi il petto » Parad. III. — p. 5.
Met. I. — v. G. * Diro, crudele: « dira Ovid. Met. allo stesso proposito,
fortuna.» Firenz. As. d’or. — p. S. « .Multi illam pctiere: illa aver-
* Var. toh a gabbarsi: mi’ antica sala pctentcs, Impaticns expersqtlc
si. — Barrarsi, in significa/, neutra, viri, neinora avia lustrai, Ncc quid
vale farsi belle, burlarsi. Hynien quid Ainor quid sint con-
Sl. dO. — p. d. « Multi illum pueri nubili curai : » c altrove « ... Fugit
multai peticre puelbe. » Metam. Ili: altera nomcn amanlis, Sylvnrum la-
* • pucllam in flavo saqic liospite sii- tebris caplivarnmque fcrarum Exu-
spiranlem. » Cat. LXIV. — e. 2-3. viis gaudens innupticque aemiiln
* Scd fjiit in tenera tam dura superbia Pliaebes. — p. 3. « Pinuque caput
forma, Nulli illum pucri nullic teli- prtecinctus acuta. • Metani. Vili,
gere puellcc » Metam. I. c. E il Ri- * Var. o per di faggio: Cod. rice.
miccini nella Dafne « Ogni ninfa in 1576. «
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10
LA GIOSTRA.
Onesti «cr- Poi, quando già nel del parean le stelle. il
iìo. Tutto gioioso a sua magion tornava;
E ’n compagnia delle nove sorelle
Celesti versi con disio cantava,
E d' antica virtù mille fiammelle
Con gli alti canni ne’ petti destava :
Cosi, chiamando amor lascivia umana.
Si godea con le Muse o con Diana.
'dulr li E se tal’ or nel cieco labirinto i?
‘ 1 u "J Errar vedeva un miserello amante,
Di dolor carco, di pietà dipinto
Seguir della nemica sua le piante,
E dove Amore il cor gli avesse avvinto
Li pascer 1’ alma di due luci sante
Si. i I. — ti. 1. * Così i due Codd.
riccard. Le veccliie stampe Poi quan-
do nel del parean ; onde la corre-
zione dell’ Aldina, clic divenne lezion
volgala, E poi quando nel del pa-
rean. Il D. legge ardean invece di pa-
rean.— Parlar : Parere vale qui ap-
parire. Anche i latini usarono il ver-
bo parere per apparerei Apuleio pa-
rueril per apparueril ; c Seneca:
• ... Parai certe Jove Ubique di-
guus. ■ * Bocc. Am. V : « ogni
stella pareva nel cielo. » — ». 8. Cor
Diasi. • ... Orlygiain studiis ipsaqne
colebat Yirgiuitate dcam. » Me-
tani. Vili.
Si. 12. — ». t. * Labiristo, errar
amoroso : * Sull’ora prima il di sesto
d’aprile Nel laberiutu entrai. > Petr.
— ». 2. Miserello : Calai. • ... mi-
sella: Ignes interiorem eduut mc-
duliam. » — ». 3. « La genie di
pietà dipinta. » Pelr. * Ed è modo
caro a’ nostri vecchi Podi per si-
gnificare l'apparenza dell’interno af-
fetto nel viso dell’ uomo. « Di me-
raviglia, credo, mi dipinsi. » Pur-
gai. IV. PietX qui come nel 1. c. del
Pelr. Ita il senso d'affanno o pena, clic
Dante dice pietà. — ». 4. Nimica sua.
Petr. chiamò Laura dolce mia guer-
riera e dolce ed acerba mia nemica.
— ». 6. l’ASCEn per dilettare , come fu
detto da’ greci: Eurip. Phoenls. «le
speranze pascono gli esuli. » * Dante,
degli usurai che riguardano nella
borsa. • E quindi par che ’l loro
occhio si pasca. • Vedi più sot-
to, Si. 122. — Luci sarte e rito
tanto, frase specialmente del Petr.
— ». 7. CitcoEL per crudeli. Petr. usò
tnirabil per mirabili ne* Trionfi, e
il Firenzuola parol per parale: ma
queste licenze, dice il Buonmattei,
sono scusate nei grandi ma non so se
iodato in alcuno. Cosi più sotto nella
Si. 18, monto « per montoni. — Go-
cre: gogna, propriamente luogo do-
ve si legano in pubblico i malfattori ; e
il ferro stesso, vituperoso indizio del
lor misfatto. V. C. qui vale laccio: *
Luca Pulci, Giostr. Lor. * Amor
suoi ceppi preparava e gogne. » O
forse vale vergogna, errore, o si-
mili. * E in questa gogna (inten-
de del mondo) ci couvieu nostra
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libro primo.
li
Proso nelle amorose crude! gogne;
Si 1’ assaliva con agre rampogne.
Parole di Ju-
lio a* gio-
vani aman-
ti.
Onde deriva
amore.
Che cosa è
amore.
— Scuoti, meschin, del petto il cieco errore, ut
di’ a te stesso te fura, ad altrui porge :
Non nudrir di lusinghe un van furore.
Che di pigra lascivia e d’ ozio sorge.'
Costui che ’l vulgo errante chiama Amore
È dolce insania a chi più acuto scorge :
Sì bel titol d’ Amore ha dato il mondo
A una cieca peste a un mal giocondo.
Contro allo
donne e lor
Ah quanto è uom meschin, che cangia voglia u.
Per donna o mai per lei s’ allegra o dole !
«ila menare. » Volg. pisi. Senec.
— ». 8. Ai. ut rahpucse • con agre
rampogne. • Pelr. * * Con ogrc
reprensioni. • Bocc.
Si. 13. — t\ A. * Vnr. dal
petto : A. D. S. Volg. — Scuoti :
allontana, rimuovi. — Errore :
Amore vien chiamato col nome ili
errore : Virg. ecl. Vili. « Ul vidi,
ni perii , ut me malus nbstulit
error; • e Propert. « Quae libi sii
ft-lix, quoniam novus iucidil error. »
— t>. 2. Cosi legg. i due Codd. ricc.
e P oliter. cit. dal Belli : ma A. 0.
S. Volg. legg : ti fura. — Fin* : fu-
rare è dal bit. furari in egual si-
gnificato. Propert. « Una meos quo-
niam predata est Icemina scnsus. •
E nella Scrittura, Sam. Il, 15. « Fura-
lusestAbsaloncor virorum Israel.» —
». 3. * Var. Nè nutrir : D.S. — Furore.
Virg.*ÀEu. IV, di Didone « traxitque
per ossa furorem : » c Proper. « Et
furor bic toto niibi iam non deficit
anno. » * Pctr. ne’ Trionfi, d’ Ip-
polito « non volle Consentire ul fu-
ror della matrigna:» anche chiama
furore l’amor coniugale di Mussinissa
e Sofonisba. — ». A. Sorge. Sorgere
per nascere, dal lat. * urgere ili egual
significazione. Tcofrasto chiama l’a-
more passione d' anima oziosa : Dio-
gene il cinico presso il Laerzio lo
chiama il negozio degli sfaccendati.
Seneca, Oct. « ... luxu olio Nutritile
inter latta fortume bona : » e il
Pctr. « Ei nacque d’ ozio e ili laici-
via umana, Nudrito di ponsier dolci
e soavi, Fatto signore e dio da gente
vana: » e il Tns. nell’ Am. • ... in
ozio vivi, Che nell’ ozio l’ amor sem-
pre germoglia. » — ». 5. Il Pctr.
- Questi è colui che il mondo chia-
ma Amore. » — e. 6. Virg. ecl. VI.
« Ab virgo infelix, quie te dcmeti-
tia empii. » La voce maineslhai ( in-
sanire) per denotare passione d’amo-
re è frequentissima presso i Greci:
dice Eurip. che 'Aphrodilc (Venere)
è lo stesso che 'Aphrosync (stoltezza) :
e P Ariosto • E che ì altro Amor se
non insania A giudizio dei savi uni-
versale! » — ». 8. Cieca cesie. Val.
Fiacco, VII Arg. chiamò Amore pestem
latentem ossibus, e Virg. « cara peste
teneri. » — Mal giocoxdo. Il Pelr.
» 0 viva morte, o dilettoso male. »
Si. 14. — ». 1. * Così i codd.
ricc. Ma l’cdiz. Bazalicri legge: Ah,
quanto è l’ uom meschin che: le al-
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12 LA GIOSTRA.
natura* ^ Pcr Sberla si spoglia
0 crede a suoi sembianti e sue parole !
Che sempre è più leggier eh’ al vento foglia,
E mille volte il di vuole e disvuole:
Segue chi fugge, a chi la vuol s’asconde;
E vanne e vien, come alla riva 1’ onde.
Compararlo- Giovane donna sembra veramente
ijg verissi- •
ma. Quasi sotto un bel mare acuto scoglio,
0 ver tra’ fiori un giovincel serpente
Uscito pur mo fuor del vecchio scoglio.
Ire vecchie st. Ah, quanto è umn
meschin chi: l’ Alci., seguilo dal D.
c S. c dalla Volg., peggiorò correg-
gendo Quanto è ineschili colui che.
— ». 3. « ... mi spoglia Di libertà
questo crudol che accuso (Amore)
I’elr. — n. 4. * Var. o a sue: D. c
S. Volg. — Esiodo. * Qual credè
a donna, credè a’ ladri. » — t>. 5.
I.CGGiEn, tronconi, non del remili.
leggiera, ma di leggieri e leggiere
che sono altresì i primi casi di fem-
mina, onde leggiamo cosa leggieri,
condizion leggiere. Virg. IV jEn.
« Varili m et mutabile scinger
Faunina. » Calpurn. Buec. 3. • Mo-
hilior ventis o fuwniiiu. » S. Luca
chiama la donna canna agitala dal
vento: e il Tasso nell’Aminta ■Fem-
mina è cosa mobil per natura Più
clic fraschetta al vento c più clic
cima Di pieghevole spica. » * Ma-
chia*. Comm. « Vane e legger vie
più eli’ al vento foglia. • Un ri-
spetto toscano « Giovanotlino fai co-
me la foglia CI»-' a tntti i venti si
lascia voltare. » — ». C. Torcili,
làuti : « Novi ingcninm muliernm:
uolunt uhi velis, uhi nolis cupiunt
ùltro.'-/» Tasso, Gerus. « Femmi-
na è cosa garrula c fallace, Vuole
c dist imie. ■ — ». 7. Tcocr. idil. 6.
■ E fugge l’ amante e il non amante
segue; » c un epig. di Macedonio
nell’ Ant. « E fuggi cui t’ama, e cui
non li ama sèguiti, pcr fuggir di
nuovo anche lui quando ti ami. »
— ». 8. «Vengono e van com'onda
al primo margo. « Ariosi. Due versi
di quest’ ott, sono consimili a due
attribuiti al Petr. in una Stanza ri-
ferita da Frane. Bonaniici come da
esso trovata in nn MS. di Lorenzo
Romuleo. « Perdi’ ella è più leggier
clic al vento foglia, E mille volte al
giorno cangia voglia. . — Var. E
vane c vien: A. seguito dalle comi-
niane c dal Molinari.
Si. 45. — ». 2. Provcrb. lat.
« Sub undis placidis saxa exitialia
latent. — ». 3. Virg. ■ Latet anguis
in lierba. » Petr. « Clic il serpente
tra’ fiori c l’erba giace. — ». 4. Mo :
dal lat. modo; ora, testò, poco avanti
* « fogliette pur mo nate. - Dante. —
Scoglio, qui pcr iscoglia (spoglia, sca-
glia): grcc. scylon. Alcune edd. ac-
creditate hanno caglia, c questa le*,
è approvata dalla Crusca. * Ma i
codd. ricc. leggono chiaramente sco-
glio, thè in questo signidc. ha buoni
c'sempii. Dani, v Correte al monte
a spogliarvi lo scaglio » e parla di
anime: il Crescenzio ha gli scogli
delle avellane : l' Ariosto lo scoglio
del serpente (XVII). Tuttavia il cod.
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L1DR0 PRIMO.
13
All quanto è fra’ più miseri dolente
Chi può soffrir di donna el fero orgoglio !
Che quanto ha il volto più di beltà pieno.
Più cela inganni nel fallace seno.
Che gii oc- Con essi gli occhi giovenili invesca to
chi sono \mor che ogni pensier maschio vi fura :
prima cau- ’ _ ,
sa di amo- E quale un tratto ingoza la dolce esca
ru' Mai di sua propria libertà non cunt:
Ma, come se pur Lete Amor vi mesca.
Tosto obliate vostra alta natura ;
Nò poi viril pensiero in voi germoglia,
Sì del proprio valor costui vi spoglia.
Lande delia Quanto è più dolce, quanto è più sicuro 17
cana.rust1’ Seguir le fere fuggitive in caccia
Fra boschi antichi fuor di fossa o muro,
E spiar lor covil per lunga traccia !
Veder la valle e ’l colle e l’ aer puro,
L’ erbe e' fior, V acqua viva chiara e ghiaccia !
eli ig. (edii. rom. tSOi) legge spo-
glio. L’ imagine del serpente è an-
che in un Risp. losc. • E fai co-
me la serpe clic si spoglia, Poi la
sua veste gli convicn lasciare. » —
tt. 6. * Orgoglio « Non dico clic alla
vostra gran bellezza Orgoglio non
convoglia c stiate bene » Guido
delle Colonne.
Si. tG. — r. t. * Var. Con elio
gli: A. D. S. Volg.; riferendo forse
esso a volto del e. 7. della Si. autec.
Nella lei. dei codd. e delle vecchie
stampe da noi restituita s’ intende :
Con essi gli ocelli giovenili della don-
na Amore invesca f cuori. Amore
die ce. — v. 2. • Clic ogni maschio
pensici' dell’ alma lolle. » Peti’. —
v. 3. Ovid. Am. • ... et slemacho
ilulcis ut esca nocct. > Esca, cibo,
ina propr. degli uccelli e de’ pesci,
benché si dica anche talvolta di
quel dell’ uomo. V. C. — v. 5. Lete,
oblio, dall’ ant. verb. gr. Icihoo
(obliviscor). * È il fiume dell'oblio
in inferno : Lucau. • Immisi! sty-
giam... in viscera Lethen : • c il
Pelr. « ... oblio neU’ulma piove D’ogni
altro dolce, e Lete al fondo bibo: >
Tasso: « Amor... Degli affanni c
de’ guai soave Lete. • — v. 6. * Var.
obligate : D. S.
Si. 17. — v. t. Anche Silvia
nell’ Amili, del Tasso piuttosto che
seguir I' amore dice dilettarle Seguir
le fere fugaci, e le forti Atterrar
combattendo. — v. 2. * Lor. de’Medici
nel Corinto. « Non ci è pastor o più
robusto o dotto A seguir fere fuggi-
tive in caccia. • — r. 4. * Per iosca
traccia ; cioè, dietro i vestigi che
lasciano di si per lungo tratto. —
v. 5. * Veramente i Codd. ricc. legg. e
l’ acr più puro. — t\ 7. Sversar, par*
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li LA GIOSTRA.
Udir li augei svernar, rimbombar Tondo,
E dolce al vento mormorar le fronde !
PVtoraii.pa' Quant0 K‘ova a mirar pender da un’ erta
Le capre, e pascer questo e quel virgulto;
E ’l montanaro all’ ombra più conserta
Destar la sua zampogna e ’l verso inculto !
Veder la terra di pomi coperta.
Ogni arbor da’ suo’ frutti quasi occulto;
Veder cozar monton, vacche mugghiare,
E le biade ondeggiar come fa il mare !
Eserdiiiru- Or delle pecorelle il rozo mastro
r*1,‘ Si vede alla sua torma aprir la sbarra :
Poi, quando move lor co ’f suo vincastro.
Dolce è a notar come a ciascuna garra.
is .
19
landosi degli uccelli vale coniare,
ed è propriamente quel cantare clic
usciti dai verno fanno a prima-
vera. V. C. * Un poeta del primo
sec. « E gli uccelletti per amore
Isveruano si dolcemente. »
Si. 18. — t>. 1. * Giova, piace.
« ... sou un di quei che ’l pianger
giova. » Petr. « Me questa vita gio-
va. » Tass. Am. Dal latino: Lu-
crel. V. « tuoni integros accedere
fontes. • — Pe.soea. « ... ite, capelUe:
... Non ego vos ... Dumosa pendere
procui de rupe videbo » Virg. ccl. I.
* « Pender le capre da un’ aerea
balza. » Pindcm. — e. 2. « attondent
virgulto capelli. * Virg. ecl. X. —
r. 3. Conserta : lai. conierò» : * vuol
dire, ombra prodotta da rami conser-
ti, cioè intrecciati insieme (Fornacia-
ri). — e. 5. I scelto • Rustica verba •
Tib. « incondita » Virg. — v. 7.
« Mugienlium Prospcctat crrantcs
gregei. • Ilorat. — e. 8. • E le on-
deggianti biade in lieti campi •
Sauna/.. — * Var. vacche maggiore:
le vecchie st.
Si. 19. t>. I. — * Var. Al rozo
mauro. Cod. ricc. 1576. — Misrno:
« oviumque magislros. » Virg. v. 3.
Torri, riferendosi agli animali, bran-
co. — * Salimi, qui vale quei tra-
mezzi clic si pongono per impedire
il passo, P liscio dell’ ovile (Forna-
ciai*!). — e. 3. * Var. Con tuo via-
catlro. Codd. ricc. 2723. — t>. 4.
* Var. Dolce è notar. Codd. ricc.
1576 : — come ciascuna garra : D. S.
— Garrì, da garrire : degli uccelli,
vale stridere; degli uomini, sgri-
dare e riprendere quasi minacciando
altrui con grida. * Ma qui le parblo
come a ciascuna garra non si po-
trebbono interpctrarc più gcncrul-
mente, come a ciascuna pecora dice
la sua cosa ? Anche i latini usavano
garrire per parlare inettamente (For-
naciari). E il Sacchetti, in una sua
ballata, per amore di certe pasto-
relle vorrebbe farsi pastore e mon-
tanino c andar dietro le pecore • Et
or direi Biondella et or Martino •
(soprannomi clic i campagnoli dan-
no alle pecore): or non sarchilo
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LIBRO PRIMO.
Or si vede il viilan domar col rostro
Le dure zolle, or maneggiar la marra ;
Or la contadinella scinta e scalza
Star con 1’ oche a filar sotto una balza.
Qual lussi jn cotal guisa già l’ antiche genti 20
rea. Si crede esser godute al secol d oro:
Né fatte, ancor le madri eron dolenti
De’ morti» figli al marzi’al lavoro;
Nè si credeva ancor la vita a’ venti;
Nò del giogo doleasi ancora il toro:
Lor case eron fronzute querce e grande,
Ch’ avean nel tronco mél, ne' rami ghiande.
questo il gorra del Poliziano? Nota
il v. garrire costruito col dativo :
Barberino, Doc. Am. « Garrigli (al
bambino ) quando corre dietro a uc-
cello. » — ». 5. « raslris terrain
domai. » Virg. — ». 7-8. * Levata
era a filar la vecchiarella Discinta e
scalza • Petr. Redi, in uno schcrz.
poet. • Una vaga pastorella, ... Sem-
plicetta scinta e scalza, Slava foche
a guardar sotto una balza.
St. $0. — ». -I. * Con cgual
mossa Virgil. « Aureus Itane vitam
in terris Salurnus agebat: Noe dum
etiam audierant infiori classica, nec
dum Impositos duris crepitare incu-
dibus cnses. » — ». S. * Esser cobo-
te, aver goduto. Anche il Bocc. disse
goduta tono, ettendo goduti, goduti
erano, invece di ho goduto ec., in
tre luoghi della G. ÌV, noe. I e 3,
riferiti con una sua notarclla dal
Cesari nel Voeab. di Verona. Ma os-
serva che, quando 'si adopera e nere
per avere, il parlic. si accorda in
gen. e in num. coll’ agente (Poma-
ciari). — ». 3. * Var. Eran : A. D.
S.^Volg: ma eron, qui e altrove
sempre, leggono chiaramente i cotld.
e ‘le vecchie stampe : ed è infles-
sione di questa terza persona, pro-
pria del popolo fiorentino special-
mente net sec. XV e XVI, usata an-
che dal Machiavelli dal Celli dal Da-
vanzali non che dai comici tutti.
Vedi Saggio de' Verbi anorn. e difett.
del Nunnucci, il quale aggiunge: • Co-
si tuttora la nostra plebe. Provenz.
eron. — ». A.*Marzial lavoro, guer-
ra. - Militiamet grave Mar li t oput •
Virg. — ». 5.» Si credeva : si affidava,
si commetteva : è modo dei latini
(Fornaciari). ■ Dune, et ventis am-
mani committe. • Virg: « animam
levibus eredidii auris. » Senec. Mcd. :
• quelli Cli’ al tempestoso mar ere-
don la vita « Alam. Coltiv. VI :
• ... alle procelle Crede la vila il
giovinetto audace. » Tass. Rim. «Cre-
dono il peito inerme Gli augelli al
vento. • Leop. Avvene esempii del tre-
cento : spiccatissimo questo del Si-
mintendi, volgariz. Metani. «Fu fatto
Ceice nuovo uccello, e non si cre-
dette al cielo. » — ». 8. * « Pres-
sique iugo gemuere invenci. » Me-
loni. 1. — e. 8. « Flavaque de viridi
slillabant ilice niella. » Metani. I.
• Et dune quercus sudabant roscidu
meda. » Virg. Ecl. — ». 7-8. * Do-
mus antro fucrunt Et densi fralices
et vincite cortice virgte. > Met. I;
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ltì LA GIOSTRA.
Anri!is Non era ancor la scelerata sete 21
pi 13 Del crucici oro entrata nel bel mondo:
Viveansi in libertà le genti liete;
E non solcato il campo era fecondo.
Fortuna invidiosa a lor quiete
Ruppe ogni legge, e pietà misse in fondo:
Lussuria entrò ne’ petti e quel furore
Che la meschina gente chiama amore. —
*
In colai guisa rimordea sovente 22
L’ altero giovinetto e’ sacri amanti ;
Come talor chi sè gioioso sente
Non sa ben porger fede agli altrui pianti.
Deste mmio Ma qualche miserello, a cui l’ ardente
• « Art. Ain. • Silva iloinus filerai,
«bus Iterila, cubilia frondes. — ». 7.
* Così i Codi), ricc,. l’ divedano ci-
tato dal Betti, e le vecchie st. Ma
l'A. il D. c il S. seguiti poi dalla
Yolg. corressero: /.or rara era f ron-
zata quercia e grande, Cli’ anca.
Grande per grandi è voce tuttora
viva nellu bocca della plebe iior.
Cosi trovasi in altri autori contem-
poranei del Polii, minore, gentile per
minori, gentili. Si veda il Man. del
Nannucci, t. Il, face. VI, (I. ed.)
(Fornaciari).
•V/. 21. — ». t . Scelto iti sete «Amor
sceleratus habendi. » Metani. I. —
». 3. * « ... mtas qute, vindice nullo,
Spontc sua sine lege fìdein rectuin-
tie colebat. » Metani. I. — ». A.
« e il fertile terreno portava il frutto
da sé c bello e copioso.* Esiod.Teog.
da cui Ovid. Met. 1. • Mox etiam fru-
ges tellus inarata ferebat. — * ». a.
Var. A loro quiete: Cod. ricc. 1576;
Alla lor quiete , D. S. — ». 6. * Pro-
tinus irrupit venie peioris in levimi
Omne nefas, fuget e pudor verumque
lidesque. » Met. I. * ■ Vieta Ucci
pietas » ivi-.i— Pietà, * è virtù per
la quale alla patria c a’ beuivolcuti
e a’congiunti con sangue si dà uficio
e diligente culto. » Buli. — Met-
tere in fondo, vale alTondarc, man-
dare in perdizione, in rovina, in
csterminio, in estrema calamità e
miseria. V. C. * Var. Mite, A. D. S.
e Volg.
St. 22. ». i. — Rihoiideà : Gg.
rampognava. * Il Bocc. parla delle
prediche fatte dai frali per rimor-
dere delle toro colpe gli uomini. —
». 2. * Sacci, perché addetti a cosi po-
tente Nume cotn’è Amore. — ». 3-4.
Sentenza ebraica. « Il sano non cre-
de al dolore dell' ammalato. > —
». 5. * Ardeste: ecco un altro pi. f.
della 3. dediti, tcrmin. in e. Il Salvini a
un luogo di Giusto de'Conti annota :
« Il Pulii, nelle St. e altri poeti di
quel scc. usarono talvolta secondo
il corrotto uso del pop. iior. questa
sorta di plur: • dove il Nannucci
avverte : « Non solamente nel sec. del
Poliz., ma ancora in altri, e sopra
tutto negli anteriori, fu usata que-
sta sorta di plur., e non secondo il
corrotto uso del pop. fior., ma per-
ché tale si fu la loro desinenza pri-
mitiva c originale. > Ed esso Nan-
nucci al eap. IX della Teorica
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LIBRO PRIMO. 17
delti aman- Fiamme slruggeano i nervi tutti quanti.
Gridava al ciel — Giusto sdegno ti muova,
Amor, che costui creda almen per pruova ! —
Nè fu Cupido sordo al pio lamento; 23
E ’ncominciò crudelmente ridendo,
— Dunque non sono io dio ? dunque è già spento
Mio foco con che il mondo tutto accendo ?
Io pur fei Giove mugghiar fra l’ armento.
Io Febo drieto a Dafne gir piangendo;
Io trassi Pluto delle infernal seggo :
E che non ubbidisce alla mia legge?
Io fo cadere al tigre la sua rabbia, 24
Al bone il fter rughio, al drago il fischio.
E quale è uom di si secura labbia.
Che fuggir possa il mio tenace vischio ?
de' Nomi nc porla di molli esempi! * Seme, da scria, mutalo il U nel
e in rima e fuor di rima e in prò- g. (Nannncci, Tcor. II.) Qui vera-
sa: il Bocc. nella Teseide ha son 'mente è plurale: e il sing. farà
vincente: il Beniv. fuori di rima seggio come sieda ili Bocc. Am. Vis..
ardente rote e pungente spine : il enei parlare del popolo. — v. 6-7.
Machiavelli nc’Deccnnuli corna capa- Risponde a questi versi un epigr.
ce. — o. 6, * Var. etruggeono, qual- scolpito sollo un’ ani. statua di Cu-
cile vecchia stampa struggono, I). pido: « Sol calci igne meo; flagrai
— o. 7-8. Il Petr. ad Amore : * Ma, Neptunus in undia; Pensa dedi Al-
se pietà anco serba L’ arco tuo sai- cidi», Raccum servire coegi. ■ —
do e qualcuna saetta, Fa di te e di * v, 8. Var. E chi: A. D. S. Volg.
me, signor, vendetta : » e altrove mie legge qualche vqichia stampa.
* Ove sia chi per prona intenda Si. 24. — e. 1. « Armenas ti-
Amore. » gres et fulvas illc lerenas Vici! cl
Si. 23. — ». 3. * Var. Dunque indoinilis mollia corda dedit » Tib.
non sono iddio f le stampe. — ». — * Cioenr.. « Ira cadit » Liv. II.
4. * In Stazio Amore dice <li sé : — ». 2. * Var. Ruggio : A. S. Vulg.
«Quas ego non gentcs, qua: non fa- Al Leone il ruggito:. D. e I’ cdi*.
ce corda iugavi? • Var. tutto il fiorent. 1755. — t> 3. * Var. Scettro
mondo: Le stampe. — * e. 5. In labbia: D. S. prendendo lobbia per
Claud. Venere domanda ad Amore plur. modificato da labbro. Ma labbia
• ... itcrunme Tonantein lutei* si- è voce antica che significa aspetto,
donias cogis mugire iuvcncas? » faccia. Cosi os per vullus dissero i
— * ». 6. Var. dietro, qui c altro- latini ; come anche labin in femm.
ve sempre la Volg. — + ». 7. Var. da cui deriva labbia per viso. Dante
dell’ infernal : A. D. S. Volg. — l’ usò frequenti volte. Nannucci,
Poliziamo. -j
Parole di Cu-
pido irato.
Quanta sia
la forza di
Amore.
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LA GIOSTRA.
IS
Descrizione
•li prima-
vera.
llroTC descri-
zione d una
caccia.
Or, che un superbo in si vii pregio m’ abbia
Che di non esser dio vengo a gran rischio?
Or veggiam se ’l meschin eh’ Arnor riprende
Da due begl’ occhi sé stesso difende. —
Zefiro già di be’ fioretti adorno
Avea de’ monti tolta ogni pruina :
Avea fatto al suo nido già ritorno
La stanca rondinella peregrina :
Risonava la selva intorno intorno
Soavemente all’ óra mattutina :
E la ingegnosa pecchia al primo albore
Giva predando or uno or altro fiore.
L’ ardito lidio, al giorno ancora acerbo
Allor eh’ al tufo torna la civetta.
Fatto frenare il corridor superbo,
Verso la selva con sua gente eletta
Prese il cammino (e sotto buon riserbo
25
Man. della teli, del I sec. tom. I,
pag. 248 (Edii. Barbèra). — * ». 5.
Yar. E che : le stampe.
Si. 25. — ». i. « Zefiro... Le rive
e i colli di fioretti adorna » Pctr.
* « E disgombrava già di neve i
poggi L’ aura amorosa » Pelr. —
». 2. Var. da’ monti: le st. —
* Pnum*, brina : c in un senso
lato si dice nuche della neve, ghiac-
cio ec. (Fomaciari). Virg. « ... ningit.
Intereunt pecudcs, stani circumfusu
pruina Corpora magna boom •
Geog. III. Val. Flac. Vili : « Ilyper-
borere pruina'. » Forse per gelo o
neve I’ adoperò anche il Pelr. • E
quando il verno sparge le pruine. .
— v. 3-4, * Il Tasso, traducendo Anacr.
■ Tu parti, o rondinella, e poi ritorni
Pur d’ anno in anno, e fai la state
il nido; E più tepido verno in al-
tro lido Cerchi sul Nilo, e hi Mentì
altri soggiorni. » — * Ora per aura.
Il Pelr. ■ L’ acque parlan d’amore e
l'ora e i rami » (Fornaciari). — ». 7-8.
Bernard. Baldi : « Mentre predando
vanno ai primi albori De* fior le
dolci rugiadose stille.» — * Pfeecm*
è lo stesso che ajx, e sembra deri-
vare dal lot. apieula, come pare
clic da eororcula venisse sirocehia ,
da auricula venisse orecchia (For-
naciari). — ». 8. * Var. or uno or
l' altro : A . D.
Si. 26. — ». i. Gionso avcoiu acerbo,
giorno non per anche spuntato, lai.
tAiinaftiru*. Omero, della caccia di
Ulisse • E quando la figlia dell’ aere
apparve ditirosea aurora, presero
ad ire in caccia. » — * ». 2. L.
de’ Medici descrive con le stesse cir-
costanze quest’ora • Ili torna vansi al
bosco molto in fretta L’ alocco il
barbagianni e la civetta. » — Tufo,
sorta di pietra dolce scabra e tutta
piena di piccole cellule o cavernettc
(Fornac.) — ». 5. * Riserbo. Lo Cru-
sca, portando questo passo del Poliz.,
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LIBRO PRIMO.
Seguin de* fedel can ia schiera stretta);
Di ciò che fa mestieri a caccia adorni,
Con archi e lacci e spiedi e dardi e corni.
principio- Già circundata avea ia lieta schiera
eia, con di- *< folto bosco; e già con grave orrore
'tonti acc* su0 cov'* s‘ destava °?n‘ fera ;
Givan seguendo e’ bracchi ii lungo odore.
Ogni varco da lacci e can chiuso era:
Di stormir d’ abbaiar cresce il romore :
Di fischi e bussi tutto el bosco suona :
Del rimbombar de’ corni il ciel rintruona.
Compirai io- Con tal romor, qual’ or I’ aer discorda.
Di Giove il foco d’ alta nube piomba;
Con tal tumulto, onde la gente assorda.
Dall’ alte cateratte il Nil rimbomlia :
Con tal orror del latin sangue ingorda
1!)
interpreta guardia. (Fornaci — ». fi.
* Var. fedei can : S. Volg. — ». 7.
* Adorni, si riferisce a genie della
(Fonine.) • ... gente di molto valore
Conobbi che in quel limbo eran so-
spesi ■ Inf. — v. S. Spiedi. Lo spiede,
quell’ arme con la quale si feriscono
le fiere salvaticbe in caccia. 6 ram-
mentato da Virg. 1E11. IV: * • delecta
iuventus; Relia rara, plaga;, lato ve-
iitibuln ferro. •
Si. 27. — v. 4. * Bricchi: cani
che tracciando e fiutando trovano
e levano le fiere. (Fornac.) — •Lun-
go : lontano, clic da’ bracchi è sen-
tito da lungi (Fornac.) — ». 7.
* Consonai olirne nemus strepitu »
Virg. « E quella e degli uomini e
de’ cani circonda il clamore » Ome-
ro, nella caccia di Ulisse. — v. 8.
Virg. * Et ccclnm tonat omnc fra-
gore. » Var. rinluona: S.
Si. 28. — ». I. • Impulso quo
maximus insonni mther » Virg. —
Discordi. Intendisi delta dissoiuuua
dell’ aria prodotta dai diversi stre-
piti e tuoni. — ». 3-4. Cicer. Somn.
Scip. > Ubi Nilus ad illa qua: Ca-
tadupa nominantur precipitai ex al-
tissimi* monlibus, ea gens qua; il-
luni locum accolli, propler niagni-
tudinem sonitus, scnsn audicndi
enret. • Pctr. - ... siccome il Nil
d’ alto caggendo Col gran suono
i vichi d’ intorno assorda : » Ariosto
« ... alto suo» che n quel s’ ac-
corda Con clic i vichi cadendo il
Nilo assorda. • — * Tcnn.ro. Luca-
no, Phars. X, parlando della stesso
cosa usa lo stesso vocab. • primosque
sentii perculsa tumultus. — * Dell' al-
le, Var. del cod. rie. 4576 c del I».
c S. — • Cateratte. Tra’ diversi sigu.
della voce cateratta o cateratte (de-
rivando dal gl', calarasso ) è quello
di luogo dirupato e precipitoso nei
fiumi d’onde l’acqua impetuosa-
mente cade. (Fornac.) — ». 5-6.
* Allude a un luogo del VII della
Eneide, quando Megera, una ilelhr
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20
LA GIOSTRA.
Sonò Megera la tartarea tromba.
Quale animai di stiza par si roda;
Qual serra al ventre la tremante coda.
Vari officii Spargesi tutta la bella compagna, 29
tèri?accia" Altri allo reti, altri alla via più stretta.
Chi serba in coppia i can, chi gli scompagna;
Chi già ’l suo ammette, chi ’l richiama e alletta :
Chi sprona il buon destrier per la campagna:
Chi l’adirata fera armato aspetta:
Chi si sta sopra un ramo a buon riguardo :
Chi in man lo spiede c chi s’ acconcia il dardo.
v«j-u di Già le setole arriccia e arruola i denti so
El porco entro il burron ; già d' una grotta
Spunta giù ”1 cavriuol; già i 'Vecchi armenti
De’ cervi van pel pian fuggendo in frotta:
Timor gl’ inganni della volpe ha spenti :
Furie, per isligazion di Giunone, fu
dalla uccisione di una cerva nascer
causa di rissa fra i Teucri di re-
cente sbarcali c i Latini: • At sieva
e speculis tempus dea nacta noccmli
Ardua leda petit stabuli, et de cul-
mine summo Tartarea»! intcndil vo-
cein -. qua protenus ornile Contremuit
nemusct sylvoe insonuere profundtc.»
Si. 29. — ». 1. Compaciu per
rompagnia : modo usato dagli anti-
chi di levare la i a si fatte voci.
Inf. XXV * Sol con un legno e con
quella compagna Piccola. • * Ni
compagna si disse solo in poesia, ma
anche iu prosa : c sono celebri, o
meglio direbbesi infami, le così
dette compagne di soldati masna-
dieri, che vediamo ricordate anche
dal Muratori agli anni 1339 c 1342.
(Fornaciari). — v. 2. * Variante di
qualche vecchia stampa, alle rete.
— ». 3-4. * Vincula pars ndimunl
canibus, pars pressa sequuntur Si-
gila pedum cupiuntque suum re-
perire pcriclum • Ovid. Met. Vili.
— 1>. 7. Stare a riguardo o in ri-
guardo, star vigilante, stare in su gli
avvisi, con cautela. — ». 8. * Cosi
i due Codd. lice, cioè: chi s’ accon-
cio in mano lo spiede c chi s’accon-
cia il dardo. Le si. Chi ha in man.
Si. 30. — ». 1. Omero, nella
caccia d’ Olisse, del cinghiale « Co-
me gli assalitori furon vicini, e quel-
lo di contro dalla selva, arruffata
la cervice, e fuoco dagli occhi git-
tando, stiè lor presso. > E Apollo-
nio, I « e i denti arruola, orrido pel-
le arricciate setole. • E Virg. « Co-
masquearrexit. • — ». 2. Bcnaos, luo-
go scoperto dirupalo e profondo. —
* ». 2-4. « Ecce ferie, saxi deiectx
vertice, capra: Decurrere iugis; alia
de parte patentesTransmittuntcursu
campos atquc agniina cervi Pulve-
rulenta fuga glomernnt montesque
relinquunt • iSneid. IV. — Spunta,
apparisce, esce fuori. — ». 5. * Vai-.
delle volpe, alcune vecch. st.; delle
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LIBRO PRIMO.
21
Le lepri al primo assalto vanno in rotta:
Di sua tana stordita esce ogni belva:
L’ astuto lupo vie più si rinselva,
E rinselva to le sagaci nare 31
Del picciol bracco pur teme il meschino :
• Ma’l cervio par del veltro paventare,
De' lacci el porco o del fero mastino.
Jniìo. Vedesi lieto or qua or là volare
Fuor d’ogni schiera il giovan peregrino:
Pel folto bosco el fier cavai mette ale;
E trista fa qual fera Iulio assale.
Quale il Centaur per la nevosa selva 32
Di Pelio o d’ Emo va feroce in caccia,
' Dalle lor tane predando ogni belva ;
Or l’ orso uccide, ora il lion minaccia :
Quanto è più ardita fera, più s’inselva:
Il sangue a tutte dentro al cor s’ agghiaccia :
La selva triema ; e gli cede ogni pianta :
Gli arbori abbatte o sveglie o rami schianta.
volpi , le recenti. — e. C. * Var.
Le lepre: vecchie stampe.
Si. 3t. — ». 1. • caiiium... incre-
<1 ibi lis sagacilas narium » è in Cie.
De nat. deor. II ; c Seneca nell’ Ipp.
li chiama ex nare sagaci. * Var.
sagace : qualche vcc. et. — * N»^
re per neri e narici trovasi an-
che ne’ prosai. (Forn.) « le nare
ampie e rincagnate. » B. Lai. Fior,
lllos. Che avrebbe detto del Polii, e
di Ser Brunetto il Bellini, il quale
per quel che ce ne racconta il Cigli
nel Dii. caler. • licenziò la sua ser-
va c la mandò irremissibilmente
fuori di casa per aver detto: Signor
padrone, le bolle versano; chè brilli
dovea dire. »? — ». 3. Veltro è cane
di velocissimo corso, detto anche can
da giungere, levriere dai francesi. —
Mìstkio cane de’ pecorai per dare
a’ lupi. — ». 6. * Pellegrino, giovine
di rare c pellegrine qualità (Fornac.)
— ». 8. Qcu, per qualunque.
Si. 32. — ». t. * Cesta in:, come
più sopra Laur, e come 1’ Ariosto
Salir. Gli antichi, nota il Fornaciaio,
ne’ troncamenti delle parole si pre-
sero maggiori ardimenti che i mo-
derni. — ». 2. * Peno ed Euo, nomi
antichi di due monti, uno nella Tes-
saglia, l’altro nella Tracia (Fornae.) ;
patria de’ centauri, cioè de’ primi
cavalcatori. Virg. parlando de’Cent.
• llomolen Othrymqnc nivalcm Lin-
quentcs cursu rapido » lib. VII. —
». 4. * Var. al lion minaccia : Cod.
ricc. 2723. — ». 6. « Gelidusque
coit fomite sanguis » Virg. * Var.
il cor: Cod. rie. i57fi. — ». 7.
* De’ centauri, Virg. VII. « ... dal
enntibus ingens Sylva locum, et
magno crdunt virgulta fragore. » —
». 8. • Gli arbori schianta, abbatte. •
f
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LA GIOSTRA.
Descrizione Ab quanto a mirar Iulio ò fera cosa ! 35
fàccia.0 *" Rompe la ria dove più il bosco è folto
Per trar di macchia la bestia crucciosa.
Con verde ramo intorno al capo avvolto.
Con la chioma arruffata e polverosa,
E d’ onesto sudor bagnato il volto.
Ivi consiglio a sua bella vendetta
Prese Amor, che ben loco e tempo aspetta;
cii« arte u- e con sue man di leve aer compose 3*
r'e ad fnnu- ha imagin d’ una cervia altera e bella,
murario. Con alta fronte, con corna ramose.
Candida tutta, leggiadretta o snella.
E come tra le fere paventose
Al giovan cacciator si offerse quella.
Lieto spronò il destrier per lei seguire.
Pensando in brieve darle agro martire.
' Ma poi che in van dal braccio el dardo scosse, 35
Del foder trasse fuor la fida spada,
E con tanto furor il corsier mosse
Inf. IX. Ovili, del cinghiale di Calc-
donia. Metamorf. Vili : « Stcrnuntur
gravidi longo cum palmite foctus,
Raccaipie cum rarius sempcr fron-
■lentia oììvie. • — * Var. svelle o i
rumi-, S. D. c qualche st. più re-
cente.
St. 33. — v. I. * Rammenln
l’ esclamai, dantesca « Ah quanto
a dir qual’ era è cosa dura. » —
r. 2. Roarr. u vi*, si sgombra, ai-
traversa. * Veramente i due Codd.
lice. leggono romper la via, non
interrompendo il periodo dopo la
esclamazione del primo verso. Ma la
lezione delle stampe fa mollo più
viva ed efficace la descrizione. —
* ». 7. * Una leggiadra sua ven-
dcUa - il Pelr. d’ Amore. — ». 8.
Petr. • Coni’ uom clic a nuocer luo-
go e tempo aspetta. »
Si. 34. — ». 1-2. Questa inven-
zione sembra clic I’ abbia al Poliz.
somministrata Virg.' in quei versi
del X dell'En. (* quando Giunone,
per distornar da Turno il pericolo
di azzuffarsi con Enea, gli mette
innanzi una falsa imagine di lui,
si che inseguendolo si allontana
(falla battaglia): < Tum dea nube
cava tenuem sine viribus umbram
In faciem dìncae * ec. A Virg. poi
la somministrò Omero, II. V : «Ma
un' imagine fece Apollo dall’arco di
argento Ad esso Enea simile • ce.
— ». 3. Virg., ile’ cervi : « Capita
alta ferentes » £n. I ; c nell’ ecl.
« Ramosa cornua cervi. - * Var.
fronte e con : D. S.
St. 35. — ». I. * Var. del brac-
cio : D. S. — ». 2. * Fodeb, tronca-
mento un po’ ardito come sopra Cen-
iimr: fu fatto anche dal Bocc. nel
Filoslr. — Fin» spid», « Fidoque
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LILtilU PRIMO.
23
Che ’l bosco folto sembrava ampia strada.
La bella fera, come stanca fosse.
Più lenta tutta via par che se’n vada:
Ma, quando par che già la stringa o tocchi,
Picciol campo riprende avanti agli occhi.
Quanto più segue in van la vana effigie, i3
Tanto più di seguirla in van si accende:
Tutta via preme sue stanche vestigie.
Sempre la giugne e pur mai non la prende.
Comparsilo- Qual fino al labro sta nell’ onde stigie
"aio.' ia" Tantalo, c ’l bel giardin vicin gli pende;
Ma, qual’ or l’acqua o il pome vuol gustare.
Subito l’ acqua e T pome via dispare.
Era già drieto alla sua disianza r>7
Gran tratto da’ compagni allontanato;
Nè pur d’ un passo ancor la preda avanza,
E già tutto il destricr sente affannato:
Ma pur seguendo sua vana speranza,
Pervenne in un fiorito e verde prato.
Ivi sotto un vel candido gli apparve
Lieta una ninfa; e via la fera sparve.
accingimi’ ensc • Virg. — ». 4.
Correva Giulio col cavallo cosi pre-
cipitosamente che parea che fosse
in una strada aperta e libera e non
in un folto bosco ove è malagevole
il correre. — * ». 7. Var. Quanto
par : Codd. ricc. — ». 8. - Togliere
a prender campo, prepararsi a com-
battere col farsi luogo per la bat-
taglia, farsi indietro per assalire con
maggior impeto. » Voe. Cr.
Si. 36. — ». 2. * S’scceude: si
usa come il verbo ardere , per desi-
derare ardentemente: • ove tornar
tu ardi > Dante. E in Orazio il ver-
bo furore : • Ecce furit te reperi-
re atrox Tydidcs; > quest’ uso del
v. accendersi manca nel Vocali. —
». 3. Valigia premere fu detto pur
da’ latini. — ». 5. *Var. u labro :
Codd. ricc. — ». 7. •* Pone : • Quel
dolce ponte clic per tanti rami »
Purgai. XXVII : « ... ne violi quel
caro pome > Alani. Colt. Iti ; c il
Vettori I’ usa in prosa. Gii antichi
usarono talvolta terminare in e an-
che i nomili, sing. della terza, per
uniformarli a quelli della prima c
seconda. V. Xannucci, Teor. de’ nomi.
— Var. e il pomo : D. S.
Si. 37. — ». i. Se» Disianza, alla
cerva ch’egli desiava raggiungere.
* Dosiamo, v. ant. per desiderio;
l’ azione del desiderare, per la cosa
desiderata. — e. 7. * « Sotto candido
vel... Donna m’ apparve • Dante.
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LA MOSTRA.
24
Cfu1C.rc',IÌ0 ^Crn SParS0 V‘a dalle SUe C'8*ia * *~S
ii proso. jja jj gjoyan <je||a fera omaj non cura>
Anzi ristringe al corridor la briglia,
E lo raffrena sopra alla verdura.
Ivi tutto ripien di maraviglia
Pur della ninfa mira la figura :
Fargli che dal bel viso e da’ begli occhi
Una nuova dolceza al cor gli fiocchi.
comparalo- Qual tigre, a cui dalla pietrosa tana sa
Ha tolto il caccialor gli suoi car figli ;
Rabbiosa il segue per la selva ircana.
Che tosto crede insanguinar gli artigli;
Poi resta d’ uno specchio all’ ombra vana,
AH’ ombra oh’ e’ suo’ nati par somigli ;
E mentre di tal vista s’ innamora
La sciocca, el predator la via divora.
Si. 38. — v. t. * Var. sparve:
Volg. — i'. 4. * Verdura : l’orbe verdi
di prati o campi : Dante. * lo sprazzo
Cbe si distende su per la verdura. •
— t>. 6. Pur: tuttavia, lai. iugiler.
Bocc. X, 40 : « Stando pur col
viso duro, disse. » Purg. V : « guar-
dar per maraviglia Pur me, pur
me. » — * Var. Lui tutto: qual-
che veccli. st. — p. 7-8. Lucrez.
«... Veneris dulcedinis in corMunavit
gutta : » c il Tasso nelle Rime • K
pare un lieto raggio Arder ne’ be’
vostr’ ocelli Onde pace c dolcezza o
gioia fiocchi. — * Var. il cor gli
tocchi: Cod. ricc. 457C.
Si. 39. — Questa similitudine
della tigre, a cui sono portati via
i figliuoli, è stala trattata da vn-
rii, latini c toscani ; Sii. Italico,
Pun. XII; Val. Fiacco. Arg. I ; Pel.
Apoll. excid. Ilicros. Ili ; Magn. Fel.
Ennodio, Carni. I, 9. Ma il Mostro
la imitò da Claud. Rapt. Pros. III.
• Arduo» liircana quatitur sic ma-
ire Nipliates, Cuius, ncluemcnio regi
ludibri», natos Ave.vit tremebundus
cques: furit illa marito Jtlobilior
zppbyro, totnmquc vircntibus iram
Dispersi! maculis ; inni iamque bau-
stura profóndo Ore virum, vitrea1
lardatoi1 imagiuc forma1. » Fra i
toscani, l’usò l'Ar., Fur. XVIII, 35,
meno l'idea dello specchio; e giù
Fovea usata Lorenzo de’ Medici, dal
quale il Poliz. prese per fino alcune
rime. « Siccome il cacciatoi1 che i
cari figli Astutamente ul fero tigre
fura, E, benché innanzi assai campo
gli pigli, La fiera più veloce di na-
tura Quasi già il giunge c insan-
guina gli artigli ; Ma, reggendo la
sua propria figura Nello specchio
clic trova sull’ arena, Crede sia il
figlio, e il corso suo raffrena. ' —
p. 1. Var. petrosa: D. S. Volg.
— V. 2. Var. caccialor i cari: D.
S. caccialor suoi cari: Volg. —
v. 8. Li vii divori. Frase Ialina. Cat.
« ... Viam vorabit. »
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LIBRO TRIMO.
Proniiiudine Tosto Cupido entro a’ begli occhi ascoso 40
Al nervo adatta del suo strai la cocca.
Poi tira quel col braccio poderoso
Tal che raggiugne 1’ una all’ altra cocca ;
La man sinistra con 1' oro focoso,
La destra poppa con la corda tocca:
Nò pria per l’acr ronzando usci el quadrello.
Che lulio drento al cor sentito ha quello.
St. 40. — ». 2. * Al aravo. ilei -
l’arco. — Cocc» : lacca della freccia
nella quale entra la corda dell'arco.
— ». 3. * Var. braccio ponderoso :
Stampe ant. A. 1). S. — ». 4. * Var.
V' aggiunge l' una e l'altra: Codd.
riccard. — * Cocr.» : qui, I’ uno
e l’altro capo dell’ arco, a cui è le-
gata la corda. — ». 5. * Var. ferra
focaia : A. D. S. Volg. — Su la le-
zione oro focosa (infocato, ardente)
cosi il Betti nel lib. più sopra cit.
• Non vorrò giù negare clic il vo-
» cab. ferro preso generalmente non
• possa anche significare qualunque
■ arma, sia d’oro e d'acciaio. E
• nondimeno u me quadra assai la
» lez. del cod. oliver., ... oro fo-
» coio : perciocché mi par modo
• nuovo ed ardito, e perciò degno
• singolarmente del Polii... Né qui
• veggo nulla di strano : impercioc-
■ cliè se Virg. disse oro un vaso
» d'oro (/En. I, 743), Et pieno te
> proluit auro; se di nuovo disse
> oro il freno d' oro de’ cavalli...
» (din. VII, 279), Fulnum mandimi
» sub dentibus uurum ; se oro cliia-
• mó Gioven. un anello d'oro (I, 2S),
• Veutilet cestivum digiti > sudanti-
• libai aurum ; se oro coronalo
• abbiam nelle Selve di Stazio per
• un.4x>ssolo d’ oro intorniato di
» gemme (HI, 4), Ile, carnee,*. Ile,
» coronalo rceubanlet moli iter auro;
- se nelle ant. lapide cosi spesso
• leggiamo srri’us ab auro c l'ra-
• politili ab aura gemmato , ab duro
» escorio ; perché con pari sinccdo-
• che non avrebbe potuto il Poliz...
• dir ora il dardo di Amore ?... Ag-
• giungi clic questa locitz. sa più
> di mitologia; essendo a tutti noto
• clic i dardi d' amore non sono
• d’altro metallo clic o d'oro odi
• piombo. Aggiungi che il Polii.
• medesimo cosi fa discorrere Amo-
• re... nella st. 5 del lib. li : • Pcr-
• eli’ in lei punsi col piombato stra-
» le, E col dorato lui ^Lorenzo). »
» Aggiungi in fine quell’ altro luogo
• della si. 71 del lib. I, dove il P.
> nostro arditamente al suo solito
• ma non meno gentilmente canta
• « Versando dolce con amar liquo-
• re, Ov’arma l'oro de' tuoi tirali
» Amore. • — ». 6. Preso da Virg.
,En. XI « ... cornuquc infensa tc-
tcndit Et dux.it longe, donec cur-
vata coirent lutee se capita et ma-
itibus iain tangeret mquis, La:va
aciem ferri, destra nervoque papil-
lam ; * e Virg. da Omero. — ». 7.
Cosi legge il cod. ricc. 2723, c con
mirabile armonia imitativa. Il 4576:
■Ve pria di quel ronzando usci. Le
st. : Nè prima fuor ronzando esce.
— Quadrello, specie di ferro o saetta
cosi delta dalia punta quadrango-
lare.
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2G
LA GIOSTRA.
come Jniirt Ah qual divenne! ah come al giovinetto 41
rasTc.ejuà Corse il gran foco in tutte le midolle !
iion“ut*" Clic tremilo gli scosse il cor nel petto !
Di un ghiacciato sudore era già molle ;
E fatto ghiotto del suo dolce aspetto
Già mai gli occhi dagli occhi levar puolle;
Ma tutto preso dal vago splendore
Non s’ accorge il meschin che quivi è Amore.
Non s’ accorge che Amor lì drento è armato, 42
Per sol turbar la sua lunga quiete;
Non s’accorge a che nodo è già legato;
Non conosce sue piaghe ancor secrete :
Di piaeer, di desir tutto è invescalo;
E così ’l cacciator preso è alla rete.
Le braccia fra sé loda c ’l viso e ’l crino ;
E ’n lei discerne un non so che divino.
Descrizione Candida è ella, e candida la vesta, 43
delie Del- j{a pUr j, rose e f10r dipìnta e d' erba :
51. 41. — «. 2. Virg. Vili. * ... no-
tusque medullas latravi! calor et
labefucta per ossa cucurrit. » E
Cut. « ... imis exarsi t tota mediti-
lis. » Saffo, da Cat. tradotta : « ... tc-
nuis sub artus Fiamma dimanat. >
— ». 3. Saffo : « c tremore tut-
ta mi occupa. » e Terenz. Eun.
• Totus, l’armeno, tremo lior-
rcoqtic Postquam aspexi Itane. »
Dante, con forte espressione : • E
s’ io levo gli ocelli per guardare,
Nel cor mi s’ incomincia un terre-
moto Clic fa dai polsi I’ anima par-
tire. » — 0. 4. Saffo : « scorre sudor
gelido. » Virg. Ili ,/En. ■ Tum gc-
lidtts toto manahat corporc sudor. •
— ». 5. Ghiotto : avido, desideroso.
* « Gli ocelli miei ghiotti andavan
suso al ciclo ■ Dante. — e. 6. Virg.,
di Didonc * Iltee octilis linee pectore
toto Ilirret. » e Proper. • ... intentis
lurrebam fixus ocellis.» — * Vat'. levar
volle: D. S. e qualche ecliz. recente.
Si. 42. — ». 1. * Yar. là dentro
D. S. — ». 5. Invescato: presa la
metafora dagli uccelli che restano in
più mòdi per industria del cacciatore
invischiati. V Ariosto : • Chi mette
il piè nell’ amorosa pania, Cerchi
rilrarlo e non v’ inveschi P ale. -
Siffatti innamorati son paragonati
da Tcocr. al mtjs epì pietei (topo
impegolato.) — ». 6. Airoon cìritai
(caplans captus est) -.àpóolelo tjpò tee
iigrae (in venatu perii!.) — ». 7. Ovid.
• Laudai digitosque manusque lira-
chiaquect nudos media plus parte la-
ccrtos. • Hor. « Brachiaque et vul*
tus teretesque suras ... laudo. » E
Ovid. Fast. « Forma placet niveus-
que color flavique captili. » — ». 8.
Dant. Parai). III. « Ne’inirahili aspetti
Vostri risplende non so che divino. »
— * Var. dieccrne non so che: le st.
St. 43. — ». 2. Petr. * Purpurea
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LIBRO PRIMO.
dan6dcl1* ‘nane^at0 cr‘n dell’aurea testa
Scende in la fronte umilmente superba.
Ridegli attorno tutta la foresta,
E quanto può sue cure disacerba.
Nell’ atto regalmente ò mansueta ;
E pur col ciglio le tempeste, acqueta.
Seconda de- Folgoron gli òcchi d’ un dolce sereno, +1
Ove sue face tien Cupido ascose :
L’ aer d’ intorno si fa tutto ameno.
Ovunque gira le luci amorose.
Di celeste letizia il volto ha pieno.
Dolce dipinto di ligustri e rose.
Ogni aura tace al suo parlar divino,
E canta ogni augelletto in suo latino.
Terza de- Sembra Talia, se in man prende la cetra ; 45
scrizione, sembra Minerva, se in man prende l’ asta :
vcsla il' un ceruleo lembo Sparso di
rose i belli omeri vela. « — ». 3.
* Var. dell' aurta: le si. — e. 4.
* Var. «fende a lo: I). e S. — v. 5.
Peli-, ilice di Laura che faceva • fio-
rir co’ begli ocelli le campagne. •
* Var. Ridde intorno: D. e S. La
Volg. Ridde. Cino : « Ridendo par che
s’allegri ogni loco, Per via passando.»
— ». 6. Disacerba, leva I’ acerbezza,
addolcisce, mitiga. — ». 7. Lo stes-
so Poliz. in una Canz. « Regale in
allo c portamenlo altero. • * Dante
* Regalmente nell' atto ancor pro-
terva. » — ». 8. Il Pelr., di Laura:
« Acqueta l’aure e mette i toni in
bando : » altrove * Ed acquetare i
toni e le tempeste. » Virgilio, di
Giove : « Vultu quo ccclum tempc-
statesque serenai. •
Sr. 44. — ». t. Proper. « Ful-
gurnt ilio oculis : » Hor. « lucìdum
fulgentes oculi : » Ovili. ■ oculos tre-
mulo fulgore inicantes : » Claudian.
« ilulcc micant oculi. • — * r. 2-3.
• il ciel... in vista si rallegra D’ es-
ser fatto seren da si begli ocelli »
Pelr. — ». 4. ■« Gli ocelli pien di
letizia e d'onestade » Pelr. « E gli
occhi aveaiti letizia sì pieni » Dante.
— ». 6. • Spargcasi per la guan-
cia delicata Misto color di rose e di
ligustri • Ariosto. — ». S.Latixo, detto
per linguaggio, per l’eccellenza della
lingua latina o per la riverenza
nella quale ella si ha. Cosi il Sal-
vini a quel v. della Sat. VI del Men-
zini • ... E tu rispondi Con scrmon
blando al dolce suo latino. • Cavale.
• E cantinne gli augelli Ciascuno in
suo latino. » * L’aut. del poema
L’ intelligenza « lidia cantar gli
augei in lor latino : » Arnaldo Da-
niello « ... auzels qu’en lor latin fan
preex (augelli che in lor latino fan
preghi).
Si. 45. — ». 4-4. * Var r al fian-
co: D. e S. Clami. • ... potuitque
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LA GIOSTRA.
comparano- Se 1’ areo ha in mano, al fianco la faretra.
Giurar potrai che sia Diana casta.
Ira dal volto suo trista s’ arretra ;
E poco avanti a lei Superbia basta :
Ogni dolce virtù 1* è in compagnia :
Beltà la mostra a dito e Leggiadria.
eompoBnia Con lei se ’n va Onestate umile e piana <r
L/ Che d’ ogni chiuso cor volge la chiave :
Con lei va Gentileza in vista umana,
E da lei impara il dolce andar soave.
Non può mirarle il viso alma villana.
Se pria di suo fallir doglia non ave.
Tanti cuori Amor piglia fere e ancide,
Quant’ ella o dolce parla o dolce ride.
vide ri Pallas, si clypeum ferrei; si
spicula, Poebe : » Ovili, in Iter. « Su-
ine (idem et piiarelram, fies mani-
fcslus Apollo : Accedant capiti cor-
nua, Bacchus eris. » — ». S-6. *
• Fuggon dinanzi a lei Superbia ed
Ira > Dante. • Dinanzi a te partiva
Ira e tormento • Bembo. — Basi»,
dura, regge. — 1>. 7. Var. A’ gli è :
le veccli. st. — ». 8. Mostra a dito :
« ... monstror digito prelereuntium »
llor. « Ond’ io a dito ne sarò mo-
strato * Pctr. * Cavalcanti • ... A lei
s’ inchina ogni gentil virtute, E la
Beltade per sua dea la mostra. •
Dante, Rime. « Beltade e cortesia sua
dea la chiama. »
Se. A6. — ». I. Umile e piata:
Petr. « dolce riso umile e piano : >
■love il Castelv. piano spiegò non
aspro, per traslazione. Il Petr. più
diffusamente descrive le virtù dalle
quali era accompagnata Laura « Onc-
stade e Vergogna alla fronte era ec. »
E Dante : • I' son colui che tenui
ambo le chiavi Del cor di Federico,
c che le volsi... • — ». 5-6. * Var.
mirargli ri riso ; Cod. 2723 e le
vece. st. ; mirarle in rito : A. D.
S.; mirarla in viso, qualche st. re-
cente.— • E non le può appressar
uom che sia vile • Guinicelli. Dante,
Rime : « ... quando va per via, Citta
ne' cor villani Amore un gelo, Per
clic ogni lor pensiero agghiaccia c
pére: E qual soffrisse di starla a
vedere, Divcrria nobil cosa o si mor-
da; » altrove : « E cui saluta fa tre-
mar lo core, Sicché, Lassando il viso,
lutto smuore; E d'ogni suo difetto
allor sospira. • — ». 7-8. Ascine :
dall’ ant. lat. accedere per eireti wici-
dcre i toscani ant. fecero (incidere per
uccidere. Petr. * Non sa come Amor
sana e come ancide Chi uon sa come
dolce ella sospira E come dolce parla
c dolce ride : » c il Casa : • Colà 've
dolce parli o dolce rida Bella donna : •
Tass. Ger. IV' : • Ma mentre dolce
parla e dolce ride... Quasi dui petto
lor 1’ alma divide. » 1 Toscani però
hanno imitato Orazio • dulce riden-
tem Lalagen amabo, Dulce loquen-
tem ; » c Orazio, Suffo « Soave par-
lante ti ode E ridente desiosamen-
te. •
«
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LIBRO PRIMO.
2'.)
Eli’ era assisa sopra la verdura 47
Allegra, e ghirlandetta avea contesta
Di quanti fior creasse mai natura.
De’ quali era dipinta la sua vesta.
E come prima al giovan pose cura.
Alquanto paurosa alzò la testa :
Poi con la bianca man ripreso il lembo,
Levossi in piò con di fior pieno un grembo.
Già s’ inviava per quindi partire 4S
La ninfa sopra y erba lenta lenta.
Lasciando il giovanetto in gran martire
Che fuor di lei nuli’ altro ornai talenta.
Ma non possendo il miser ciò soffrire,
• Con qualche priego d’ arrestarla tenta;
Per che tutto tremando e tutto ardendo
Così umilmente incominciò dicendo.
*rol®di Jl1' — 0 qual che tu ti sia, verni n sovrana, 49
fa 0 ninfa 0 dea (ma dea m assembri certo) ;
Si. 47. — t>. 2-4. * Così i Codi!,
l ice. Le veccli. si. • leggono : Di
quanti fior ertane inai natura,
De'quai tutta dipìnta era sua lesta.
A. D S. e Volg. ... contesta: Di
quanti fior creasse mai natura. Di
tanti era dipinta la sua vesta. —
v. 5. * Var. In prima .■ le si. —
Pose con * ; s’accorse del giovine;
pose mente, considerò il giovine. —
». 7. * Var. Riprese : S. e qualche ed.
più recente. Lesbo, della vesta. — ■
». 8. * Grembo diccsi « per grembiule
o lembo di vesta piegato e acconcio
per mettervi entro e portare che che
si sia » V. C. li medes. Poliz.
in una sua Canz. « E picn di rose
l’amoroso grembo. »
St. 48. — ». 4. * Var. a lui
talenta: A. S. Volg. nuli’ altra a
lui: D. — Tacert»: va a talento, a
grado. — ». 5. Var. potendo : D. S.
Posse.voo : usalo dal Bocc. g. X,
■1. 9, c dal Pctr. canz. 38 : ma
non è piu in uso. — ». 7. * Per
ciie: per la qual cosa, per lo che.
Dante « Perchè l’ occhio da presso
noi sostenne. »
Si. 49. — ». t-3. Preso da quel
ili Virg., AEn. I. « 0 quam te me-
morem, virgo ? namque haud libi
vultus Mortalis, nec vox hominem
sonat: o dea certe, An Pinchi soror
an nympliaruin sanguinis una. » E
Virg. da Omero, Odiss. « Suppli-
co te, regina, o che alcun ilio o
mortale sii : se in vero un dio sei
di quelli che il cielo ampio ten-
gono, le io ad Artemide figliuola
del gran Giove, e di forma e di gran-
dezza e il’ indole, molto da presso
assomiglio: o se alcuno sei degli
uomini che in terra abitano... »
Ariosto, VI, 29. • Qual che tu sii, por-
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LA GIOSTRA.
00
Se dea, forse che se’ la mia Diana ;
Se pur mortai, chi tu sia fammi aperto:
Che tua sembianza è fuor di guisa umana;
Nè so già io qual sia tanto mio merto.
Qual dal ciel grazia, qual si amica stella,
Ch’ io degno sia veder cosa sì bella.
Attenzione Volta la ninfa al suon delle parole, tc
fa.lla ■Nin" Campeggiò d’ un si dolce e vago riso
Che i monti avre’ fatto ir restare il sole ;
Che ben parve s’ aprisse un paradiso :
Poi formò voce fra perle c viole.
donami, dieta, 0 spirto umano o
boschereccia dea ; * t Oli. Rinuc-
cini nella Dafne: « Dimmi qual tu
ti sei, 0 ninfa o dea. che tale Ras-
scmhri agli occhi mie:.\» — * Var.
O qual In ti sia, vergine : Cod.
ricc. 2723. — Vur. mi sembri :
A. D. S. c volg. — V'ar. forte sei
tu : Codd. ricc. — ». 4. * Var.
che tu sia: D. — F»*«t apf.uto:
fammi chiaro, palese, manifesto.
* Da aprire che si usa per mani-
festare: cosi il Bocc. I. 3 • di-
spose di aprirgli il suo bisogno. >
— ». 5. « humannm supra for-
mar» » Fedro ; i! n. Aut. in una
sua cani. • Lei fuor di guisa uma-
na Mosse; » e il Tasso: « ... non so-
migli tu cosa terrena. » — ». 6-7.
* « Qual merito o qual grazia mi
ti mostra ? » dice Sordello a Virg.
Purg. VII. — ». 7. * Var. del ciel:
A. D. S. Volg.
Si. 50. — ». 2. Museo, di Ero
* lampeggiamento mandando dalla
graziosa faccia. ■ Purgai. XXI «... la
faccia tuu II lampeggiar d’ un riso
dimoslrommi. » Pctr. • io vidi lam-
peggiar quel dolce riso; * e nelle
Giunte: « E ’l dolce lampeggiar del
chiaro volto. » • ... lampeggiava un
riso • Tass, Am. — ». 3. Iperboli
comuni nei nostri poeti. Pelr. * ...pa-
role Che farian gir i monti. » Pulci,
Morg. XVI, 38 « E gli atti si soavi
e le parole Ch’ arieti forza di far fer-
mare il sole. » * Var. aorta fatto:
le st. — ». 4. Pelr. • E il lampeg-
giar dell’angelico riso Che solca far
iti terra un paradiso: » e il Pulci,
Morg. XVI, 12 « ... volsesi... con un
riso Con un atto benigno c con pa-
role Che si vedeva aperto il paradi-
so. » Ariosto: «quel soave riso Ch’a-
pre a sua posta in terru un para-
diso. » * Var. E ben parve: D. S.
— ». 5. Pelr. « La bella bocca an-
gelica, di perle Piena e di rose e di
dolci parole; » c altrove * Perle e
rose vermiglie, ove l’ accolto Dolor
formava ardenti voci e belle. » Agost.
Centurione, Stanze « S’avvien clic...
in lieto viso Formi tra rose c perle
un dolce riso.» * Montemagno - L’o-
stro e le perle che con tanto odore
Movcan leggiadre parolette. » Tasso,
Rime « Bianche perle e rubini Dove
frange ed alfrcna Amor la voce..-* »
Perle, per trasluto i denti ; Viole,
le labbra ; per la somiglianza del co-
lor vermiglio con quella viola ohe in
Toscana dicesi anche garofano (« ga-
«
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LIBRO l’RIMO.
Tal eh’ un marmo per mezo avria diviso ;
Soave saggia e di doleeza piena.
Da innamorar non eh’ altri una Serena.
dciu^Nin- 1° n0n son (Iua* tua niente in vano augurio, a
fa. Non d’aitar degna non di pura vittima ;
Ma là sovr’Arno nella vostra Etruria
Sto soggiogata alla teda legittima :
Mia natal patria è nella aspra Liguria
Sopr’ una costa alla riva marittima,
Ove fuor de’ gran massi indarno gemere
Si sente il fer Nettunno e irato fremere.
Abitazione
della Nin-
fa.
Sovente in questo loco mi diporto; w
Qui vengo a soggiornar tutta soletta :
Questo è de’ miei pensieri un dolce porto :
Qui 1' erba e’ fior, qui il fresco aere m’ alletta :
rafano o vivuolo clic abbia a dirsi •
Magai.): in una leu. in versi d’ un
montanaro pistoiese (Canti pop. tose,
ediz. Barb.) « Le tue labbra rassem-
bran due viole ■ — ». 6. Petr.
■ ... parole die i sassi romper pon-
ilo. » * Var. atre' diviso : qualche v.
st. — v. 8. Var. non eh' altro : qual-
che v. st. ; Sirena : A. D. S. Volg.
Serexa per Sirena dicevan gli anti-
chi : e un canto popolare senese,
Raccolta del Tommaseo, « Ilo visto
la Serena a proda al mare. •
Si. 51. — i'. 1. * Var. non so : A. D.
S. Volg. — * Accuria: angariare per
augurare è dei Passavanti del Boc-
caccio e del popolo: qui vale imagi-
nare innanzi che sappiasi il vero di
una cosa. — ». 2. «... haud equidem
tali me dignor lionorc » risponde
a Enea Venere sotto forma di ninfa,
zEn. I..u — ». 4. * Teda fu chiamala
ogni face per l'uso che gli antichi
facevano dei pezzi di teda (pino sel-
vatico) come di torcic a illumina-
re le stanze j ma specialmente fu
cosi chiamata quella fiaccola con la
quale accompagnavano le spose alla
camera nuziale. Onde teda usurpasi
per lo stesso matrimonio : Ovid.,
ber. IV : • ta'daque acceplu iuguli : »
Mari. VI, 2: « Sacra: connubio fal-
lerò Uedic: » Bocc. Am. 40: « la
quale congiunsono con dolorose tede
in matrimonio. » Var. so soggiogata,
A.; son. D. — ». 5. * Aspra Licinia,
la riviera di Genova. — ». 6. Costa,
spiaggia o salila poco repente. —
». 7 * Var. sassi : D. — » 8. * Var.
Nettuno , irato : S. — Netterò : mare
od acqua : alla lat. « Si forte morautes
(npes) Sparserit aut pneccpsNcpluno
immiserii Eurus* Virg. Georg. IV.
St. 52. — v 1. * Porto diccsi
figuratamente di luogo ove alcuno
si raccolga co’ suoi pensieri. Pctr.
« 0 cameretta, che già fosti un
porto Alle gravi tempeste mie » c
• Valli chiuse, alti colli c piagge
apriche, Porto delle amorose mie
fatiche. • — ». 4. * Var. Qui l'erba
e i pori c il fresco aer : le st. —
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LA GIOSTRA.
Simonetta
Onte nacque
la Ninfa.
Quinci cl tornare a mia magione è corto :
Qui lieta mi dimoro Simonetta,
AH’ ombre a qualche chiara e fresca linfa,
E spesso in compagnia d‘ alcuna ninfa.
Io soglio pur negli oziosi tempi, ò~>
Quando nostra fatica s’ interrompe,
Venire a’ sacri aitar ne’ vostri tempi
Fra 1’ altre donne con le usate pompe.
Ma, perch’ io in tutto el gran desir t’ adempì
E '1 dubbio tolga che tua mente rompe.
Maraviglia di mie belleze tenere
Non prender già, eh’ i’ nacqui in grembo a Venere.
Descrizione Or poi che il sol sue rote in basso cala 54
delia noi- £ (]a quesf arbor cade maggior 1’ ombra.
Già cede al grillo la stanca cicala.
Già il rozo zappator del campo sgombra ;
E già dall’ alte ville il fumo esala ;
La villanella all’ uom suo '1 desco ingombra ;
Ornai riprenderò mia via più corta :
E tu lieto ritorna alla tua scorta. —
Partita dei- Poi con occhi più lieti e più ridenti, 5>
la Ninfa. ^ ^ ,j c-ej tut(0 asserenò d’ intorno
». 5. * Vai-, accollo: alcune vco.
si. c A. — e. 7. Var. All’ombra: D.S.
Si. 53. — e. t. * Var. orimi:
Cod. ricc. 2723, le vec. si. A. D. S.
— ». 5. * Var. perche in tulio: 0.
— e. 7. Solo nella prima coniuga/,
vien concesso da’ buoni gramm fini-
re in > nel soggiunt. : nelle olire co-
niugaz. osservasi il finire in a. Il
Bembo però concede clic nella se-
conda pers. del soggiunt. si possa
ancora finire in », avendone il Bocc.
ed il Peti-, dato esempio. — v. 8.
Sembra clic indichi la sua nascita a
Porlo Venere nel Genovesnto.
Si. 54. — v. I. * - Come ’l sol
volge le infiammate role » Peti-. —
e. 2. • ...discende Dagli altissimi
monti maggior l’ ombra • Pclr. ; r
Virg. « Maioresquc codimi altis do
montibus Umbrie. « * Var. questi
arbor: Cod. ricc. 2723. — ». 4. Pclr.
■ L'avaro zappator l'arme ripren-
de. • — ». 5 « Et imn somma pro-
cii! villornm culmina fumant » Virg.
ecl. I. * Var. delle alle : Cod. ricc.
4576. ». 6. « F< poi la mensa
ingombra Di povere vivande* Petr. ;
c Virg Georg. IV. • ... scraque re-
vcrtens Noclc domimi dapibus men-
sas onorahat inemptis. » Uov, per
marito, bit, ei'r. — ». 7. » Var. ac-
corta : le vcccb. st. c A. — * Tu»
sconta : la gente clic ti fa compa-
gnia o guardia.
Si. 55. ». 2. — Petr quello
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LIBRO PRIMO.
Mosso sovra l’ erbetta e’ passi lenti
Con atto d’ amorosa grazia adorno.
Feciono e’ boschi allor dolci lamenti,
E gli augelletti a pianger cominciorno :
Ma l’ erba verde sotto i dolci passi
Bianca gialla vermiglia azzurra lassi.
i. autore, (li Che de’ far Iulio ? aimè che pur desidera èo
Seguir sua stella e pur temenza il tiene :
Sta come un forsennato, e ’l cor gli assidera,
E gli s’agghiaccia il sangue entro le vene:
Sta come un marmo fisso, e pur considera
Lei che se ’n va nò pensa di sue pene ;
Fra sé lodando il dolce andar celeste
E ’l ventilar dell’angelica veste.
Passione die
Julio ha
della par-
E par che '1 cor del petto se gli schianti,
E che del corpo l’ alma via si fugga,
luci sante clic fanno intorno a sé
l' acr sereno » e altrove « che ’l
ciel rasserenava intorno» 4 lIGuinic.
« ... se apparisce ... Cosi l’ acre scu-
risce. » Cani, porpol., race. Visconti :
« Chi la rimira sta faccia divina,
I.’ aria, se ci va nuvola, serena : »
nitro senese, race. Tonini. « Le uu-
vilc dal cici fate sparire: » altro,
race. Giunn. « Per venirvi a veder...
L’aria tranquilla al ciel rende la
pace. * — ». i. Amorosa : generante
in alimi amore; Castelv. noie al Pctr.
— v. j. * Var. Fecero : D. — ». 7-8.
Ksiod. Teog., di Venere « e l’erba
intorno sotto i piè dilicati crcscca : •
Lucrezio, pur di Venere « ... libi
suaves (Ledala tellus Submittit flo-
re» : » Claud. » ... quacumque per
licrhani Rcptarcs, fluxere roste, can-
denti uasci Lilia. » * Pctr. • ... fa-
cea... l’erba... co’ piè fresca e super-
ba. » E un calilo pop. tose. « Fio-
risce l’erba do’ avete a passare;
Fiorisce l'erba, le rose c le spine. »
Ponzavo.
E una bella sera, in Firenze, quando
ordinavo quesle note, sculii ila due
ragazzi campagnoli, nelle parli più
remolo della città, cantare « Dove
passale voi, l’erba ci nasce: Pare
una primavera die fiorisce : » clic
soli più belli de’ due del Poliziano.
Si. 56. — ». 1. * Stella, la bella
donna clic a Ini è come stella. —
». 3. Assiderare (da siilut), agghiac-
ciare, intirizzire. — ». A. * Un ri-
spetto del Mofltamiata. . Nelle mie
vene il sangue si rappiglia. » Var.
miro , veccli. st. : U core entro: 1).
— ». ò. * Var. fiso : le st. — ». 7.
Asdaii celeste, è del Pctr. : c Virg.,
di Venere » Et vera incesso paluit
dea. » — ». 8. * Var. venli/iar:
qualche vcecli. st. A. D. S.
Si. 57. — ». 1. Bocc. « Ei pare
clic ’l cuore mi si schianti, ricor-
dandomi » n. 16. * « E quando io
penso..., lo cuore mi si schianta
entro il corpo. » VV. SS. PP. Var.
li si schianti: Cod. ricc. 1576. —
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34
LA GIOSTRA.
ninfadc"a ^ c^e a 811*88 di ^rina a* so* davanti
In pianto tutto si consumi c strugga :
Comparazio- Già si sente esser un degli altri amanti,
E parli che ogni vena amor gli sugga.
Or teme di seguirla, or pure agogna : .
Qui el tira amor, quinci ’l ritrae vergogna.
Parole del- l” son or, Iulio, le sentenzio gravi,
juHo °rC 1 parole magnifiche e’ precetti,
Con che i miseri amanti molestavi?
Perché pur di cacciar non ti diletti ?
Or ecco eh’ una donna in man le chiavi
D’ ogni tua voglia e tutti in sè'ristretti
Tien, miserello, i tuoi dolci pensieri :
Vedi chi or tu se’, chi pur dianzi eri.
L’ autore a Dianzi eri di una fera cacciatore ;
Juiìo. più bella fera or t’ ha ne’ lacci involto :
Dianzi eri tuo, or se’ fatto d’ Amore:
Sei or legato, e dianzi eri disciolto.
£ S
X>
». 3-4. Petr. « ... dolcemente mi
consuma e strugge. • ♦ La compa-
rai. della brina è trita nel Petr. e
nei petrarchisti : udiamola in un
risp. del Montamiota « Mi si distrug-
ge il cuor come la brina. » — ». 6.
Teocr. : • Ahi ahi, tristo Amore, per-
ché a ine il nero sangue dal corpo,
come zecca palustre attaccandoti,
tutto suggesti ? • * B il Casa : • Si
cocente pensicr nel cor mi siede...
Ch’ io temo non gli spirti in ogni
vena Mi sugga. • — ». 8. « Timor
hoc.pudor impedii itimi. » Ovid. Met.
Si. 58. — ». 3. * Var. magnifiche,
i precetti: D. S. — ». 4. * Var. più
di cacciar: D. S. — ». ó-8. * Cosi
i Codd. riec. e le vcccli. st. : ma l'A.
corresse o meglio guastò, seguilo
dal D. c S. c dalla Volg., cosi : Or
ecco ch ' una donna Ita in man le
chiavi D’ ogni tua voglia, c tutti in
lei ristretti Tien... Vedi che or non
se' chi pur dianzi’ cri. — * Dossi
ix sua le chiavi- Avere, tenere, por-
tare la chiave o le chiavi di un
cuore o di altro; i imagine, che i
nostri antichi ebbero comune coi
provenzali, a significare padronanza
o autorità di persuasione su quel
cuore. Vedi anche st. 40, v. 2. Arnaldo
di Marsiglia « Amors a pres de mi
las claus (Amore ha preso di me le
chiavi) : » Petr. • Del mio cor, don-
na, I’ una e I' altra chiave Avete in
man • e * quei begli occhi soavi
Che portaron le chiavi De’ miei pen-
sieri :» anche, chiama la donna «Dol-
ce del mio cor chiave • Meglio che
il Petr. e il Poliz., dice, in un rispetto
pistoiese, dell’ amato, la dama • Le
chiavi del suo cor le porto io seno •
». 8. Var. chi tu te' or : v. st.
St. 5!). — ». 3. Eni zoo, frase
greca, tòt cimi: anche i lat. I’ han-
no; Ovid. « Scd tua sum, treumque
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LIBRO PRIMO. 35
Dov è tua libertà? dov'è ’l tuo core?
Amore e una donna te l’ han tolto.
Ahi come poco a sé credere uom (leggo !
Che a virtute e fortuna Amor pon legge.
Descrizione La notte che le cose ci nasconde co
delia not- Tornava ombrata di stellato ammanto :
E 1’ usignuol sotto le amate fronde
Cantando ripetea l’ antico pianto ;
Ma solo a’ suoi lamenti eco risponde,
Ch’ogn’ altro augel quotato avea già il canto :
Dalla cimmeria valle uscian le torme
De’ Sogni negri con diverse forme.
Fine delia E’ giovan che restati nel busco crono, ci
Vedendo il ciel già le sue stelle accendere.
Sentito il segno, al cacciar posa ferono :
fui |iuerilibus annis. > — ». 5.
* Var. do»’ è tuo: A. D. S. Volg. —
». 7-8. * Così leggono con tulle le
veech. stamp. i Codd. ricc. ; c l’Oli-
vcriano, per attestazione del Betti
che aggiunge: ■ bellissimo c tutto
efficacia £ 1’ epifonema Ahi come
poco cc.. il quale poi ottimamente
si lega con tutta la stanza : nc so
come le altre edizioni abbian potuto
sostituire que’ due freddissimi ver-
si, Ed acciocché a le poco creder
(leggi, Ve' che a virtù, a furlana
Amor pon leggi : » come leggono A.
D. S. e la Volg.: eccetto la fioren-
tina ediz. del {79-1.
Si. 60. — ». f . Verso tolto di
peso da Dante. — ». 3. Claud. rapi.
Pros. • Stcllanles nox pietà sinus. •
* Var. manto : D. S. — ». 3-i. * « E
Filomena nella siepe ascosa Va ite-
rando le sue dolci querele > Monti,
Feron. III. — ». 5. * Veramente i
Codd. e le vecch. st. qui e altrove
leggono ecco in vece di eco : ma
non ci busto 1’ animo di rimetterlo
nel testo. — ». 6. * Var. augello
guclo avea: D. S. — ». 7. *■ Var.
Pella cimmeria : A. S. * Cimieri v
valle, la contrada del Bosforo Cim-
merio o Bosforo Tracio che i Greci
credevano confinante all’ inferno e
sempre ingombra di tenebre, c ne
faceuno la sede del Sonno.
Si. 61. — ». 1. * E imitile av-
vertire che A. D. S. seguiti dalla
Volg. espunsero da questa ottava
le fiorentinesche e antiquate ter-
minazioni in ono delle terze pers.
plur. c vi sostituirono le più co-
muni erano, tchierano, mcrcano,
cercano: e per ciò fare anche furon
costretti a mutar di lor capo la pro-
pria frase posa ferono nell’ impro-
prio c pesante fine imperano : la-
qual bella gemma è- rimasta fino a
qui nel tesoro delle eleganze poli-
zianesclle rifornito a balia degli ele-
gantissimi del cinquecento. — ». 2.
l’etr. « . . poiché il cielo accende
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30 LA GIOSTRA.
Ciascun s’ affretta a lacci e reti stendere :
Poi con la preda in un senticr si schierano:
Ivi s’ attende sol parole a vendere ;
Ivi menzogne a vii pregio si mercono.
Poi tutti del bel Iulio fra sé cercono.
Ma non veggendo il car compagno intorno, ce
Ghiacciossi ognun di subita paura.
Che qualche cruda fera il suo ritorno
Non gl’ impedisca o altra ria sciagura.
Chi mostra fochi, chi squilla '1 suo corno ;
Chi forte il chiama per la selva oscura :
Le lunghe voci ripercosse abondono;
E Iulio Iulio le valli rispondono.
Ciascun si sta per la paura incerto, 63
Gelato tutto ; se non che pur chiama.
Veggono il ciel di tenebre coperto;
Nè san dove cercar, benché ognun brama :
Pur Iulio Iulio sona il gran diserto :
Non sa che farsi ornai la gente grama.
Ma, poi che molta notte indarno spesono.
Dolenti per tornarsi il cammin presono.
le sue stelle. » — t>. 4. * Vai-,
■t' affronta. .. rete : vcceh. st. —
». 6. Parole * vendere : intcrlcncrc
altrui con vani ragionamenti, dar
chiacchiere. V. C. * forse qui, spac-
ciar menzogne sul conto della caccia.
— e. 7. * Var. prezzo : A. D. S.
Volg. — v. 8. Virg. « Amissos longo
socios sermone requirunl. »
Si. G2. — v. \. * Car: tronca-
mento clic ha molti altri esempi nel
sec. XV o XVI. — ». 2. * Var. ag-
yluoccia : D.S. V. — e. 3. * Var. dura
fi era : le st. — ». 4. * Var. Non impe-
rlitea od : A. D. S. V. — e. 5. * Cosi
leggono i Codd. ricc. le vec. si. e il
Cod. oliv. per attestazione del Betti:
ma A. D. S. e la V. Chi mostra fochi
e chi. — ». 8. * I soliti correggitori,
A. D. S. seguiti dalla Volg., cambiano
abondono in a&6ondano,-poi vi appic-
cano del suo qacsto bel verso, E Giu-
lio par che le valli rispondano.
Si. 63. — ». 3. * Var. reggendo
il ciel : le st. — ». 4. * Così i Codd.
ricc., le vec. st., c il Cod. oliv.: ma
i correggitori c la Volg. cercar, ben-
ché ognun. — e. 5. Virg. ecl. VI. « ...
ni littus Ilyln Hyla sonare! : » e il
Sannaz. • Androgèo Androgèo sonava
il bosco. » — ». 7. * Molti som., al-
la Ialina: « multa norie, ad mulluin
dicm • Cicer. — ». 8. * Var. tornare ,
le st. spesero. .. presero : A. D. S. Volg.
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LIBRO PRIMO. 37
Cheti se ’n vanno : e pure alcun col vero 6+
La dubbia speme alquanto riconforta,
Ch’ e’ sia reddito per altro sentiero
Al loco ove s’ invia la loro scorta :
Ne’ petti ondeggia or questo or quel pensiero
Che fra paura e speme il cor traporta:
Cosi raggio, che specchio mobil forza.
Per la gran sala or qua or là si scherza
Ma il giovin, che provato avea già l’arco cs
Ch’ ogni altra cura sgombra fuor del petto,
D’ altre spemi e paure e pensier carco
Era arrivato alla magion soletto.
Ivi pensando al suo novello incarco
Stava in forti pensier tutto ristretto;
Quando la compagnia piena di doglia
Tutta pensosa entrò dentro alla soglia.
Ivi ciascun più da vergogna involto cc
Per gli alti gradi se 'n va lento lento :
i.omparazio- Quaij j pastor, a cui ’l fier lupo ha tolto
, 11 più bel toro del cornuto armento;
Si. Gi. — ». 3.11 Dolce cangiò red-
dito in tornalo: mutazione inutile
e capriccioso, ehè reddito l’ usò
Doni. Ini. X. Purg. I. Par. XI c XVII!.
— - * E col Dolce il Scrmart. : nè pur
troppo fu solo questo cambiamento ;
nè delle più impudenti correzioni
si accorse il Nannucci, che, quando
giovine di 25 anni illustrava il Po-
liziano, noti potea essere ancora quel
consumato filologo clic tutti sanno.
I.c vcccli. st. leggono : Ch’ el ria
•reddito. — v. 5. Virg. * Nunc huc
ingentes nunc illue pectore curas
.Mulabat versans » e altrove ■ ma-
gno curarum fiuctuat ;cstu : » trad.
dal Tasso « In gran tempesta di
pensieri ondeggia. » — ». 6. Virg.
« spemque metumque inter dubii. •
— ». 7-8. Ovid. Mei. IV: « Non alitcr
quam cum puro nitidissimus orbe
Opposita speculi referitnr imagine
Pluxbus. » Virg. Vili jEn. « Sicut
aqute trcmulum labris ubi lumen
altenis Sole repercussum aut radian-
ti imagine luna: Omnia pervolitat
late loca, iamque sub auras Erigitur
summique ferii laqueario tedi. - —
* Ferz», sferza, percuote : il verbo
ferzare i del solo Poliziano, eh’ io
sappia : ma il nome ferzo è di Dan-
te, e di altri.
St. 65. — ». 2. Peti-, « ... il gran
disio Ch’ogni altra voglia dentro al
cor mi sgombra.» — ». 5. * l.vcvnco,
met. • presi l’amoroso incarco. » Petr.
Si. 66. — ». 2. Gridi, lat. gra-
dui, scaglioni. — ». 3. * Var. il pa-
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LA GIOSTRA.
3S
Tornonsi al lor signor con basso volto.
Nè s’ ardiscon d’ entrare all’ uscio drente :
Stan sospirosi e di dolor confusi ;
E ciascun pensa pur come s’escusi.
Ma tosto ognuno allegro alzò le ciglio, gì
Veggendo salvo 11 sì caro pegno :
Comparano- Tal si fé, poi che la sua dolce figlia
Ritrovò Ceres giù nel morto regno.
Tutta festeggia la lieta famiglia :
Con essi Iulio di gioir fa segno;
E quanto el può nel cor preme sua pena,
E il volto di letizia rasserena.
Quei fece a- jfa fatta Amor la sua bella vendetti), 6S
la vendet- Mossesi lieto pel negro acre a volo ;
ta- E ginne al regno di sua madre in fretta
*/or : A. D. S. Volg. t’. ó . Virg.
■ Seri frons Itela parum et tlcicelo
lumina vullu. » — ». 6. * Var. iVè
ardiscono (l'entrare: D. — Drem-
to. Il Salviati negli Avv. sopra il
Decani, guarda in cagnesco questa
voce, per altro usata da buoni poeti
antichi e moderni; * e dal nostro
anche fuor di lima, benché nella
volgala le fosse sostituita dentro. —
». 6. * Di noioa composi: Dante « di
tristizia tutto mi confuse. » — ». 8.
Var. si scusi : le st.
Si. 07. — ». 2. * Pegmo : cosa
cara, in generale: Pctr., di Laura
viva - Amor più caro pegno, Don-
na, di voi non ave • e a Laura
morta « Dolce mio caro prezioso
pegno. • I Latini dicevano pignora ,
quasi pegni del vincolo matrimo-
niale, i figliuoli e i nepoti, poi all-
eile i parenti più stretti: ■ Tot na-
tos natasque et, pignora cara, nc-
potes • Mei. — ■ ». K. * Morto becro:
Dante chiama doloroso regno P in-
ferno, c tuona lu scritta sull’entrata
dell’inferno, e morta l’aura sua, e
morta la poesia che dell’ inferito trat-
ta. — ». 5. * Fìmigu»; i servi, alla lai. ;
ovvero la brigata che accompagnava
Giulio. — ». 6. * Var. con esso lu-
tto: Baz. c D: con essa tulio: A. S.
V. — »..7. Virg. « ... premit alluni
corde dolorcm. »
St. 68. — ». I. * Var. fatto: le si.
Peti-, aneli’ egli di Amore. « Per far
una leggiadra sua vendetta. » — ». 2.
* Cosi legg. i Codd. riccard. ; per-
chè, se ben vi ricorda, quando Si-
monetta s’ alzò per tornarsene era
già il tramonto; c quando i com-
pagni feron posa al cacciare era giù
notte. Le stampe leggono Mossesi
lieto per V aere a volo , cou verso
che lult’altro fa che volare. L’ im-
magine è di Claud. « Risit Amor,
placidiequc volaus trans lequora
mairi >unlius et totas iactantior
esplicai alas - De nupt. Iloti. — ». 3.
• Malrem celeri petit ipsc volatu •
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LIBRO PRIMO.
39
Ov’é de’picciol suo’ fratei lo stuolo:
Rc?no di Vo- ,\l regno ove ogni Grazia si diletta,
"”CFiorà^ Ove Beltà di fiori al crin fa brolo,
Zefiro. Ove tutto lascivo drieto a Flora
Zefiro vola e la verde erba infiora.
Into Musa* canta meco un po’ del dolce regno,
Erato bella che ’l nome hai d’ amore :
Tu sola benché casta puoi nel regno
Secura entrar di Venere e d’ Amore :
Tu de’ versi amorosi hai sola il regno :
Teco sovente a cantar viensi Amore ;
E posta giù dagli omer la faretra,
Tenta le corde di tua bella cetra.
Descrizione Vagheggia Cipri un dilettoso monte
m venero Che del gran Nilo i sette corni vede
co
7(0
Sidon. A poli. « nel regno di sua
madre venne • Petr. — * ». 5. Si
uiletta, prende diletto del dimorare:
Guilt. Leti. • Non dilettate nel mon-
do. » — ». 6. * Brolo, provenz.
brulli, .significò una selva cinta di
muro per tenervi animali da caccia
(dal gr. peri-bólion), c orto chiuso,
v semplicemente, massime in Lom-
bardia c nel Veneto, orto. Ma Dante,
inerendo all'etimologia ( pcri-balloo ),
« di gigli Intorno al capo non fa-
cevnn brolo ; • dove il Ritti intcr-
petra frontale, corona. Di qui la
locuzione del Poi iz. : e mule la Cr.,
dopo avere spiegato per ghirlanda
di fiori il brolo di Dante, iuterpetra
il verso del Poliz. fa parere la chio-
ma un brolo un giardino. — ». 7-8.
* Claud., del regno di Venere « t ura...
qute... Perpeluum florent zcphyro
contenta colono. » Infiori, fa col suo
tepore nascer per mezzo l' erba i
fiori.
Si. 69. — ». 1. * Stai., cpilh.
Slel. * Hic. Erato inclinila, duce. -
— ». 2. Ovid. de art. am. « None,
Erato, nam tu itomeli Amoris liabes. -
Dal gr. ’eràin (amare) deriva il no-
me di Erato. — ». 5. *Cioè; hai la
supremazia e 1’ eccellenza dei versi
amorosi. Il Foscolo, a Virg. « ...
ognun t’adori Ite dei versi divini. »
Latinamente : Cicce. • sublatis indi-
ciis, umisso regno forensi - fam. IX;
c Aseonio chiama Ortensio ree cau-
sarum ; Vulcano in una moneta ili
Claudio Gotico (presso Eckhcl, VII) è
appellato rcx artis. — ». 7. * Var.
degli omer : D. — ». 8. * Vur. Tem-
pra le corde: qualche vccch. stam-
pa.
Si. 70. ». ì. — * Vagnegcu, I)i-
ccsi di luogo alquanto ulto clic do-
mina da amena situazione: « ... un
palagio,., il quale, posto in cima di
un colle,., ila settentrione vagheggia
buona parte di Firenze. » Fircrn.,
Ragionali!. — * Conni. Si dicono
c orna de’ fiumi i rivi da cui emer-
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LA GIOSTRA.
40
« di Amo- e 'I primo rosseggiar dell’ orizonte.
Ove poggiar non lice a mortai piede.
Nel giogo un verde colle alza la fronte;
Sott’ esso aprico un lieto pratel siede ;
U’ scherzando tra’ fior lascive aurette
Fan dolcemente tremolar l’ erbette.
'Corona un muro d’ òr l’ estreme sponde 71,
Con valle ombrosa di schietti arbuscelli.
Ove in su’ rami fra novelle' fronde
Cantan i loro amor soavi augelli.
Sentesi un grato mormorio dell’ onde.
Clic fan due freschi e lucidi ruscelli
gono c clic poi (umidiscono in un
letto, o quelli in cui si diramano
.scaricandosi in mare ; forse dalla
curvità. Scrdonati « L’Indo con due
corna si scurirà in mare. • —
li. 3. * Cioè; il punto ove l'oriz-
zonte rosseggia primieramente al
mattino; vale a dire l’oriente. Var.
Al primo : D. S. Volg. — ». 4.
* Var. al mortai: Cod. rice. 1576 e
le vecch. stampe. — * Siede, per di-
notare la sua positura in piano.
« Siede la terra, dove nata fui, Sn
la marina » Dante: * Siede Parigi
in una gran pianura • Ariosto.
• Campo Nola sedei » Sii. Ital. XII.
— * Lascive. Lascivo dicesi latina-
mente di un moto o di un giro
non rapido ma contorto e quasi
scherzoso. — Quest’ ottava è prosa
quasi tutta da Ctnudiano, Epital.
d’ Onorio e Maria: « Mons lalus
coum( • Cypri pra'ruptus ohumbrnt
Invius liumano gressu, Phariumque
cubile Protcos et septem despeelat
cornila Nili... In campana se fundet
apex. » (• Ove il Gesnero annota clic
de^i intendere questo monte es-
ser posto nella parte più orien-
tale di Cipro, onde scorgesi più di-
rettamente l’oriente per una parte
c per I’ altra l’Austro o le bocche
del Nilo: valga anche pel Nostro.)
E il Pclr. Tr. Am. IV, cosi de-
scriveva l'isola di Cipro: • Giace
olirà, ove l’Egeo sospira e piagne,
lln’ isolclla delicata e molle Più
eli’ altra clic ’l sol scalde o che ’l
mar bugne. Nel mezzo è un ombroso
e verde colle Con si soavi odor con
‘ si dolci ncque Ch’ogni maschio pen-
sier dell’ alma lolle. >
Si. 71. — ». I. » Cono** : intor-
nia, circonda : Lucrct. VI : ■ Lacum
myrtetu coronane • Inf. XXXI: - Mon-
tereggion di torri s’ incorona. » —
». 2. Schietti arbcscelu: Pctr. - Schiet-
ti arbuscelli e verdi fronde acerbe »
dove il Castclvctro nota: schietti, ag-
giunto di bellezza d’arboscelli che
mostrano di dover crescere. * In-
tenderei, lisci, puliti, senza nodi ;
secondo quel di Dante « Non rami
schietti, ma nodosi e ’nvolti > e Dante
disse schietto il giunco (Purg. 1) ;
c ’l Petr. • lauro giovinetto e schiet-
to ■ — ». 3. * Novelle, fresche, di
recente spuntale : • fìor novelli •
Lor. de’ Mcd. : « boschetto nuovo «
Petr. « — ». 4. E sugli alberi augel-
letti dolce parlano • Tcocr. — ». o.
• Risuonan dolce mormorio del-
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" LIBRO PRIMO. Il
Versando dolce con amar liquore.
Ove arma l’ oro de’ suoi strali Artiere.
Né mai le chiome del giardino eterno 72
Tenera brina o fresca neve imbianca :
Ivi non osa entrar ghiacciato verno;
Non vento o T erbe o gli arbuscelli stanca :
Ivi non volgon gli anni il lor quaderno ;
Ma lieta Primavera mai non manca,
Ch’e’suoi crin biondi e crespi all'aura spiega
E mille fiori in ghirlandetta lega.
.Com- Lungo le rive e’ frati di Cupido, 73
Amori
P onde 1 limpidi cristalli freschi e
chiari > Lapilli. * Lucidi miscelli :
• Lucidus uinnis » Ovid. Mei. Il ;
• lucidi freschi rivi e snelli > Petr.
— e. 7. * Limone, acqua : * liquorcs
pel lucidi amniuin » Cicer. De li. d.
Purg. Il : « Cadea dall’ alta roccia
un liquor chiaro ■ — e. 7-8. Allude
il P. al dolce amaro di amore: onde
anche il Peti-, « Cosi sol d’ una chiara
fonte viva Muove il dolce e I’ amaro
ond’ io mi pasco. » Anche quest’ ot-
tava è tolta da Claudiano : • ... Rune
aurea sepes Circuit, et fulvo defendit
prato metallo... Labuntur gemini fon-
ica : liic dulcis, amarus Alter, et infu-
sis corrumpunt niella veneuis; Undc
cupidineas armavil fuma sagittas. >
Si. 73. — c. 1. * Chiome del li» uni-
vo : . ueniorum coma > Homi. : • arbo-
reas comus » Ovid. Amor; : « ... le bion-
de chiome Delle aperte campagne •
L. Martelli, ecl. — e. 3. * Yar. non
«sa; qualche vcccli. st. — ». 4. *Vur.
o trito l’ erbe : st. — * Stìhcà : meta-
foricamente, come in Dante « come
quella (fiamma) cui vento affatica ; •
onde il Niccolini • Non più il vento
le selve affatica. • — ». 5. Non
soffrono alcuna mutazione per vol-
ger di cielo. La Crusca riporta que-
sto verso, ma non dà alcuna spie-
gazione. * La voce quaderno in ge-
nerale significa unione di quadro... :
c qui il quaderno degli anni im-
porla le quattro stagioni, le quali
in quel luogo non si avvicendano,
come accade altrove, ma sempre vi
è primavera. Così pare che Dante,
Par. XVII, usasse quaderno della ma-
teria per i quattro elementi (Forna-
ciari.) — ». C. Ovid. • Ver crai ailer-
num: • e altrove : • Perpctuum ver
est. » — ». 7. * Navagcro : • lain
nitidum os Ver molle auras in
luminis audet Proferre... Tempora
diversis tollcns halantiu scrtis. »
Var. Clte 'l ano crin biondo e crespo :
una veccli. st. — ». 8. Amplillcaz. an-
che questa ottava di quel di Claud.
« Dune ncque cundentcs audent ve-
stire pruina;; Hune venti pulsare
timcnt, liunc laniere nimbi... pars
acrior unni Exsulat, alterni palei
iiidiiigcnlia veris. *
Si. 73. — ». I. * Alessandro Afro-
diseo nel LXXXVII dei Probi. (Ira-
duz. di Ang. Poliziano) • Non est
autem unus Amor, sed plures : seu
quia diversi rerum sunt amores ;
uliter enim atquc ali ter amant; que-
madniodum et divinus Plato ait,
atnoretn mullorum capitimi belluam
esse : seu quia sub multos, ut idem
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LA GIOSTRA.
■12
Che solo uson ferir la plebe ignota.
Con Site voci e fanciullesco grido
Aguzon lor saette a una cota.
Piacer e Insidia posati in su '1 lido
Volgono il perno alla sanguigna rota ;
E ’l fallace Sperar col van Disio
Spargon nel sasso l’acqua del bel rio.
Dolce Paura e timido Diletto, 74
Dolci Ire e dolci Paci insieme vanno :
Le Lacrime si lavon tutto il petto,
E '1 fìumicello amaro crescer fanno :
Pallore ismorto c paventoso Affetto
Con Magreza si duole e con Affanno :
Vigil Sospetto ogni sentiero spia :
Letizia balla in mezo della via.-
voluttà. Voluttà con Belleza si gavaza : 75
Contento. Va fuggendo il Contento e siede Angoscia :
Angoscia. E1 cieco Errore or qua or là svolaza:
furore. Percotest il ruror con man la coscia:
ait, amores idem cailit ;» e altrove: poveri che la cola. » », t-5.
« Cupidines ilaque diversi, quia et Claud. • Mille pliaretrati Iudunt in
plurcs Venercs, ut vulgivoga et Lu- margine fratres, Ore pares, avo si-
perca. » — ». 2. * Nel prol. del- miles, gens motlis Amorum... Hi ple-
I' Aminta Amore dice « F. solo al beni feriunt. » — v. 5. * Var. Tra-
volgo de’ ministri mici. Mici minori cere. Insidia: A. S. Volg. ; Piaceri,
fratelli, ella consente L’ albergar fra insidia: D. — ». 7. Anche il Petr.
le selve ed oprar l’armi Ne’ rozzi dà la Sperania per compagna ad
petti. » — r. 3. * Caino: qui eia- Amore, ma in altra positura: • E
more, schiamazzo. — ». A. Hor. false opinioni in su le porte, E lu-
Od. Il, $. ... • ferus et Cupido Sempcr lirico sperar su per le scale. »
ardcntes acuens sagittas Cote crucn- * Var. Il fallace : A. D. S. Volg.
ta. • # Ariosto, VI : « Volan sclter- Si. 74. — * v. 2. Veramente i Codd.
zando i pargoletti Amori... Chi lem- c qualche vecch. si. leggono a di-
pra dardi ad un rusccl più basso, spetto do’ grammatici : • Dolce ire
E chi gii aguzza ad un volubil sas- c dolce pace. » — ». 3. * Si lavo*: si
so. • — * Cota : gli antichi usarono bagnano; latinamente: Plaut. • eas
e usa il popolo toscano ridurre alla lacrimis lavis. » JE n. X : • lavit im-
prima declinazione certi nomi fem- proba tetcr Ora cruor. »
minili della terza; cosi trovasi ue'clas- Si. 75. — ». 1. Si cavazza. si ral-
sici e diccsi tuttavia lapide e lapida, legra smoderatamente. * Var. iW si
canzone c canzona: cola usa unchc guazza: Aid. — ». 4. * Il viilunellu,
in prosa il Saccliclli : • siete più di Dautc, clic vede nevata tutta lu
♦
patini degli
amori.
Piacere.
Insidia.
Speme.
Desio.
Paura.
Diletto.
Ire.
Paci.
Lacrime.
Pallore.
Spavento
Magreza.
Affanno.
Sospetto.
Letizia.
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LIBRO PRIMO.
hZ
Pcnitcnzia.
Crudeltà.
Disperazio-
ne.
La Pcnitcnzia misera stramaz»,
Che del passato error s’ è accorta poscia :
Nel sangue Crudeltà lieta si ficca :
E la Disperazion sé stessa impicca.
Incanno.
lliso.
Cenni.
Sguardi.
Gioventù.
Pianto.
Dolori.
Licenzia
Tacito Inganno e simulato Riso
Con Cenni astuti messaggier de' cori
E fissi Sguardi con pietoso viso
Tendon lacciuoli a Gioventù tra’ fiori.
Stassi col volto in su la palma assiso
El Pianto in compagnia de’ suo’ Dolori
E quinci e quindi vola senza modo
Licenzia non ristretta in alcun nodo.
Cotal milizia i tuoi figli accompagna.
Venere bella madre degli Amori.
Zefiro il prato di rugiada bagna.
Spargendolo di mille vaghi odori :
Ovunque vola, veste la campagna
Di rose gigli violette e fiori :
1/ erba di sue belleze ha meraviglia
Bianca cilestra pallida e vermiglia.
76
campagna « si balte I’ anca. • Mar-
silio c Agrannmle, nell' Ariosto, si
battono « del folle ardir la guancia. -
— e. 5. Stiujaza, in signif. neutro,
cade in terra senza sentimenti.
* Var. schiamazza : una veccli. si.
I! Pctr. fra i compagni d’ amore,
ricorda: « Dubbia speme d’ avanti
e breve gioia, Penitenza e dolor dopo
le spalle. » — v. 7. Si ficca. * Forse
improprio, ma non senza efficacia.
J li. 76. — ». I. * F. Coppetta, in
una allegorica cacciata di amore,
• Colle reti e col fuoco era l’In-
ganno Seco e ’l Diletto : io disar-
malo e solo.... Ben mi soccorse la
Vergogna e ’l Danno. » — ». 4.
Lupini : * Or Fraude aperta ed or ce-
lato Inganno Tendon lacciuoli a ma-
nifesta Morte. ■ * Var. a' giovani: le
Si. — ». 5-8. Claud. : * Ilio habitat
nullo conslricla Liccntia nodo; Et
Aceti facilcs Ine, vinoque madentes
Excnbi®, Larry nacque rudes ; et gra-
tus arnun t n ni Fallar; et in primis ti-
tubans Audacia furtis; Jucundiquc
Metus et non sectira Voluptas; El la-
sciva volani levibus Penuria penuis :
Ilos inter pelli lans alta cervice Juven-
tus Excludil Seuium loco. • * Anche
il Pctr. nel Trionf. d' Am. gli dà altri
compagni, non però così esplicita-
mente personiflcuti.
St. 77. — ». 5. * Veste : - Veste
di verde tutta la cumpugnu » Ru
celiai. — ». 7. * Var. Di sua bellezza
l’erba ha, Bazal: l/erba di sua bel-
lezza; le altre st. Rammenta il vir-
giliano -... nrbos, miraturque nova.-,
frondes. » — 3-8. Preso da quel di
Claudiano, De rapi. Pros. Il : • ... lite
novo inadiduntes ucctarc pcnnasCon-
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u LA GIOSTRA.
Trema la mammoletta verginella 78
Con occhi bassi onesta e vergognosa :
Ma vie più lieta più ridente e bella
Ardisce aprire il seno al sol la rosa :
Questa di verde gemma s’incappella:
Quella si mostra allo sportel vezosa :
L’ altra che ’n dolce foco ardea pur ora
Languida cade e il bel pratello infiora.
L’alba nutrica d’amoroso nembo 79
viole. Gialle sanguigne e candide viole,
iacinto. Descritto ha il suo dolor Jacinto in grembo:
Narciso. Narcisso al rio si specchia come suole i
In bianca vesta con purpureo lembo
Varie guise
di fiori.
Uosa.
cutit et glebas fcccundo rore mari-
ta t. Quoque volai, vernus sequitur
coloriomnis in hcrbasTurgctliumus,
medioque patent convexu sereno:
Sanguineo splendore rosas, vnccinia
nigro Induit, et dulci violas feru-
gine pingit. »
Si. 78. — r. 5. * Verde ce»**.
Var. verdi gemme: A. Volg. « le
bocce o sia i bottoni' dentro cui
stanno fasciale le rose( prima di
aprire (Fornaciari) » — S' ikcappelu.
* Incappellare, mettere il cappello,
coprire. Dante, Par. XXXII : ■ con-
vicn ebe s’ incappelli. » Quasi che
la rosa si faccia cappello di quella
verde e prominente pellieina clic la
fascia prima che sbocci. Piacque an-
cora al Caro, clic parlando d' un
monte disse : • Di neve alteramente
s’incappella. » (En. XII): e il Botta,
dello Spinga « monte eternamente
incappellato di nevi. » (Fornaciari.)
Varv »’ incapclla : Cod. cliig. (edii.
rom. 1804). A. D. S. — o. 6. * Cioè,
comincia ad aprirsi, sboccia (Por-
naciari.) Si sente P imitazione d’uu
epigr. latino (Burmann. Antli.) « Pri-
ma papillatos dueebat ... corymbos :
Altera puniceos apices ambone leva-
bat: Tertia non totum calatili patc-
fecerat orbcm : Quarta simul nituit,
mutato tegmine floris. Dum levai una
caput, dumque explicat altera no-
dum.... »
Si. 79. — e. 1. Amoroso xembo:
intendi della rugiada (Fornaciari.)
— p. 2. * Var. sanguigne, candide:
A. Comin. Volg. — p. 3. Ovid. Met.
« Ipsc suos gemitus foliis inscribi t,
et ài cu Flos liabct inscriptum, fu-
ncstaque litera ducta est. » E da
Teocr. il giacinto vispe chiamato
iscritto. * Mosco, nella morte di
Bione, rivolgendosi a questo fiore
• Ora, o giacinto, esprimi le tue
lettere, c più pienamente l' ahi ahi
accogli ne’ petali tuoi. » Jtoxro,
secondo i poeti, era un giovinetto,
il quale, giuocando con Apollo al
disco, involontariamente si uccise;
e quel dio del sangue di lui fc sor-
gere un fiore di questo nome, che
nelle foglie alcuna volta pare che
abbia scritto ai, voce di dolore (For-
naciari.) — p. 4. * Narciso era un
giovaue avvenentissimo, il quale,
essendosi una volta veduto in un
fonte, rimase talmente preso di sua
bellezza che non si potè più stac-
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LIBRO PRIMO.
in
Clizia Si gira Clizia pallidetUt al sole :
„ Adon rinfresca a Venere il suo pianto :
Acanto. Tre lingue mostra Croco, e ride Acanto.
Mai rivesti di tante gemme l’ erba so
La novella stagion che ’l mondo avviva.
Sovresso il verde colle alza superba
L’ombrosa chioma u’il sol mai non arriva:
E sotto vel di spessi rami serba
Fontana. Fresca e gelata una fontana viva.
Con sì pura tranquilla e chiara vena
Che gli occhi non offesi al fondo mena.
care dal vagheggiarsi, e li sul mar-
gine di quel fante appoco poco si
mori dell’ amor di sè stesso; e fu
mutato in un fiore clic ama di cre-
scere lungo i rivi (Fornaciari.) —
t>. 6. * Clizia era una ninfa amante
del sole: fu cambiala in fiore detto
f/i7roj}li>J#clie equivale a girasole
(Fornaciari.) « Est in parte rubor,
violsequc simillimus ora Klos tegit:
illa suum, quamvis radice lenetur,
Vertilur ad solcm » Metnm. IV. —
». 7. * Aoohe, giovane cacciatore,
caro molto alla dea Venere, scndo
stato ucciso da un cignale, dal san-
gue di lui nacque un fiore detto
anemone o anemolo. (Fornaciari.) —
». 7. Rispkesca, rinnova. — ». 8.
* Cuoco, fiore clic ha in mezzo un
fiocco diviso in tre cordoni di color
rosso (ire lingue), cui si dà il nome
di zulTerano (Fornaciari.! Secondo il
mito. Croco, amante di Smilacc, fu
cangiato dagli dei nel fior del zaf-
ferano. — Acauto : anche Virg. dà
all’ acanto 1’ aggiunto di riderne
• Mixtaque ridenti eotocnsia fumici
acanlho. • * Secondo i Mitologi mo-
derni, fu Viinfa da Apollo, per la
sua ritrosia, mutala nella pianta clic
porta quel nome.
Si. 80. — ». i. Var. Ni mai ve-
eli: D. S. V. — ». 3. * Le più
delle st. leggono tovr' eno o tovru
eeto: noi co’ Codd. e con qual-
che ani. ediz. leggiamo Sovkesso,
che qui vuol dire al di sopra :
Dante: sovr’ esso l’acqua. « E il
colle che al di sopra (cioè al di sopra
del prato innanzi descritto) alza l'om-
brosa chioma , ossia la cima degli al-
beri (Fornaciari.) > — ». 4. • Né
quella (selva) il sole lucente co’ raggi
batteva » Odiss. XIX. * « ombra per-
petua clic mai Raggiar non lascia
sole ivi nè luna » Purg. XXVIII.
Var. u' sol: qualche v. st. — ». 5.
* Al Dolce c al Semi, dispiacque E
tolto vel, e sostituirono E i mila elee :
ricordando forse l'oraziano - cavis
imposilam iliccm Saxis, nude loqua-
ces Lympli® desiliunt... » — ». 5.
Spessi baiii, « spissa ramis laurea »
Oraz. od. — ». 5-8. Preso da quel
di Clandiano : • Haud procul inde
locus... Panditur, et nemorum fron-
doso margine cinclus Yicinis pal-
lescit aquis: admittit in illuni Ccr-
nentcs oculos et late pervius liumor
Ducit iuolTensos liquido sub gurgite
visus, Imaque perspicui prodit se-
creta profundi. — * Gli occhi jio.v
offesi al fosco mesa. Dante, dcl-
I’ acqua del ruscello nel Parad. ter-
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LA GIOSTRA.
16
Ondo nasce
1* acqua.
L’acqua da viva pomice zampilla.
Che con suo arco il bel monte sospende ;
E per fiorito solco indi tranquilla
Fingendo ogni sua orma al fonte scende:
Dalle cui labra un grato umor distilla.
Che ’l premio di lor ombre agli arbor rende :
Ciascun si pasce a mensa non avara;
E par che l’un dell’ altro cresca a gara.
Si
varie pian- Cresce 1 abeto schietto e senza nocchi se
Da spander l'ale a Borea in mezo Tonde;
Elee. ' L’ elee che par di mòl tutta trabocchi ;
Lauro. E il laur che tanto fa bramar sue fronde :
cipresso. Bagna Cipresso ancor pel cervio gli occhi
restre « nulla nasconde; » il Tasso
di una fonie « trasparente sì, clic
non asconde Dell’ imo letto suo va-
ghezza alcuna. »
Si. 81. — ». 4. Claud vivo
de pumice fontes Roseola moliilibus
lambebant graininn rivis. * Var.
di viva : D. S. — ». 2. * Cnn coi»
suo arco : Riferiscilo alla pomice
che formava come un arco (Fonia-
ciari.) — ». 3-4. Catullo: « Qua-
lis in aeri! pellucens vertice nion-
lis Rivus muscoso prosilit c lapide;
Qui, cum de prona pricccps est valle
volutus, Per medium densi transit
iter populi. » — * Pisceido cotti so»
orma: vuol dire die scorrendo lam-
biva continuamente una riva semi-
nala di pinti fiori (Fornaciari.) Var.
piangendo; qualche v. st., fursc per
errore tipograf. c A : piegando ; D. —
». i. * Al foste, cioè alla fontana
nominata al v. 6 dell’ ottava prece-
dente ; la (piai fontana si formava
dell' acqua ora delta. (Fornaciai1!.) —
». 5. * Var. deslilia : vccch. st. A. D. $.
— ». 6. Rende il premio agli alberi
delle loro ombre col fecondarli scor-
rendo intorno alle loro radici, sic-
ché crescano più fiorenti e più belli.
Tasso, Ger. XVIII : . Bagna egli («7
canale tf un fiume) il bosco, e il
bosco il fiume adombra Con bel
cambio tra lor d’ umore c d’ om-
bra. » * Var. Clic premio : D. — ». 7.
* Ciascun albero piglia «ndrimen-
to dall’ indicato ruscelletto. (Forna-
ciari.)
Si. 82. — ». I. Senza nodo 6
1' abete dal mezzo li. giù, onde an-
che Ovid. « enodisque abies : » vers-
ta cima è nodos c duro. Tcofr. lo
chiama lunghittimo e diritto torgen-
le. * F, Virg. « procera abies. » —
». 2. E coltivato per antenne ed al-
beri da navi. Virg. « Casus abies
visura murino*. » * Claud. * apta
IVelis abies. • Sannzz. Arcad. p. I :
» Quivi senza nodo veruno si vede
il dirittissimo abete nato a sostenere
i pericoli del mare. • Il Monti dice
del pino (Fermi. Ili) : « A sfidar nato
s» gli equorei flutti D’ Africo e
il’ Euro t tempestosi assalti. » —
». 3. • llex piena fuvis » Claud.
Ilapt. Pros. * Nelle cavità dell’ elee
fanno le api i lor favi (Fornaciari.)
— ». 4. * Allude all’ uso d’ incoro-
nare di alloro i vincitori e i poeti
(Fornaciari.) — ». ó. * Omesso o
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UDRÒ PRIMO.
47
Con chiome or aspre e già distese c bionde
Albero. Ma I’ alber che già tanto a Ercol piacque
platano. Col p|atan trastulla intorno all’ acque.
c™ Surge robusto il corro et alto il faggio, si
tornio. Nodoso il cornio, e ’l salcio umido e lento,
olmo. L’olmo fronzuto, e’1 frassin pur selvaggio:
Il pino alletta con suoi fischi il vento :
.\Yornio. L’ avornio tesse ghirlandette al maggio:
Ciparisso fu, secondo i poeti, un
giovinetto, il quale, avendo sprovve-
dutamente ucciso un suo bel cervo,
venne in tanto dolore che sarebbe
morto, se Apollo impietositone non
lo mutava nell’albero di questo
nome (Fornaciari.) * ... Gemit i Ile
tamen ; munusque supremum Hoc
petit a superìs ut tempore lugcat
ornili ... Ingemuit, tristisque deus
\Apollo) : Lugebere nobis, lugebisque
alios, aderisque dolentibus; inquit •
Ovid. Met. X. — ». 6. * Così leg-
giamo eoi coild. fior.; col cliig.
[ediz. rom. 1804]; coll’ Oliver, per
testimonianza del Betti I. e. Male,
dopo l'Aldo, la Volg. (eccetto il Dolce
e il Serm. questa volta giudiziosi):
Or già disine e bionde. A pro-
posito di die il Fornaciari : « Vuol
dire che, quando Ciparisso non era
albero ma garzone, avea le chiome
distese e bionde: ora I’ ha aspre.
Le comuni st. hanno or giù invece
di e già: errore clic ho corretto su
quella del 1503.» Leggendo come il
nostro testo c come il Fornaciari,
risponde il v. del nostro a quel che
dice di Ciparisso Ovidio: « Et modo
qui nivea pendebunt fronte capilli
ilorrida caesarics fieri. » — ». 7.
* Arbor leggono con A. il D. e il
S. la Volg. e male. Albero è propria-
mente il pioppo, onde I’ Ariosto (III,
25) : « Con un gran ramo d’ albero
rimondo ; » c il Sanaiz. « I' altiero
di che Ercole innamorare si solea. »
Virg. « Populus Alcidie gratissima »
c « Ilcrculetcquc arbos ombrosa co-
rona!. » — ». 8. * Si sa che i piop-
pi e i platani amano i luoghi umidi
(.Fornaciari.) « Platanus rivo gau-
det > Ovidio.
Si. 83. — ». 2. * Lesto. > Mi fa
meraviglia che a tutti i vocabolarii
manchi la voce lento nel senso in
cui i latini dissero lenta viburno ,
lenta genista ; nel qual significato,
cioè di pieghevole, flessibile, è nel
Polii, st. 83 ; è nell’ Alani Colliv.
• la lenta ginestra ... il lento sal-
cio; • è nel Rucell. « ... lenti sal-
ci ; » è nell’Ariosto XXIX : • . . . molle
e lenta Una macchia di rubi e di
verzura. » E il Molza. .. « ramo leg-
giadretto e lento. » (Fornaciari, note
al Disc. del soverchio rig. ile’ gram-
matici.) il Mauuzzi inserì nel suo
Vocabolario gli csempii recati dal
Fornaciari; a’ quali polrcbbesi ag-
giungere un del Caro che traduce
il virgiliano « lento vimine ramus *
con • uu lento ramo. * — e. 3.
* Var. più selvaggio: A. D. S. Vulg.
— ». 4. Teocr. « Dolce un susurro
cotesto pino.... risuona ; ■ c Mosco:
• spirando forte il vento, il pino
canta. • * Var. suo fischio: st. — ». 5.
* Avonvio, cylisus labarum, fiorisce a
maggio, pe’ monti, con grappoli o
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4} LA GIOSTRA.
Acero. Ma l’ acer d’ un color non è contento :
l’alma La lenta palma serba pregio a’ forti :
EUera. L’ oliera va carpon co’ piè distorti.
'ite. Mostronsi adorne le viti novelle si
D’ abiti varii e con diversa faccia :
Questa gonfiando fa crcpar la pelle;
Questa racquista le già perse braccia :
Quella tessendo vaghe c liete ombrelle
Apollo. pur cou pampineo fronde Apollo scaccia ;
Quella ancor monca piange a capo chino.
Spargendo or acqua per versar poi vino.
Russo. Il chiuso e crespo busso al vento ondeggia, sa
E fa la piaggia di verdura adorna :
pannocchie di fiori bianchi e gialli
spiovcnli in giù. — v. 0. * Forse per-
chè le prime foglie che inette fuori
son rosse, e passano poi al verde :
o perchè, come nota Plinio (hist.
nat. XVI) vi son più generi di ace-
ri : liannovene dei bianchi, dei ros-
seggiami, hannovene crispo macu-
larmiii tinnir su (venati a varii co-
lori.) — v. 7. * lenta: victoris pre-
mia palma:. > Ovid. Met. « palina:
pretium victoribus » jEn. V. * « la
orientale palma dolce ed onora-
to premio de’ vincitori « Satin. Are.
— e. S. * * Vos quoque flexipedes
li sedera venistis » Hot. X. F. il
Bembo, Jul. II. poni. « Infiexieque
pedem, Bacchica serta, hedera. »
L’ oliera, secondo i miti, fu imi gio-
vine saltatore di Bacco. Cisso ( cyssot
è il nome greco dell’edera), che ca-
duto in un baratro venne cambiato
in quella pianta. Vnr. piriti fior-
ii: D. S.
Si. 84. — e. 3. Mettendo gli occhi. «Et
tcnues rumpunl tunicas • Georg. II.
* Pene, la buccia. — «•. A. * Var.
perdale braccia ; A. D. S. Volg. Il
eod. oliver., secondo la testimonian-
za del Betti, legge conforme a noi. —
* Braccia, i rami, specialmente i mi-
nori clic spuntano da’ più gl andi :
Virg. Georg. Il, delle viti: ■ lune
stringe comas, lune bradi ia tonde: >
usano questa figura anche i prosa-
tori Plinio e Columella. — v. 5. • Et
Icntae texunt umbracula vites » Virg.
ecl. IX. * • Facean riparo a’ fervidi
calori De’ giorni estivi con lor spes-
se ombrelle • Ariosto, VI. — v. 6.'
- suisque Frondibus ut velo photbeos
submuvct ignes » Ovid. Met. V. E
Clami. « IStc tcneris audet foliis
ndmittere soles: » lo spagnolo Die-
go Hurtado : « Las sombras que al
sol qiiitan sns entradas Con los ver-
des y enlrelexidos ramos. » * Var.
pampinea fronde : D. — t>. 7-8.
Mosca : tronca ; potala. Le viti, allor-
quando cominciano a buttar fuori,
spargono alcune goccic d’ acqua che
paiono lacrime. * Bembo, Jul. II.
poni. ■ Vinca nec lacrimas falce
reseda dabat. »
Si. 85. — 1>. 1-2. Claudinno * Fioc-
inai hic denso crispata cucumine
huxus. - — * Bisso, o Bosso come
legge la volg-, è il buxus semper vi-
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LIBRO PRIMO.
4‘J
Mirto. Il mirto che sua dea sempre vagheggia
l)i bianchi fiori e’ verdi capelli orna.
Vari ani di Ivi ogni fera per amor vaneggia :
Montoni, Pc- un vèr l’altro i montoni armon le corna;
corolle. I/un l’altro coza c l’un l’altro martella
Davanti all’amorosa pecorella.
Giovenchi. E’ mugghiami giovenchi a piè del colle S3
Fan vie più cruda c dispietata guerra
Col collo c il petto insanguinato e molle,
Spargendo al ciel co’ piò 1’ erbosa terra.
Cignale. picn di sanguigna schiuma il cigliai bolle.
Le larghe zanne arrota e ’l grifo serra ;
E rugghia e raspa, e per armar sue forze
Frega il calloso cuoio a dure scorze.
rc»« de' botanici (■ Pcrpcluoque vi- ra aspra e mortale. > E G. 11. Lu-
rcns buxus • Ovid. Mei. X), Ita le pini, imitando il N. A. : « E ’l mi-
foglie crespe e i rami cosi folli c sero torci non mai satollo Insangui-
slrelli fra loro clic non si distin- nar si vede il pelto c ’l collo. » —
gnono. — v. 3. Si» de». Venere, a v. 4-8. • Spmnns agii ore crucn-
cui era sacro: * Formostc myrlns las • Virg. ; e altrove: * Ipse rnit
Veneri • Virg. — i>. 6. - Intcr se dentesqnc salicilici» exncuit sus, Et
udversis luctanlur cornibus • Virg. pedo prosubigit trrram, fricat ar-
Georg. III. i|0re coslas, Atipie bine nlquc illinc
5/. 86. — o. d-i. » llli altcrnantes limneros ad vulnera durai:» Apol-
mulla vi proclia misccnt Vuliicribus lon. I: »... rabidas cxcolligit iras
crebris: lavil aler corpora sangui* : Ore prius denlcsquc acuii, setaqnc
Vcrsoquc in obuixos tirgcnliir cor- ripenti Horridus in dtiris explorat
nua vasto Cum gemitìi » Virg. robora truncis; Spuma per obliquos
Georg. Ili: c più sodo, del giovenco dilTuiiditur albida rictus.» Ed Esio-
vinto clic preparasi a nuove pugne, do, nello Se. d’Èrcole, con più eflì-
» Et Icmptat sese atque irasci in cacia : • ... Quale, nelle boscose valli
cornila discit Arboris obnixus Irun- d’ un monte, cignale fiero a veile-
co, venlosquc laccssit Iclibus et re, co’ drilli dalla bocca sporgenti,
sparsa ad pugnato proludi! arena. » volge nell’ animo combattere con
Il Tasso, Ger. VII, con poca divcr- gli nomini cacciatori, *e aguzia
silà « ... il tauro.... Orribilmente curvalo il candido dente : c la spu-
mugge, e coi muggiti Gli spirli in ma d'intorno la bocca a lui ma-
sè risveglia c Pire ardenti; E ’l sticante distilla, c gli ocelli suoi a
corno aguzza ni tronchi, c par clic foco splcndicnle son simili; orrido
invili Con vani colpi alla battaglia per le setole dritte sul dorso c in-
i venti; Sparge col piè l’arena, c torno al collo. — 7. Var. ruggì :
il suo rivale Da lunge sfida a guer- le si. •
Ponzavo. è
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50
LA GIOSTRA.
Daini. Provon lor punga e’ daini paurosi, st
E per l’amata druda arditi fatisi :
Ma con pelle vergata aspri e rabbiosi
Tigri. E’ tigri infuriati a ferir vansi.
Sbatton le code, c con occhi focosi
Leoni. Ruggendo i fier lcon di petto dansi.
uisfia. Zufolii e soffia il serpe per la biscia,
Mentr’ ella con tre lingue al sol si liscia.
Cervio. E1 cervio appresso alla massilia fera ss
Co' piò levati la sua sposa abbraccia:
Fra 1’ erbe ove più ride primavera.
Conigli. L'un coniglio coll’altro s’accovaccia.
St. 87. — ». t. * Pu.vc» : se qui
è in mezzo il’ un verso ed è nel
Villani scrittore di prosa, Dante non
l'usu dunque per necessità di rima,
come vogliono i benemeriti coliteli-
latori. Vero clic pugna leggono A. D.
S. Volg. — n. 3. VnnoTE si dicono
le tigri per essere clic indonniate e
fregiale di alcune pezze oblique c
a traverso a guisa di verghe. Così
Scncc. llvpp. • virgatas India tigres
Decolor liorret: » e Sii. Dal. Puuic. I:
« virgolo corporc tigrim. » Di qui
prenda occasione il lettore di cor-
reggere quel luogo di Claud. nel I
De tatui. Slit. che dice • quis Stili-
elione prior ferro penetrare Iconcs
Cunmms. an t longc virgo Iranslìgerc
tigres? » e legga » ... longe vir-
gatas lìgerc tigres. » — r. 5.G. l’etr.
• Non con altro rumor di petto dansi
Duo lier leoni. » E G. 11. Lapilli :
■ Ruggendo il fìcr lcon d’ orgoglio
pieno Coir focosi ocelli contro l’al-
tro viene: Datisi di petto.» Stuzio,
Tlicb. VI : • ... rumpunt obnixn fu-
miteli Declora: » Esimio, nell’as-
salto di Ercole c Ciato : ■ ... Come due
leoni, per una uccisa cerva, I' uno
all’altro irati si fanno impelo ad-
dosso ; c crudele fra essi ruggito c
sgretolar di denti sollevasi. » — e. 7.
Zi'fola : fischia : propriamente de'ser-
penti. • Il serpente zufolando in-
gannò Èva » VV. SS. PP. * Var.
Zaffala: D. S e qualche st. più re-
cente. — v. 8. Virg. i€n. Il : » Ar-
duus ad solem linguis micat ore tri-
sulcis. » Tosso : • Qual serpe fier
che in nuove spoglie avvolto D’ oro
fiammeggi c incontro al sol si li-
sce. « Ariosto, X : ■ 0 clic stia so-
pra un nudo sasso al sole, Dove
le spoglie d' oro abbclla c liscia. •
* Non posso starmi dal riferire que-
sti versi di una antica Descrizione
delle ore delle giornale di estate,
dove sono parecchie rimembranze
del Poliziano: • Leva la testa sn
alto la biscia, E con I' occhio pru-
dente guarda intorno, Poi fra’fioretti
c l’ erbe si si liscia. »
St. 88. — v. 1. Ovid. * Et sletil
in saxo proxima cerva leete: » E
Claud. «Massylam cervi non timucre
iubam. » * Missili fero : il Icone, cosi
detto dalla Jlassilia, parte della Libia,
chiamata do Orazio • leonum Arida
nulrix. » — v. 3. * PiujiiVEfu.' lo
verdura c i fiori che nascono di
primavera. Dant. Pornd. « ... rive Di-
pinte di mirabil primavera, • c Chia-
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LIBRO PRIMO.
51
Le semplicette lepre vanno a schiera
Da’ can sicure all’ amorosa traccia ;
Si l’odio antico e ’l naturai timore
Ne’ petti ammorza, quando vuole. Amore.
Vari atti di E’ muli pesci in frotta van notando £3
Drento al vivente e tenero cristallo,
E spesso intorno al fonte roteando
Guidon felice e dilettoso ballo ;
Tal volta sopra l'acqua, un po’ guizando.
Mentre l’un l’altro segue, escono a gallo:
Ogni loro atto sembra festa e gioco;
Nò spengon le fredde acque il dolce foco.
Augelli. Gli augelletti dipinti in tra le foglie co
Fanno l’ aere addolcir con nove rime ;
lir. • La più soave primavera mie-
te. • — ». 5. Virg. ccl. 8: • Cuin
canibus timida: venicnt ad ponila
dama*, » e Clami. - Coiicordcs va-
ria lodimi cum tigride dumee. »
* Var. Semplicette capre : un'antica
ediz. e A. D. S. Volg. Il Belli osserva :
• Ni le lepri serbano niuua cagione
di guerra coi cani... il die delle ca-
pre non può già dirsi... Vuoisi inol-
tre sapere clic le lepri erano appun-
to consecrate ad Amore ed a Venere ;
anzi ne Tacevano il simbolo... Filo-
slruto I delle Immagini... fìnse unn
lepre die, in bel giardino c sotto un
albero di pomi pascendo, dava di sé
diletto ad una schiera di allegri Amo-
rini. • E T oliv. c il cliig. (ediz rom.
I SO i) legge lepri.— v. 7. Var .ad amo-
rota: qualche v.st. — 7-8. Imit. forse
da quel d'Oraz. -sicvisum Veneri, cui
placet imparcs Formas alquc animos
sub iuga abenea Stevo mi tlcrc cum
ioco. » Carni. I, 35. — L’ Ariosto,
sulle tracce del Poliz. • Fra le pur-
puree rose e i bianchi gigli Che
tiepid’ aura freschi ognora serba,
Sccuri si vedenti lepri c conigli E
cervi con la fronte alta c superba:
Senza temer che alcun gli ancida o
pigli Pascono e stansi ruminando
l’erba: Saltano i daini e i capri
snelli e destri Che sona in copia in
quei luoghi campestri. •
St. 89 — ». 2. Viveste. Virg.
« vivique lacus. » — Cristallo,
l'acqua, per lo splendore. Il Petr.
chiamò cristallo le lagrime di Lau-
ra. — ». 3. Roteavo® : roteggiando.
facendo rote, girando (spagli, rodeo» )
— ». 4. * Dallo. Anacr. pone intor-
no a Venere i delfini ballanti. » —
». 6. * A callo: a galla. — r. 8. * Ri-
corda un epigr. dell’ Antol. cosi tra-
dotto dall’ Alain. « Chi scolpio già
fra questi fonti Amore, Pensò spe-
gner con l'acqua il suo calore. •
Si. 90. — e. i. Augelletti dipisti.
Virg. * pictteque volucres; • el'Alam.
• E i dipinti augelletti a lei din-
torno Salutavan cantaudo il nuovo
giorno. • * Var. ripinti: A. I). S. —
». 2. Virg. «... variteque circum-
que supraque Assuela: ripis volucres
et fiuininis alveo Altera mulcebant
cuulu. • * Var. Fan l'aere: A. S.
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E fra più voci un’ armonia s’ accoglie
Di si beate note e sì sublime.
Che mente involta in queste umane spoglie
Non patria sormontare alle suo cime :
E dove amor gli scorge pel boschetto,
Salton di ramo in ramo a lor diletto.
Passera
Paone.
Colombi.
Cigni.
Tortori.
Pappagalli.
Al canto della selva Eco rimbomba :
Ma sotto l’ombra che ogni ramo annoda
La passeretta gracchia e attorno romba :
Spiega il pavon la sua gemmata coda :
Dacia il suo dolce sposo la colomba;
E bianchi cigni fan sonar la proda :
E presso alla sua vaga tortorella
11 pappagallo squittisce c favella.
91
Cupido.
Amori.
Quivi Cupido e’ suo’ pennuti frati.
Lassi già di ferir uomini e dei.
92
Volg. Il Cliig. (ediz. roin. 4801) leg-
ge conforme n noi. — * Rime : cau-
li. Dante, l'nrg. XXVIII: • gli au-
gelletli... con piena letizia I' ore
prime Cantando, ricevendo intra le
foglie Clic lenevnn bordone alle sue
rime. - — ». 6. * Meloforic. vuol
dire clic pensiero umano non arriva
a comprenderne tutta l'alta dolcezza
(si beute note c sì iitblime.) — e. 8.
Saltai di iiaho is lituo. Teocrit. • vo-
lano in ramo da ramo. » * Var. al
lor diletto: vcccli. si.
Si. 9t. — t>. t. * Casto della sel-
va : il canto degli uccelli su gli al-
beri della selva trasportato alla selva
stessa : cosi, anche più arditamente,
il Pindcin. • La valle mugolar, be-
lare il colle. • — ». 2. Oraz.
Cur. Il, 3 : • Uinbrnm hospilnlcm
consociare amaut Ramis. • — ». 3.
* Romba. Rombare, per similitudine
fare strepilo, ronzio, rumore o grave
sibilo (quasi quello clic fanno le ve-
spe le pecchie i calabroni ed anche
le cose lanciale e trutte per aria con
violenza.) Giunte veronesi. Anche il
Caro lo dice di un uccello: «... ven-
ne coti l’ ali rombando a striscia-
re. • Am. past. — ». 4. Fedro : « Gcm-
meam caudum csplicas.» Marz. ■ Geni
Hiatus explicat ulas. . — ». 5. Ovili.
Amor. II, 7 : « Oscula dat cupido
blanda columba mari ; • c il Tasso,
Aui. « Mira là quel colombo Con
che dolce snsurro lusingando Bacia
la sua compagna. » — ». C. Phoda,
estremità litlorulr, particolarmente
di letto di limile. * Var. / bianchi :
Comin. c Volg. — ». 7-8. Che il pap-
pagallo si unisca alla tortora viene
asserito da Plinio : onde Ovidio nella
lettera di Solfo a Faone : • Et niger
a viridi turtur aniatur ave. > Squit-
tisce: Squittire , stridere interrotta-
mente e con voce sottile e senta ; ed
è proprio dei bracchi quando levano
o seguitano le fiere-., e per simili-
tudine si trasferisce all' uomo e ad
altri animali. V. C.
St. 92. — ». 4. Tessuti Fsati :
• Pinnuti passim pueri » Claud. —
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t.IBRO PRIMO.
Venero.
Pesile», una
■Ielle tre
Grazie, mo-
glie del
Sonno.
Preudon diporto, e con gli strali aurati
Fan sentire alle fere i crudi omei:
La dea Ciprigna fra’ suoi dolci nati
Spesso se’n viene e Pasitea con lei,
Quetando in lieve sonno gli occhi bolli
Fra l’ erbe e’ fiori e’ giovani arboscelli.
Move dal colle mansueta e dolce
La schiena del bel monte, c sovra e’ crini
Palazzo di D’ oro c di gemme un gran palazo folce
Venero. Sudato già nei ciciiian cammini.
Le tre Ore che ’n cima son bobolee
Pascon d’ ambrosia i fior sacri c divini :
95
v. .1 » Omei : in forza di sostimi, muse,
pltii*. ; lamenti, esclamazioni di dolo-
re. Cosi i vocabolari: ina qui sta
veramente per tintori o pene ; come
in quel del Morganlc: «... l'ampa-
tona fu acquistata Dopo tanti trava-
gli e tanti onici. » — r. 5. * Nati,
tigli-, alla Ialina: Dante: • Israel
con suo padre e con suoi nati. « —
v. 7. Lieve sosto: ■ Sotnnos quod iu-
vitel leves • Oraz. — p. 8. • Mol-
lesque sub arbore solimi » Virg.
* Vai-, e pori e giovani : A. D. S.
Volg.
Si. 93. — i*. t , * Move: movere
per aver principio od origine, co-
minciare, dicesi delle vie, de’ fiumi,
ile' monti: • da imo della cerchia
scogli Moven » Inf. XVIII. — * Mam-
SUETA, per inctaf. vale di facile pen-
dio. Voc. Tram. — * Dolce : par-
lando di monte, salila, scala c si-
mili, vale: poco ripida, che non c
cria, clic si può salire agiatamente.
V. C. — v. 2. Sciolta del bei. mot-
te. Livio • dorsum monti#: » c
Dante « spalle del monte. — * So-
piia i crisi, su l’ estrema cima. —
v. 3. « Lemnius linee (gli atrii di
Venere) gcmniis cxtruxil et auro >
Claud. — * Falce: voce lai. da folcire
(alt. e ncul. pass.), regge, sostiene :
trovasi usato metaforicamente dagli
antichi : saffo! cere e su/fulgere e loro
parlicipii sono in Dante c nell’ Ario-
sto. — v. 4 Sedati : latinamente, per
lavorali, fabbricali: Claud. * ... su-
dala merito Fibula. • Melasi, nel
Demof. «... serici animanti Sudati
già dalle sidonie ancelle. • — Cici-
liaii cambiti : «... siculis mi confor-
mata caniinis Kfligics > Stazio, Sel-
ve. * Vnr. Siciliani D. S. Camini,
latinamente, fornaci: « Cyclopum
exesa cumiuis Antro settica lonunl «
,Eii. Vili. Si sa che le fucine di Vul-
cano erano poste dal mito nelle re-
gioni di formazione vulcanica, c spe-
cialmente fra la Sicilia e l' Eolia
nelle isole di Lipari. — «. 5. Bobol-
cb (fein in. pini*, di bubulcus, bi-
folcoi) : La Cr. , a quel verso dr
Dante che fòro A seminar quaggiù
buone bob-dee, spiega buone lavora-
trici. * Qui par debba intendersi
coltivatrici. Vnr. bibolce ; qualche st.
uni. A. e S. : bifolco. D. — * Pasco* :
nutrono iimaflìando. «... l’aura dolce
c quieta Pasceva di rugiada i fiori •
ftcui vieni. — 7-8. Tasso, Ger. XVI:
« Coi fiori eterni eterno il frutto
dura, E mentre spunta T un V altro
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LA GIOSTRA.
Né prima dal suo gambo un se ne coglie,
Ch' un altro al ciel più lieto apre le foglie.
^nan*iìa»?ia Raggia davanti all’ uscio una gran pianta,
porla dei Che fronde ha di smeraldo e pomi d’oro;
a fa'ianVa ^ pomi che arrestar ferno Atalanta,
Che ad Ippomeue dienno il verde alloro,
filomena. Sempre sovr’ essa Filomena canta ;
Sempre sott’essa ò delle Ninfe un coro:
Spesso Imeneo col suon di sua zampogna
Tempra lor danze, c pur le noze agogna.
La regia casa il sereno acr fende.
Fiammeggiante di gemme e di fino oro.
Che chiaro giorno a meza notte accende:
Ma vinta è la materia dal lavoro.
94
95
matura. > — ». 8. Cosi leggiamo
coi codd. fior., coll’ oliverian», per
testimonianza del Beiti, loc. eli., col
cliig. (ediz. rom. 1 804ì : ma D. e S.
legg. vago al ciel upre tue: c ul del
più apre le tue. A. e Volg.
Si. 94. — ». 4 2. Arboreo: fron-
des aaro radiante nitenles Ex auro
ramos, ex auro poma ferebant. •
Met. IV. * È la pianta del cedro
clic cresceva negli Orti Esperidi di
Atlante ; cosi descritta anche dal-
I’ Alamanni, Fav. All., conforme
al nostro: « Non conosciuta ancor
dal mondo allora, La pianta eletta
clic pur d’ oro i pomi E di fini
smeraldi avea le froudi: » e quindi
trasportata a Cipro nel campo Ta-
masco sacro a Venere, dove la ri-
pone anche Ovidio • ... medio vi-
ve! arbor in arvo, Fulva comus, fulvo
rninis crcpitantihus auro. * — v. 3.
* Var. E pomi: A. D. S. Volg. : fero
D.’-S. ferito. A. Voi. — ». 4. * Var.
E ad Ippomeue diero : D. S. * Ata
casta fu, secondo i poeti, bellissi-
ma giovane che non volca concedersi
in moglie se non a chi vincesse nel
corso lei velocissima : Ippomeue,
preso d’amor per lei e disperato
dell’ ottenerla, si rivolse a Venere ;
che gli dii tre pomi d’ oro di quelli
del suo giardino di Cipro. Il giova-
ne, venuto a correre io prova con
Atalanta e non potendo aggiungerla,
le gittò innanzi un di quei pomi :
fermatasi a raceórlu fu trapassata
da Ippomcne. — * Verde alloro, la
vittoria. — r. 5. * L' Alani., della
stessa pianta : • La suora e Progne
Non trovarmi già mai più degno al-
bergo. • Var. tovretso: Cod. ricc.
— ». 6. * Var. sonetto : Codd. ricc.
— ». 8. Tempra : regge, ordina, di-
spone.
St. 95. — ». 2. •Regia solis... Cla-
ra micante auro » Mct. II. L’ Ariosto
tolse di peso un verso da questa otta-
va: • Sorge un palazzo in mezzo alla
verdura, Fiammeggiante di gemme c
di fin oro. • — ». 2-4. * • Lemnius
liaec elium gemmis extruxit et auro,
Admiscens arteni prelio • Claud. —
». 4. * < Malcriam superabat opus »
Slet. IL II Tasso, Gcr. XVI, tolse di
peso questo verso: • Che vinta è
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UDRÒ PRIMO.
Sopra colonne adamantine pondo
Un palco di smeraldo, in cui già fòro
steropo. Aneli e stanchi dentro a Mongibollo
Brente. Sterope c Bronte et ogni lor martello.
Le mura a torno d’ artificio miro
Forma un soave c lucido berillo.
Passa pel dolce orientai zaffiro
Nell’ ampio albergo el dì puro e tranquillo:,
Ma il tetto d’oro, in cui l’ estremo giro
Si chiude, contro a Febo apre il vessillo:
Per varie pietre il pavimento ameno
Di mirabil pittura adorna il seno.
Che sculture
sieno nelle
porte.
Natura ili
Venero.
Mille c mille color formon le porte
Di gemme e di sì vivi intagli chiare.
Che tutte altre opre sarien roze c morte
Da far di sé natura vergognare.
Nell’ una è insculta la infelice sorte
Del vecchio Cielo; e in vista irato pare
oo
9G
97
la materia dal lavoro. — r. ó-C.
» Solidoque adamante columme >
jEn. VI ; e Stazio • Pendoni innume-
ris fastigio nixa coluninis.* * Claud.
« ... trabiliusque smarngdis Sup-
posuit csesas liyoeinthi rupe colum-
t,as. , — 6-8. Preso da quel di Stai,
nelle Selve : • Effigics lassum Stero-
pem Brontemquc reliquie • E Claud. I.
Rap. Pros. * ... nullum tanto su-
dore Pyracmon Nec Sterops con-
fluxit opus. • * E Sidou. A poli.,
cantando pur della casa di Venere:
« Lemnius illic Ceu templum lusit
Veneri, fulmenque relinqnens Rider-
rugineus fumavi! stepe Pyracmon »
Epitli. Rur. et Ib.
Si. 96. — ». 2. - Beryllo parics •
Claud. — ». 3. ■ Dolce color il’o-
rlcntal zaffiro ■ Purg. I. * Var. del
dolce: A. — * Di, la luce: come
giorno nell’ Ariosto; c nel Tasso * un
negro velo... rapisce il giorno e il
sole. — ». 5. * Var. Iella d’oro:
leggono le st. ma pormi non se ne
cavi senso. — * Cibo, della casa ; l’ ul-
timo piano. — * Vessillo : il tetto
a foggia di padiglione. — 7-8. Mo-
saico.
Si. 97. — r-, t. * Mille e mille
cOLon: pietre di colori vnrii: come
Dante, dei fiori, allo latina « Traen-
do più color con le sue mani, Clic
I' alta terra senza seme gitta, • —
». 3. * « Qual ili pcnnel fu maestro
o di stile. Clic ritraesse 1’ ombre e
gli atti, eli’ ivi Mirar farieno ogn’ in-
gegno sottile? » Purg. XII. — ». A.
* Tanto belli e vivi erano quelli in-
tagli, elle nvrebbon fatto vergognarsi
delle opere sue la stessa natura. Dan-
te : « intagli lai, che non pur Poli-
clcto Ma la natura li avrebbe scor-
no ■ Purg. X. — ». 5. * Var. scaltri :
le st. — ». 6. Var. Celio: le st. Di
clic il Belli: ■ Perché non tornò .il
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Sii LA GIOSTRA.
Suo figlio, o con la falce adunca sembra
Tagliar del padre le feconde membra.
Ivi la Terra con distesi ammanti gs
Par che ogni goccia di quel sangue accoglia;
Onde nate le Furie e’ fier Giganti
Di sparger sangue in vista mostrnn voglia.
D’ un seme stesso in diversi sembianti
Paion le Ninfe uscite sanza spoglia.
Pur come snelle cacciatrici in selva.
Gir saettando or una or altra belva.
Nel tempestoso Egeo in grembo a Teti co
Si vede il fusto genitale accolto
Sotto diverso volger di pianeti
Errar per I’ onde in bianca schiuma avvolto;
E dentro nata in atti vaghi e lieti
Una donzella non con uman volto.
Da’ zefiri lascivi spinta a proda
Gir sopra un nicchio ; c par che ’l ciel ne goda.
Vera la schiuma e vero il mar diresti, 100
E vero il nicchio e ver soffiar di venti:
Mnniiucci) alla sua lezione legitti-
ma anche lo sconcissimo Celio che
invece <li Ciclo trovasi in tutte le
stampe ... 1 li egli passibile clic un
idiotismo cosi sconcio e ridicolo
cader potesse dalla penna del Po-
lii. ?... Certo no : ed il Cod. oliver.
n’ è apertissimo testimonio. » E i
Cositi, fior.; aggiungiamo. — Cielo,
il più antico di tutti gli dei, figlio
dell’ Acre c della Terra: fu mutilalo
ila Saturno suo figlio, e di questa
mulilazione nacque Venere.
5/. 9S. — r. I. * Var. Co’ dittali.
Cod. ritte. "1576. — t>. 1-7. Esiodo,
Teogon. - Quante goccio spruzzarmi
fuora di sangue, tutte accolse la Ter-
ra.... Produsse e le Erini potenti ; c i
granili giganti, d'armi lampeggianti,
lunghe aste alle mani aventi ; c le
ninfe che Ilici ie chiamano su I’ im-
mensa terra. ■
St. 09. — v. 1. * Var. nel grembo:
D. S. — ». i. * Var. Erra: D. —
e. 1-7. Esiodo, Tcog. * I genitali....
cran portali pel mare lungo tempo:
c intorno bianca spuma dall’ immor-
lal corpo sorgeva: e in quella una
fanciulla nutrissi : e primieramente
a Citerà divina navigava ; quindi poi
pervenne a Cipro intorno irrigata. »
-r- r. 7-8. In un inno omerico a Ve-
nere : « Cipro... ove lei di zelilo la
forza umido spirante trasportò per
1’ onda del molto strepitoso mare ili
molle spuma. »
St. 100. — r. 1. « Frela vera
putarcs « Mei. VII!. * Vur. direste :
A. D. S. Volg. e sotto nelle rime cor-
rispondenti vedreste , reste. — c. 2.
Saturno.
Terra.
Furie, Gi-
ganti.
N irife.
Ili che nacque
Venere.
Mar Egeo.
Venere sopra
un nicchio.
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UDRÒ PRIMO.
57
La don negli occhi folgorar vedresti,
E ’l ciel ridergli a torno c gli elementi :
I/Ore premer l’arena in bianche vesti:
I,’ aura incresparle e’ crin distesi c lenti :
Non una non diversa esser lor faccia,
Come par che a sorelle ben confaccia.
Giurar potresti che dell’ onde uscisse tei
La dea premendo con la destra il crino.
Con l’altra il dolce pomo ricoprisse;
E, stampata dal piè sacro o divino,
D’ erbe e di fior la rena si vestisse ;
Poi con sembiante lieto c peregrino
Dalle tre ninfe in grembo fusse accolta,
E di stellato vestimento involta.
Questa con ambe man le tien sospesa 102
Sopra 1’ umide trecce una ghirlanda
D’ oro e di gemme orientali accesa :
* Cosi i Codd. riec., tc v. st., c il Cod.
oliver. citalo dal Delti. Ma A. 1). S- e
la Volg. tengono : Il nicchio ver,
acro il noffìtir de’ velili. — t>. 3.
« Fulgorai illa ocutis ■ Propcr. —
e. 4. * Vur. riderle : A. D. S. Vulg. —
i». 5. * Var. L’ Onn r.... Umica vede :
A. D. S. L’ ore.... biniiclic vette: Co-
rnili. Yolg. Anelic nell’ inno omerico
mettonsi intorno a Venere emergente
le Ore. — v. 6. * Var. incretpar li
crin : A. I). S. Volg. — * Latri, non
raccolti, non stretti in nodo. — r. 7-8.
• ... Facies non omnibus una Nec
diversa tunica, qualcni decct esse
so nini ni » Mct. II. — t>. 8. * Var.
ti con faccia : Cod. cliig. (ediz. rom.
1804).
Si. 101. — v. 2. In un cpigr.
dell' Anlol., trad. da Ausonio, De
Veli, anadyom. : ■ L't complexa
manu madido* salis sequore crine*
llumidulis spunias stringil utraijuc
comi*. * — t». 3. * É l’ atteggia-
mento della Venere medicea. —
v. 4-5. * Esiodo, Tcog. « E lisci la
veneranda bella dea, c intorno l’ erba
sotto i piè dilicati cresceva. » Var.
D’erba: le si. — 6-8. Nell' inno
omerico a Ven. ■ ... E lei le d’ au-
ree bende insigni Ore accolsero lie-
tamente, c intorno ambrosie vesti
vestironlc. • Il N. in vece delle Ore
mette le Ire Grazie.
Si. 102. — i>. 2. Nel cit. inno
onier. : « E sul capo immortale
una corona beo fatta posero, bella,
aurea; c nelle forale orecchie un
ornamento di oriculco c d’ oro pre-
zioso; c, intorno al collo dilicato c
al petto argenteo, di monili aurei
l’ adornavano ; dei quali pur esse Ore
d’ auree bende insigni ornate sono,
<|iiando vanno al coro amabile degli
ilei c alle case del padre. • — Omts-
tau. Le gemine il’ oriente sono le
più preziose. Tib. Il, 11; - ... gem-
niaruni •iui<lv|iiivl felieibus undis Na-
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LA GIOSTRA.
5$
Questa una perla agli orecchi accomanda :
L altra al bel petto e bianchi omeri intesa
Par che ricchi monili intorno spanda.
Do' quai solean cerchiar lor proprie gole
Quando nel ciel guidavon le carole.
Indi paion levate in vèr le spere ios
Seder sopra una nuvola d’ argento :
L’ aer tremante ti parria vedere
Nel duro sasso, c tutto '1 ciel contento;
Tutti li dei di sua beltà godere
E del felice letto aver talento;
Ciascun sembrar nel volto meraviglia.
Con fronte crespa e rilevate ciglia.
Vulcano ma- Nello estremo, se stesso il divin fabro 104
rito di ve- formò felice di si dolce palma.
Ancor della fucina irsuto e scabro.
Quasi obliando per lei ogni salma.
Con desire aggiugnendo labro a labro.
scitur, eoi qua maris linda rubet: »
v. il Pclr. * Nè gemma orientai, nè
forza d’auro. » — * Accesa: illu-
strata, alla lat Silio : « Ei gemmis
galeam et clypeum accenderai au-
ro. • — ». 4. * Var. Quella uno perla :
A. D. S. Volg. — Accomanda, racco-
manda, lega, appende. — 5-6. Esio-
do, di Pandora, ili Op. e giorni:
« E intorno e le Cariti dee c la
veneranda Pillioo monili aurei po-
sero al corpo: e lei le Ore dalle
lielle chiome intorno coronarono di
fiori di primavera. » — * Intesa:
intenta, affaccendata.
Si. 403. — ». t. * la véa le srEae,
verso il ciclo. Var. vèr : A. D. S.
— ». 2. * D’ argento, del color dcH’ar-
gento. — ». 3. *L’ aer tremante: il Ca-
valcanti, di bella donna, dice : • Clic fa
di clarilè I’ aer tremare. * — ». 3-4.
* Di tanta verità e vita è P intaglio,
che li parrebbe vedere pur nel duro
metallo il tremolare dell’ aere e la
letizia del cielo alla vista di Vene-
re. — 5-8. * Infiniti, retti da li par-
ria vedere. — ». 6. Nel cit. inno
a Venere : « ... e desiderarono cia-
scuno eli’ ella gli fosse verginale
sposa c eli’ egli a cosa la conduces-
se. » • — ». 7-8. «La bellezza ammirai)
ti della di viole coronata Citerea » Ivi.
* Ciascuno nell’ atteggiamento del
volto pareva la meraviglia stessa.
Si. 104. — ». I . * Nello estre-
mo: nell’ ultimo scompartimento dei
bassirilievi d’ una imposta. — ». 2.
* Di si dolce salma, dall’avere otte-
nuto Venere in moglie. — ». 3. * Var.
dalla fucina : Coti. ricc. 4576, c cliig.
(ediz. rom. 4804) — e. 4. Salma : poso,
incomodo, fatica. — ». 5. Rione :
* clieilea elici lesi micsoo (labbro a
labbra mescerò) ; • c Teocr. ■ clici-
Icsicbeilè prosmàssein (a labbra lab-
bra mescolare) : • Tasso, Ger. XVIII :
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LIBRO PRIMO. 50
Come tutta d’ amor gii ardesse l’alma:
E par vie maggior foco acceso in elio.
Che quel eh’ avea lasciato in Mongibello.
Giovo con- Nell’ altra in un formoso c bianco tauro tos
Tauro. ai vede Giove per amor converso
Portarne il dolce suo ricco tesauro,
Europa. e lei volgere il viso al lito perso
In atto paventosa: e i be’erin d’auro
Scherzo» nel petto per lo vento avverso:
La vesta ondeggia, e in drieto fa ritorno;
L’ una man tien al dorso, e l’ altra al corno.
Intagli nella , . .
porta. Le ignudo piante
« Giungi i labbri alle labbro, il
seno al seno ; • e nell' Am. • E
giunse viso a viso e bocca a bocca. »
— v. 7. Elio, y. nnt., per egli. * Qui
lui. — v. 8. Ovid. epist. SalT. : • Me
calor setneo non minor igne tenrt: >
• e il Tasso, dell’ amor suo, « ... fiam-
ma a quella eguale Che accende i
monti in riva al mar Tirreno. •
Si. -105. — t>. ì. * Nell' »lt(u
imposta. — * Fonaoso, • Miratur
Agenore nata Quoti tam formosus »
Mei. II : Bel lutiuismo, a significare
bellezza non umana. L’ Alani, del
cavallo • dove al petto oggiugne,
Ricco e formoso » — n. 2. * Var. Si
vedea: Coti. ricc. 1576. — e. 3. * Il
Monti : • Sul dorso ultero di si bel te-
sauro Portò per I’ onde Europa sbi-
gottita. » « Europa, annota il Fonia-
ciari, figliuola d’ Agenore re di Fe-
nicia, la quale mentre scherzava colle
compagne sul lito del mare, visto
un bel torello, vi montò su ; e que-
sto (clic era Giove in quella forma)
per 1’ onde la portò via. • — p. A.
• Perso, perduto : litui relictum,
Ovid. Non accettato da’ grammatici :
• ma, -osserva il Fornaciari nei
Disc. filol., di questi vocaboli, clic
a sò ristrette accoglie ioe
si odono tutto giorno nelle boccile
dei Toscani, si trova esempi in buon
dato in famosi scrittori sì antichi e
si moderni: • c cita del Dittamondo
• persi io il sangue, » dell’ Ori. del
Berni • Persa Ita la spada, • dei
Salmi di Dunte • Ho quasi perso il
naturai vigore • e dal III del Purad.
« ... acque nitide c tranquille Non
si profonde che i fondi sicn persi, »
dove anche il Tomai, intende persi
di villa. — v. A-8. « ... Pavct baie;
li Inique nbluta relictum Rcspicit;
et drxtra colini lenet, ubera dorso
Iinposita est: tenucs sinuantur fla-
mine vestes • Mei. Il : e lib. I • Ob-
viaque adversas vibrabant fiamma
vestes:» e un poeta ita!. «La sot-
til gonna in preda ai venti resta,
E col crine ondeggiante indietro
torna. > Mosco : • Ed ella, sedendo
sul bovino dorso di Giove, con I' una
in vero teneva del toro il lungo cor-
no, e con l'altra mano traeva a sè
le porpnree pieghe della veste, fu
dove la immensa onda del bianco
mure bagnava la fimbria attratta. »
Si. 106. — v. 1. Accoglie : Acco-
gliere per accostare , serrare insie-
me: Dante • Lo buon maestro a
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co
LA GIOSTRA.
Quasi temendo il mar che lei non bagno:
Tale atteggiata di paura e doglie
Par chiami in van le sue dolci compagne;
Le qual rimase tra fioretti e foglie
Dolenti Europa ciascheduna piagne.
— Europa, sona il lito, Europa, riedi: —
E ’l tor nota e talor gii bacia i piedi.
gìoto in ci- Or si fa Giove un cigno or pioggia d’ oro, io?
serpente,0’ Or di serpente or di pastor fa fede,
pastore, per fornir l’amoroso suo lavoro;
aq"' a’ Or trasformarsi in aquila si vede,
Come Amor vuole,
me lutto s’ nccolse » Inf. XXIX. —
». 2. * Var. clic non le bagne : D. S.
Volg. — v. 3. Dante : • Di lacrime at-
teggiata c di dolore. • * Vor. paure ;
le st. — v. 4. • Ipsa videbalur tcr-
ros spedare relictas Et comitcs cla-
mare sua», tactumque vercri Assi-
lienlis aqua; limidasque reconderc
planlus » Met. VI. E Virg. • celeres
nec tingerei tequore plantas. » Mo-
sco: -Ed ella voltala andava chia-
mando le care compagne, le mani
porgendo: e quelle non potevano
aggiungerla. » * Var. le dolci sue:
Codd. lice. — ». 5. * Var. le quali
assise : A. D. Volg. — t>. 6. * Cia-
sr.iiEDUM. Il Fornaeinri nell’ Indi-
re de' suoi Disc. lilol., nota sotto ca-
scino: • questa voce, come pure
ognuno, qualcuno c simili, si trova
talvolta con un nome plurale in-
nanzi adoperato assolutamente, c
nondimeno con dipoi il verbo al
sing. ; il. che avveniva pure dei cor-
rispoudenti modi in greco, e può
essere avvenuto c avvenire anche
in altre lingue. > Fra i moderni, lo
Slrocclii nella vers. di Cali., scrisse:
* Ivi le Grazie ciascheduna sorse. »
Ed ecco un periodo del Bocc. clic
corrisponde a questo del nostro:
c nel coleste coro
• questi altri, l’ uno vincendo le
genti vicine levò in maravigliosa
grandezza c ampliò il suo regno;
F altro di ventidue nazioni divenuto
signore oltre a quaranl’ anni con
grandissima guerra faticò i Roma-
ni: • dove nota il Fornaciari « Non
rade volte negli scrittori, massima-
niente antichi fi quali scrivevano
obbedendo più alla natura che alla
grammatica) si trova il genere o
l’ idea principale del discorso signi-
ficata con una parola cosi posta as-
solutamente... a principio; seguitata
poi da altro vocabolo che gramma-
ticalmente regolu il discorso o a cui il
rimanente del discorso si riferisce. ■
— t). 8. Var. Il loro noia e talor ba-
cia i piedi: A. D. S. Ediz. rotn. 1804.
5/. 107 — r. 2. * Var. d' un paslor.
Cod. ricc. 2723 c qualche ani. st.
Fa Frac : non proprissimo, credo, per
significare che nella figura assunta
rassomiglia a’ pastori, fa le stimo-
nianza d' essere un pastore. Bene
il Pelr., della sua donna : « E fu qui
de’ celesti spirti fede. * — ». 3.
Ovid. Ani. * dulce opus peragcrc : •
e Tcocr. « Kypridos erga telein (le
opre di Venere compiere) » — ». 5.
* Coro : dotto dell’ adunanza degli
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unno primo.
61
Ganimede. Portnr sospeso il suo bel Ganimede;
. Qual di cipresso ha il biondo capo avvinto.
Ignudo tutto, e sol d’ ellera cinto.
Nettuno in Fassi Nettuno un lanoso montone; tos
oi°n«ioven- Fassi un torvo giovenco per amore:
co, Saturno Passi U)1 cavallo il padre di Chirone:
in cavallo, _ . ‘
Febo in pa- Diventa reno in Tessaglia un pastore;
store. p >n pjcciola capanna si ripone
Colui che a tutto ’I mondo dà splendore;
Nè gli giova a sanar sue piaghe acerbe.
Perchè conosca le
dei, come ili lincila ilei sunti ili-
ce Dante « bealo coro. » — r. 7.
* Cosi legg. i Collii, ricc. tutte le
vcccli. st. c auclic per testimonianza
ilei Belli, il Coil. olivcriano, c il clii-
, giano (ciliz. rom. IsOi.) Ma A. I). S.
c la Volg. leggono: Lo quale ha di
ri pretto il capo... e tal d' erbetta cinto.
Il Beiti osserva: « Erbetta nulla ilice',
ina il nome di edera Ita in se un
senso cliiarissimo di mitologica eru-
dizione. Cerio il Poliz. intese qui a
denotare lo stato ili abitatore ile’ bo-
schi c I’ eterna giovinezza ili quel
Ganimede, il quale Tu detto da ganot
clic in gr. vale allegria. E la prima
qualità volle significare colla corona
ili cipresso, pianta sacra a Silvano ;...
la seconda indicò pel cinto ili rilcrn,
la quale è una piunla sempre gio-
vane c vira. Laonde gli antichi ne
coronarono Bacco, clic pur finsero
sempre giovane; e ne fecero ghir-
lande alle Muse ; anzi... se nc ador-
navano parimente coloro clic in
Sparta santificavano le feste giacili-
lie in onore ili Apollo. — r. 1-8.
Giove violò Leda sotto la forma
ili un cigno: si cangiò in pioggia
d’oro per Danae; in serpente per
Proscrpina; sotto l’ubilo ili pasture
violò Mncmosiue. * Nelle .Mei. Arsene
virtù dell’ erbe.
ricama nelle sue tele questi furti di
Giove « Fccit olorinis (.edam recu-
bare sub alis..., Atireus ut Danacn
Asopitla Inserii ignis, Mocmosynem
puslor, vnrius Decida serpens. >
Si. 108. — v. 1-2. Nettuno si tras-
formò in montone per Teofane figlia
ili Bisulte; in giovenco per Arile
figlia ili Eolo. * Nel I. c. delle Met.
« Te quoque nudatimi torvo, Nrptu-
ne, im eneo Virgine in ./Eolia posuit...
arics Bisalliilu fallis. • — v. 3. Sa-
turno si trasmutò in cavallo per
Eillira, dalla quale ebbe Cliironr
inezz’ uomo e mezzo cavallo. * Mei
I. c. « Ut Sulurnus equo geminimi
Cliirona crearit. • — t>. 4. * Quando
pasci le greggi ili Admeto e inna-
morò ili Dufnr. — v. 5. * Var. cam-
pagna : Ricc. 2723. — 5-G. * Tibul-
lo. Eleg. Il, 3. • Delos ubi mine.
Pliirbe, Ina est? ubi delphica Pyllio ?
Ncmpe Amor in parva te iubet esse
casa. » — v. 7-8. Apollo fu inven-
tore della medicina: Ovid. Met. I.
• Inventimi medicina mcuni est ;
opifexqtic per orbcm Dicor, et licr-
luiruni siihiecla polenti* nobis. •
Tib. I. c.: *Nec potili! cnrns sanare
sulubribus lierbis: Quidqttid crai
medicee vicerat urtis Amor. * Ovid.
Iler. : • Amor non est medicabili}
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LA GIOSTRA.
Poi segue Dafne, e ’n sembianza si lagna 103
Come dicesse — 0 ninfa, non ten gire: .
Ferma il piè, ninfa, sovra la campagna,
Ch’ io non ti seguo per farti morire.
Cosi cerva leon, così lupo agna;
Ciascuna il suo nemico suol fuggire:
Me perchè fuggi, o donna del mio core.
Cui di seguirti è sol cagione amore? — -
Arianna, Te- Dall’ altra parte la bella Arianna no
Con le sorde acque, di Teseo si dole
E dell’ aura c del sénno che la inganna ;
1 °ncparazi° P* paura tremando, come sóle
Per picciol ventolin palustre canna;
Pare in atto aver presse tai parole
— Ogni fera di te meno è crudele:
Ognun di te più mi saria fedele. —
Vicn sopra un carro d’ oliera e di pampino ni
Racco. Coverto Bacco, il qual duo tigri guidono;
iierbis. » — ». 8. Perché, usalo per
benché, ancorché. * Bocc. Finmm.
« Ora die da amore, perditi io vo-
glia, non mi posso partire. »
Si. 109. — ». 2. Ovili. Met. I.
« Nympha, precor, Penda, mane !
non insequor Itosi is. Nympha, mane !
sic agna lupum, sic cerva leoueni,
Sic aquilani penna fugiunt trepidante
columbi», Hostes quseque suos. Amor
est milii causa sequendi. » — ». 6.
* Var. Ciatcìino: Rice. 1576. A. D.
S. Volg. — ». 7. Dos», signora,
padrona : da dominiti, clic i latini
dicevano anche domnus. * Vur. ila
perche : D. S. Volg.
Si. HO. — ». 1. * Anusa», figliuo-
la di Minosse li re di Creta. Teseo,
al quale essa avea salvato la vita
insegnandogli il modo di uscire dal
lakerinlo, l’ abbandonò, mentre ella
dormiva, nell' isola di Nasso. Bacco,
avutane compassione, la fece sua mo-
glie. (Fornac.) — e. 2. * « Tbesea crn-
delcrn surdas clamabat ad undas •
Ovili. Ar. ani. I. — ». 3. Nelle Eroi-
di di Ovid., Arianna a Tes. « In quo
(litore) me somnusque incus male
prodidii et tu, Proli facinus! somnis
insidiate mcis: • e • In me iurarunt
somnus ventusque. » * E Catullo pur
d’ Arianna • fallaci eredita sonino >
— ». 5. Ovid. « Utque levi zephyro
grociles vibrantur ariste. » — ». 6.
Dante : « Ed avea in atto impressa està
favella. • — * Presse. Così i Cotld. fior,
e le v. st ma A. D. S. e la Volg. leg-
gono : Par clu in atto abbia imprette
lai parole. — ». 7-8. Ovili. • Mitius
inveiti quam te genus ontne fera-
runi: Credila non ulli quam tibi
peius crani : > da cui V Ariosto, XIX :
- Ma quai fere crutlcl potrinno farmi,
Fera crudcf, peggio di tc morire? »
Si. 111. — ». 1-2. Ilorat. IV, 7.
• Orualus viridi tempora pampino
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LIBRO PRIMO.
03
E con lui par che l’ alla rena stampino
Satiri, Hac- Satiri e Bacche, e con voci alte gridono.
Quel si vede ondeggiar: quei par eh’ inciampino:
Quel con un cembol bec: quegli altri ridono:
Qual fa d’ un corno e qual delle man ciotola :
Quale ha preso una ninfa, e qual si rotola.
sileno. Sovra l’ asin Silen, di ber sempre avido, 112
Con vene grosse nere e di mosto umide,
Marcido sembra sonnacchioso c gravido:
Le luci lia di vin rosse enfiate c fumide:
L’ ardite ninfe l’ asinel suo pavido
I’ungon col tirso; e
A’ crin s’ appiglia ; e
Casca nel collo, e i
Libcr : • Senec. Edip. Il : « Turgida
pampineis redimitus tempora scr-
lis. • * Virg. • Liber qui pampi-
neis victor iuga flectit habeuis. »
Var. : A. D. S. e la Volg. leggono al
v. 2, guidano, al 4 gridono, al 6
q uri par che ridano. — ». 4. Ovili.
Met. « Boccine Salyrique sequun-
tur > — v. 7. Ciotolì : vasetto da
bere senza piede, di tenuta di poco
più di un cornuti bicchiere. V. C.
— c. 8. * Var. e quale rotola : Codd.
ricc. — v. 1-8. * Ovid. Ar. ani.
• lam deus in curru quem siimmum
texerat uvisTigribus adiunctis aurea
lora dalia!. Ecce Miinallonidcs sparsis
in (erga capillis : Ecce leves satyri,
praevia turba dei.
Si. 112. — v. 1. Sii.es. • Te
(Racco) senior lurpi sequilur Silenus
ascilo » Senec. Edip. II. * Sileno,
balio c compagno di Bacco (Fornu-
ciari.) — 2-3. ■ Silcnum... Infialimi
liestcrno veuas ut senipcr taccilo >
Virg. ec. Nemes « ... venas infla-
lus neclare dulci Hesternoquc gra-
tis semper ridetur taccilo. — * Mo-
sto, vino nuovo. — v. 3. * Minano.
lui con le man tumide
mentre sì l’aizano,
satiri lo rizano.
tl Monti, recando questo passo nella
Proposta, interpellò marcido per
ritto, ubriaco. — * Giovino. Grande-
mente pieno, grave del pondo di
clic egli è pieno. — e. 4. * Filarne,
piene de' Turni della crapula, de’ va-
pori clic il vino manda al capo (For-
nac.) — v. 6. * Tirso, asta circon-
dala di edera c di pampani, con una
punta in cima. Lo portavano le Bac-
canti (Fornac.). Var. cd ci con : Volg.
— ». 7-8. Mctam. IV : « ... tituban-
te-, ebt-ius arltis Sustinet, et pondo
non forlilcr liatrct ascilo; > e XI :
• tilubantcm annisque mcroque Ru-
rieolat excepere Pbryges. » * Var.
attizzano: A. D. S. Volg. Aizzano,
legge, per testimonianza del Betti,
l' Oliver. Questa ottava tutta è presa
dal I dell’ Art. ani. • Ebrius ccce
senex pando Silenus asello Yix sedei,
et pressas contine! arte iubas. Unni
sequilur Bacclias, Bacchte fugiunt-
que pcluHtque: quadrupedem ferula
doni maltis urget eques, In caput
mirilo cecidit detapsus asello; Clo-
marunt Satyri — surpe, ogc sorge
pater. »
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Gi
LA GIOSTRA.
Quasi in un tratto vista amata c tolta
fiuto, Pro- Dal toro IMuto Proserpina pare
scr|)"ia. sopra un gran carro, c la sua chioma sciolta
A’ zefiri amorosi ventilare.
La bianca vesta in un bel grembo accolta
Sembra i cólti fioretti giù versare:
Lei si percuote il petto, e 'n vista piagne.
Or la madre chiamando or le compagne.
Posa giù del lione il fero spoglio
Ertolo. Ercole e veste di feminea gonna:
Colui che ’l mondo da grave cordoglio
omfaic. Avea scampato, et or serve una donna:
E può soffrir d’ Amor l’ indegno orgoglio.
Chi con gli omer già fece al ciel colonna:
E quella man, con che era a tener uso
La clava ponderosa, or torce un fuso.
113
Hi
Si. 113. — ». 2. * PnoscnpiXA,
figliuola «Iella dea Cerere. Mculre
coglieva fiori in un prato, fu rapitn
da Plulone re dell’ inferno (Fornae.)
— * Pam:, apparisce, si vede. Il v.
parere si trova spesse volte usalo in
questo senso. « L’ angcl... Dinanzi
u noi pareva si verace Quivi inta-
glialo • Purg. X. (Fornae.) — ». 4.
* Veramente i Cotld. e le antiche
stampe hanno venlillare. — ». 5.
* Accolta, raccolta. — ». 7. * Var.
Si percuote ella il petto: A. D. S.
Volg. — ». 1-8. * Pene simul visa
est dilectnque raptaque Diti, l'sque
adeo est properatus amor. Dea fer-
rila onesto Et matrem et comitcs,
sed matrem siepius, ore Clamai; et,
ut summa veslem laninrnt ah ora,
Collecti flores tunieis cecidere re-
inissis ■ Mct. V. : « voi tic ri fertnr
Proserpino curri! Ciesariem diffu-
sa noto, planctuquc lacettos Verbc-
rut. >
St. 114. — ». 2. * Ercolr, for-
tissimo eroe della favola. Portava
per veste la pelle d’mi fiero Icone
da lui ucciso. La sua arma era la
clava, grossa e noderosa mazza. Colle
sue celebri futiche liberò il mondo
da molti mali. Oscurò tanta gloria,
servendo, per amore, ad Onfule re-
gina dei Lidii (Fornae.) I Codd. fior.,
le vccch. st., il cod. oliv. cit. dal
Retti leggono vate di femminea:
ma veste femminile gonna, D. S. Ediz.
roro. 1804 : veste femminina gonna,
A. Volg. — ». 3-4. * • Oh miracolo
altieri quel che già tanto Videa, che
diede n’ fieri mostri bando E vinse
il mondo or dal bell'ila è vinto -
Rainieri. — ». 5-P. Ercole sollevò
Atlante presso a soccombere sotto il
peso del ciclo che egli portava. * Var.
Chi con gli omeri già fé" al ciel co-
lonna: Baz. e qualche st. moderna.
— ». 7-8. * Var. Poderosa: B. A. I).
Volg. Ma ponderosa legge il Cliig.
(ediz. rom. 1804) ; poi, torce il fuso.
Tasso, Gcr. XVI : - Se l’ inferno espu-
gnò, resse le stelle, Or torce il fuso:
Amor se 'I guarda e ride. •
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LU5U0 PRIMO.
OD
Gli omer setosi a Poliferao ingombralo J15
L’orribil chiome e nel gran petto cascono,
E fresche ghiande l’ aspre tempie adombrano:
D’ intorno a lui le sue pecore pascono.
Nè a costui dal cor già mai disgombrano
Li dolci acerbi lai che d’ amor nascono :
Anzi tutto di pianto c dolor macero
Siede in un freddo sasso a piè d’ un acero.
ciglio di sci Dall’ una all’ altra orecchia un arco face no
.panne. ^ ciglio irsuto lungo ben sei spanne:
Largo sotto la fronte il naso giace:
Paion di schiuma biancheggiar le zanne:
Tra’ piedi ha il cane
Si. Ita. — ». 1-6. * Vnr. ingom-
brano, calcano, adombrano. Pretto
a tc par tue pecore che pateano
(verso die gli elegantissimi corret-
tori affibbiarono ilei suo ai Poli-
ziano per odio olle desinenze in ono,
e, come senlesi, del Poliziano de-
gnissimo), ditgombrnno , nasca no (a
dispetto della sintassi) A. D. S. Volg.
Cosi anche l’ediz. rom. 4801: ina il
Cod. oliver., per teslinionianz.a del
Betti, legge con noi. — * Poufeuo ;
figliuolo di Nettuno, del popolo mo-
struoso de’ Ciclopi che nbilavuno in
principio la Sicilia. Vedi Omero e Vir-
gilio. — ». 4-2. Ovid. Mei. XIII. «...co-
ma plurima torvo* Prominel in vultus,
humerosqtie ut lucus obumbrut. » C
altrove ei dice a Galatea : • Nec mea
quod duris horrent densissima setis
Cor poni, turpe pula... hirtarque de-
cent in corpore sette. » — * Srrosi,
setolosi. — ». 3. * Perchè inghir-
landato d’ un ramo di quercia. —
». 4. Virg. « Stani et oves circuni »
e altrove: • Lanigera comitantur
oves. • — ». 5. * L'ediz. rom., che
nel resto va con la volg., a questo
v. legge: Ni dal cuore di lui ijiam-
Ponzino.
e sotto il braccio tace
mai disgombrano. — ». 6. * Lzi : Vo-
ci meste, canti flebili. — * D' non
Amava Gaiatea ninfa del inare, datlu
quale per altro era stato sempre di-
spregiato c deriso (Fonine.) Nel bel-
lissimo idil. di Teocr., Il Ciclope:
• crudelissima avendo sotto il cure
la piaga da Venere potente, che il
■lardo gli avea nelle viscere infitto.»
— ». 8. Anche nell’ id. di Tener, è
sedente sur uua pietra. » * Var. seg-
giu : A. 1). S. Volg. Ma il Cod. chig.
(Eiliz. rom. 1804) e l'Oliver. per te-
stimonianza del Belli leggono siede.
Si. 416. — ». 4. * Var. Dall'uno
all’ altro orecchio : Codd. ricc. —
». 2. — * Il ciglio. I ciclopi ave-
vano un occhio solo c per conse-
guenza un ciglio solo (Kornac.) —
Spanne. Spanna è la lunghezza della
■nano uperta e distesa dalla estre-
mità del dito miguolo a quella ilei
grosso. V. C. — ». 4-3. Cosi il Ci-
clopo descrive' se stesso in Teocr.
• ... a ine irsuto il sopracciglio per
tutta la fronte da un’orecchia sten-
desi all’ altra come unica linea, c
solo un occhio v’ è sotto, e largò il
naso sopra le labbra. — ». 5. Anche
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LA GIOSTHA.
GG *
/lccnt’o mI!- ^na zamP°g»a ben di cento canne:
uo. bui guattì il mar eh’ ondeggia, e alpestre note
Par canti, e mova le lanose gote,
E dica eh’ eli' è bianca più che il latte n;
Ma più superba assai di’ una vitella;
E che molte ghirlande gli ha già fatte,
E serbagli una cervia molto bella.
Un orsacchin clic già col can combatte;
E che per lei si macera e flagella;
E che ha gran voglia di saper notare
Per andare a trovarla in fin nel mare.
Teocr. ila il enne a Puliremo • ... ili
nuovo ella (Galatea), ecco, Irae al
enne che li accompagna custode
delle pecore. » — t>. S-6. Virg., di
Poliremo : • De collo iìstulu pendei. »
c Ovid. : • Sumptnquc arundinibus
rompaci» est lislula ccnturn. • Po-
liremo, secondo Luciano, è fra le al-
tre enee musico, e in Teocr. ilice di
sè slesso : - Sonore della zampogna
so, come niun altro qui dei Ciclopi. >
— e. ".Teocr. * E al mare guardando
tali cose cantava • * Var: Lui guar-
da ; qunlcli . v. si. E guarda il mar,
A. D. S. Volg. Ediz. rom. 180-1. —
Alpestre (alpestri, Volg.) — Note : è
del Pelr., e il Tassoni annota: S’in-
tende con cattivo numero e canto alia
contadinesca. Il Bore, nell' Urli, disse :
E con alpestre unte cantando inco-
minciarono a danzare. » — ». 8. Li-
tose cote : è di Dante « ... fur quete
le lanose gole Al nocchicr ec. *
5/. 117. — ». t. * I Coild. fior,
leggono Ch’ eli’ è : ma che l’c le vccclt.
sL lino al Sermart. ; e cosi piace al
Portine, che ne’ Disc. fllol. scrive di
questo verso : « Gli editori corregge-
vano, o, a parlar più propriamente,
guastavano il verso cosi : E dica ch’el-
la-è bianca più che il latte ,- togliendo
per questo modo un certo clic ili na-
turale speditezza e, dirò cosi, di gra-
ziosa fiorentinità clic mi par di senti-
re nell’originale scrittura. » — e.l-S.
Teocr.: • 0 candida Galalea... più
candida del formaggio a vedere e
più morbida di un’ ugnella, più d’un
vitello gaia e più acerba dell’ uva
agresto: • e Ovidio: « Molli or et
eyeni piuma et Incle concio. . Lsevior
indomiti* endem Calatile» ìuvencis. »
— ». 3. * Var. le ha : Volg. — ». 4-5.
Nell’ idil. di Teocr. le serba undici
cavriuole da figliare e quattro or -
snechini. * Var. serbale : A. D. S.
Volg. — ». 6. * Flagella. Var. s fla-
gella : qualch. v. st. « Manca ai vocab.
il v. flagellarsi nel signif. di afflig-
gersi, angustiarsi, come nel poema
della Pass. si. SO: « Che di lasciarti
il cor mi si flagella. • Si vedano
ancora le si. 24, 89, 149. E il Polis,
dice di Polif. amante di Galat. • per
lei si macera c flagella. • L’ Ariosto,
Fur. Il, 2. • Ora s’ affligge indarno
e si flagella. » (Fonine., disc. (11.)
— ». 7-8. Teocr. •Oimè! clic non
pariorimmi la madre che le alio
avessi, clic discendessi a le c la
mano tua baciassi, se la bocca non
vuoi ? e ti porterei o gigli bianchi u
papavero molle ... Ora, o fanciulla, ora
a notare imparerò, se qualche forcslie-
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unno primo. G7
Due formosi delfini un carro tirono: ii8
Galatea. Sovra esso è Galatea che ’l fren corregge :
E quei notando parimente spirono:
Ruotasi a torno più lasciva gregge.
Qual le salse onde sputa, e quai s’ aggirano ;
Qual par che per amor giuochi e vaucgge.
La bella ninfa con le suore fide
Di si rozo cantar vezosa ride.
Intorno al bel lavor serpeggia acanto II?
Di rose e mirti e lieti fior contesto;
Con vari augei si fatti, che il lor cauto
Pare udir negli orecchi manifesto:
Nò d’altro si pregiò Vulcan mai tanto,
Nò ’l vero stesso ha più del ver che questo:
E quanto l’arte intra sé non comprende.
La mente imaginando chiaro intende.
Epilogo. Questo è il loco che tanto a Vener piacque, 120
A Vener liella, alla madre d’ Amore :
ro per nave ci capi la -, che io vegga clic
gusto avete ad abitare nel fondo. »
Si. 118. — v. 2. * connzcce : qni :
semplicemente, regge. — Spinoso :
• doioi d’ana physioontes... delphi-
nes ( duoque lursum ajjlunlct del piu-
«e») • Esiod. se. Ere. — e. 4. • E il
coro curvo dei pesci sopra l’ onde sal-
tellando intorno al corpo della Rafia
scherza, dove ella nuota ridente •
Anacr. — * Lasciva : la voce la-
seivo , che oggi comunemente si usa
in cattivo senso, fu spesso dai Latini
c anco da nostri scritt. usala nel
signif. di zcherzevole , fetloto (For-
nac.) — 1>.6. * Gmocm, sclicrii. Un
antico: • il gatto giuoca col topo. *
P. degli Uberti * Oiuocano all ‘ om-
bra delle gran fornir. • — o. 7.
* Suoae : le Nereidi, lo altre ninfe
ilei mare. — o. 8. * Vnr. rozo parlar :
Bai. c piacque al Fornaciari.
Si. IO. — t». 1 . * Bri uvon : una
veccli. st. ha verde laur. — Acanto.
Tcocr. «Ed’ ogni parte intorno la
tana vola molle acanto : » Virg. ■ Et
molli circum est ansas amplcxus
acantbo. » * » É una pianta la quale
getta dalla sua radico alcune foglie
larghe, belle, profondamente taglia-
te, c le cui estremità s’incurvano
naturalmente ; e la quale per I’ af-
lezza, la grossezza, la pieghevolezza
del suo fusto è acconcia ad essere
tessuta in festoni, ornali c simili.
Di qui il costume di scolpire la
forma di lei nei capitelli delle co-
lonne di ordine detto corintio, nei
vasi cc. ; e d’ inlesscrla nelle vesti,
nei veli e simili. La figura pertanto
di questi» pianta circondava le scul-
ture sopra descritte, con intreccia-
ture di mirti, di rose c di altri
fiori. • (Fonine.)
Si. 120. — r. 1. • Questa è la
terra che cotanto piacque A Vene-
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LA GIOSTRA.
Qui !' arcier fraudolente prima nacque.
Che spesso fa cangiar voglia e colore/
Quel che soggioga il ciel la terra e l’ acque.
Che tende agli occhi reti e prende il core/
Dolce in sembianti, in atti acerbo e fello : '
Giovane nudo, faretrato augello.
Or poi che ad ali tese ivi pervenne, ii>i
Forte le scosse, e giù calossi a piombo, •
Tutto serrato nelle sacre penne.
Come a suo nido fa lieto colombo;
1/ aer forzato assai stagion ritenne
Della pennuta striscia il forte rombo:
Ivi racquete le trionfanti ale.
Superbamente in vèr la madre sale.
'"ritrovila Trovo! la assisa in Ietto fuor del lembo, i-»>
Venere da Pur mo di Marte sciolta dalle braccia,
cupido. j| qUaj rovescio gli giacca nel grembo,'
Pascendo gli occhi pur della sua faccia:
re . |>elr. Tr. Am. — r. 3. * Var. Si. 122. — „. 1-2. Slazio, Sylv. I.
Pr,ma: A. D- S. Volg. — t>. 7. « Alma Veous (baiamo pulsa modo
Bionc, di Amore - selvaggio, spietato, nocte iacebat, Amplexu duro gelici
no» simile alla forma l’animo. » resoluta mariti. . _ „. 3. .* Var
A ar. in allo : le st. — ». 8. Mosco : gli giaceva in qualche v. st. ; le gia-
• Nudo il corpo.... c alato come oc- ceco in grembo, A. D. S. Volg
cello. . * Var. nudo, e: D. S. Volg. ». 4. Pascendo cli occm: Pascer gli
Si. 121. — ». 5. * Fei\z»io ; me- occhi (* dilettarli, saziarli) è del lat.
(afone, commosso, agitalo. Virg. XI. c dell’ital. Tcrenz. Phorm. .oculos
- Aquila ciberà verberat nlis. . pascere:» Ovid. Il, Amor. .atque
Ovid. • eliso percussis aere pennis. • oculos pascal uterque suos. » * Ario-
— Assai stacios, assai tempo. * . Per sto, Capii. : . Pascer la vista or dc-
ptccola stagion vi si ritenne. » Bocc. gli occhi divini, Or della fronte, or
Tes. I. — », 6. * Pe&kuta striscia, lo dell’eburneo petto. » ». 3.4.
strisciare delle penne (ale) per l’acre. L’ imag. di questa St. la deve il N.
». 7. Racquete. Il Dizion. di Bo. A. a Lucrezio » .... in gremium qui
logna spiega: . Cessando d’ agitar l Mars) siepe tuum (0 Venus) se Rei-
l' ale, e con quel modo di volo dove cit..., Atque ita suspiciens tercti
muover d’ala non apparisce. . Dante cervice reposta, Pascit amore avnlos
(Par. V.) dice gucla la corda dell’ ai- .inbians in te, dea, visus; Eque tuo
co quando ba cessalo da ogni vibra- pendei resupini spirilus ore llune
/ione. - ». 8. SureimtUESTE. Claud. tu, diva, tuo recubantem pectore
« Passuque superbior intra). . saucto Circumfusa super . * |mi-
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LIBRO PRIMO.
GD
Di rose sopra lor pioveva un nembo
Per rinnovargli all’amorosa traccia:
Ma Vener dava a lui con voglie pronte
Mille baci negli occhi e nella fronte.
Sopra e d' intorno i piccioletti Amori 125
Scherzavon nudi or qua or là volando:
E qual con ali di mille colori
Giva le sparte rose ventilando:
Qual la faretra empiea de’ freschi fiori.
Poi sopra il letto la venia versando :
Qual la cadente nuvola rornpea
Fermo in su l’ ali, e poi giù la scotea.
Come avea delle penne dato un crollo, 124
Così 1’ erranti rose eron riprese :
Nessun del vaneggiare era satollo.
Quando apparve Cupido ad ale tese
Ansando tutto, e di sua madre al collo
Gittossi, c pur co’ vanni il cor li accese;
Allegro in vista, e sì lasso che a pena
Potea ben per parlar riprender lena.
lato dal Berni nel princ. del II
dell’ Ori. * Quando a giacer, della
tua faccia bella A pascer gli avidi
occhi, in grembo 1’ hai. » — «.5.
Nembo, per moltitudine, modo usato
da’ Latini. * « ... Nec blandus Amor
■tee Grafia cessai Amplezum virides
optate coningis arlus Floribus in-
numeris et olenti spargere nymbo. ■
Stazio, Sylv. : Claud., di Stilirone,
-.... nec signifer ullus Nec miles
pluvie florcs dispergere ritu Ccssat
purpureoque duccm perfundere nim-
bo. »
Si. 123. — ». 4. Stazio, 1. c.
• Fulcra torosque dee tenerum pre-
mit agmeu amorutn. » — r. 2. San-
nazz. • Vcgnan li vaghi amori, Sen-
za fiammelle o strali, Scherzando
insieme pargoletti e gnudi. — r. 5.
* Var. di freschi : le si. — 5-G.
Preso da Claud. (epith. Pali, et Cel.)
- Ut thalami tetigere fores, tunc
vere rubenles Desuper invrrtunt ca-
lathos, largosque rosarum Imbres et
violas plenis sparserc pharelris. >
— e. 7. * Nuvola per « gran quan-
tità di cose levate in alto e mo-
ventesi.’ V. C. Dante: «nuvola di
fiori Clic dalle mani angeliche sa-
liva. •
Si. 424. — ». 1. * Var. dalle
penne: si. ant. A. I). S. — 3. * Var.
Nessuno al: Cod. rice. 2723. — ». 5-6.
’ Et tenere mntris cervice prpen-
dit » Staz. I. c. — ». 6. • Admotis
lepcfecil peclora pennis » Staz. I. c.
* Sidon. Apoll. > Oscula sic matris
carpens, somnoque refuse Semiso-
pore levi palpabat lumina penne. •
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70 LA GIOSTRA.
Parole JiVr- — Onde vien, figlio? o qual n’apporti nuove? — 125
Jido.aCu Vener gli di.se, e lo baciò nel volto:
Ond'esto tuo sudor? qual fatte hai prove?
Qual dio qual uomo hai ne’ tuo’ lacci involto?
Fai tu di novo in Tiro mugghiar Giove?
0 Saturno ringhiar per Pelio folto?
Che che ciò sia, non umil cosa panni,
0 figlio, o sola mia potenzia et armi.
Si. 125. — i*. 1. * Yar. quai: A.
I). S. Volg. — v. 3. Clami. * quid
tantum gavisus, oit ? qua: prtelia
sudasi » Est», sincop. ila questo:
modo poetico. — 4-5. Clami. • Im-
probe, quis iacuit telisi lleriimque
tonantem Inter sidouins cogis niu-
girc iuvrncas ? Ali Titana domasi >
* in Stazio, gli Amori domandano
a Venere • ... quas forre faces, qua:
pectora figi Imperet; un tcrris ste-
vire un uialit in undis, Ali misccrc
deos an adliuc versare Tonantem. •
— * Tiro, fitta della Fenicia, dalla
quale Giove rapi Europa. * Mi'cgmiar.
Var. maggior: A ;ùi loro maggior :
I). S. — ». G * Peno, monte della Tes-
saglia, dove Saturno sorpreso dalla
moglie Opi ne’ suoi amori con Filini
fuggi sotto forma di cavallo. Virg.
Georg. Ili : • Talis et ipse iubam cer-
vice effluii! equina Coniugis adventu
perni* Saturnus et alluni Pelion liin-
nilu fugiens implevit acuto. » — », 7.
* Var. quel che ciò sia : A. I). S. Volg.
— ». 8. iEii. I. « Nate, mea: vires, mea
maglia potcntia solus • Metani. IV.
« Arma manusque metE, mea, nate,
potcntia: » onde il Tasso, Ger. IV:
• .... Itene, o miei Fidi consorti, o
mia potenza e forza. > * Stazio : • ...
tu, mea summa poteslas, Nate. »
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LIBRO SECONDO.
Eron già tutti alla risposta attenti i
E -parvoletti intorno all’aureo letto:
Quando Cupido con occhi ridenti
Tutto protervo nel lascivo aspetto
Si strinse a Marte, e con li strali ardenti
Della faretra. gli ripunse il petto.
Si. 1. — o. I. Yirg. « Conlicucrc
omnes inteiitiquc ora tenebaiil; » c
il Tasso, Ger. XVI: • Tacquero gii
altri ad ascoltarlo i n tenti. » — v. X.
Protervo. Mosco, di Amore: «ed Ita
protervo l'aspetto. » * Protervo : la-
tinamente significa petulanza rou
disprezzo di ciò die se le frapponga
c clic quasi calchi (proteral) gli
ostacoli. Oroz., degli amanti di Lidia :
• quuliunl fcneslras Ictibus crehris
iurencs protervi ; » c di Lulagc:
* proterva fronte pelei Lalagc mari-
timi. • Seneca dice protervie» furor
l'amore di Fedra, c protervi gli strali
d’Amorr. V. sotto st. XXVIII, — v. 5.
Si strirse » Munte : si accostò, luf. XIX :
• I’ mi strinsi al maestro per so- ,
spetto. - — Strili mmsti: Mosco
chiamò gli strali d’ amore tpiranti
fuoco; e nell' Am. fugg. « i doni
suoi di fuoco tutti sono aspersi : *
Apoll. Arg. HI: « dardo a fuoco si-
migliatile. • — v. 6. Ritorse, punse
di nuovo. — i). 7. Tistk ni velerò:
Mosco, del bacio e delle labbra di
Amore: «Tristo il bacio, le labbra
sono veleno : > c nelle l’aslor. di
Longo : « Or dunque gustò del ve-
leno Cloe su ’l baciarmi 7 * * Tinte,
latinamente ; bagnate, asperse : «Spi-
ali» felle lincia » Ovid; e Persio
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LA GIOSTRA.
E colle labra tinte di veleno
Baciollo, e ’l foco suo gli misse in seno;
Risposta di .Poi rispose alla madre — E’ non è vana 2
Venere-. a ragion che sì lieto a te mi guida,
Ch’ i’ ho tolto dal coro di Diana
E1 primo conduttor la prima guida.
Colui di cui gioir vedi Toscana,
Di cui già in sino al ciel la fama grida
In sino agl’indi in sino al vecchio Mauro;
lulio, minor fratei del nostro Lauro.
L'antica gloria e 'I celebrato onore s
Chi non sa della Medica famiglia;
E del gran Cosmo, italico splendore.
Di cui la patria sua si chiamò figlia?
E quanto Pietro al paterno valore
Aggiunse pregio, e con qual maraviglia
Laude della
casa dei
Medici.
fuoruscili di
Firenze per
• ... libido... ferventi lincia vene-
no : » • tinti e imbrattati di loto •
Varchi. — e. 7-8. dEueid. I. Venere
n Cupido : • Ciim (fìido) dabit am-
plcxus atque oscula dulcia (igei, Oc-
riiltuin inspires ignem fallasque ve-
neno. • * Var. mise in seno : A. D.
S. Volg.
Si. 2. — ». 4-2. Corrisponde a quel
jli Claud. • Lattare, parens: im-
mane trophseum Retulimus. • —
». 3. Togliere dal coro di Diana è
ridurre sotto la potestà d’ Amore:
ed essere nel coro di Diana £ con-
servarsi nello stato verginale. Onde
Catul. • Diante sumus in fide Pueilc
et pueri integri. • Callim. cosi fu
dire Diana a Giove : • Dos moi par-
ilienien aioonion, appa , pliylas-
sein; » tradotto da Ovid. • Da inibi
perpetua, geoitor diarissime, dixit,
Virginitate fruì. » ». 6. * Li
ri*» ciudi: • La fama, che la vostra
casa onora, Grida (celebro) i signo-
ri, e grida la contrada. » Dante
Purg. — ». 7. * Lidi ; posti per lo
più da’ poeti a significare i popoli
dell’ oriente in generale. — * Vec-
chio Mimo ; Atlante, fratello di Pro-
meteo, re di Mauritania, del quale
dicono i miti che sostenesse il cielo
con gli omeri : fu cangiato in mon-
te, nell’ iulerno della Libia. Virg.
• ... iacet extra solerà lelltis, Extra
anni solisque vias, ubi eaelifer Alias
Axem huinero torquet steliis arden-
libus aptum. »
Si. 3. — ». 3. * Italico sfles-
uoxe. Virg., di Ettore: • 0 lux Dar-
danite. » — ». 3-4. Cosiino per so-
prannome il Padre della Pairia ,
il quale, dice Leandro Alberti, fu
in tanta opinione in questa città
(Firenze) che potea di quella disporre
quanto gli parea. Mori nel 4464; e
fu sepolto con questa iscrizione:
Decreto n buco fairi firme. — ». 6.
• Var. V aggiunse : Cod. ricc. 2793.
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LIBRO SECONDO.
virtù di Pie- Dal corpo di sua patria rimosse abbia
Le scelerate man, la crudel rabbia?
tro.
Lucrezia ma-
. drc di Iu-
Ijo.
Lucrezia da-
ma di Lo-
renzo.
Di questo c della nobile Lucrezia
Nacquene Iulio, e pria ne nacque Lauro;
Lauro, che ancor della bella Lucrezia
Arde; e lei dura ancor si mostra a Lauro;
Rigida più che a Roma già Lucrezia
0 in Tessaglia colei eh’ è fatta un lauro;
Nè mai degnò mostrar di Lauro .agli occhi
Se non tutta superba e’ suo’ begli occhi.
Non priego non lamento al meschin vale.
Ch’ella sta fisse come torre al vento;
Perch’ io lei punsi col piombato strale,
E col dorato lui; di che or mi pento.
Ma tanto scolerò, madre, queste ale.
— * Le scEUiuTK tua dei cittadini
intesi a portarle danno, o più tosto
a disfarsi di Piero de’ Medici. Erano
i Pitti, gli Acciainoli, i Ncroni, i Se-
derini; che nel 1468, fatte venire sul
territorio della repubblica le armi di
Dorso marchese di Ferrara, volevano
uccidere Pieroe ritogliere a’ Medici il
reggimento: scoperti per opera di
Lorenzo, furono, fuori che Luca Pitti
il quale abbandonò la parte, banditi.
St. 4. — r. 4. * Lumen*, Torna-
buoui. — e. 3. Sappiamo dal Valori
t biografo di' Lorenzo) che questa
Lucrezia era della nobil famigli
dei Donati, egualmente distinta per
la sua bellezza che per le sue virtù,
e discendente da Corso Donati... Le
circostanze dell’ amore di Lorenzo
verso di questa Lucrezia vedile mi-
nutamente descritte nel Corani, so-
pra il primo sonetto che egli scrisse
in onor di lei. t* Vedi Panie di
Lorenzo de' Medici, Barbèra, 4859,
pag. 35 63; e la prefazione a quel-
le.) — o 4. * Vur. linea ella : A. D. S.
\olg. — 5. * Var. eh' in Roma: A.
D. S. Volg. — * Lucrezia, la moglie
di Collatino. — r. 8. Dafne. — *>. 8.
* Ripete per tutta I’ ottava le stesse
rime; come Dante fa per reverenza
nelle terzine del Paradiso ove nomina
Cristo, I' Ariosto per necessitò nella
st. 45 del C. XXVII, e I’ Anguillara
per istranezza nel I delle Metam.
St. 5. — r. 1. Ugolino Verini nella
sua Fiammetta indirizza alla detta
Lucrezia un'elegia, con la quale
cerca di renderla pietosa verso Lo-
renzo. — r. 2. Virg. « Stat ferreo
lurris ad auras. > * Purg. V : « Sta,
rame torre ferma, che non crolla
Giammai sua cima per soffiar di
venti. • — o. 3-4. Lo strale aurato
è quello clic fa innamorare; e le
quadretta impiombate , disamare.
Ovili. Mei. I : « Dequc sagitlifera
prompsit duo tela pliaretra, Di ver-
so ni in operum : fugai hoc, facit il-
lud amorem : Quod facit, auralum
est et cuspide fulget acuta : Quod
fugai, obltisum est et babet -sub
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7 i LA GIOSTRA.
Che ’l foco accenderolli al petto drento.
Richiede ormai da noi qualche restauro
La lunga fedeltà del franco Lauro.
Che tutt’or parmi pur veder pel campa c
Armato lui, armato il corridore.
Come un fer drago gir menando vampo,
Abbatter questo e quello a gran furore ;
L’armi lucenti sue sparger un lampo
Che faccin l’aer tremar di splendore;
Poi fatto di virtute a tutti esemplo
Riportarne il trionfo ai nostro tempio.
E che lamenti già le Muse ferno, 7
E quanto Apollo s’ e già meco dolfo,
Ch’ i' tenga il lor poeta in tanto scherno !
Lande di Et io con che pietà suoi versi ascolto !
Ch’ i’ 1’ ho già visto al più rigido verno,
. Pien di pruina e* crin le spalle e ’I volto.
Dolersi con le stelle e con la luna
Di lei di noi di sua crudel fortuna.
annidine plumbum. » — r. 6. * Var.
CVie foco acccndcrollc : A. D. S. Volg.
— r. 8. * Fianco, ardito, generoso.
Si. 6. — ».■!.* Allude alla giostra
del 17 febbraio 1468, nella quale
Lorenzo riportò il primo premio c
ohe fu cantata da Luca Pulci. — ». 3.
* Mesudo vispo; infuriandosi: Bcrni
Ori. • contro il conte vien menando
vampo.» — ». 4. * A gius pchore. È
proprietà della nostra lingua adope-
rare, significando modo, a per con.
Dante, Inf. XIX • tórre a inganno
In bella donna:» Par. XI : • ... coman-
dò clic l’amassero a fede. » Novelli-
no, XXX : » l’accogliesse a grandissimo
amore. » A grande onore è frequente
nei classici; frequentissimo nel par-
lar famigliare, venirea bandiere spie-
gale, seguitare a sproni ballali. —
v. ft. Virg. • /Eraqnc fulgciit Sole In-
cussila et lucem sub uubilu iactaut;»
ealtrove: «... clypeoque micantia ful-
mina mittunt. » * Omero : • ... mo-
vendosi quelli, del bronzo divino un
baleno in tutte parli splendente an-
dava per l’ aere al cielo. » — ». 6. • Co-
si le veccli. st. e, per attestazione del
Betti, il Cod. oliv. Il ricc. 2713, tremar
faccia l’atr. Aldo e gli altri dopo lui
fecero un verso da colascione correg-
gendo * Che faccian tremar l'aere di
splendore. » — * Turai». Cavalcanti
• ... fa di clarità l’ aer tremare. »
Si. 7. — ». 1-3. Preso da quel di
Stazio, Syiv. I : « ... quoties mihi que-
stus Apollo Sic vatem imrrcresuum! ■
— ». 5. Stazio, I. c. • Testis ego at-
tonilus.quautum me nocte dieque Ur-
gentem ferat. » — * e. 7. Tasso, Cer.
VI : • L’ innamorata donna iva col
cielo Le sue fiamme sfogando... •
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unno secondo.
75
Per tutto il mondo Ita nostre laude sparte ; s
Mai d’ a lutti, mai, se non d’ amor ragiona :
E potea dir le tue fatiche, o Marte,
Le trombe e l’ arme e ’l furor di Bellona :
Molte cose Ma volle sol di noi vergar le carte
Uoro'per ® di quella gentil che a dir lo sprona,
amore. Ond' io lei farò pia, madre, al suo amante ;
Che pur son tuo, non nato d’ adamante.
Godine j0 non gon natu dj ruvida scorza, o
1 up‘ °* Ma di te, madre bella, c son tuo figlio :
Nè crudel esser deggio ; e lui mi sforza
A riguardarlo con pietoso ciglio.
Assai provato ha 1’ amorosa forza.
Assai giaciuto è sotto il nostro artiglio:
Giusto è eh’ e’ faccia ornai co’ sospir triegua.
E del suo buon servir premio consiegua.
Ma il bel lidio, che a noi stato è ribello io
E sol di Delia ha seguito il trionfo.
Or drieto all’ orme del suo buon fratello
Vien catenato innanzi al mio trionfo :
Nè mosterrò giamai piotate ad elio.
Si. 8. — • tt. t-5. Stazio, I. e. ciò sci uscito ni d’ una pietra. » —
• ... [tostar comcs illc piusque Si- e. 5. * Var. ed ei: A. D. S. Volg.
gnifer armiferos poterai memorare — e. 5. Il N. A. in uno Ball. « Pro-
laborcs f.laraque focta viruni et tor- vai’ ho d’ amor la forza. • — e. 6.
rentcs sanguine campos : Bine libi * Articlio mctaf. Potere. Pctr., pur
plcctra dedit, mitisque incedere vates nd Amore, • Tanto provato uvea ’l tuo
Maluil et nostra Inorimi suhtexcrc fiero artiglio. • — ». 7. Var. eh" et
myrlo. ■ — ». 6. Della Lucrezia Dona- faccia, vecch. si.: eh' ei faccia: A.
ti, in lode della quale compose buon D. S. Volg. — v. 7-8. Stazio, I. c. «...
numero di rime. — e. 7.* Pi*, pietosa. ot quondam lacrymis et supplice dc-
— ». 8. Stazio, I. c. • 0 genilrix, duro xtru Et volia prccibusquc viro ron-
ncc cnim adamante creati, Sed tua cede movcri, 0 gcnetrix. •
turba sumus. » E il Pulci, Alorg. IV, Si. 10. • — ». 2. * Dfxi*. Diana nata
87, tolse di peso questo verso ■ Non nell’ isola di Deio. Vedi sopra, st. 2,
sarò ingrato a sì fedele amante, Chè v. 3. * Var. teguito ha : A. D. S. Volg.
pur son tuo non nato d’adamante. • — ». -t. *Pctr., Trionfo di Amore:
SI. 9. — ». 1. Il N. A. in una sua • Vici» catenato Giove innanzi al car-
nali. • lo non nacqui d’ulta scor- ro. ■ — ». 5. * Mosterrò, idiotismo di
za. » * Omero : • Non d’ una quer- cui son frequenti gli esempi negli"
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76
LA GIOSTRA.
Fin che ne porterà novo trionfo;
Sl(ìamatdt ' ,‘*1’ *° ho nel cor diritta dina saetta
tulio. Dagli occhi della bella Simonetta.
E sai quant’ è nel petto e nelle braccia, 11
Quanto sopra il destriero è poderoso.
Pur mò lo vidi si feroce in caccia.
Che parea il bosco di lui paventoso :
Tutta aspreggiata avea la bella faccia.
Tutto adirato tutto era focoso:
Tal vid’ io te là sopra al Termodonte
Cavalcar, Marte, e non con està fronte.
Conclusione
Ji Cupido.
Questa è, madre gentil, la mia vittoria;
Quinci è '1 mio travagliar, quinci è ’l sudore :
Così va sopr’ al ciel la nostra gloria
11 nostro pregio il nostro antico onore :
Così mai scancellata la memoria
Fia di te, madre, e del tuo figlio Amore :
Cosi canteran sempre e versi e cetre
Gli strai le fiamme gii archi e le faretre. —
12
Fatta ella allor più gaia nel sembiante is
Balenò intorno uno splendor vermiglio,
strili. fiorentini del sec. XV c XVI: il
Benedetti e l’Aldo seguitati da D. S.
c Volg. leggono mottrerò. — 1>. 7. Di-
niTT», diretta, volta. * Cosi legge il
coti, i-iec., l’oliv. per testimonianza
del Belli, e le veccli. si. : ma A. 0. S.
Volg. legg. nel core dritta. Anche in
Stazio Amore dice : • Rune egomet
tota quondam (libi dulcc) pbarelra
linprobus et densa Ircpidautein cu-
spide fisi. » — v. 8. Anacr. «Amore...
Degli ocelli saettandomi. •
St. tl. — v. 1.* Var. f/unnlo nel:
si. — v. 2. Poderoso : che ha potere ;
forte, gagliardo. — ». A. * ■ Questi
parca clic contro me venesse Con In
testa alla... SI clic parca clic l'acre ne
temesse- Dante. — r. ó. Asritcccun,
rigida. — e. 7. * Var. el Termodonte
Cod. ricc. 2723. Termodonte, fiume
delta Cuppadocia, che insieme con la
Tracia era sacra a Marte. — ». 8.
* Noi eoa està (ifnetla, qualche veccli.
st. c Scrm.) frotte; cioè, non con
questa fronte placida c amorosa che
ora posi in grembo di Venere.
St. 12. — ». 1. * Var. t/uetlo è;
Cod. ricc. 2723: l'alma vittoria; A.
D. S. — Var. el mio: qualche vcccli. st.
— e. 4-8. ‘Quelli versi son lasciali in
bianco nel Cod. ricc. — ». 6. * Var.
Di' te non fi a nè: A. D. S. Volg. — ». 7.
Ovid. «Tclyru... le carmina nostra
sonabunt. • — ». 8. Var. Strai: Baz.
Si. 13. — ». 2. • Dante, di ben
altra cosa « ... tento Clic balenò una
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I.IBHO SECONDO.
77
Ita fare un sasso divenire amante
Non pur te, Marte ; e tale arde nel ciglio,
comparsilo- Qual suol la bella aurora fiammeggiante :
Poi tutto al petto si ristringe il figlio,
E trattando con man sue chiome bionde
Tutto il vagheggia e lieta gli risponde.
— Assai, bel figlio, el tuo desir m’aggrada, n
Che nostra gloria ogn* or più l’ ale spanda.
Chi erra torni alla verace strada.
Obligo è di servir chi ben comanda.
Pur convien che di nuovo in campo vada
Lauro e si cinga di nova ghirlanda;
Chè virtù negli affanni più s’accende,
Come l’oro nel foco più risplende.
Ma prima fa mestier che Iulio s’armi, 40
SI che di nostra fama il mondo adempì.
Noia che l'au- E tal del forte Achille or canta l' armi
tempo 'che E rinnova in suo stil gli antichi tempi,
composo che diverrà testar de’ nostri carmi
geva ome- Cantando pur degli amorosi esempi ;
10 Onde la gloria nostra, o bel figliolo,
Vedrem sopra le stelle alzare a volo.
luce vermiglia. » — e. 3. * Ver. diven- «uni speclaiur ili iguibus aurum. •
tare: A. S. D. Volg. — ». 4. * Var. St. 45. — e. 4. Venere vuole che
ardea: Bened. A. D. S. Volg. — c. 7. Giuliano faccia sue prove in un tor-
* Var. Poi trattando. Cod. ricc. 2723 neo. * Var. tu prima : A. D. S. Volg.
— Var. Tutta, Benedetti. — e. 2. Adempiere, pel semplice ein-
St. 44. — t>. 4. * L’àle spanda. piere. * Ade»sn: dcsinema della terza
Dante, a Firenze: « per mare e per pers. del sogg. usata da’ classici e
terra batti l’oli : * e in una cani, sempre viva nel popolo, o. 3. Allude
altrib. a G. Cavalcanti : « Non speri il P. a sè stesso e alla sua traduzione
in alcun pregio spander l’ala.» — di Omero. — o. 4. * Rinnova in suo srit.
o. 3. . Chi smarrii’ ha la strada, Rappresenta ni moderni uomini nella
torni indietro * Petr. — e. 7. Lii- sua traduzione ec. Var. rinnova il
con., Ili: . Crcscit in odversis «ir- tuo Hit: A. — ». 5. Testob. Tessi-
tus: » S. Paolo, epist. -J, Corint. tore, e metuforic. compositore. « Il
* Virtus in infìrmilate per Ilei t u r . » buon tcstor degli amorosi delti. •
— e. 8. Isocrate: « L’oro in vero Petr. — ». 7. * Var. nostra gloria :
.proviamone! fuoco; » eOvid. -...fu’ le st. — r. 8. * Var. alzarti: le st,
Seconda ri-
sposta di
Venere.
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78
LA GIOSTRA.
Esortazione e voi altri, mie’ figli, al popol tósèo le
a' fratelli Li^ti volgete le trionfanti ale.
di cupido. (jjjc tutti fendendo l’aer fosco;
Tosto prendete ogn’un l’ arco e lo strale :
Di Marte il fero ardor se ’n vegna vosco.
Or vedrò, figli, qual di voi più vale :
Giten tutti a ferir nel toscan coro ;
Ch’ i’ serbo a qual fie ’l primo un arco d’ oro. —
Tosto, al suo dire, ogn’ uno arco e quadretta 17
Riprende, c la faretra al fianco alloga ;
Comparazio- Come, al fischiar del eómito, sfrenella
La gnuda ciurma c remi, e mette m voga.
Già per l’aer ne va la schiera snella;
Già sopra alla città calon con foga :
Così e’ vapor pel bel seren giù scendono,
Che paion stelle mentre l’ acr fendono.
Vanno spiando gli animi gentili is
Che son dolce esca all’ amoroso foco ;
Si. 16. — ». 2. * Var. trionfante
ole: legge il Cod. ricc. 2723 e alcune
veccli. si. * — r. 3. * Var. Gite: le si.
qui e al v. 7 — ». 5. Vosco, dal lai.
vobiscum ,- con voi : comune ne' poe-
ti.— Vile: lia valore, virtù; è po-
tente. * Inferno XXII: « A veder se
tu sol di noi più vali. • — ». 7. * Coso.
M. Frescobaldi in una cani, a Firenze
« ... avarizia E superbia e lussuria è
nel tuo coro. — ■ ». 8. Preso da quel di
Claudiano : « Aurata donnbitur illc
phuretra. • — * Var. a qual per pri-
mo : una vecch. si. : a chi per prima:
A. D. S. Volg. Fier, contratto da fe-
re , ferisce.
St. i7. — ». I. Auoca. Allogare,
dare il luogo a clic che si sia ; por-
re, accomodare in luogo ; lai. col-
locare. — Couito : più comunemente
aguzzino: il suo impiego sulle ga-
lere è di dirigere la ciurma e ca-
stigare li schiavi. — SvaESELLA , si-
gnifica quel rumore che fa la ciur-
ma nel calare i remi in acqua per
salpare. — Voci, corso, viaggio.
Mettere i remi in roga; remare, re-
migare. — ». A. * Var. La nuda
ciurma, e tremi mette in voga: A.
R. S. Volg. — ». 6. Var. sopra la
città : Cod. ricc. 2723 : calcati, A.
— Foca • è andamento senza 1-attc-
nersi c opcraniento senza tramezzar
riposo • Bufi. — ». 7-8. * Descrive le
così dette stelle cadenti. TEn. Il :
de cacio lupsa per umbras Stella facem
duccns multa cum luce cucurrit. •
St. -18. — ». t-2. - Amor che a
cor gentil ratto s’apprende » Dante.
* Esca : proprium. è « quella mate-
ria che si tiene sopra la pietra fo-
caia, perché si appicchi ’l fòco »
V. C. ; qui & detto metaforicamente
dei cuori facilmente inliammabili. — .
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unno SECONDO.
79
Sopr’ essi batton forte e’ lor focili,
E fatili apprender tutti a poco poco:
L’ ardor di Marte ne’ cuor giovenili
S’ affigge, e quelli infiamma del suo gioco :
E mentre stanno involti nel sopore,
l'aro a’ giovan far guerra per Amore.
E come quando il sole i pesci accende, t?
Tutta la terra ò di sua virtù pregna,
Che poscia a primavera fuor si stende
Mostrando al ciel verde e fiorita insegna ;
Così ne’ petti ove lor foco scende
S’ abbarbica un disio che drento regna.
Un disio sol d’ eterna gloria e fama
Che le’nfiammate menti a virtù chiama.
Cbile*»mn°" Esce s^ant*‘ta *a v*^a ^1* ogni alma, no
tè cerca "à E benché larda sia pigrizia fugge:
«lori». \ libertate l’ una e l’ altra palma
Legon gli Amori, e quella irata rugge.
Solo in disio di gloriosa palma
r. 3. Focili. Inf. XIV: • ... la rena 9’ ac-
ccndea, coni’ esca Sotto focile: » Petr.
mclaf. «... e’I tacito focile D’ amor
tragge indi un liquido sottile Foco.*
* Bocc. Coni. Dante: «Il fucile è uno
strumento di acciaio, a dovere delle
pietre, le quali noi chiamiamo focaie,
fare, percuotendole, uscire faville : »
— ArencsDEaE. attaccarsi, appigliarsi.
* Forse meglio, accendere, prender
fiamma. In questo senso è nc’ class,
ani. ; Guinic. « Foco d’amore in gentil
cor s’apprende : » Volgnriz. l’ist. Ovid.
* Sono io appresa d’ amore. * Ma di
apprendere neutr. cosi assolutamente
non hunnoesempi i Vocab. : il popolo
di Toscana però ilice « il fuoco ha pre-
so.» — 0. lì. * Gioco di Marte, la bat-
taglia: • lieti ! nimis longo saliate
liuto * dice a Marie Orazio nella ode 2
del I. I.
Si. 19. — r. 2. *Cosi le vcccli. si.,
il coti. ricc. 2723 c l’ Oliver, citato
dal Betti : ma A. seguito dal D. S.
e Volg. corresse : Di tua virtù la
terra c tutta pregna, li Pelr. per di-
verso modo dice lo stesso : « Quando
’l pianeta die distingue l’ore Ad alber-
gar col Tauro si ritorna, Cade virtù
dall’ infiammate corna Che vesta il
mondo di novel colore ... Gravido fa
di sé il terrestre timore. » — e. 3.
Var. poscia Primavera : A. D. S. Volg.
— Si stesde, si spiega. — v. 4. * ht-
segsa : vessillo, bandiera; mctaforic.
alludendo al lussureggiare della ver-
dura : o anclic, indizio, segno. — u. b.
* Var. il lor foco, S : fende, D. — 0. G.
S’ AiiBiRHic.t, Abbarbicarsi ; propr.
1’ appiccarsi clic fanno le piante coti
le lor radici dentro la terra. Qui, *’ at-
tacca. * Dino Compagni, III: • ab-
barbicare la pace. •
Si. 20. — t>. 2. Var. arida sia : D.
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80
LA GIOSTRA
Ogni cor giovenil s’accende e strugge:
E drento al petto sorpriso dal sonno
Gli spiriti d’amor posar non ponno.
E così mentre ogn’ un dormendo Iangue,
Ne’ lacci è involto onde già mai non esce :
Ma come suol fra l’erba il picciol angue
Tacito errare o sotto l’ onde il pesce.
Sì van correndo per l’ ossa e pel sangue
Gli ardenti spiritelli e ’l foco cresce.
Ma Vencr, come i presti Suoi corrieri
Vide partiti, mosse altri pensieri.
Providenzia
di Venero
a mandare
Pasilea al-
- la casa del
Sonno.
Pasitea fe chiamar del Sonno sposa,
Pasitea delle Grazie una sorella,
Pasitea che dell’ altre è più amorosa.
Quella che sovra tutte è la più bella ;
E disse — Movi, o ninfa graziosa,
Trova il consorte tuo veloce e snella :
Fa’ che mostri al bel Iulio tale imago.
Che ’i facci di mostrarsi al campo vago. -
Così le disse ; e già la ninfa accorta
Correa sospesa per l’ aer serena :
Quete senza alcun rombo l’ ale porta,
2!
— ». 6. * Stmjogeu. Struggerti, per
venir meno d’ ardente desiderio, che
è de’ classici (- si struggea d’ an-
dare ad abbracciarla » Bocc.), è
vivissimo nel popolo di Toscana. —
t\ 7. * Var. topito dal tonno: le si.
— * Spiriti ; sensi, sentimenti.
Si. 81 . — ti.Vcdi 3. 1. 1. st. i 5.- e. C.
* SpiRiTEUi,d’ainorc: comune ne’poc-
ti antichi: Dante: «Dice uno spiritei
d’ amor gentile. » Bocc. Fiamm. • In
ne ogni tramortito spirile! d’amore
l'uccvan risuscitare.» — ». 7. Var. co-
me suo alali corsieri: Cod. rico. 2723.
St. 22. — ». 3. * Var. più famosa:
lesi. — ».4.*Vat .sovra a: Cod. ricc.
2723; c tulli: SD. — ». 5-8, * An-
che nelle Metani. XI, Giunone invia
Iride alla casa del Sonno : • Visc
soporiferam Solimi vetociter anioni.
Fxlinctiquc iubeCeycis iniagine mit-
tat Somma ad Halcyouem —
r. 8. * Cosi il Cod. ricc. 2723, il cliig.
(eiliz. rom. \ 804), e le v. st. ; ina A.
D. S. Volg. leggono pessimamente
Clic faccia dimostrarsi. Intendi : chi-
lo faccia vago, desideroso, di mo-
strarsi ni campo, nel torneo.
Si. 23. — ». 2. * Ovid. « veniet
Icnucs dclapsa per auras. • Var. uria
serena : A. D. S. Volg. — ». 3. Ovi-
dio, ilei Sonno: « lilc volai, nullos
slrcpitus facicnlihiis alis. » — * non-
no, per quel rumore clic fanno le
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UDRÒ SECONDO.
8.1
E lo ritrova in nien che non balena.
Al carro della Notte el ifacea scorta,
Cs*a del E l’ aria intorno avea di Sogni piena
Soiinu j)j varie forme c stranicr portamenti,
E facea racquetar li fiumi e i venti.
Come la ninfa a’ suoi gravi occhi apparve, 21
Col folgorar d’ un riso glie li aperse :
"Ogni nube del ciglio via disparve.
Che la forza d<4 raggio non si/fferse.
Ciascun de’ Sogni drenlo alle lur larve
Gli si fe incontro, e ’J viso discoperse :
Ma lei, poi che Morfeo con gli altri scelsi*.
Gli chiese al Sonno : e tosto indi p svelse.
Indi si svelsi*, c di guanto convenne ss
Tosto ammonilli : e partì senza posa.
«le nel volo, soli due volle elio lo
troviamo nel Nostro; il quale lui
pure in simil sigi! iiic. il v. romba.
Non liavvi altri esempi ■ooni spicca-
ni. — ». 4. « Mostrina.... *1 ilosso
E ’l nascondeva ili mcn die non ba-
4cna. » Inf. XXII; Meluslas. Olimp. II.
• ... egli vi ascende In mcn clic non
ibalcua. - — ». 5. * Var. ri f acca ,
ole. v. si. e P oliver. cit. dal Belli;
notte facea, A. D. S. Volg. — ». 6-7.
* • N u nc (Morpliaum) circa passim
vurius iniitanlia fonnas Somnia vana
iacent. • * Val-. Urani portamenti :
ID. S. — ». 8. Stai. Sylv. V : • ... si-
mulali! fessos curvala cacmniua som-
nos, Ncc trucibus lluviis idem se-
vius. • Tasso, Cer. Il : Era la Bone
allor eli' allo riposo limi I' olile v
i velili, c parca mulo il mondo. *
Var. e fiumi e venti, ale. scodi, si-. ;
i fiumi, A. D. S. Volg.
St. 24. — ». i.* « Il folgorar d' un
viso dimoslroinnii • Dante. Var. gli
■h A. : glie le . D. S. Volg. — ». 4.
P04.IZU.VO.
* Ma quella folgorò nello mio sguar-
do, Sicché da primo il viso non sof-
ferse • Par. IH ; e Purg. XII : ■ ... l’ oc-
chio stare aperto non sofferse. •
Petr. Tr. Am. ■ ... 1’ occhio la vista
non sofferse. ■ * Var. noi tafferie : A.
D. S. — ». 5. * Larve : Buli fPurg. XV-,
127) « Le maschere elicsi mettono
alla faccia quelli che si vogliono
camuffare o contraffare. » — ». 6.
* Var. Le ti: A. D. S. Volg. — ». 7-8.
* Cosi il Cod. rfoc. 2723 : le veccli.
si. Afu tei, poi dhe Morfeo tra gli
altri teelte, %,a chicle : A. D. S. Volg.
Ma poi eh' ella Morfeo Ira gli altri
tcAtc, Lo chieie : che corrisponde
ni luogo d’Qvitlio qui imitalo dal
Tocta » cunclisquc e fralrihus unum
Morptica, qui peragat Tliaumauli-
dos edita, Soinnus Eligit, » ma no»
s’accorda alla seg. si. ove si narlu
di Sogni in plur.
Si. 25. — ». 1. Imi si svelse .
del Petr. • E con mollo pensiero
indi si svelle. » — ». 1-2. * Cosi
■6
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82
LA GIOSTRA.
A pena tanto il ciglio allo sostenne.
Che fatta era già tutta sonnacchiosa.
Vasscn volando senza mover penne,
E ritorna a sua dea, lieta e gioiosa.
Gli scelti Sogni ad obbedir s’alTrettono,
E sotto nove fogge si rassettano :
Comparazio- Quali i soldati che di fuor s’ attendono, 26
ne od armo. QUan(j0 senza sospetto et arme giacciono.
Per suon di tromba al guerreggiar s’accendono,
Vestonsi le corazze c gli elmi allacciano,
E giù dal fianco le spade sospendono,
Grappon le lancie e’ fbrti scudi imbracciono;
E così divisati i destrier pungono
Tanto ch’alia nimica schiera giungono.
Descrizione Tempo era quando l’alba s’avvicina 27
il sonno ap- E divien fosca 1 aria ov era bruna;
la sparla D. S. — p. 6. Grippo*. Grap-
pare o aggrappare, pigliare o tener
forte con cosa adunca. Qui, tlan rii
piglio, afferrano. * In un senso af-
fine a questo del Poliziano è nel
Volgurizz.En. «grappavi un ramo.-
— v. 7. Divisai, ordinati : * o forse,
vestiti, assettati. Unico esempio nei
vocabolari questo del Poliz. — e. 8.
* Var. la nemica schiera: A. D. S.
Volg. — r. 1-8. La si. è imitar, da
Virg. /Eli. VII : • Classica inmque so-
narli, it lucilo tessera signum : Hic
galenm tcclis trepiditi rapii; ille fre-
mcntcs Ad iuga cogit equos, cly-
petimque nuroque Irilicem Loricani
imluitur, fidoque accingitur ensc. •
Si. 27. — p. i. Descrive il Poeta
l’ora in cui il Sonno apparve a Giu-
liano, cioè verso I’ aurora, in cui si
credono veri i sogni : l' ora... che In
mente nostra pellegrina Più dalla
carne e Mini da’ pensier presa Alle
sue Vision gnnsi c divino. (Dante) —
r. 2. * L’ aria imbruna all' avvicì-
il ricc. 2723 e il chig. (ediz. rom.
1804) : ma il Ile ned. e vece li. st. e di
questo convenne Tosto ammonilli ; e
di questo convenne Tosto ammonirlo,
A. D. S. Volg. — 1 t*. 3-4. * • ... Post-
quani mandata peregit, Iris abit; ne-
que cnim ullcrius tolerare soporis
Vini polerat; labique ut sonni uni sen-
si! in urtus, EfTugit. > Metani. XI. —
e. 5. * Virg. A5n. V, della colomba:
« Afirc lapsa quieto Radit iter li-
qtiidum, celeres ncque commoict
alas. • Dante: « con I’ ale aperte c
ferine. » — o. 8. * Var. mopc for-
me: D. S. — Si fUSsemKo, Rasset-
tarsi, di nuovo assettarsi, rimettersi
in assetto. Si riordinano, si raccon-
ciano.
St. 20. — v. i. * Cosi il Cod. ricc.
e le veccb. st. : ma A. D. S. Volg., per
odio alle terminazioni in ono, raccon-
ciarono elegantemente, par che giac-
ciano, per farlo rimare con allaccia-
no, imbracciano. Il Bcned. legge giac-
ciano senza mutazione. — e. 5. Var.
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LIBRO SECONDO.
83
yarvo aia e già il carro stellato Icaro inchina
E par nel volto scolorir la luna :
Quando ciò ch’ai bel Iulio il ciel destina
Mostrano i Sogni e sua dolce fortuna ;
Dolce al principio, al fin poi troppo amara ;
Però che sempre dolce al mondo è rara.
Sogno ai in- Pargli veder feroce la sua donna
Tutta nel volto rigida e proterva
Legar Cupido alla verde colonna
Della felice pianta di Minerva,
Armata sopra alla caudida gonna,
Che ’l casto petto col Gorgon conserva ;
E par che tutte gli spennacchi l’ali
E che rompa al meschin l’arco e gli strali.
Aimè, quanto era mutato da quello
Amor che mò tornò tutto gioioso !
28
23
nar della nollc (• E I’ aer nostra c la
mia mente imbruna » Pelr.), è fosca
nel crepuscolo. Vnr. Bazal. e qual-
che v. si. : o vero bruna. — Carro
stellato. • Nolle il carro stellalo in
giro mena • Pctr. — * Icaro, steHa
della coslelluz. di Boote: A. D. S. leg-
gono al Caro inchina, intendendo
il carro di Boote che volge ni tra-
monto, chi il Coro o Cauro è vento
occidentale. — v. 5. * Vnr. in del: A.
I). — . ». 6. * Var. mostrando : A. D.
S. — », 7. Dolce all' entrar, all' uscir
troppo amara legge il Cod. lice. 2723;
le v. si. : Dolce al principio, al fin poi
troppo amara.
Si. 28. — ». 2. * Proterva, qui, di-
versamente dalla i* stanza, ha il senso
italiano di superba o al pili ostina-
ta. Dante: «Regalmente nell’atto
ancor proterva ; • c Mnchinv. : « Tu
nondimeno stai proterva c dura. ■
— e. 3. * Colorita, melai, per fusto
o tronco di albero: non ha esempi
tiri Vocali. — ». 4. * L’ olivo, sa-
cro a quella dea. — ». 6. * Corserva,
difenile, guarda. Intendi : la veste
(jonnn) clic insieme coll’ egida di
Minerva, euopre, difenile il casto
petto della donna. Ma ale. vccch. st.
legg. al casto: c allora T intelli-
genza è ovvia. — * Gobcore, lo scu-
do di Minerva. Virg. j£n. Il : • Pal-
las... nimbo cfTiilgens el Gorgone
sasva : » e, Vili, •conncxosquc an-
gues ipsamque in pectore divte Go: -
gona descclo vertentem lumina col-
lo. ■ Era la testa della Gorgom-
Medusa, i capelli della qunle Miner-
va, perchè avea violato il suo tem
pio, cambiò in serpenti ; c secondo
Ovidio: • Nunc quoque, ut attonito*
formidinc terreni lioslcs, Pectore in
adverso quos fecit sustinet angucs. <
— 7-8. Petr. Tr. Casi. « ... queste
(le compagne di Laura) gli strali E
la faretra e l’ arco avenn spezzato
A quei protervo e spennacchiale
I’ ali. » * Var. spcnneccbi : vccch. st.
St. 20. — ». 1-2. (F.n. Il: . Ilei
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si f.A GIOSTRA.
Non era sovra l’ ale altero e snello.
Non del trionfo suo punto orgoglioso :
Anzi nterzè chiamava il nioschincllo
Miseramente, e con volto pietoso
Gridando a lulio — Misererò mei !
Difendimi, o bel lulio, da costei. —
E lulio a lui drento al fallace sonno so
Parca risponder con mente confusa :
— Come poss’ io ciò far, dolce mio donno ?
Che nell’ armi di Palla è tutta chiusa.
Vedi i mie’ spirti che soffrir non ponilo
La terribil sembianza di Medusa,
El rabbioso fischiar delle ceraste
E! volto c l’elmo e’1 folgorar dell’ aste. —
Risposta . — Alza gli occhi, alza, Tulio, a quella fiamma si
Che come un sol col suo splendor t’ adombra.
Quivi è colei che l’alte menti infiamma,
E che de’ petti ogni viltà disgombra.
Con essa, a guisa di semplice damma.
Parole ili Iu-
lio in so-
gno ad A-
mon*.
milti, quulis evat ! «piantimi inulnlus
ab ilio Hcctorc qui rcilit exitvias or-
natila Achilli*. » Peli'.: -quanto can-
giala, ohimè, ila quel ili pria. »
tasso, Gcr. IV: •• Quanto diversa,
ohimè, ila quel che pria Visto....
avea. « * Var. or tornò: vccch. st. —
o.3. * Sovra l’ale altiero. I*elr. : - No-
va angelclta sovra l’ale accorta; c
■ destro esser su l’ ali. • — v. 5. *
Vii: uri: chiamava : si raccomandava pre-
gando. Dante, Cam. : « E ciascun
santo ne grido mercede. • — ». 6.
* Var. Misera mente e eoi» volto pie-
toso, A. D. S. Volg. — ti. 7. * Var.
(iridando: Alt! Giulio: D. S. —
* Hisereue Mei: latinismo de’ meno
strani in quel secolo in cui era vezzo
degli scrittori frammischiare le voci
latine alle toscane anche nelle lette-
re fumigliari, come puoi vedere in
quelle ilei nostro alia fine del vo-
lume. Misererò però è del Petr.
« Misererò ilei mio non degno af-
fanno - e di altri antichi e mo-
lte rni.
Si. 30. — t>. t. * Fallace: falso,
manchevole; -ogni altro sogno puolc
esser fallace • Pussav. — e. 3. Dosso.
Il Tassoni nelle note al Pelr. dice elic-
la voce donno è degli Spaglinoli i
quali dicono flou invece di signore.
.Ha tanto gli Spaglinoti che gl’ Italiani
l’han presa dal lai. dominus. —
». 7. Ceraste, specie di serpente
cornuto, dal gr. ceréttcs die vale
appunto cornuto.
Si. 3i. — ». 3. * Colei, la Ghnin. —
». A. * Var. da' petti: Cod. ricc. 5723
e Volg. — ». 5 * Damma : y. tal. dama.
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LIBRO SECONDO.
85
Prenderai questa che or nel cor t’ ingombra
Tanta paura e t’ invilisce T alma ;
Chi; sol ti serba lei trionfai palma. —
Così dieea Cupido : e già la Gloria .'2
Scendea giù folgorando ardente vampo:
Con essa Poesia, con essa Istoria
Volavon tutte accese del suo lampo.
Costei parca che ad acquistar vittoria
Hapissc tulio orrìbilmente in campo ;
E che l’ arme di Palla alla sua doiqia
Spogliasse, c lei lasciasse in bianca gonna.
Poi tulio di sue spoglie armava tutto, r.5
E tutto fiammeggiar lo faeea d’ auro :
Quando era al fin del guerreggiar condulto
Al capo gl’ intrecciava oliva e lauro.
Ivi tornar parca sua gioia in lutto :
Vedeasi tolto il suo dolce tosauro;
Vedea sua ninfa in trista nube avvolta
Dagli occhi crudelmente essergli tolta.
L’ acr tutta parca divenir bruna, 3*
E tremar tutto dello abisso il fondo :
Parca sanguigno il ciel farsi e la luna,
». 6. • Quest*, la tua donna. — * T'is-
i. .iubiu : nuovo c osservabile uso c
eostruzionc di questo verbo. — ». 7.
* Var. riniti litee : qualche vec. si.
A. D. S. — ». 8. * Var. Ch'ella li
serba sol: A. D. S. Volg.
Si. 32. — ». 1. * Var. Coti dice:
qualche ediz. ree. — ». 2. * V**ro:
qui forse toltilo: «Io vampo del fuoco
che l'attende in aire» tinti, Parad.
— ». 6. * Rivisse : alla lutino ; traeste
con forza. — ». S. * Spucuasse. Il
cod. ricc. e qualche v. st. hanno
rapisti , spogliassi, lasciasti.
Si. 33. — ». i. * Scoglie, della
sua donna ; cioè delle armi di Pal-
| iile spogliale alla sua donna. —
». 3. * Var. a fin : S. — ». ó.
* Tonini : neut. ass. cambiarsi, vol-
tarsi. Pelr. ■ ... il pianto il’ Èva in
allegrezza torni.» — ». 7-8. Allude it
Poeta alla subitanea morte della bella
Simonetta amante di Giuliano. * Vedi
il Discorso proemiale c il Comenlo di
L. de' Medici alle sue rime nella edi-
zione nostra del tS59. Euridice, IV
Georg., • Eeror ingenti circumdata
■torte ; • e VI jEn.. ili Marcello morti»
giovine: • Sci! nox atra caput tri-
sti cireumvolat umbra;» c di Laura
il Petr.: * Ma le parti supreme Eran
avvolte d’ una nebbia oscura. »
Si. 3i. — » t. Var. L'aria: A.i).
S. Volg. — ». 3. * Var. Parca sun-
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80
LA GIOSTRA.
E cader giù le stelle nel profondo.
Poi vedea lieta in forma di Fortuna
Sorger sua ninfa, e rabbellirsi el mondo,
E prender lei di sua vita governo,
E lui con seco far per fama eterno.
fronosiicn Sotto cotali ambagi al giovinetto 35
delia mor- Fu mostro de suo fati il leggier corsi;
te diluito. Troppa felice; se nel suo diletto
Non mettea morte acerba il crudel morso.
Ma che puote a Fortuna esser disdetto,
Ch’ a nostre cose allenta e stringe il morso ?
Nè vai perch’ altri la lusinghi 0 morda,
Ch’ a suo modo ci guida e sta pur sorda.
che nulla Adunque il tanto lamentar che giova ? se
Sì10 morte! A che di pianto pur bagniam le gote?
se non là Se pur convien che lei ci guidi e mova ;
Se mortai forza contro a lei non puote;
Se con sue penne il nostro mondo cova;
guigna in citi farsi In lumi : A. I).
S. Volg. — t'. 1-4. Metani. X. « ... Fu-
gil aurea callo Luna, tegunt nigrte
latitautia siilcra nubes, Pìox curet
igne sno. • * Dante, nella imagi-
nata morie di Beatrice : « E veder
mi parea donne andare scapigliale
piangendo per via;... c pareami ve-
dere il sole oscurare si, che le stelle
si mostravano d’ un colore che mi
facea giudicare clic piangessero : e
pnrevami che gli uccelli volando ca-
dessero morti, c che fossero gran-
dissimi terremoti. » E: * Poi mi
parve vedere a poco a poco T urbar
lo sole ed apparir la stella, E pian-
ger egli ed ella ; Cader gli augel-
li volando per l’ aere. E la ter-
ra tremare. » — t>. 7. * Bonacc.
Montoni. « Gli occhi soavi al cui
governo Amore Commise... ’l viver
inio. »
Si. 35. — v. i. Audaci: v. 1., cir-
cuiti, rivolture di parole. * Qui più
propriamente è detto della incertezza
della visione. — ». A. * Purgai. VII :
« ...parvoli innocenti Da' denti morsi
della morte; » Pctr.: « ... gli estremi
morsi Di quella eh' io con tutto il
mondo aspetto Mai non sentii;» e
« ... in che di morso Dii chi ’l mondo
fu nudo e ’l mio cor mesto; ».Bocc.
Rime : « libera dal morso Della mor-
te. » — ». 6. * Monso : ferro della
briglia, freno. — r. 7. Mona». Morde -
re , mcl. riprendere eon parole pun-
genti, biasimare. Anche il lui. mor-
dere fu usalo da Terenzio nell’ Eun.
in questo signilic.
Si. 36. — «j. l.Petr.: « Il lamen-
tar che vale! ■ * Sia più ricorda
l’altro: « Misero, il tanto aifaticar
che giova ? > — ». 2. * Il Cod. ricc.
2723 legge bagnar; bagnam, le v. st.
— ». 3. Var. lei ne , vecch. si .^ch’ella
ne, A. D. S. Volg — r. 5. Cova. Covare
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LICHO SECONDO.
87
E tempra e volge, come vuol, le rote.
Beato qual da lei suoi pensier solve,
E tutto drento alla virtù s’ involve !
Clic e uo- o felice colui che lei non cura
•tenti c l'or- E che a’ suoi gravi assalti non si arrende !
"non soc- come scoglio che incontro al mar dura
combono ^ f .
alla furia- 0 torre che da borea si difende.
Suoi colpi aspetta con fronte sicura
E sta sempre provisto a sue vicende ;
Da sè sol pende ; in sé stesso si fida ;
Né guidato è dal caso, anzi lui guida.
Descrizione Già carreggiando il giorno Aurora lieta
che JnUo Pegaso stringea f ardente Griglia ;
sì levò dai Surgea del Gange il bel stilar pianeta,
sonno. Raggiando intorno con l’ aurate ciglia:
37
3S
per mcl. vale dominare, leacr toggcl- res, non me relais subiungcrc co-
lo. Dante, Inf. XXVII. : «L’aquila da noe. ■
Polenta la si cova. » * Dove il Bufi : Si. 38. — ». \. * CvnaixeuvDo, qui
« e questo dice, perché la sitino- nel senso alt. porlaudn uni carro.
reggia. • — e. G. * Tempra: regola. Vero è che il Cod. ricc. 2723 legge
Machiav. • temperava !’ oriuolo di carreggiando il carro. — ». 2. * Pe-
palagio. « Del resto ricorda il dati- caso : secondo i poeti, l’ Aurora chic-
tesco • giri fortuna la sua ruota se in dono a Giove pc’ suoi viaggi
Come ic piace. » — ». 7. Solve, tali- questo alato cavallo nato dal sangue
n a mento : metaf. libera. *• Da questa di Medusa: c Licofronc oc la rup-
leina acciò clic tu li solve « Dante. presenta trascorrente it ciclo sulle
— r. 8. * Orazio, Od. I. Ili : • luca ale di Pegaso (Cass. 17.) Servio
Vii-tuie me involvo. » vuole che il cavallo dell’ Aurora sia
St. 37. — ». 3. * iEn. X: « lllc, Adone (ìEii. X.) — ». 3. * Ganci'.
veiut rupes vaslum qua; prodi t in • Questo è uno dei grandissimi fiumi
tequor... Vini eunctam alqitc minas dell’ India c corre contro il nostro
perferl coclique marisque, Ipsa im- levante; per il clic favoleggiando i
mola mancns; » e VII: «lllc, vclut poeti dicono, quando il sole appa-
pelagi rupes immota, rcsislil; ■ e VI: risce al nostro emisfero, clic egli
« Ncc niagis... movetur, Quam si esce fuori del fiume Gange,. Gianibul-
dura silex ani slct marpesia cau- lari, lez. — ». 4. * Delle pcrsouificu-
tcs. « — Dira, resiste, regge. — zioni umane date al sole, abbondano
ó. *“ Rammenta l’oraziano «lui- esempli; ma questa delle ciglia par
pavidum fcrient ruinte. » — ». 7. cosa troppo minuta. Pindaro ha la
* Da sé sol pevde: qui, depende. — « pupilla della luna • Olimp. II. Il
». S. » Orazio, Ep. « Et inilii Peli-, parla del Sole • giù fuor del-
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88
LA GIOSTRA.
Già lotto parca d’oro il monte Oda;
Fuggita di Latona era la figlia :
Surgevon rugiadosi in loro stelo
Gli fior chinati dal1 notturno gelo.
!•' nra nella La rondinellh sovra ili nido allegra.
Hai* sonno Cantando salutava il’ novo giorno;
si lavò. E già de’ Sogni la compagnia negra
A sua spelonca avean fatto ritorno:-
Quando con mente insieme lieto ed egra
Si destò lidio, e girò gli ocelli intorno ;
Gli occhi intorno girò tutto stupendo,
D’ amore e d’ un disio di gloria ardendo.
Aito c ma- Pargli vedersi tutta via davanti
ì'Mazioni'di Ca Gloria armata in su l'ale veloce
tulio. Chiamare a giostra e’ valorosi amanti
E gridar — Iulio Iulio — ad alta voce :.
Già sentir pargli le trombe sonanti ;
Già divien tutto nell’arme feroce..
Cosi tutto focoso in piè risorge,
E verso il cieli colui parole porge :
53
to
l'oceano ili sino ni -pel lo. » — r. S.
l»or. Mei). • E le cime de' monti pa-
renn d’oro.. » — * Vai-. tl’Ela:
voccli. st. Oda od Eia è nome d’unti
catena di montagne in Grecia. —
». 0. La luna. Anclie Dante: • am-
lioduc gli tigli di Latona. > — ». 7.
* Vai-, tur finii) radiati: Coti. ricc..
2723. — ih 7-8. Dante: * Quali i
libretti dal' notturno gelo Gliinati c
chiusi, poi clic ’l sol' gl' imllianca,
Si drizza» tulli aperti in loro
stelo. «
Si. 39. — t>. -t-2'. he rondini in
un cpigr. gr. vengon chiamale on-
tholalnut (garrilrici mattiniere); c
Aliaci-, in un' ode si duole clic sinngli
tolti i dolci sonni dalla loro ypnr-
ihriaitt fihonunit (inatutinc voci).
L’ Alani, poi tolse di peso il secondo
M. di tpiesla si. « E i dipinti nugcl-
letti a lei d’ intornio Salutava» caro
lamio il novo giorno. > — ». 3.
* li’ armonia di questo v., cottissima
a chi senta di poosia, parve troppo
tardli c lenta agli eleganti corret-
tore del- cinquecento ; c per modifi-
carla vi portarono un arcaismo, leg-
gemlb compagna negra. Cosi A. D. S.
Vblg. — -A.* Yar. erre falla: A.D. S.
Volg. — ». T. Virg. jEii. IX: • Oli-
slnpiiit, magno laudum perculsus
amore..» — * STiTEjino,. stupefatto :
partic. pres. db tlupirc.
Si. AD. — ». I-, * Tettivi*, ancora,
tuttora. — ». 7. * Risone. e, pel
sempl. torge. — ». 8. * Paiiole roe-
ce : » soprano licite porgere loro pa-
role » Volg. Cit. di Dio -, c porgere
per dire, in Datile : « Udir non po-
tei quello che a lor porse. ■ Var.
colai : vcccli. st. c A.
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LIBRO SECONDO. Sf>
Orazione di _ <j sacrosanta dea figlia di Giove, 4t
lado. Per cui il tempio di lan s apre e riseria ;
La cui potente destra serba e move
Intero arbitrio e di pace e di guerra :
Vergine santa da; irrirabil prove
Mostri del tuo gran nume in cielo c ’n terra,
Ch’ e’ valorosi cuori a virtù infiammi ;
Soccorrimi orr Tritonia, e virtù dammi.
S‘ io vidi drento alle tue armi chiusa ì-j.
La sembianza di fei clic me a me fura :
S' io vidi il volto orribil di Medusa
Far lei contro ad Amor troppo esser dura;
Se poi mia mente dal tremor confusa
Sotto il tuo schermo diventò secura ;
S’ Amor con teco a grandi opre mi chiama.
Mostrami il porto, o dea, d’ eterna fama.
rarolodiln- E tu che drento alla infocata nube 43
iioaVftn»- ()0gMastj tun seinbfttnza dimostrarmi.
Si. 4t. — n. 1. Invocazione di
(ìiuliano a Pallade, perché coroni
di gloria la sua impresa. Anche in
Virg. ■ Armipolens prasses belli Tri-
ionia virgo. » — t>. 2. A Giano fu
fabbricato da Noma un tempio, le
cui porle si chiudevano in tempo di
pace e si aprivano in tempo di
guerra. * Var. diJaut'aprt e ter-
ra ; A : di Giano «' opre e terra :
qualche v. si. D S. La lezione volg.
s'apre e si terra è pur del Cod.
riec. 2723 e dell’ olivcriano, secondo
ne dice il Belli; ina il cliig. (ediz.
roin. 1801) legge, con noi e le più
delle veceb. si., «’ apre e riterrà. —
v. 4. * Alienalo, potestà, autorità, si-
gnoria. — v. li. * Pieni! (nome in qual-
che v. st.) dello Ialinamente della vo-
I on l a forza e potenza degli dei.
Ilorat. epoil. « ... Nox et Diana,
Mime nunc adeste, nunc in hosliles
demos Iram alque numcn vcrlite. »
(ioni. Nep. Tiinul. ■ Niliil rrruni
liumanarum siile deorum mimine
agi. • Cic. Veri-. • .tlulla serpe pro-
digio vini eius (Cererii l nuinenque
dederaut. ■ Il Dizionario di Bologna
ne portò esempii del Caro (Eneide),
ma non, come questo del Poliziano,
spiccati.
Si. 42. — v. \. * Chiusa, coperta
delle armi da difesa per modo da
esserne d’ogni parte riparata. I Di-
zionari non pol lano esempii di que-
sta locuz. ; salvo quel di Napoli, che
ha del Tasso « Vien chiuso nello
scudo.» — v. 2. * Vedi I. I, st. XIII,
v. 2. — e. 5. * T seno ne : qui, so-
spetto. timore, paura ; « nella fac-
cia gela per tremore. » Boce. Tes.
— u. 6. Scuritilo, riparo, difesa. —
ri. 7. * Var. a grande opra: Cod.
rice. 2' 23.
Si. 43. — u. t. * Var. alt’ affocata,
qualche vcccli. st. A. S. Volg : dentro
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LA CASTRA.
E ch’ogni altro pensier dal cor mi rubo
Fuor che d’amor dal qual non posso aitarmi;
E m’ infiammasti, come a suon di tube
Animoso cavai s’ infiamma all’ armi ;
Fammi in tra gli altri, o Gloria, sì solenne,
Ch’io batta in fino al ciel teco le penne.
Parole di tu- E s’ io son, dolce Amor, s’ io son pur degno 4*
l'npido*0 Essere il tuo campion contro a costei,
Contro a costei da cui con forza e ingegno
(Se ver mi dice il sonno) avvinto sei,
Fa’ si del tuo furor mio pensier pregno.
Che spirto di pietà nel cor li crei.
Ma Virtù per sé stessa ha l’ale corte;
Perchè troppo è il valor di costei forte.
Troppo forte è, signor, il suo valore, 45
Che, come vedi, il tuo poter non cura :
E tu pur suoli al cor gentile. Amore,
Riparar, come augello alla verdura.
Ma se mi presti il tuo santo furore,
Leverai me sopra la tua natura ;
>• aff ocala : 1). — v. 3. Mi mjbe . ir.otaf.
ni logli. Dante : * 0 imaglnativa che
ne nibe Talvolta si ili fuor. — ». 4.
Aitarmi, difendermi -.Dante; «AiLftni
da lei, famoso saggio. » — ». 5-6.
Imit. da quel d’ Ovid. « Ut fremit
aeer equus, cnm bellicus aire ca-
noro Signa dedit tubiceli, pugnccquc
assumi! honorem; • c Slaz. Tlieb.
* Prosilil audaci Mortis perculsus
amore, Arma, tubas audire culcns. •
— e. 7. » Solesse, per grande, ec-
cellente, singolare, è spesso nel Bocc.
Vit. Dante: • le divine opere di Vir-
gilio c degli altri solenni poeti. »
Si. 44. — ». \. * Vnr. E s' io
so», dolce Amor, se son : A. D. S.
Volg. — ». 2-3. * Var. conira co-
sici: A. D S. Volg. — ». 4. * Var.
Se ’l ver: A. D S. Volg. — ». 6.
Stiiito di pietà. Dante: • INon bai tu
spirto di piclatc alcuno. » — * Li
crei : Var. le crei, A. D. S. Volg.
Pelr. « ... costei... In me... Cria
d’ amor pensieri. »
Si. 45. — ». \. * Var. lo suo
valore, Bened. Troppo forte, si-
gnor, è ’l suo, A. D. S. Volg. —
3-4. G. Guinicelli: * Al cor gentil
ripara sempre amore. Siccome au-
gello in selva alla verdura. »
* Fior di virtù: « E il bene, che è
cosi conlinovo, ripara in ciasche-
duno cuore gentile, come fanno gli
uccelli alla verdura delia selva. -
— ». 5. * Furore, qui in buona
parte, ardore, zelo. — ». 6. * In-
tendi: mi solleverai oltre il costu-
me e la natura tua, che è genti-
lezza e dilicatezza: mi furai diverso
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LIBI») SECONDO.
•J1
E farai, come suol marmorea rota,
Clio lei non taglia e pure il ferro arrota.
Con voi me 'n vengo. Auior, Minerva e Gloria,
Che 'I vostro foco tutto 'I cor tu’ avvampa :
Da voi spero acquistar l’alta vittoria.
Che tutto acceso soli ili vostra lampa :
Datemi aita si, che ogni memoria
Segnar si possa ili mia eterna stampa,
E facci umil colei eh’ or mi disdegna ;
Ch’ i’ porterò ili voi nel campo insegna.
•tagli altri amanti , mi Tarai, cioè,
gagliardo c valoroso in armi. —
r. 8. * Vur. eh' tlhi non taglia:
A. I). S. Volg. — v. 7-8. * « Kiingar
vice colis, actilum Kcdderc <|iuc fer-
rimi vaici, exsors ipsa secami!. ■
Orazio. (Fornaciari.)
Si. Afi. — v. 4. * Lampa, splcn-
ilorc. Lampat, lai., è lo splendore del
sole o del giorno : • prima lustrnbal
lampade terras Orla dies ■ Virg. ; e
anche , splendore semplicemente :
-... ipsc auleti) (tomnut) nec lampade
clara Nec sonilo nec voce De® pcr-
culsus, codein More iacct. > Stai.
Tlich. X. Gli esempi clic di lampa
in >|tieslo signif. portano i vocali.
ilal. non sono forse proprissimi :
eccoli. Datile, l’arad. XVII, 5: » era
sentile Da Bealrice c dalla- salila lam-
pa;» qui lampa è mctnforic. 1" anima
liealu. l’clr. • Del lu i iniincr ima Delle
beale vergini prudenti. Alivi la pri-
ma e con più chiara lampa; » qui
finnjia è lampada , vaso nel quale si
tiene acceso il lume d’olio. — r. 5-6.
* Intendi : ogni memoria conservi
eternamente la iiiiugiue delle opere
mie. il imitazione non proprissima
del dantesco ■ Segnata bene del-,
l’ interna stampa » e « Segnalo della
stampa, Nel suo aspetto, di «rtel
dritto zelo. » * Yar. «c disdegna :
qualche veceh. st.
LA SOPRASCRITTA OPERA
DALLO ATTORE NON FU FINITA.
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LA
FÀVOLA DI ORFEO
COMPOSTA
1)A MESSE!? ANGELO POLIZIANO
secondo la lezione di i lodici ciuciano k biccamuo.no
A BELLE STAMPE !>’ INNANZI AL 1770.]
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ANGELO POLIZIANO
A MESSER CARLO CANALE
svo s.
Solevano i Laccdemonii, umanissimo messer Carlo mio,
quando alcuno loro figliuolo nasceva o di qualche membro impe-
dito o delle forze debile, quello esponevo subitamente nè per-
mettere che in vita fussi 1 * riservato, giudicando tale stirpe
indegna di Lacedemonia. Così desideravo ancora io che la
fabula di Orfeo •, la quale, a requisizione del nostro reveren-
dissimo cardinale mantuano, in tempo di dui giorni, intra
continui tumulti, in stilo vulgarc perchè dagli spettatori meglio
fussc 3 intesa, avevo composta ; fusse di subito, non altrimenti
che esso Orfeo, lacerata; cognoscendo questa mia figliuola
essere di qualità da far più tosto al suo padre vergogna che
onore, e più tosto atta a dargli malinconia che allegreza. Ma
vedendo che * c voi e alcuni altri troppo di me amanti, contro
alla mia voluntà, in vita la ritenete, conviene ancora a me
avere più rispetto allo amore paterno e alla voluntà vostra 4 che
al mio ragionevole instituto. Avete però una giusta escusazione
della voluntà vostra; perchè, essendo così nata sotto lo auspizio
di sì clemente signore, merita d'essere esenta dalla comune
legge. Viva adunque, poi che a voi così piace: ma ben vi
protesto che tale pietà è una espressa crudeltà: e di questo
mio giudizio desidero ne sia questa epistola testimonio. E voi
che sapete la necessità della mia obedienzia e l'angustia del
tempo, vi priego che con la vostra autorità resistiate a qua-
lunche0’ volesse la imperfezione di tale figliuola al padre at-
tribuire. Vale.
1 fusto, Cornili». 5 dita. Coti, piccar, duo. Cumino.
3 /itile meglio, le si. ‘ che voi, le si.
5 Nel Rice, monco il» questo punto fino a perché estendo cosi, cc.
5 gitahtiigue, le si: eccetto la prima ilei Belici).
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LA FAVOLA DI CEFFO.
MERCURIO annunzia la festa.'
Silenzio, l’elite. E1 fu già un pastore i
Figliuol (l’Apollo, chiamato Aristeo:
Costui amò con si sfrenato ardore
Euridice che moglie fu di Orfeo,
Che, seguendola un giorno per amore,
F u ragion del suo fato acerbo e reo :
Perché, fuggendo lei vicina all’ acque,
lina biscia la punse; e morta giacque.
Orfeo cantando all’ inferno la tolse; 9
Ma non potò servar la legge data :
Che ’l poverel tra via drieto si volse;
Sì che di nuovo ella gli fu rubata :
Però mai più amar donna non volse;
E dalle donne gli fu morte data.
Seguila un Pastore;* e dice
State attenti, brigata. Buono augurio :
Poi che di cielo in terra vien Mercurio.
1 Mf.iu.iiuu annunzialore della,Cot\.
l ice. : annonzialorc della. Coti, cliig.
secondo Coni, c Aitò.
V. li. — caso acerbo, Ricc.
P. lt. — Cosi il Ricc. c il Cliig.
Ha le stampe ani.: Clic ’l fiorerei lo
indrieln si rivolse.
5 II Ricc. e il Cliig. leggono: Sé-
Colui i\o
ij uila un pastore schiavane. Clic c'cn-
tri io schiavano, nè io so trovare ni:
seppe il I’. Affò. Come non s'avessca
intendere clic Tosse di qualche dialet-
to scliiavone la voce capoto die è in
cambio di cielo nell’ ultimo verso di
questa ottava, quale leggesi nel Ricc.:
Che di tavolo in terra vien Mercurio.
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!>8
LA FAVOLA DI OIÌFEO.
Mopso pastor vecchio.
Ila' tu veduto un mio vitellin bianco, i;
Clic ha una macchia nera in su la fronte
E duo piò rossi e un ginocchio e’1 fianco?
Aristf.o paslor giocane.
Caro mio Mopso, a piè di questo fonte 20
Non son venuti questa mane armenti.
Ma senti’ ben mugghiar là drieto ab monte.
Va’, Tirsi, e guarda un poco se tu '1 senti. 23
Tu, Mopso, in tanto ti starai qui meco;
Ch’i’vo’ eh’ ascolti alquanto i’ mie’ lamenti,
ler vidi sotto quello ombroso speco 26
Una ninfa più bella che Diana,
Ch’un giovano amadore avea seco.
Com’io fidi sua vista più che umana, . 29
Subito mi si scosse il cor nel petto
E mia mente d’amor divenne insana;
Tal ch’io non sento, Mopso, più diletto; 32
Ma sempre piango, e’1 cibo non mi piace,
E sanza mai dormir son stato in letto.
Morso pastore.
Aristco mio, questa amorosa face 35
Se di spegnerla tosto non fai pruova.
Presto vedrai turbata ogni tua pace.
Sappi che amor non m’ò già cosa nuova; 38
So come mal, quand’è vecchio, si regge:
Rimedia tosto, or che’l rimedio giova.
Se tu pigli, Aristeo, suo’ dure legge; 41
V. tu. — lìt un, Bice, e alarne
vecchie si. Ed, Cornili.
tr. 21. — fi 11* slamane, alcune
vecchie si.
V. 22. — drcnlo al, Rice.
V. 25. — alquanto mie’, alcune
vecchie si.
V'. 2h. — aveva. Ila/.
V. 36. — spegna la presto, le vee-
•Itic si.
V. 40. — Or che'l rimediar. Chi-
amilo.
V. 41. — Cosi i Collii. Le al. : sua
dura legge.
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LA FAVOLA 1)1 ORKKO.
•J9
E' t' useiran del capo i sciami et orti
E viti e biade e paschi e mandrie e greggio.
Aristeo pastore.
Mopso, tu parli queste cose a’ morti :
Si che non spender meco tal parole ;
Acciò che il vento via non se le porti.
Aristeo ama e disamar non véle
Nò guarir cerca di si dolce doglie:
Quel loda amor che di lui ben si dole.
Ma se punto ti cal delle mie voglie, 00
Dò tra’ fuor della tasca la zampogna;
E canterete sotto l’ ombrose foglie:
Ch’i'so che la mia ninfa il canto agogna. ts
CANZONA
Edite, selve, mie dolce parole.
Poi che la ninfa mia udir non vàie.
La bella ninfa ò sorda al mio lamento k
E’1 suon di nostra fìstula non cura:
Di ciò si lagna il mio cornuto armento,
Nò vuol bagnare il grifo in acqua pura.
Nò vuol toccar la tenera verdura ;
Tanto del suo pastor gl’ incresce e dole.
Udite, selve, mie dolce parole.
Ben si cura l’armento del pastore: r«
La ninfa non si cura dello amante;
La bella ninfa che di sasso ha il core.
Anzi di ferro, anzi l’ha di diamante:
Ella fugge da me sempre d’ avante.
Come agnella dal lupo fuggir sóle.
V. 42. — £’l'nwiri,Bicc.: e(n- V'. 64. — min, qualche vecchia si.
i/i i, ale. vccch. st: i semi, altre. V. 59. — Ami, qualche vece. ediz.
V. 51. — Irai, Chig. V. (!6. — Così il Rice, e l’eili*.
V. 52. — 6 canlarem , qualche Bened. Ma altre st„ compr. Coni.:
vecchia st : cantarci i, altre. ami di diamante.
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100 LA FAVOLA DI ORFEO.
Udite, selve, mie dulec parole.
Digli, zampogna mia, come via fugge 70
Co gli anni insieme la belleza snella;
E digli come il tempo ne distrugge.
Nè l’età persa mai si rinnovella:
Digli che sappi usar suo’ forma bella,
Chò sempre, mai non son rose e viole.
Udite, selve, mie dolce parole.
Portate, venti, questi dolci versi
Dentro all’ orecchie della ninfa mia :
Dite quant’io per lei lacrime versi,
E lei pregate che crude! non sia :
Dite che la mia vita fugge via
E si consunta come brina al soli'.
Udite, selve, mie dolce parole;
Poi clic la ninfa mia udir non vólo.
Morso pastore risponde, e dice così :
E' non è tanto il mormorio piacevole
Delle fresche acque che d’un sasso piombano,
Nè quando soffia un ventolino agevole
Fra le cime de’ pini e quelle trombano;
Quanto le rime tue son sollazevole.
Le rime tue che per tutto rimbombano:
S' ella l’ode, verrà come una cucciola.
Ma ecco Tirsi che dfl monte sdrucciola.
Sèijuila pur Mopso.
Ch’è del vitello? Italo tu ritrovato? si
Tirsi servo risponde :
Sì ho; così gli avesse el collo ntozo!
Che poco nten che non m’ ha sbudellato ;
V. 7t. — suo' belleza, Ricc. V. 91. — Se la l'ode, ima veccli. ,t.
V*. 79. — ^uaiifo, alcune vecchie K. 94. — Cosi le st.; eccetto quella
si del Bai. che legge : Si ho ; cotiche gli
V. Sa. — Et non, Ricc. avessi el col ntozo! Il Ricc.: Si ho:
I’, SS. — rombano. Bai. rosi gli avess' io et collo moto.
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101
LA FAVOLA 1)1 ORFEO.
Si corse per volermi dar di eozo.
l'ur I' ho poi nella mandria ravviato;
Ma ben so dirti che gli ha pieno il gozo :
Io ti so dir che gli ha stivata l’epa
In un campo di gran tanto che crcpa.
Ma io ho vista una gentil donzella joi
Che va cogliendo fiori intorno al monte.
l’ non credo che Vener sia più bella
l’iù dolce in atto o più superba in fronte:
E parla e cauta in sì dolce favella.
Che’ fiumi svolgerebbe in verso el fonte ;
Di neve o rose ha il volto, e d’ór la testa.
Tutta soletta, c sotto bianca vesta.
Aristeo pastore dice.
Rimanti, Mopso; ch’io la vo’ seguire; 4(s
Perchè l’ò quella di eh’ i’ t’ho parlato.
Morso pastore.
Guarda, Aristeo, che T troppo grande ardire
Non ti conduca in qualche tristo lato.
Aristeo pastore.
0 mi convien questo giorno morire,
0 tentar quanta forza abbia il mio fato.
Rimanti, Mopso, intorno a questa fonte;
Ch’i’ voglio ire a trovalla sopra ’I monte.
Morso pastore dice cosi.
0 Tirsi, che ti par del tuo car sire?’ in
Vedi tu quanto d’ogni senso è fore?
Tu gli dovresti pur tal volta dire
Quanta vergogna gli fa questo amore.
visto, alcune vece. si. V. 1 10. — ili chi, le st. : di eh’ io,
Ricc.
Più 'lutee in atto, più V. 111. — Così il Ricc. cilCliig.:
le st. provar. E alcuno, abbi ’l mio.
Che ì fiumi, Ricc. V. 110. — trovarla, le st.
Vr. toi.—
c Coni.
V. t04. —
Dan.
V*. 100. —
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LA FAVOLA M ORFEO.
m
Tirsi risponde.
0 Mopso, al servo sta bene ubbidire ;
E inatto è chi comanda al suo signore,
lo so che gli è più saggio assai che noi
A me basta guardar le vacche e’ buoi.
Aristf.0 ad Euridice fuggente dice cosi.1 *
Non mi fuggir, donzella ; 125
Ch’i’ti son tanto amico,
E che più t’amo che la vita e’4 core. *
Ascolta, o ninfa bella, t2S
Ascolta quel ch’io dico:
Non fuggir, ninfa ; eh’ io ti porto amore.
Non son qui lupo o orso , tòt
Ma son tuo amatore:
Dunque raffrena il tua volante corso.
Poi che ’l pregar non vale u*
E tu via ti dilegui,
E1 convien eh’ io ti segui.
Porgimi, Amor, porgimi or le tue ale ! 137
3Orfeo, cantando sopra il monte in su la lira e’3 seguenti versi
latini (li quali a proposito di Messer Baccio Ugolino, attore1
di detta persona d’ Orfeo, sono in onore del cardinale mau-
tuano), fu interrotto da un3 Pastore nunciatore della morte
di Euridice.
0 meos longum modulata lusus 13S
Quos amor primam docuit iuventam,
1 Ariste» nd Euridice, Rice.
V. t3t. — Questo c i due seguenti
versi non sono nel Rice.
V. 135. — E Ira via, Chig.
s Questa rubrica c la seguente ode
latina non sono nel Rice.: il quale
liu in vece subito dopo i versi di
Arisleo: Seguitando Aristeo Euridice,
ella ti fugge drenlo alla telati, dove
punta dal serpente grida ; et simile
Aristeo. Segue poi un Pastore ad
Orfeo co si. E riattacca coi versi:
Crudel novella ti riporlo, Orfeo.
9 li, qualche vecchia st.
» autore, qualche vecchia st.
5 uno, qualche vecchia st.
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LA FAVOLA 1)1 ORFEO.
ìon
Flecle mine mecum numero* novumque
Die, Itjra, carmen:
Sen quod hirsntos aijat Iute leones ; 1-12
Seti quod et frontem domini serenel.
Et levet curas penitusfjue doclas
Mulceat aure s.
Vindicat nostro s sibi iure cantus liti
Qui colit vate s citharamque princeps;
lite cui sacro rutilus refulrjrt
Crine qalerus;
lite cui flagrans triplici corona 15»
Cina et miratavi diadema frontem.
Fallar ? an vati bonus lune cannili
Diclat Apollo ?
Phtebe, qua; dictas, rata fac, precnmnr ! 154
Dignus est noslrce dominus Thaliie,
Cui eeler versa fluat Hermus uni
Aurea s urna ;
Cui tuas mittat, Cytherea, concita s 15S
Conscius primi Phaelontis lndus;
Jpsa cui dices properet beatum
Copia cornu.
Quippe non gazavi pavidus reposlam 1C2
Servai ceceo simili* draconi:
Sed vigil famam secat ac perenni
Imminet (evo.
Ipsa phcebeu; vacat aula turba; 1®>
Dulcior blandis lleliconis umbris:
Et vocans doctos palei ampia tota
lama poste.
Sic refert magate titilli s superbum ito
V’. 145. — Nell’ ediz. ilei Buz. leg-
gasi aura t; mu è fallo [AITÒ). Non
in solo il Buz. ma in molte delle
vecchie st.
V. 147. — cilAerom 9 ne j Baz.
V. 158. — millat. Ncll’ediz. delle
op. lat. deH'aut. fatta da Aldo, si liu
mulat ; c lo stesso pure nell’ Orfeo
stampalo dal Baz. [A.]; e in tutte le
vecchie st.
V. 159. — primi. Le edd. d’ Aldu,
d’ Episcopio c di Grillo legg. libi. [A ]
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LA FAVOLA DI ORFEO.
lUi
Stemma Gonzaga; recidiva virtus,
Gaudet et faslos superare avitos
/E mutui hwres.
Scilicet stirperà generosa succo 1T4
Poma commendant ; timidumque numquam
Vulturem fasto lo vis acer ales
Exludit oro.
Curre iam tato violentus amne, 173
0 sacris Mitici celebrale Musisi
Ecce Mcecenas libi nane Maroqtte
Contigil unii
Iatnquc vicinas tibi subdat undas
Vel Padus multo resonans olore,
Quamlibet jlentes animosus alnos
Astraque iactet.
Candidai ergo volucres notàral iss
Mantuam condens tiberinus Ocnus,
Nempe quem Purcce docuit benigna ;
Conscia mater.
Un 1 Pastore annunzia a Orfeo la morte di Euridice.5
Crudel novella ti rapporto, Orfeo, iste
Clic tua ninfa bellissima è defunta.
Ella fuggiva l’amante Aristeo;
Ma, quando fu sopra la riva giunta,
Da un serpente velenoso e reo,
Oh’ era fra l' erbe e' fior, nel piè fu punta :
E fu tanto potente e crudo il morso.
Che ad un tratto fini la vita e ’l corso.
Orfeo si lamenta per la morte di Euridice.
Dunque piangiamo, o sconsolata lira, ìas
Chè più non si convicn 1’ usato canto.
Piangiam mentre che ’l ciel ne’ poli aggira,
, E Filomela ceda al nostro pianto.
1 Uno, qualche vecchia st. c il V. 197. — Che a, alcune vece. si.
Cumino. V. 200. — poi nel cielo aggira, Rice
i II Rice. Im solamente Pastoci:. V'. 201. — Filomena, Ricc. e si.
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1..V FAVOLA DI ORFEO.
I
0 cieiu, o terra, o mare, o sorte dira !
Come potrò soffrir mai dolor tanto?
Euridice mia bella, o vita mia,
Sanza te non convien che in vita stia.
Andar convienmi alle tartaree porte ros
E provar se là giù mercé s’impetra.
Forse che svolgerem la dura sorto
Co’ lacrimosi versi, o dolce cetra ;
Forse che diverrà pietosa Morte :
Che già cantando ahhiam mosso una pietra.
La cervia e’I tigre insieme abbiamo accolti
E tirate le selve e’ fiumi svolti.
Orfeo cantando gittgne 1 all’ inferno.
Pietà, pietà ! del misero amatore 214
Pietà vi prenda, o spiriti infermili.
Qua giù m’ ha scorto solamente Amore ;
Volato son qua giù con le sue ali.
Posa, Cerbero, posa il tuo furore ;
Chè, quando intenderai tutti i mie’ mali.
Non solamente tu piangerai meco
Ma qualunque è qua giù nel mondo ceco.
Non bisogna per me, Furie, mugghiare, 222
Non bisogna arricciar tanti serpenti :
Se voi sapessi le mia doglie amare.
Faresti compagnia a’ mie’ lamenti :
Lasciate questo miserei passare.
Che ha ’l ciel nimico e tutti gli elementi.
V. 202. — 0 terra, o morte. Ilice.
Vr. 203. — Senza, ale. si. al monti -
ititi, Clilg.
V. 209. — Con, qualche vecchia
st. e il Cumino.
V. 211. — mona, qualche vec-
chia si.
V. 212. — adorno, Ricc.
1 Gionge, qualche vecchia st.
V. 216. — Il Ricc., ma forse per
errore, legge: *0/ l' unente Amore.
V. 219. — Nel Ricc. manca questo
verso: c i due seguenti sono cancella-
li ; ma si vede chiaramente che dice-
vano: Aon per Cerber legar fo gite ita
ria. Ma solamente per la donna mia.
V. 222. — Questa oliava c le ire
segg. nel Ricc. mancano: il quale
l’ oliava antecedente riattacca subito
con quella che comincia) lina serpe
tra ’ fior.
V. 22V. — mie, Baz. e Coni.
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10(3
LA. FAVOLA DI OKFEO.
Clio vicn por impetrar merzò «la Morte :
Dunque gli aprite le ferrate porte.
Plutone pieno di maraviglia dice cosi.
Chi è costui che con si dolce nota £30
Muove l’abisso e con l’ornata cetra?
Io veggo fissa d’Issi'on la rota,
Sisifo assiso sopra la sua potrà,
E le Bolide star coll’urna vota:
ÌN'è più l’acqua di Tantalo s’arretra:
E veggo Cerber con tre bocche intento,
E le Furie acquetare al suo lamento.
Minos a Plutone.
Costui vien contro le legge de’ Fati, 203
Che non mandali qua giù carne non morta:
Forse, 0 Pltìton, che con latenti aguati
Per tòrti il regno qualche inganno porta.
Gli altri che similmente sono nitrati.
Come costui, la irremeabil porta,
Sempre ci fur con tua vergogna e danno.
Sie cauto, 0 Pluton : qui cova inganno.
Orfeo genuflesso a Plutone dice cosi.
0 rcgnator di tutte quelle genti 243
C’hanno perduta la superna luce;
Al qual discende ciò che gli elementi.
Ciò che natura sotto il ciel produce ;
Udite la cagion de’ mie’ lamenti.
Pietoso Amor de’ nostri passi ò duce :
Non per Cerber legar fo questa via.
Ma solamente per la donna mia.
Una serpe tra’ fior nascosa e l’erba • sfi4
Mi tolse la mia donna anzi il mio core:
V. 212. — entrali , Cornino.
V. 251. — Leggo cosi col Chig. ci-
tato (tali’ AITÒ. Le st. hanno di nostri
passi : il Rice, manca (ti questa ottava.
V. 22S. — mercè , Cornino.
V. 232. — ferma. Cornino.
V. 237. — al pio, Cliig. il sho, Coni.
U. 23S. — leggi. Cornino.
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• LA FAVOLA DI ORFEO.
107
Ond’ io meno la vita in pena acerba
Né posso più resistere al dolore.
Ma se memoria alcuna in voi si serba
Del vostro celebrato antico amore,
Se la vecchia rapina a mente avete,
Euridice mia bella mi rendete.
Ogni cosa nel fine a voi ritorna, 262
Ogni vita mortale a voi ricade:
Quanto cerchia la luna con suo’ corna
Convien ch’arrivi alle vostre contrade:
Chi più chi men tra’superi soggiorna;
Ognun convien che cerchi queste strade:
Questo è de’ nostri passi estremo segno:
Poi tenete di noi più lungo regno.
Cosi la ninfa mia per voi si serba, 27;»
Quando sua morte gli darà natura.
Or la tenera vite c l’uva acerba
* Tagliata avete con la falce dura.
•Chi è che mieta la sementa in erba,
E non aspetti ch’ella sia matura?
Dunque rendete a me la mia speranza :
Io non ve ’l chieggio in don; questa è prestanza.
Io ve ne priego per le torbide ncque 27S
Della palude stigia e d’ Acheronte,
Pel Caos onde tutto el mondo nacque,
E pel sonante ardor di Flegetonte;
Pel pome che a te già, regina, piacque.
Quando lasciasti pria nostro orizonte.
E se pur me la nieghi iniqua sorte,
Io non vo’ su tornar ; ma chieggio morte.
V. 263. — Cosi leggo col Ilice, c
col Cliig. Le vecchie st. hanno: mor-
rai filò giù.
V. 264. — sue, Cornino.
V-. 267. — Cosi leggiamo con le
vecchie si. Ala il Rice, e Cliig. hanno
Ognuno convien di' arrivi n.
V. 273. — Tagliale, le vecchie si.
V. 275. — che la, qualche vecchia
si. e il Rice.
V. 279. — el Acheronte , le vec. si.
V. 280. — Del Chaos. . . al, Rice.
Yr. 284. — Cosi il Cliig. c il Rice. :
le vecchie st. niegn.
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1 08
LA FAVOLA DI ORFEO.'
Proserpina « Plutone dice così.
l' non credetti, o dolce mio consorte, i!S6
Cile pietà mai venisse in questo regno:
Or la veggio regnare in nostra corte.
Et io sento di lei tutto ’l cor pregno:
Nè solo i tormentati ma la Morte
, Veggio che piange del suo caso indegno.
Dunque tua dura legge a lui si pieghi.
Pel canto per i’amor pe’giusti prieghi.
Plutone risponde ad Orfeo, e dice così.'
. lo te la rendo; ma con queste leggi; r.9l
Gli’ ella ti segua per la cicca via.
Ma che tu mai la sua faccia non veggi
Fin che tra’ vivi pervenuta sia.
Dunque il tuo gran desire, Orfeo, correggi;
Se non, che tolta subito ti fia. ,
l’ son contento che a si dolce plettro
S’ inchini la potenzia del mio scettro.
5 Orfeo ritorna, redenta Euridice, cantando certi versi allegri
che sono di Ovidio, accomodati al proposito.
Ile triumphales circuiti ine a tempora lauri/ 502
Vici mas Eurtjdicen reddita viìa mihi est.
lieve est prcecipuo victoria digita triumpho : 304
il un ades,o cura parte triumphe mea!
Euridice si lamenta con Orfeo per essergli tolta sforzatamene.
Oimè, che ’l troppo amore soc
N’ ha disfatti ambe dua.
Ecco ch’i' ti son tolta a gran furore.
V. 280. — mio dolce consorte , una
vecchia si.
1 Le vecchie si. hanno: Risposta
di Plctose a Cerco.
V. 295. — Che la ti, Rice.
V. 290. — /:c/<e,levec.sl.e ilCom.
s Nel Rice. : Ooreo vieti contando
alcuni versi lieti, e volgesi. Ei’oiDicn
parlate riattacca subito col verso,
Oimè che’l troppo amore.
V. 307. — Ci ha, Com.
V. 308. — Ecco che ti, vecchie st.
/
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lOf»
LA FAVOLA DI ORFLO. •
Nò sono ormai più tua.
lidi tendo a te le braccia; ma non vale;
Che indreto son tirata. Orfeo mio, vale.
Orfeo, seguendo Euridice, dice cosi.
Oimò ! se'mi tu tolta,
Euridice mia bella? o mio furore,
0 duro fato, o ciel nimico, o morte !
0 troppo sventurato el nostro amore !
ila pure un’altra volta
Convien eh’ io torni alla plutonio corte.
1 olendo Orfeo di nuovo tornare a Plutone, una Furia se
gli oppone, e dice cosi.
Più non venire avanti : anzi el piè ferma; óis
E di te stesso ornai teco ti dolo.
Vane son tue parole :
Vano el pianto c ’l dolor: tua legge è ferma.
Orfeo si duole della sua sorte.
Qual sarà mai sì miserabil canto 322
Che pareggi el dolor del mio gran danno?
0 come potrò mai lacrimar tanto.
Che sempre pianga il mio mortale affanno?
Starommi mesto e sconsolato in pianto
Per fin che i cieli in vita mi terranno.
E poi che si crudele è mia fortuna,
Già mai non voglio amar più donna alcuna.
Da qui innanzi io vo córre i fior novelli, 330
La primavera del sesso migliore.
Quando son tutti leggiadretli e snelli :
Quest’ è più dolce c più sua ve amore.
Non sia chi mai di donna mi favelli,
Poi eh’ è morta colei ch’ebbe il mio core.
V'. 315. — Così il Ricc. e I’ ediz. zionc cominiana omisero questi pri-
Beued : e altre st. è il. mi quattro versi.
V. 321. — Vano è il , Cornino. V. 335. — Poi che mort* è, le vec-
V. 330*33. — I Volpi nella edi- .chic st.
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no
LA FAVOLA 1)1 ORFEO.
Chi vuol commcrzio aver de’ mie’ sermoni,
Di feminile amor non mi ragioni.
Ouant’ ò misero l’uom che cangia voglia v>3 ,
Per donna o mai per lei s’allegra o dolo!
0 qual per lei di libertà si spoglia,
0 crede a suo' sembianti o sue parole!
Clic sempre è più leggier ch’ai vento foglia;
E mille volte il di vuole c disvuole:
Segue chi fugge : a chi la vuol s’ asconde ;
E vanne e vicn come alla riva Tonde.
Fanne di questo Giove intera fede, nw
Che dal dolce amoroso nodo avvinto
Si gode in cielo il suo bel Ganimede;
E Febo in terra si godea Iacinto:
A questo santo amore Ercole cede.
Che vinse il inondo e dal bell’ Ha è vinto.
Conforto e’ maritati a far divorzio,
E ciascun fugga il femminil consorzio.
Una Baccante indignata invila le compagne alla morte (TOrfko.
Ecco quel che T amor nostro dispreza l 354
0 o sorelle ! o o ! diamogli morte.
Tu scaglia il tirso; e tu quel ramo speza;
Tu piglia un sasso o fuocu, e getta forte;
Tu corri, e quella pianta là scaveza.
0 o ! faccioni che pena il tristo porte.
0 o ! caviamgli el cor del petto fora.
Mora lo scellerato, mora mora !
Torna la Baccante con la testa di Orfeo, e dice cosi.
0 o ! o o ! morto è lo scellerato ! 362
Evoè, Bacco, Bacco! io ti ringrazio.
V. 336. — commercio. Cornino.
V. 346-53. — Questa ottava clic è
tic’ codici e ili tutte le vecchie st. è
omessa nella ediz. cominiana, c se-
guala lo lacuna : anche l’AlTò la omette
nel suo testo, ina la riporta nelle note.
V. 35t . — i mostri, le vec. st. e l’Alto
V'. 362. — Cosi abbiamo restituito
col Rice, e col Baz. questo v. che nelle
’.ccc. st. e nella com. non aven iiìuiiu
misura: 0, o, morto è lo sederino.
V. 363. — Cosi il Chig. e il Rice.
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Ili
LA FAVOLA III OrVf.O.
l'er tutto 1 bosco l’ abbiamo stracciato
Tal ch’ogni sterpo ò del suo sangue sazio:
L’abbiamo a membro a membro lacerato
In molti pezi con crudele strazio.
Or vada e biasmi la teda legittima !
Evoè, Bacco! accetta questa vittima.
'Sacrificio delle Baccanti in onore di Bacco.
Ognun segua, Bacco te !
Bacco Bacco, eù oò !
Chi vuol bever, chi vuol bevere,
Vegna a bever, veglia qui.
Voi imbottate come pevere,
lo vo’ bever ancor mi.
Cdi è del vino ancor per ti.
Lassa bever prima a me.
Ognun segua, Bacco, tc.
Io ho vóto già il mio corno : .rea
Dammi un po T bottazo in qua.
Questo monte gira intorno,
El cervello a spasso va.
Ognun corra in qua e in là.
Come vede fare a me ;
Ognun segua, Bacco, te.
L mi moro già di sonno. ssa
Son io ebra, o si o no ?
Star più ritti i piò non ponilo.
Voi siet’ ebrie, eh’ io Io so.
Ognun facci coni’ io fo:
Ognun succi come me :
l.e vece. si. e la corniti.: Evoc, Bacco ;
io ti ringrazio. Quella ilei Baz. però :
Evoc , Dio l tacco , io ti ringrazio.
■ Rice. Il Cono delle Baccakte.
V. 371. — Bacco, Bacco, cvohè,
Contino.
V. 376. — Così restituisco col Ricc.
o col Chig., col Crescimbcni, col Qua-
drio c col Mazzoleni, clic riportarono
([uesta ballata come esempio del diti-
rambo italiano. In tutte le altre stam-
pe è offesa la rima, leggendovi*! le.
V. 377. — Lascia bere in prima
me, Ricc.
V. 380. — bottaccio. Cornino.
V'. 382. — 11, vece. st. : c‘l Coni.
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li^ LA FAVOLA IH ORFEO.
Ognun segua, Bacco, te.
Ognun gridi Bacco Bacco,
E pur cacci del vin giù:
Poi con suoni (arem fiacco.
Bevi tu, e tu, e tu.
I' non posso ballar più.
Ognun gridi eù, oò ;
Ognun segua, Bacco, te.
Bacco Bacco, eù oò !
F. 305. — co', Ricc.
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ORFEO
TRAGEDIA
DI MESSER ANGELO POLIZIANO
[RATTA Di DIE VETUSTI CODICI ED ALLA SUA I.VTECRITA E PERFEZIONE RIDOTTI
LD ILLUSTRATA DAL PADRE IRENEO AFFO MIN. OS3.
Venezia, 1776, approeso Giovanni Villo)
aggiunte le note
di VINCENZO NANNUCC1
l'OLIZIASO.
A
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PREFAZIONE
DEL
PADRE IRENEO AFFO.
Non è di mestieri che io a lungo diffondami nel dimo-
strare quanto valesse in ogni maniera di lettere Angiolo Am
brogini da Montepulciano comunemente chiamato Angiolo Po-
liziano, ornamento e splendore del fioritissimo secolo XV;
giacché moltissime antiche e moderne carte ripiene vanno
degli encomii a lui ben giustamente dovuti. Si sa abbastanza
quanto valesse nel greco,1 quanto potesse nel latino, e quanto,
nel volgar finalmente a’ suoi contemporanei non che agli an-
tichi fosse maggiore.8 Laonde, tralasciando io di enumerare
8 Paò vedersi quanto Tosse stimato per questo da Emmanuele Adra-
mileno c da Aldo Manuzio. (Poliiian. Epi.il. lib. 7, pag. (mi hi) tot, 195.1
Egli tenne cattedra di lingua greca in Firenze a competenza di Demetrio
Calcondila. (J ovine, Elog. doclor. eir. imi». XXXVIII.) E Antonio Codro
Urceo cosi, scrivendo al nostro autore, disse : « Angele mi obicrvande , non
libi blandior, icd ex animo loquor : in al ite quidem non et Gradi infe-
rior ; in hoc vero eliam, ut lentia, tuperior. Quare non le tantum horlor
ul edat qua icriptitli, ted rogo et obletlor. Ede ede guani celerrime ; ni
et tu gloria , et lilerarum eludimi tua doclrina fruì pollini. » (Polii. Epiil.
lib. 5, pag. 1A9.) Cosi parlava del libro de' greci epigrammi del Poliziano.
8 Giustifica tutto questo il celebre Giovanili Pico : • Rhglbmit prateria
hclrvscit Franciicum Pelrarcam et Danlern clegantia et vi poetica , nec
scriptum tantum , ted piclura forum rerum guai exprimi I, facile aguavit. »
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1 16
PREFAZIONE
c le opere e i pregi di lui, non ad altro rivolgerò per ora il
pensiero ammiratore che a quella tenera età nella quale
seppe divenir con raro esempio eccellente cotanto, laddove
altri a stento giungono a perfezionarsi appena nell’ avanzata
virilità. E veramente 1’ aver egli quasi fanciullo tradotto dal
greco in eleganti versi latini l' Amor fuggitivo di Mosco con
tanta severità,1 l’aver tessuto le sue bellissime Stanze per la
Giostra di Giuliano de’ Medici ne’ suoi più verd’ anni, 1 c
1’ aver tante altre poesie composte che sono tuttavia la ra-
rità di poche biblioteche doviziose di pregiatissimi codici, 5
ce lo rendono oggetto di maraviglia; sapendo che tutte que-
ste cose sì perfette e leggiadre furono le primizie del suo
rarissimo ingegno.
Assai mi giova il considerarlo cosi provetto nelle scienze
fin da’ primi suoi anni, poiché favellar deggio d’ un’ opera che
fu appunto una di quelle produzioni che commendano la sua
gioventù. Parlo dell’ Orfeo ; che, sebbene sia stato moltissime
volte stampato, non ha. però mai ottenuto quella integrità e
perfezione clic diedegli 1’ autor suo; colpa di quella sorto in-
[O/ter. ioni. 2, epitt. Uh. 3, pag. 1335.) Antonio Camelli dello il Pistoia
vantò in un soiictto:
• Chi dice in versi leu, che sia Toscano ? —
Di’ tu in volgare ? — In volgare e in Ialino. —
l.aurentin bene , e ’l suo figfiuol Pierino ;
Ha in tutti c due vai più il Poliziano. *
Rime de' Ferraresi, pag. 17.
i Nel mandare il Poliziano questa sua traduzione ad Antonio Zeno,
scrisse: « Anioreni fugitivuni, guem pene puer udirne t grceco in latinum
converti, non senlcnliis modo sed numcris eliam servalis ac lineamenti^
pene omnibus , capienti flugitantif/uc din libi mino tandem. » (Epist. lib. 7,
pag. t Di».)
1 Federigo Ottone Menkenio, il quale ha'scrilto diffusamente Historia
Vita: et in lileras mcrilomm Angeli Poliliani stampata in Lipsia nel 1736,
dice clic lai giostra fu fatta nel I -4GS (secl. 2, $ 1. nota (a), pag. 492).
Allora il Poliziano aveva quattordici anni. L’ ubate Serassi nella Vita del
Poliziano osserva che. quando scrisse le Stanze, non era ancora entrato in
grazia e in corte de' Medici; laonde era ancor giovine. Onde non è forse
iperbulc se il signor di Vurillus ( Aneedot . de Florence, lib. 4) dica clic
d'anni dodici il Poliziano maravigliosamente poetava.
3 Nella biblioteca Chisianu molle rime del Poliziano videro il Cre-
scimbeni ed il Serassi. lo ne ho vedute altre inedite in un codice della
Laurenziana di Firenze. Se ne trovano pure nella Riecardiana ed altrove.
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DEI, PADRE IRENEO AFFÒ. 117
felice che corrono l’ opere altrui, quando sono pubblicate
senza saputa di chi le scrisse.
In Mantova ei lo compose a requisizione del Cardinal
Francesco Gonzaga in tempo di due giorni e fra continui
tumulti, com’ egli stesso saper ne fece : ' e se dell’ anno pre-
ciso ! ichieggasi, il signor abate Saverio Bettinelli ha già molto
probabilmente concliiuso che ciò fosse nel 1472.’ Impercioc-
ché quel degnissimo porporato, che 1’ anno avanti avea con
gran pompa fissata, residenza in Bologna speditovi dal papa
in qualità di legato, 3 volle in allora venire alla sua patria
dove ancora era vescovo, onde farsi riconoscere per quello
eh' egli era ; seco guidando gran comitiva di cortigiani,
tra’ quali pretendesi avessero luogo Galeotto e Giovanni Pico
della Mirandola per altro assai giovinetti,* e tra’ quali non
ripugna punto che si ritrovassero Baccio Ugolino che mo-
streremo a suo tempo essere stato suo famigliare, e Carlo
Canale suo cameriere i quali ebbero, come vedrassi, ad es-
sere chi attore chi testimonio dell’ Orfeo colà composto. Aveva
in allora il Poliziano diciott’ anni : e fu a quel tempo che tra
esso e 1’ Ugolino si strinse quel vincolo d’ amicizia che fino
alla morte stretti li tenne, e che stima e rispetto concependo
verso il Calale trovossi poscia disposto a raccomandargli l'Or-
feo, come or or si vedrà. Entrò in Mantova il cardinale a' 22
d’agosto, e vi si ritrovò sino a’ 9 d’ottobre, come per docu-
menti autentici si è raccolto: 6 laonde in quel tratto di tempo
tiensi 1’ Orfeo ivi composto, ed in teatro rappresentato.
t Vcggasi la Lettera ilei Poliziano al Cornile, clie precetterà l’ Orfeo.
* La mettemmo innanzi all’ Orfeo della primo lezione : non la riportiamo
innanzi al secondo Orfeo, non essendovi differenza integrale di lezioni
nella edizione del Padre Affò. [Edd. fiorentini.)
s Nelle note al primo Discorso Delle Lettere ed Arti Mantovane,
(pag. 34 c 36), impresso in Mantova nel 1774.
* Cronica di Bologna. (Rer. Italie, toni. 18, col. 787.)
* Certamente Giovanni Pico non aveva quell’unno clic undici anni,
e Galeotto suo fratcl maggiore non poteva essere molto avanzato. Sono
informato da bnona parte clic il signor ubate Bettinelli ha tolta questa
notizia dalla Storia mis. di Mantova dell'Amadci. Se fossero questi due
giovani in compagnia del cardinale si o no, altri sei vegga.
c Che Carlo Canale fosse camerier del Cardinal Francesco, l’abbiamo
tratto dal testamento di esso cardinale, il qual si trova originale nell’ ar-
chivio regio ducale segreto di Guastalla.
c Se ne veggono citali dal padre Doncsmondi, lelor. Ecel. di Mantova
[P. 2, lib. 6, pag. S2 e 43), e nella Storia rus. dell'Amadci.
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113
PREFAZIONE
Non è che una inavvertenza del padre Gio. A. Inanelli
il dir che 1’ Orfeo composto fosse per le nozze o per la giostra
di Giuliano de’ Medici : 1 ed è pur fallo del Menkenio il sup-
porlo consegnato dall’ autore alle stampe poco dopo che fu
tessuto.® Era il Poliziano troppo ritenuto in materia di produr
le sue cose; ed anzi delle volgari specialmente n’ era affatto
disprezzator'->. Gli amici però ne facevano conserva; e Carlo
Canale, fra gli altri, ebbe premura di tener vivo 1’ Orfeo
presso di sè, come quegli che aveva più di tutti ammirata la
celerità colla quale fu prodotto dal giovine poeta.
Ora, trascorso qualche tempo dacché aveva questo dramma
avuto nascimento, ed avvertito il Poliziano della cura onde
Carlo Canale ed alcuni altri pochi lo custodivano, prese ar-
gomento di scrivere al detto Canale, manifestandogli quanto
egli riputasse indegno dell’altrui sollecitudine quel componi-
mento eh’ egli avrebbe piuttosto voluto ricoperto d’ eterna
obblivione, come imperfetto e sconcio che a lui pareva. Tut-
tavolta, veggendo eh’ egli tanto 1’ amava e che altri pur lo
stesso facevano, di buon grado si protestò di cedere alla vo-
lontà di lui; e gliene fece raccomandazione, affinchè, come
cosa nata sotto gli auspicii del cardinale, di proteggerlo si
compiacesse. £
(Questo è il tenor vero della lettera che verrà appresso ;
nò dobbiamo credere che questa sia una dedicatoria messa
'giammai in fronte all’ Orfeo dal suo autore. Lochè voglio
avvertire, perchè non si creda che tutti gli esemplari che
hanno questa lettera iu fronte debbano riputarsi tratti dal-
1’ originale: chè anzi quelli che non l’hanno possono essere
più genovini; non essendo stato l’accoppiamento di questa
lettera all’ Orfeo che un arbitrio de’ copisti, i quali presero
una lettera di raccomandazione per una dedica. È troppo
chiaro che il Canale teneva già 1’ Orfeo presso di sè, perchè
non abbiasi a supporre che gli venisse con questa lettera
spedito dal Poliziano. Morto poscia il cardinale nel 1483,
come vedrassi più chiaro in una delle Osservazioni sopra
1’ Orfeo, andò Carlo Canale a Roma a’ servigi del Cardinal
di Parma: c l’anno appresso Lodovico Gonzaga fratello del
morto porporato, essendo' stato eletto alla Chiesa mantovana
ed aspirando al cardinalato, colà pur si recò: e ritroviamo
che si teneva caldamente molto raccomandato al Canale per
queste pratiche sue, come ho potuto rilevare dalle lettere ori-
i Vizi c Difetti del moderna Teatro ; par. 2, ragionata. C, pag. 331,
nelle noie.
5 Lue. cit., nota (b), pag. 4'JO.
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DEL PADRE IRENEO AFFÒ. li‘j
ginali di questo prelato conservate in vari volumi nell’ ar-
chivio secreto della città di Guastalla.1
L’ Orfeo adunque rimase nelle mani del Canale così scritto
a penna, e si sparse pur anche in mano d’ altri. Non v’ ha
dubbio che l.a copia del Canale non dovesse essere perfetta
e qual 1’ autore dettolla: ina non possiamo esser certi che gli
esemplari che bì trascrissero da altri fossero tali È proba-
bile che alcuni i quali avevano sentito recitare 1’ Orfeo o
avevano avuto parte nel rappresentarlo ne trascrivessero i
pezzi, accozzandoli poi come loro parve meglio, e surrogando
altri versi ed altre formolo di dire ove traditi si videro dalla
memoria. Non sarebbe questo 1’ unico esempio di simile av-
venimento. Questo nostro pensiero vien fiancheggiato da tre
non lievi riflessi ; primo cioè, dall’ avidità clic nascer dovea
negli uomini d’aver questo dramma alle mani; secondo, dalla
difficoltà che aveva il Poliziano a lasciarlo correre sotto gli
occhi altrui ; terzo, dai notabili difetti che colle nostre Os-
servazioni considerar faremo nell’ Or/eo*stampato sino al di
d’ oggi. Il primo c’ induce a conghietturare che qualcheduno
o per dritto o per rovescio s’ incapricciasse di volere 1’ Orfeo,
il secondo ci persuade che il Poliziano non lo volesse dar
fuori, il terzo ci assicura clic servendosi il copiatore o della
propria o dell’ altrui memoria nell’ accozzarlo insieme a tale
il riducesse da fare all’ autor suo vergogna.
Così adunque variati gli esemplari dell’ Orfeo, era assai
facile che, abbattendosene una copia corrotta iu mano di chi
avesse voglia di darla alle stampe, riuscisse I’ opera guasta
per sempre, sin a tanto che un esemplar corretto non se ne
fosse scoperto, simile a quello che il Canale ed altri pochi
amici del Poliziano già possedettero, onde restituirla al pri-
miero decoro e riparar il danno che all’ autor suo provenir
ne dovea. Di fatti per tal maniera andò la bisogna: imper-
1 Era giunto il vescovo u Roma il subbillo antecedente ulta domenica
dell’ ulivo. Per timor di peste, sulla fme di maggio, si ritirò a Bracciano.
Di là in data dc'i3 di giugno scrisse ul Canale, ringraziandolo degli uffizi
die faceva a prò suo col Cardinal di Parma, c promettendo mandargli
parte delle sue cacce. Qualche volta lo ebbe presso di sè: onde a’ 6 d’ago-
sto, stando pure colà, scrisse a Giampietro Arrivabcuc: ■ Duo Carlo Canale
non I frinito : pare che non abbia a venire fi» damane e foni l'altro. •
L'anno 1 4t>S a’ 19 di febbraio, stando in Sabbiunclta, così scrisse a Uar-
tolommeo Erba suo agente in Roma: - Siam» conienti contraili in notne no-
stro compaternità cum m. Carolo Canale , et cussi per questa nostra ti
commettiamo e consliluamo nostro procuratore, e facciamoti mandato spe-
ciale ad tal cosa. *
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PREFAZIONE
ciocché Alessandro Sarzio, raccoglitore premurosissimo dello
cose del Poliziano, ebbe alle mani asBai tardi le soavissime
Stanze del nostro Poeta, come pure 1' Orfeo, ma sventurata-
mente corrotto, che tosto tosto trattener non si seppe dal con-
segnare alle stampe ; indirizzando tutte queste cose con lettera
sua a monsignor Ahtonio Galeazzo Bentivoglio arcidiacono
di Bologna.
Non avvenne già questo innanzi al 1494, siccome vien so-
spettato nel catalogo d’ alcune delle principali edizioni delle
cose volgari del Poliziano raccolto da Apostolo Zeno ed ac-
cresciuto dal Volpi,1 ma propriamente nell’ anno stesso 1494.
Siamo tenuti di questa notizia sicura al signor abate don Pe-
tronio Belvederi bolognese, che ha con molta diligenza e fa-
tica raccolto un indice di tutti i libri del primo secolo della
stampa che si ritrovano nelle biblioteche diverse della dotta
Bologna. In quella de' monaci Cassinesi detti di san Procolo
egli ha veduto ques^g prima edizione fatta in quarto di carta
reale per opera di Platone de’ Benedetti appunto nel 1494
e terminata a’ 9 d’ agosto.1
Per qual cagione il Sarzió desse ad imprimere al Bene-
detti piuttosto che ad altro stampatore tali cose, egli è ben
chiaro. Questo accuratissimo uomo nell’ arte sua, il quale
adoperò il più bel carattere tondo e nitido che mai si ve-
desse a que’ giorni, era stato 1’ anno addietro eletto dal Po-
liziano medesimo a stampar la sua traduzione latina di Ero-
diano, la qual fu spedita dall’ autore con lettera latina ad
Andrea Magnanimo bolognese, raccomandandogli che appunto
dal Benedetti imprimere la facesse e che operasse in modo
che Alessandro Sarzio assistesse alla correzione Così fu fatto ;
laonde quell'opera uscir fu veduta da que’ torchi nel mese
d’ agosto del 1493.’ In conseguenza per tanto di questo tra-
vaglio credette il Sarzio di non poter procurare alle cose
volgari del Poliziano un impressore più diligente ed ancora
più accetto al poeta che il Benedetti. Ma, perchè ben sa-
1 Nella terza edizione cominiana, pag. xxxv.
1 Questa è la data clic leggesi in due di questa edizione : « Qui fini-
niscono le Stanze compiiate ila inesser Angelo Poliliano facle per la Ciò-
etra de Giuliano fratello ilei magnifico Lorenzo ili Medici de Fioreiìzi, in-
sieme con la Fetta de Orplteo et altre gentileze stampate curiosamente a
Cotogna per Platone delti Bencilicti impressore accoratissimo dell’anno
N.cccc.LXxxxitit a di nove de agosto. » ,
-1 Questa bella edizione in foglio io I’ ho veduta nella biblioteca del
nostro convento della Nunziata in Bologna. Trovasi ancora questa tradu-
zione ristampala in Roma.
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DEL PADRE IREiNEO AFFÒ. 121
peva quanto poco fossero dall’ autor loro curate queste sue
puerili produzioni, ancorché degnissime dell’ altrui stima,
guardossi di aioli manifestare al Poliziano l' intenzion sua, e
dielle celatamente a stampare, affinchè la modestia di lui non
avesse iul impedir l’esito dell’impresa.1
Quand’ ecco, uscita appéna alla luce quest' opera nè forse
giunta pur anche sotto gli occhi del Poliziano, armata im-
placabilmente la morte a toglier dal mondo nell’ età florida
di quarant’ anni il dottissimo autore, il quale cessò di vivere
in Firenze il giorno 24 di settembre dell’ anno stesso, vale a
dire quarantasei giorni dopo dacché era stato tirato l’ultimo
foglio di quelle poesie.1 Ognuno ben vede die, se incorrette
e non compiute furono in allor pubblicate, la morto dell’ au-
tore tolse ogni speranza eli' egli movendosi a compassione di
queste cose sue ne procurasse poi una perfetta ristampa.
Cosi com’ erano pertanto furono dalla repubblica lettera-
ria accettate: e gli avidi stampatori a norma della prima
edizione sempre le riprodussero. Non tacerò la seconda edi-
zione che ne fu fatta in Bologna da Caligola Bazalieri
nel 1503", poiché questa, non men rara che la prima, mi ha
servito di qualche lume ad illustrare 1’ Orfeo e a tessere que-
sta mia fatica. Tale ristampa non fu certamente veduta da
chi ordinò l’indicato catalogo, e però fu malamente citata.
Ne possiede una copia il signor Floriano Cabassi carpigiano:
ed io per mezzo del signor Girolamo Colleoni da Correggio,
singolarissimo mio padrone ed amico, ho potuto vederla ed
esaminarla. Quello che v' è di notabile si è, che questo stam-
patore, lasciando in tutto come stava la dedicatoria del Sar-
zio, ardì poi di cangiare quelle parole, le ho date ad impri-
mere a Plato de’ Benedetti , in queste, le ho date ad impri-
mere a Caligula di Bataleri; non accadendosi che, parlan-
dosi ili quella lettera del Poliziano come persona viva,
• Fa testimonio ili (ulto questo la dedicatoria del Sarzio, ove leg-
giamo: « A questi giorni passati, reverendissimo Monsignore, mi capitorno
olle mani certe Stanze del mio et tuo gentilissimo Poliliano Giudicai
false gran male che elle si avessino a perdere ni venissero qualche volta
a tace. Per questo le ho date ad imprimere a Plato de’ llencdetti.... Credo
ancora che.... alquanto al Poliziano dispiacerà che queste sue Stame da
lui già disprezzate ti stampino,... La Festa ancora di Orpheo, quale già
compose a Mantova quasi all’ improvviso, sarà insieme impresta ec.
9 Ecco l' epitaffio postogli in San Marco a Firenze: « Politianus in hoc
tumulo j’acel Angelus, unum Qui caput et linguai, ret nova, tres ha,
liuit. Obiti an. t t9t, sepl.- 2 V. atatis 10 »
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PREFAZIONE
i ±1
sarebbe stata facilmente scoperta la sua impostura.’ Simile
bestialità commise Niccolò Zoppino nella ristampa di Vene-
zia del 1513 fatta per Giorgio Rusconi, e dft lui ordinata;
fingendo, cioè, «he il Sarzio avesse date a lui quelle cose a
stampare : s e replicolla poi nella nuova produzione che ne
fece egli stesso nel 1524, siccome il prelodato signor Col-
leoni che_ la possiede me ne assicura.
Basti *il fin qui detto a porre in chiaro cóme nascesse
1’ Orfeo del Poliziano, come se ne spargessero copie e come
■finalmente venisse in luce. Ora mi è d’ uopo mostrare come
1’ esemplare prodotto dal Sarzio fosse imperfetto e corrotto;
Certamente ogni uomo dotto l’ ha forse sospettato finora ; ma,
non potendosene assicurare, ne ha parlato con termini tali
che più all’ autore che all' editore sembrano ingiuriosi. Il
Doni nella sua prima Libreria lasciò scritto che queste cose
volgari del Poliziano a’ suoi tempi, che erano pure i tempi
del vero buon gusto, non si leggevano molto.3 Non potè egli
così dicendo alludere alle Stanze, le quali come assai pre-
giate furono inserite in quasi tutte le raccolte, specialmente
impresse dal Giolito e da qualche altro; talché doveano
certo con piacere ed avidità èsser lette : ma dovette inten-
dere di parlar dell' Orfeo c di qualche altra composizion gio-
vanile del nostro autore, che certamente si videro a quei
giorni curate poco. Se non si leggeva molto 1’ Orfeo, segno
è che assai difettoso si scorgeva da’ letterati. E per tale in-
vero anche il dotto Quadrio nel secol nostro lo riconobbe,*
per tacer d’ altri che si accordano con esso lui a confessarlo
mancante d’ogui buona legge drammatica.
Ma tanta imperfezione di questo dramma come poteva ac-
cordarsi colla profonda erudizione del' Poliziano ? Io deggio
confessare che 1’ Offro stampato finora è pieno d’ inconve-
nienze, d’ inverisimilitudini e di errori, i quali mi riserbo di
far vedere nelle mie Osservazioni che verranno dopo l’ opera :
1 Quest» edizione ita il suo frontespizio cosi: » Cote volgari del cele-
berrimo ihetter Angelo Poliliano notamente imprctte. » Nei fine si legge:
• Finit cono le Stanze della Giostra di Giuliano di Medici compatte da met-
ter Angelo da Montepulciano, et intieme la Fella di Orfeo et altre gen-
tilezze ; cote certamente dilettevole, et stampale in Bologna per Caligala
di Bazalcri a di 22 di zugno 11. o. ili. » La forma è in ottavo, il carattere
rotondo. Il frontespizio è stampato in rosso con. alcuni legni dattorno.
5 Catalogo citato, pag. xxxvi c xxxvm.
3 Libreria prima, lett. A, pag. 8. edizion del Giolito 1550.
* Storia e ragione d' ogni pnet., voi. Ili, par. 2, lib. Ili, dist. 3,
cnp. 4, partic. I.
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DEL PADRE IRENEO AFFÒ. 123
ina non posso intendere che il Poliziano, anche in età gio-
vanile tanto erudito, potesse così deviare dal buon sentiero
poetico. Quel Poliziano che fin da fanciullo era così me’ poeti
greci versato, che non solo tradusse, come dicemmo, il breve
Amor Fuggitivo di Mosco ma eziandio ardì por mano alla
versione del principe degli epici Omero,' non doveva forse
aver gustata la Poetica d’ Aristotele c d’ Orazio, e senza forse
ancora ammirati gli esemplari del compor tragico d’ Euripide
e di Sofocle ? E se tal frutto degli studii suoi non se gli vo-
glia negare, poteva mai egli, tessendo un dramma anche fret-
tolosamente, perder di vista le regole più principali dell’ arte ?
Questi non lievi riflessi, mentre riscuotono ammirazione e
rispetto al nome immortale del nostro Poeta, deggiono an-
cora persuadere che 1’ Orfeo qual s’ è veduto finora non è
genoviuo parto del Poliziano. Grazie però alla diligenza di
quegli antichi, i quali, raccogliendo in particolari codici le
cose più belle che uscivano dalla penna de’ buoni scrittori,
seppero ancora a noi conservare quésto pezzo intatto, gia-
ciuto finora inosservato tra i polverosi avanzi dell’ antichità.
Non posso non arrogare a me una gloria che è pur tutta
mia, d’ avere scoperto 1’ Orfeo intero e perfetto in un vecchio
codice miscellaneo che fu del padre Giambatista Cataneo,
Minor Osservante; conservato ora nella scelta e di rarissimi
libri fornita biblioteca del nostro convento di Santo Spirito di
Peggio, da quel dotto religioso fondata ed arricchita.* In
esso, tra varie rime di Niccolò da Correggio, di Antonio Te-
baldeo e di Timoteo Bcndedei nmbidue ferraresi, e tutti con-
temporanei al Poliziano, leggesi X Orfeo col titolo di tragedia;
la quale scorgesi in cinque brevi atti perfettamente c dili-
gentemente divisa. Non evvi apposto il nome del Poliziano :
ma questo non avvenne forse per altro, se non perchè chi
ricucì scioccamente quel codice levò dinanzi a quella certi
quinternetti, ne’ quali col carattere medesimo era scritta la
1 Ce ne assicura il Poliziano stesso nella Centuria delle Macella iter
sulla fiue: « Uabam quidem philosophitt utrique operaia, le d non odino-
dum ussiduam, vidclicel ad Homeri poeta blandimento natura et alati
proelivior, quem tulli latine quoque imiti , ut adoleicent, ardore, miro
studio vcriibui interpretabar. »
s Questo religioso vien lodalo dal Muratori nel libro I Della Perielio
Poesia, cap. 3, pag. 26, della prima edizione. Ma il ms. delle Rime di
Simon da Siena, eli' ei vide presso di lui, più non riscontrasi in Santo
Spirito. Il codice poi di cui noi ora parliamo è quello stesso citato da
Giovanni Guasco nella Storia Letteraria di Reggio, lib. I, pag. 43 •
donde ei trasse quelle Rime del Correggio .ivi pubblicate.
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1-21
PREFAZIOIVE
prima parte intera delle Stanze del Poliziano, in fronte allo
quali con cinabro era scritto: Angeli Policiani in Julium
Medicei: q. L’ Orfeo doveva succedere a queste Stanze: e lo
comprova la qualità stessa della carta, la forma in quarto, il
carattere medesimo e la stessa diligenza di scrivere i titoli
e gli argomenti in vivacissimo cinabro : ma le Stanze levate
via furono con pessimo consiglio ricucite in altro miscellaneo
di scritture e di stampe diverse, che nella medesima biblio-
teca vien conservato.
Trascrissi tosto questa tragedia, appena che accorto mi
fui della diversità che passava tra essa c 1’ Orfeo stampato:
indi mi posi a far diligenti ricerche, se mai per avventura
trovato si fosse un altro esemplar consimile che fiancheg-
giasse ed autorizzasse la mia nuova lezione. Portò il caso
che quasi nel tempo stesso il signor dottor Buonafede Vitali
di Busseto, mio grande maestro e strettissimo amico, fece
acquisto d’ un altro codice antico, nel quale hanno rime Iacopo
Corso, Antonio Tebaldeo, Serafino dall’ Aquila, il Cariteo,
Iacopo Cieco da Parma, Iacopo dell’ Abazia, Bernardo Ac-
colti, Niccolò da Correggio. Girolamo del Vescovo-, il nostro
Poliziano,1 Baccio Fiorentino cioè l'Ugolini, Bernardo Bel-
liucionc, Agostino Staccoli, Giambatista Córbani, Ciriaco Fio-
rentino, il Protonotario, forse Niccolò Quercentc chiamato
comunemente il Protonotario, Panfilo Sasso, Paolo Anto-
nio Fiesco, Gaspar Visconte, Ambrogio da Sancito, Bernardo
Pulci, ed altri incerti. In mezzo a" tante rime trovò egli tra-
scritta senza nome d' autore anche la tragedia dell’ Orfeo,
quasi del tutto consimile all’altra da me scoperta e man-
cante solo della divisione degli atti. Ei, sapendo le mie pre-
mure, si prese la pena di trascriverla e spedirmela con qual-
che sua osservazione intorno alle varianti lezioni.
Poco dopo ebbi agio di veder il codice cogli occhi miei,
onde giudicar dell’antichità e del pregio d’ entrambi, affine
di decidere quale di essi potesse essere più autorevole. Vidi
però essere di gran lunga più antico ed eziandio più esatto
il codice reggiano. I caratteri certo sono tali in esso, che
ricopiato il dimostrano nel più bel fiorire del Poliziano. 11
riscontro della sola prima parte delle Stanze di sopra indicate,
può comprovare in certo Ynodo 1' antichità, mancandovi la se-
conda che è rimasta imperfetta. La carta, per quella pratica
1 Quattro sono i sonetti clic in questo codice vanno sotto nome del
Poliziano. Uno però, il qual comincia II iole aria già l' ombra e le paure,
viene dal Crescimbcni nel voi. Ili ile’ Contentarli, pagi. 207, attribuito u
Bernardo Bcllincione. ,
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DEL PADRE IRF.NÉO AFFÒ.
1“25
che lio fatto nell’ esame di non poche scritture in diversi ar-
chivii, non può dubitarsi che non sia di que’ giorni.1 In somma
tutto cospira a renderci molto venerabile la copia reggiana:
e in verità chi la trascrisse dovette averne grandissima sti-
ma; poiché non solo adoperò ne' titoli e negli argomenti pu-
litamente il cinabro, ma tinse ancora tutte le iniziali de' versi
d’un vago gialletto che ricrea; cosa non usata nelle altre
poesie che in quel codice stanno.
Ma il manoscritto del signor Vitali è certamente più re-
cente dell’altro. Eccone l’argomento innegabile. A .segnar
l' epoca di un codice non può cosa alcuna giovar meglio che
i tratti storici che in esso rinvenir si possano. Se un libro
incominci col darci notizia d’ un fatto accaduto, non può certo
il libro essere a quel fatto anteriore. Ciò posto, io ho 'osser-
vato che il primo sonetto in ordine scritto nel codice è di
Iacopo Corso ed è composto sopra la tomba del Magnifico
Lorenzo de’ Medici, il quale mori l’ anno 1493, cioè poco
prima che mancasse di vivere il Poliziano. Non fu dunque
cominciato a scrivere quel libro che dopo un tal anno. Veg-
gonsi poi i componimenti in séguito scritti alle volte per di-
verse mani; e la Tragedia non incontrasi che verso il fine:
talché può supporsi che nou fosse trascritta se non dopo
il 1500.
Queste riflessioni m’ indussero a non recedere dal codice
reggiano nella meditata correzion dell’ Orfeo, non trascu-
rando però 1’ altro esemplare in quelle pani che più esatto
sembrato mi fosse. Non interruppi il corso alle mie ricerche,
ondo trovarne, se fosse stato possibile, qualche altro testo ;
ed essendomi l’anno 1771 recato a Firenze, non tralasciai
di visitare la celebre Laurenziana ed altre di quelle dovi-
ziose biblioteche : ma tutto fu indarno. Credendo pertanto
potermi bastare i due mentovati codici, m’ accinsi a formarne
una lezione perfetta; che dimostrasse quante bellezze sieno
mancate sino ad ora all’ Orfeo, e che nello varianti tanto
de’ manoscritti quanto delle stampe somministrasse ad un
amatore di queste coso quel tutto che poteva in questa parte
desiderarsi. E perchè l’ impegno mio principale fu di voler
fiersuadere che il vero parto del Poliziano sia questo, ho vo-
uto corredare questa tragedia di varie Osservazioni nel fine :
le quali serviranno per un continuo confronto tra 1’ Orfeo
1 È di quella caria solfile die adoperavasi ordinariamente a scriver
lettere. La marea è un basilisco o dragoncello sopro Ire monticelli. Di
carta simile, ma colla marca del basilisco solo, Ito trovato lettere volanti
di Lodovico Gonzaga eletto mantovano scritte l’anno 1488.
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PREFAZIONE
126
stampato finora e tra il nostro ; e mostrando quanto più giu-
dizioso, verisimile, intero e perfetto riesca ora per la prima
volta questo lavoro, giustificheranno, come io spero, presso
degl’ intendenti questo mio parere.
A quanto potesse qualche critico cavillare intorno al ti'
tolo di tragedia e intorno alla divisione degli atti, io mi
riserbo a rispondere nelle Osservazioni medesime ; ove farò
evidentemente conoscere che ben all’ Orfeo compete quel ti-
tolo, e che ben era nota ai giorni del Poliziano la necessa-
ria divisione che aver doveva ogni favola in cinque atti. Per
ora io dirò francamente esser questo il primo componimento
drammatico regolare che in lingua nostra sia stato composto.
E in vero, se riandar vogliamo tutta la storia letteraria e
specialmente quella' della volgar poesia; o noi non troveremo
prima del 1472 alcun dramma toscano ; o, se qualche cosa ci
dia alle mani che abbia sembianza di poesia teatrale, ve-
dremo essere non altro che una farsa incondita, un dialogo
irregolare, un affardellamento di cianee. Ai giorni del Poli-
ziano furono in uso bensì gli spettacoli teatrali: ma chi
voleva goderne de’ perfetti era costretto far rappresentare
qualche commedia di Terenzio o di Plauto o far tradurre
alcuna di esse ad uso del teatro : lo che per altro non comin-
ciò a farsi tanto per tempo.1 Certe rappresentazioni sacre
che abbiamo di que’ giorni, certe altre favole, sono tutte
cianfrusaglie che non hanno, come suol dirsi, nè capo nè
coda, e senza star a portarne esempii, e additarne. alcune di
quelle tante che ci rimangono, lascerò che testifichi tal ve-
rità l’eruditissimo Quadrio che tante n’ebbe alle mani. « Niuna
osservazione, die’ egli, nè regola in questi componimenti pur
si teneva, nè quanto all’ unità dell’ azione, nè quanto alla
durazione, del tempo, nè quanto all’ identità del luogo, nè
quanto ad altro che dalla buona tragica sia richiesto .* »
Vi furono degli uomini di talento in quel torno: ma o di-
1 La più antica traduzione forse è la novella di Giela e Birria
tratta dall’ Anfitrione di Plauto: la quale però non esser del Boccaccio
ma di Giovauni Acquetimi die (lori col Burchiello nel t480, dimostrasi
dall’ Argelati, li ibi. tic' Volgar., toni. 3, pag. 229. Nell’ indicate lettere
di Lodovico eletto mantovano ne ubbiamo una data a’ 5 di marzo del
-1 501, diretta a Timoteo Bendedci, ove dice : « che ttsaslivc omne diligenlia
per farmi bavere due de le comedie di Piatilo traditele per in. Bttplilln
Guarino. • Di queste, eh’ io sappia, non è rimasta notizia. Paride Cercsaru
tradusse pure I’ Aulularia di Plauto, come da altra de’ 22 di giugno ivi
ruccogliesi.
! Voi III, lib. t, dist. 4, cap. 4, pag. 57.
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DEL PADRE IRENEO AFFÒ.
127
sperassero eglino di poter giugnere alla perfezione de’ greci
e de’ latini esemplari, o volessero, come anc’ oggi si suole,
secondar il gusto del secolo, proseguiron a tesser favole
senza metodo. Tra questi io annovero Niccolò da Correggio,
personaggio certo di gran sapere a’ suoi dì e poeta di buon
grido; il quale nell’ anno I486 avendo composto la Fabula
di Cefalo si protestò nel prologo, che non era nè commedia
nè tragedia:
• Non vi ilo questa già per compiila,
Clic in tulio nou se observa il modo loro:
Nè voglio la ci filiate tragedia,
Sciteli de iiymplie gli vedreti il clioro.
Fabula n historia, quale ella se sia,
lo ve la dono, e non per preeio d’ oro. •
E veramente disse bene, perchè non si sa cosa sìa. Tragedie
volgari prima del Poliziano non se ne trovano: latine bensì,
come 1' Ezzelino d' Aibertino Mussato, la quale ò forse l'unica
de’ secoli bassi. Commedie volgari, nemmeno : abbiamo però
la Catinia di Sicco Polentone in latino. Ma in volgare,
torno a dire, non si trova vestigio nè di tragedia nè di com-
media prima del nostro autore. So che il Bumaldi ha scritto
che Fabrizio da Bologna, il quale fioriva circa il 1250, fu
componitor di tragedie nel nostro idioma : 1 ma, oltre al sa-
persi già quanti strafalcioni abbia il Bumaldi commesso, ve-
diamo qui l’ ignoranza sua nel non aver inteso Dante ove
nel libro Della Volgar Eloquenza di Fabrizio favella. Dice
Dante che Fabrizio fu poeta di stile tragico: ma cosa in-
tendesse Dante per lo stile tragico, è noto a’ letterati; poi-
ché così egli fu solito d’ appellare lo stil sublime. Luigi Ric-
coboni parimente dice che la commedia intitolata Floriana,
tessuta in terza rima e mista d’ altri metri, sia dopo i tempi
di Dante o. intorno al 1400: 4 ma si penerebbe molto a pro-
varlo. Il chiarissimo Scipion Maftei, di essa parlando, non
disse che queste parole : « La Floriana, pur in terzetti con
altre maniere di versi, nella seconda edizione del 1526 si
dice commedia antica ; e fu composta nel secolo antecedente .3»
Bene, sta che nel 1526 potesse dirsi antica; ma non consta
dell’ antichità enorme che il Riccoboni le attribuisce.
Quegli altri drammi volgari poi, che di quel secolo si ri-
• liibliolh. Boiioii., fui. CO.
2 Uisloire du Thcdl. hai., cliap. 4, pag. 32 et 155 Paris, 1727.
3 Esame all' Eloq. hai. del Fonlanini, pag. ài.
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PREFAZIONE
12$
scontrano divisi in atti e che perciò sembrano almeno nel-
1’ estrinseca forma accostarsi o a tragedia o a commedia; e
tutti que’ pochi eziandio che di simili titoli vanno o giusta-
mente o ingiustamente fregiati ; come la commedia che tratta
della Conversione di sanata Maria Maddalena scritta da An-
tonio di Iacopo Alamanni e divisa in cinque atti, il Filo-
strato e Panfila; dui amanti, tragedia d’ Antonio Camelli
detto il Pistoia, la Calandra, commedia di Bernardo Divi-
zio da Bibbiena, che è la prima cosa perfetta di tal genere
nata nella nostra lingua ma scritta in prosa; queste, dico,
o tali altre cose tutte nacquero dopo 1' Orfeo del Poliziano,
Sicché conchiuder si dee che la nostra tragedia, per quanto
si può dalie antiche memorie sapere, è la più antica delle
migliori e ben distinte cose drammatiche italiane che indicar
si possa.
Io non soglio tanto apprezzare le mie opinioni, che non
tema d’ ingannarmi : il perchè non ho mancato di comunicare
le mie idee ad uomini dotti ed assennati affinchè esaminando
meglio questa faccenda essi m’ illuminassero ove io per msfla
sorte malamente apposto mi fossi. Ma posso dire d’ aver tro-
vato tutti conformi al mio concepito parere. Tra gli altri il
signor abate Girolamo Tiraboschi, bibliotecario mentissimo
di S. A. S. il signor Duca di Modena, noto abbastanza per
la sua Storia della letterattira italiano, cui ad insinuazione
del chiarissimo signor abate Saverio Bettinelli ho comunicata
la mia scoperta onde ritrarne il sentimento suo, in data
de’ 19 aprile di quest’ anno 1775 così mi scrive : « Finora non
ho avuta oecasione di esaminare lo stato della poesia ita-
liana teatrale del secolo XV, poiché nella storia di esso non
sono ancor giunto a questo argomento. A me par nondimeno
che il titolo di tragedia non disconvenga all’ Orfeo. Esso
certamente non è una tragedia di Bacine o di Corneille ; ma
pur ha qualche idea di tragedia; ed ha assai più diritto a
tal nome, che non il poema di Dante a quel di commedia. *
E in altra data, il primo giorno di maggio : « Che poi l’ Or-
feo del Poliziano sia non solo il primo dramma italiano di-
viso in atti ma assolutamente, il primo tra gli scritti in
nostra lingua, non temerei di affermarlo, almeno finché un
altro non se ne produca certamente più antico. L’ Alamanni
autor della commedia di santa Maria Maddalena visse cer-
tamente più tardi del Poliziano, come ella potrà vedere da
ciò che ne dice il conte Mazzuchelli. Tutte te rappresenta-
zioni della Passione di Cristo ed altre somiglianti che ven-
gon citate appena meritano il nome nè di dramma nè di
poesia. La Floriana non so nemmen io che sia; ma non
veggo come si possa provarla più antica dell’ Orfeo. Non
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DEL PADRE IRENEO AFFO.
129
so se si possa affermar con certezza che questo fosse com-
jjosto nel 1472 ; ma certo non si può differire molto piò, ol-
tre. E perciò io credo che al Poliziano si debba la lode di
aver primo di ogni altro dato all’ Italia qualche non infe-
lice esemplare di poesia drammatica, n
Era ben doveroso che tutte queste cose si ponessero in
chiaro a gloria maggiore del nostro immortai Poliziano e ad
illustrazione della storia della volgar poesia; e rimarrà coli-
chiuso tino ad altra più sorprendente scoperta che il primo
ristoratore o forse eccitatore del teatro italiano fosse il no-
stro poeta. Nè, in testimonianza di questo vero, discaro po-
trà essere a’ letterati il vedere in questa nuova forma ripro-
dotto 1’ Orfeo. Dico a’ letterati ; poiché la gente dozzinale, c
coloro che si contentano d’ una semplice e superficiale scien-
tifica infarinatura, o quegli altri che non salendo mai ad
esaminar il genio e la natura dell' antichità stanno di ma-
niera inchiodati al moderno che indi non si possono svellere
per modo alcuno, io non li credo abili a giudicare di questo
edfnponimento. Io sono di parere che costoro intanto qualche
volta si sentono lodar molto le perfette tragedie e commedie
de’ nostri cinquecentisti, perchè sanno che sono sempre state
avute in grandissimo pregio ; del resto, se non temessero le
fischiate, ne direbbero quello che ne sentono propriamente,
vale a dire che quelle sono cose insipide e di poco valore;
tanto vanno pregiudicati per certi moderni drammi che altro
non fanno che gittar polve negli occhi. Per lo stesso modo,
se mai sarà clic prendano fra le mani questa tragedia, sono
certo che loro produrrà nausea c fastidio ; perchè non sa-
pranno formarsi primieramente l’ idea del tempo in cui fu
composta, d’ un tempo cioè rozzo ancora in gran parte, nè
sapranno giudicare della sua semplicità- troppo amabile, es-
sendo eglino avvezzi ad ammirare gli intralciamenti c le mac-
chine maravigliose che mai a’ Greci a’ Latini cd a’ buoni
Italiani non piacquero. A questi dunque io non dono la pre-
sente tragedia ; ma bensì a que’ pochi, i quali, avendo finora
amato 1’ Orfeo difettoso coin’ era pel rispetto grande al suo
autore dovuto, meglio saranno per farlo in avvenire, veden-
dolo ridotto alla sua vera integrità e lezione. A que’ tali io
10 dono, che pregiando al sommo un quadro di Tiziano o di
Correggio, sanno grado eziandio agl’ imperfetti disegni di
Cimabue. Questi, attenzione facendo alla diversità do’ secoli,
alla varietà de’ costumi, alla dissimiglianza de’ genii, e ad
ossi accomodando il loro intelletto, scopriranno in quest’ opera
11 bello che non saprà vedervi giammai un occhio torbido e
pregiudicato ; e que’ difetti che per fatale necessità vi sono
sapranno attribuirli ali’ età d’ un autore, cui se la sorte fosse
Polizia™. 9
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PREFAZIONE
stata meno contraria, togliendolo si per tempo di vita, avrem-
mo per avventura 1’ opere sue da lui stesso emendate.*
Forse alcuno amato avrebbe che io dietro a questa mia
scoperta mi fossi dato a raccogliere tutte quelle cose volgari
che del Poliziano si trovano, onde far parte al pubblico
d’ una compita collezione delle cose di lui. Io non dirò che
tale impresa, qualunque volta voluto avessi, non mi fosse stata
agevole a mandar ad effetto-, sapendo ben io a quali ripo-
stigli dovessi ricorrere per far di tali cose raccolta, nè man-
candomi amici che aiutato mi avrebbero. E infatti tal pen-
siero lo ebbi già un tempo: ma, riflettendo poi di non potere
su le altre poesie tessere quel lavoro tutto mio che ho ordito
sopra l’ Orfeo, deliberato mi sono lasciar tal impresa ad altri,
contentandomi d’ aver somministrato a tale raccolta che far
si potesse l’intero e perfetto Orfeo, che d’ora innanzi potrà
benissimo andare stampato senza il corredo di queste mie
Osservazioni.
Aggiugnerò per ultimo che questo mio lavoro nacque
dagli ozii miei d’ alcuni anni addietro. Fin l’ anno 1769 tes-
suto io l’aveva colla sola notizia del codice reggiano-, ed,
essendosi esibito a stamparmelo Giuseppe Braglia che allora
presiedeva ai torchi di Mantova, glielo donai : ma ho poi rin-
graziato Iddio, che non ne facesse nulla. In séguito, col ma-
noscritto del signor Vitali e con altre notizie di mano in
mano acquistate, lo migliorai: e, poiché vidi aver il Cornino,
stampator di Padova, tanta premura per le cose volgari del
Poliziano, da lui fino a tre volte colla sua solita accuratezza
stampate, a lui 1’ offersi senza veruno interesse. Volontieri
egli accettollo -, o in data de’ 7 di luglio del 1770, mi scrisse:
“ Ilo , ricevuto a suo tempo la favoritissima sua dei 17 pas-
sato, col prezioso manoscritto dell’ Orfeo del Poliziano,
eruditissimamente illustrato da 1T. P. R. Stia certa che qua
esaminato da persona dottissima, ella ne ha ripetuti infiniti
applausi, n D' allora in poi io non ho mai più pensato a que-
sta faccenda; e intanto che ad altre cose ho tenuti rivolti gli
studii miei, giaciute sono queste carte dimentiche nello scri-
gno. Ma il padre lettor teologo Luigi Tuschini ravennate,
amico mio singolarissimo, consapevole di questa mia trascu-
raggine, me ne ha così riscosso e mi ha talmente fatto scru-
polo di defraudar così a lungo il pubblico della mia scoperta,
i Aldo Manuzio, dedicando a Marino Sanudo le Opere latine del Poli-
ziano da lui impresse in Venezia in foglio nel 1498, disse : « Est igilur
dignissimus venia Poliliaiiut nostcr, si quid in rjus scriptis deprthende-
tur Biffi y quandnquidem emendaturus , si licuisset, crai. •
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DEL PADRE IRENEO AFFO.
t:n
che mi è convenuto i giorni passati ripigliar tra le mani que-
st’ Operetta •, cui, dopo altre indagini non men premurose delle
prime, ho dato una forma tutta nuova, e alquanto, a mio
parer, più metodica. E perchè altre cure al presente mi cir-
condano, che non mi lasciano mezzo o via di pensare a dar
fuori quest’ operetta, ne ho fatto dono al medesimo ; affinché
egli, se vuole, se ne prenda il carico di pubblicarla.
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PERSONAGGI.
Mopso |
Aiusteo : Pastori.
Tirsi '
Una Driade.
Coro di Duiadi.
Orfeo.
Mnesillo, Satiro.
Plutone.
Proserpina.
Euridice.
Tesifone.
Una Menade
Coro di Menadi.
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ORPHFi
T R A G CE D I A.
Silenzio. Udite. E’ fu già un pastore 1
Figliuol d’Apollo, nomato Aristeo.
Costui amò con si sfrenato ardore
Euridice clic fu moglie d’ Orfeo,
Che seguendola un giorno per amore
Fu cagion del suo fat
Perché, fuggendo lei v
Una serpe la morse, e
V. 1 - — * Silenzio. Udite. Formule
ile’ comici latini : Terenzio in vari
prologhi : • Date operaio, et culti si-
ientio animimi attendile Date
nperam, adcslc iripio animo cum
kì Ientio. • — E' fa. Var. Che’lfu:
Ms. Vitali (A). — ». 2. Var. Figliai
d'Apot, nominalo Aritleo: MS. Vitali
(A). — V. 3. Var. Con diifrennlo ar-
tiere : Ms. Reggiano (A). — ». 5. Var.
E seguendola : .MS. Reggiano (A). —
». 7. Lei, usato in caso retto per
tlla. Vedi il Barloli e il Boccac-
cio (Pi). * Il Barloli (Tori, e diritto
del non si può, Xl.ll) arreca di lei
i seguenti esempi del Boccaccio ncl-
l 'Am.: • Lei fu nominata Cotola, ....
Lei me ’l fe palese, .... Medea non se
ite potè anche lei difendere. • Ma
sopra ogni altro, egli continua, che
ubbia manifestamente usato tei in
caso retto si è Fazio net Din 1. II.
acerbo e reo;
icino all' acque,
morta giacque.
c. XIX : ■ Onde lei per dispetto e
per disdegno Gli corse addosso.... ■
Ai quali aggiungo un altro del no-
stro maggior poeta : « ....lei che di
c notte fila Non gli area tratta an-
cora la conocchia • Pnrg. XXI. Lei.
per ella dissero i nostri egualmente
clic i Provenzali, che scrivcano nel
primo caso eia, riha, ella, lei, leys,
liegs. Rambuldo ila Vacherà: « Car
so ni veda, don mi dot uondansa,
Leys qu’es gaya cortes’ e gen par-
lans. » (Perchè ciò mi vieta, donde
mi dette abbondanza, lei eh’ è gaia
cortese c gente parlante.) Cosi pres-
so a poco il Nannucci nelle Osservai,
intorno al proti. Lei, Corfù, 1811.
Anche tin poeta del sec. XVII, rego-
larissimo se altri mai, il Chiabr.,
non schifò lei in caso retto: • ... fio-
risce ad ogni or pompa amorosa,
Ove lei posa. «
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ORPIIEI.
134
Orfeo cantando allo inferno la tolse; j
Ma non potè servar la legge data :
E chi la diede ancor se la ritolse.
Ond’esso in vita acerba e disperata
Per sdegno amar più mai donna non volse,
E dalle donne morte gli fu data.
Or stia ciascuno a tutti gli atti intento,
Che cinque sono: e questo è l’argomento.
V. 10. * Servar la legge : osser-
vare, mantenere. Dante, Purg., XXVI :
> ... non servammo umana legge. »
Ariosto, XXI : • per servar sua fede
a pieno. » — e. 11. I due Codici,
de’ quali servito mi sono, leggono
ainbiduc: E chi la diede , ancora re
la tolte. Per iscliivarc la replica vi-
ziosa ed inusitata della stessa parola
in rima, mi è piaciuto correggere in
questa forma (A). — v. 1 3. Volte per
volle è stato usato da parecchi buoni
autori toscani (X). # Dante, Inf., li :
« .... venni a tc cosi com’ ella volse. •
Ed è vivo in bocca del popolo to-
scano. — v. 15. Or stia ciascuno, ec.
Dato ancora che il Poliziano avesse
fatto dir questo prologo a Mercurio,
a clic far vi avea poi quel Pasto-
re, anzi Pastore scliiavone giusta
il Ms. Chisiano, che interrompen-
do il prologizzanle esce a dire :
» State attenti, brigata ; buono au-
gurio ; Perchè di ciel in terra vieti
Mercurio ? » Mercurio sarebbe stato
benissimo ai manifesti segni dal-
l’ udienza conosciuto, senza clic que-
sto pastore, il qjuale ingombra per
si poco la scena, lo ci venisse a
dire eli’ egli era desso. E poi, come
può stare che la venuta di Mercu-
rio a buono augurio si ascriva,
quando egli si suppone aver an-
nunziato un funesto avvenimento 1
Eh via, che simili inconvenienze
non s’ accordano coi nobilissimo in-
gegno del Poliziano. Egli dunque
non potè scrivere come si è letto
(inora ; ma bensi dir conviene clic
l’ argomento o sia prologo deli’ Orfeo
fosse da lui composto come si legge
nel Ms. reggiano, che va scevro da
tanti difetti che hanno Onora detur-
pato questo pezzo d’antica poesia (A).
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ACTVS PRIMVS
PASTORICVS.
Interloqvvntur
MOPSVS, ARISTAEVS et THYRSIS.
MOPSO.
Avresti visto un mio vitellin bianco, 17
C’ ha una macchia di negro in su la fronte
E un pezzo rosso dal ginocchio al fianco?
ARISTEO.
Caro mio Mopso, appresso a questa fonte 2J
Non son venuti in questa mane armenti;
Ma ben sentii mugghiar là dietro al monte.
Va’, Tirsi, e guarda un poco se tu ’l senti: 23
Intanto, Mopso, ti starai qua meco;
Ch’io vuo’che ascolti alquanto i miei lamenti,
ler vidi sotto a quello ombroso speco 23
Una ninfa più bella che Diana,
Che un giovane amator avea con seco.
Come vidi sua vista più che umana, 29
Subito mi scossò si ’l core in petto.
Clic mia mente d’amor divenne insana :
V. 17 19. Il Meli, poeta sici-
liano, nell’ ccl. I della primavera:
• Forse vidisti na vitedda bianca
C.n na macchia rossigna ’nlra la
schinu Un' a la frunli? » (,N). —
v. 22. Var. là drclo : Ms. Vitali (A).
— t\ 30. Var. mi trono si ‘l cor
e'I petto : Mi. Vitali (A). * Gli edi-
tori milanesi del 1825, pure adot-
tando il testo dell' AITÒ, rimisero in
questo luogo I' antica lei. mi si
scosse.
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ORPIIEI.
13G
Tal ch’io non sento, Mopso, più diletto; 32
Ma sempre piango, e cibo non mi piace,
E senza mai dormir giaccio nel letto.
mopso.
Aristeo mio, quest’amorosa face 35
Se ’d' estinguerla presto non fai prova.
Presto vedrai turbata ogni tua pace.
Sappi che amor non m’ è già cosa nova; ss
So come mal, quanti’ è vecchio, si regge:
Rimedia presto or che ’l rimedio giova.
Che se pigli, Aristeo, sue dure legge, 41
Del capo t’usciranno e l’api e gli orti
E viti c biado c paschi e mandre c gregge.
AniSTEO.
Mopso, tu parli queste cose a’ morti ; 44
Sicché non spander meco tue parole.
Acciò che *1 vento via non se le porti.
Aristeo ama, e disamar non vuole, 47
Nè guarir cerca di si dolci noglie:
1 r. 33. * Il Pelr. * Tutto il ili pian-
go; c poi la notte, quando Prcn-
ilou riposo i miseri mortali, Tro-
vomi in pianto, c raddoppiarsi i
mali. * Del non mangiare parla
anche, c piacevolmente, la Cosa in-
namorata, nella Tancia , III, 2:« Amor
ni’ ha messo in un gran pensatoio.
Tal ch’io n’ho perso il gusto e’I
lagorare: Condotta son che gnun
boccone ingoio, Se non quando io
ho voglia di mangiare. ■ — r. 35.
* face, qui incendio, ardore, Petr.,
del parlare di Laura, • picn di dolci
faci. » — t>. 38. Vur. non è già : Ms.
Vitali (A). — v. 41. Tutti tre i co-
dici leggono sue dure (A). — u. 44.
* parli queste cose a' morii : come
a dire, tu parli a’ sordi, parli al
vento, parli al deserto. Non me ne
sovviene altri esempi. — e. 46. Petr.
• Ma il vento nc portava le parole »
;N). * Stazio: « Irrita ventosa: ra-
piebant verba procella:. ■ — n. 48.
noglie. Porrà ad altri clic io do-
vessi qui abbracciare piuttosto la
lezione cominiana che ha doglie
in vere di noglie, voce veramente
barbara ed impura. Ma poiché ini-
prohahil cosa non sembrami che
il N. A. possa avere scritto noglie,
cosi non ho voluto recedere dalla
lezione de’ codici. Lodovico Dolce
ardi cangiar molte voci nelle Stanze
del Poliziano; del che viene ripreso
dal Mcncltcoio e dallo Zeno. Io non
voglio far come lui. Trovo esempi
antichi della voce zoglia in vece di
gioia e di noglia in iscambio di noia.
Si veggano le Lettere di fra Guittone
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ACTVS PKIMVS. 137
Quel loda amor, che più di lui si dule.
Ma, se punto ti cal delle mie -voglie, ;.o
Fammi tener con tua fistola alquanto;
E canterem sotto all’ ombrose foglie;
Ch’ io so clic alla mia ninfa piace il canto. 5:
CANTO DI AUISTEO.
Udite, selve, mie dolci parole.
Poiché la bella ninfa udir non vuole.
U’ Arezzo, raccolte dall’infaticabile
inonsig. Bonari c stampate in Roma
dal Rossi nel 1745; ove tuli voci
s’ incontrano. Guido Cavalcanti ha
una canzone entro la Raccolta del-
l'Allacci, nella quale son questi versi:
« E va nel cicl dov’ è compila zolia
Zolioso ’l cor fuor di corrotto c
d’ ira. • E nella Race, de’ podi fer-
raresi ordinata dal BarufTaldi v’ è
un sonetto d’ un frale Anseimo da
Ferrara con quest’ altro: « Di chi
più v’ama clic la vostra soglia. »
Nel Ms. regg. che ci ha sommini-
stralo l’ Orfeo avvi un capii, del
Tcbaldco con un verso clic dice:
• E la vecchiezza senza noglia al-
cuna. » Cosi parimente lessi io una
ballata in un antico codice della
libreria della Nunziata in Bologna,
ove s' incontra : « E non li pare
faticare ; Pena non sente e non no-
glia. » Quindi Ito voluto lasciare
questa voce come trovasi ne’ Mss.
indicati : e se ferisse mai l’orecchio
delicato d’ alcun moderno, farà la
scusa al N. A. il discreto Mcnckeuio:
• Nec quod usus sit passim in car-
» minibus vernneulis, in primis quo:
> genere carminis heroico scripsit,
» vocibus barbaris et quodammodo
» pcregrinis, quales nonnullas col-
» legit larvatus illc Udienus Nisie-
» lius in Proginn. paci. voi. IV,
» prog. 77, pag. 235; Politinni ma-
■ gis quam a'tatis factum culpa
- putabimus. Si quid vero in co
• peccavi! noslcr, id ferat solatii,
• quod commune et hoc pcccatum
» cum setatis soie poetis ncscio au
- omnibus fncrit. (Secl. I, S 13, no-
• ta (a), pag. 256 et seq.) » Non è im-
probabile però che anche a bello stu-
dio adoperasse in questo primo atto
modi non del tutto propri siccome
par quello: « Va’ Tirsi, c guarda
un puco se tu ’l senti; » perché, in-
ducendo a parlare pastori, volle for-
se imitare Teocrito; il quale, per
testimonio del Rapino, de industria
tributi tuis pasloribut et sermoni*
rusticitalem in dorica dialccto et in-
terdilla vitiositatem orationis. (Dis-
scrt. de carni, past. pag. 4 1 7.) (A).
• Gl» Editori milanesi del 1525 ri-
misero nel testo la lezione coini-
ninna doglie. — v. 50. Var. A/u se pure
li cal : Ms. Vitali (A). — ». 54. Questo
verso c 1’ altro che rima seco fanno
assai più onore al Poliziano di quello
clic gli altri della ediz. cominiuna.
Quel far tenore è detto assai bene;
ed usollo il Petrarca riguardo all’ ac-
cordare il canto al mormorio d’ una
fontanu là ove disse: « Ma ninfe c
muse a quel tenor cantando - (A).
- V, 54. ♦Giusto de' Conti: « Udi-
te, monti alpestri, gli miei versi....
0 boschi ombrosi .. Udite. » — v. 55.
Var. In ninfa mia: Mi. Vitali. (A.)
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138
ORPHEJ.
La bella ninfa sorda al mio lamento 33
Il suon di nostra fistola non cura :
Di ciò si lagna il mio cornuto armento.
Nè vuoi bagnare il ceffo in acqua pura
Nè vuol toccar la tenera verdura;
Tanto del suo pastor gl’ incresce c dole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Ben si cura l’armento del pastore: C5
La ninfa non si cura dello amante.
La bella ninfa c’ha di sasso il core:
Di sasso? anzi di ferro, anzi adamante.
Ella fogge da me sempre d’ arante,
Come l’agnella il lupo fuggir suole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Digli, fìstola mia, come via fugge 7C
Con gli anni insieme sua bellezza isnella ;
E digli come il tempo ci distrugge.
Nè l’età persa mai si rinnovella:
Digli che sappi usar sua forma bella.
Che sempre mai non son rose e viole.
Udite, selve, mie dolci parole.
Portate, venti, questi dolci versi n
Dentro all’ orecchie della ninfa mia:
V. Sii. Vai'. La ninfa mia è : Ms.
Vii.; c nel v. scg-, E ‘l suon (A). —
v. 59-61. Vai', bagnar la fronti : Ms.
Vii. (A.) Imit. da quel di Virgilio,
ecl. V : «... Non olii paslos illis
egere diebus Frigida, Dafni, boves
ad fiumina, nulla ncque aninem Li-
bai it quadrupes nec graininis Dili-
gi! Iierbam. » Mosco : • ... le vacche
appo i tori sbrancate lamentavano
e non vogliono pascolare ( nella morie
di Dione) ■ fN). — r. 61. Pare preso
da quel di Stazio • Sic vatem meerere
suino • (N). — t>. 65. Teocr. • 0 gra-
ziosamente guardante, tutta sasso, »
e altrove pati laine (.fanciullo sasseo).
E il Buonarroti ; • Questo pezzo di
sasso, questo ingrato. » * Dante, di
una donna, vera o allegorica che
sia, « veste sua pcrsona'd’ un dias-
pro: • c anche la chiama « questa
bella pietra, ■ e « questa gentil pie-
ira » ennz. IX e X — v. 67. * Davan-
ti ; trovasi nei classici congiunto
spesso, come qui, al sesto caso : Boec.
• meniti davanti da lei. - — v. 6$.
• Sic agna lupum, sic cerva leo-
nem » Ovid. Metani. 1 fN). — v. 70.
Var. come mi fugge : Ms. regg.(À). —
v: 72. Var. ai diilrugge : Ms. Vit. (A).
— D. 73. * Pena, perduta. V. Stan-
ze: I, SA e 105. — o. 77-7S. Virg.
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ACTVS PRIMVS. 139
Dito quanto per lei lagrime versi,
E la pregate che crude! non sia :
Dite che la mia vita fugge via
E si consuma come brina al sole.
Udite, selve, mie dolci parole.
MOPSO.
E’ non è tanto il mormorio piacevole U
Delle fresche acque che d'un sasso piombano.
Nò quando soffia un ventolino agevole
Fra le cime dei pini e quelle rombano;
Quanto le rime tue son solazzevole.
Le rime tue che per tutto rimbombano:
Se lei le ode, verrà come una cucciola.
Ma ecco Tirsi che del monte sdrucciola.
ARISTEO.
Ch’è del vitello? hallo tu ritrovato? 92
> Parlcm uliquam, venti, divtiin re-
feratis ad anres ; • e Ovili. « Dettili!
aura preces ad me non invida blan-
das” (N). — r. 79. Var, dite quanto :
Ms. V. (A). — ». 80. Nel Ms. regg.
sembra doversi leggere ella pregate :
ma ci attenghiamo in questa lez. al
Ms. Cliis. avvertendo clte questo v.
manca nel Ms. Vii. (A). — ». 81-82.
Comune nei Lirici nostri. Ma strano
nel Petrarca > mi struggo al snon
delle parole, Pur com’ io fossi un
uom di ghiaccio al sole. ■ — ». 84-85.
Ovid. Fast. IV : • ex alto desilienlis
aqute ; » e Omero « fredda discor-
reva I' acqua d’ alto d’ una pietra. •
F. Teocr. « Più soave, o pastore, il
tuo canto clic quella sonante acqua
là, che di su alto da quel masso di-
stilla . (N). — ». 86-87. Mosco : « Dove,
quando spira molto vento, il pino
canta » (N). * E Teocr. « Un cotal
dolce sibilo anche, o capraio, quel
pino là presso le fonti risuona. * E
questi c i superiori versi di Teocr.
avevu in mente Virgilio. «Nato ncque
tue tantum veilienlis sihitns Austri
Ncc percussa iuvant duetti tam li-
torà, quatti quie Saxosas inter decur-
runt fi » in ina vallea » ecl. V. —
». -87. Rombano. Tutti i testi leg-
gono qui trombano : io ho voluto
cangiare; c dietro 1’ ediz. del Baz.
m' è piaciuto scrivere rombano, co-
me voce più alla a significar quel
mormorio o sibilo che mandano le
cime de’ pini agitale dal vento ; il
quale non ini par tanto, che possa
ad un trombegginmento paragonarsi
(A). — ». 88. * Solazzevole. Nei pri-
mi secoli della linguu non è rara
la terminazione in e ni plurale de-
gli aggettivi femminini della terza.
Dante, Par., I. ■ .... accline Tutte
nature » e XV, delle anime beate, « u
tacer fur concorde. » E abbondano
gli esempi anche fuor di rima e in
prosa. — e. 90. * come «ma cucciola,
docile come ima cagnolino. Cucciolo
si dice al cane non ancora finito di
crescere. — ». 92. Italia : bailo, lo
hai. Vedi i gramm. tose. (N).
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HO
OKPHEI.
TIRSI.
SI ho. Così avess’egli il capo mozzo,
Chè poco mcn che non m’ha sbudellato.
Corsemi contro per darmi di cozzo:
Pur l’ho poi nella mandra ravviato:
Ma ben so dirti ch’egli ha pieno il gozzo.
ARISTEO.
Or io vorre’ ben la cagione udire,
Per che sei stato tanto a rivenire.
TIRSI.
Stetti a mirar una gentil donzella ico
Che va cogliendo fiori intorno al monte:
Nè credo mai vedere altra sì bella,
Più vaga in atti c più leggiadra in fronte:
Sì dolce canta e sì dolce favella.
Che volgerebbe un fiume verso il fonte:
Di neve c rose ha il volto, c d’òr la testa,
E gli occhi bruni e candida la vesta.
ARISTEO.
Rimanti, Mopso; ch'io la vuo’ seguire; tos
Pereti’ essa è quella di cui t’ho parlato.
MOPSO.
Guarda, Aristeo, che troppo grande ardire
Non ti conduca in qualche tristo Iato.
ARISTEO.
0 mi convicn questo giorno morire
0 provar quanta forza avrà’l mio fato.
V. US. I nostri due Mss. dicono in
questo verso chiaramente Or io vor-
•ebbe la cagiun udire : cd essendo que-
sta lezione senza dnhhio falsa, m'c
piaciuto correggerla (A). — «•. 10C.
l’etr. « La testa or line, e calda neve il
volto: • altrove: » Quella che ha
neve il volto, oro i capelli • ;Ni. —
li. tll. * Lato. Qui semplicemente
per parte o luogo ; come il suo plu-
rale in Dante, Par., XXIX. - .... que-
sto vero è scritto in molti tali, »
e come I' usa tuttora il popolo lo.
se ano.
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ACTVS SECVXDVS.
141
Rimanti, Mopso, appresso a questa fonte;
Che voglio ir a cercarla oltra quel monte.
MOPSO.
0 Tirsi, e che ti par or del tuo sire? Ilo
Non vedi tu ch’egli è del senso filore?
Tu gli dovresti pur talvolta dire
Quanto gli fa vergogna questo amore.
Tinsi.
0 Mopso, al servo sta bene obbedire;
E matto è chi comanda al suo signore,
lo so ch’egli è più saggio assai che noi:
A me basta guardar le vacche e’ buoi.
ACTVS SECVNDVS
NYMPIIAS HABET.
Loqvitvr AEISTAEVS :
iuterloqvvntur item plangvnt quam flebili cantv DRYADES.
AIUSTEO.
Non mi fuggir, donzella; 124
Ch’io ti son tanto amico,
Che più ti amo che la vita e’1 core.
Non fuggir, ninfa bella;
Ascolta quel ch’io dico;
V. 11G. * Sire. Qui per tignare o
padrone, come non di rado presso
gli antichi. — v. 120. Var. 5ls. V.
Sla ben l'obbedire (A). — *n. I2ie
segg. * Confi'. Stanze, 1. 109. — r. 1 20.
Non tanto le stampe ma eziandio il
Ms. regg. leggono E elte più l'amo.
Ora mi piace seguire il Ms. V., poi-
ché, lasciando queir e, il senso gram-
maticale corre assai medio (A).
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142
ORPHEI.
Non fuggir, ninfa, ch’io ti porto amore.
Non sono il lupo o l’orso, i.vj
Ma sono il tuo amatore:
Dunque rifrena il tuo volante corso.
Poi che ’l pregar non vale
E. lei via si dilegua,
E’convien ch’io la segua:
Porgimi, Amor, e presta le tue ale !
UNA DRUDE.
Annunzio di lamento e di dolore, 137
Care sorelle, la mia voce apporta.
Che a pena ardisce a ricontarlo il core.
Euridice la ninfa al fiume è morta: no
L’ erbe languono intorno a capo chino,
E l’acqua al mormorar si disconforta.
Abbandonato ha il spirto peregrino 143
Quel bell’albergo, e lei giace distesa
Come bianco ligustro o fior di spino.
La ragion poscia ho di sua morte intesa, iig
V. 429. Si avverta clic questo v.
manca nel Ms. V. (A). — ». 130.
Yar. JVon sono lupo o orso : Ms. Vii.
(A). Imit. da quel d’ Orazi : « Atqui
non ego te, ligris ut aspera Gelu-
lusve Ico, frangere perscquor • (N).
— ». 137. Eurip. Eeub. I, 3 : « Di no-
vella assai grave, apportatrice, e a te,
donna, nunzio di guai • \'S). Da que-
sto v. sino alla One deli’ atto abbiamo
un gentil pezzo di poesia non più ve-
duto sin ora nell’ Orfeo.... Questo par-
la da sè, onde assicurarci che V Orfeo
stampato non era nè intero nè per-
fetto.... Osservisi prima di tutto co-
me l’azion presente e il motivo del
coro di Driadi sia tratto da Virg.
ore narra la stessa favola. « llla qui-
dem dum te fugeret per (lumina prse-
ceps, Imuiauem ante pedes bydrum
moritura puella Scrvanlem ripas alta
non vidit in herba. Astcliorus aequa-
lis Dryadum clamore supremos Ini-
plerunt montes.... » Non dovette sem-
brar convenevole al nostro Poliz. il
far correre la fuggiasca Euridice per
l’ acqua, cosicché da un idro, ser-
pente acquatico velenosissimo, fosse
punta ; ma si contentò di rappre-
sentarcela correr fra l'erbe c i (lo-
ri, ove da una serpe mortifera, di
qualunque specie ella si fosse, ve-
nisse morta ed uccisa (A). — ». 13'J.
Virg. « animus meminissc liorret
luctuque refugit » (Fi). — ». 141.
Nell’ epitaf. di Bione; intorno di
Adone morto, « i fiori per dolore ar-
rossano » (N). — ». 144. Ms. Vita!.
E lei fall' è distesa (A). — e.*140.
Ms. Vital. La eagion poi (A),
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ACTVS SECV.NDVS.
! 43
Che una serpe la morse al piò nel dito.
Onde il danno spietato si mi pesa
Che tutte meco a lacrimar v’invito. i«
CORO DELLE DRIADI.
i,’aria di pianti s’oda risuonare, tso
Che d’ogni luce è priva:
E al nostro lagrimare
Crescano i fiumi al colmo della riva.
Tolto ha morte del cielo il suo splendore; 16*
Oscurità ò ogni stella:
Con Euridice bella
Colto ha la morte delle ninfe il fiore.
Or pianga nosco Amore : iss
Piangete, selve e fonti ;
Piangete, monti : e tu pianta novella.
Sotto a cui giacque morta la donzella.
Piega le fronde ai tristo lamentare.
L’aria di pianti s’oda risuonare.
Ahi spietata fortuna t ahi crudel angue ! tei
Ahi sórte dolorosa !
Come succisa rosa
0 come colto giglio, al prato langue.
V. 148. Ms. Yital. Onde il dan di-
sputato (A). — v. 149. Ms. Vital. Al
lacrimar ne invilo (A). — v. 153.
• Esagerazione dcll'esagerazion pe-
trarchesca * Fiume che spesso del mio
pianger cresci. » — ». 155. Oscu-
riià. Cosi hanno tutti i lesti : ma a
noi sembra che Oscurila sia la vera
lezione (Nota dell’ ediz. Silv.). —
v. 159-1G2. Imit. da quel di Mosco
nell’ epitaf. di Bionc : • Flebilmente
gemetemi, o clivi, o dorica onda ; c,
o fiumi, lamentate !’ amabile Bionc:
ora, o piante, lacrimatemi, e, o bo-
schi, ora deplorate: ora imporpora-
tevi, o rose, dal lutto, ora, o anemo-
ni. • E Bione: « I monti tutti dicono
e le quercie, ahi Adone ; e i fiumi com-
piangono i lutti di Venere ; e le fonti
Adone su’ monti lacrimano* (N). —
». 1GG-U7. Cat. : • veluti prati Ultimi
flos, pnetcrcunte postquam Tactus
aratro est. • Virg. : • Qualcm virgiucn
depressum pollice florem Seu rnollis
vìolic seu lunguentis hyacinthi, > al-
trove : • Purpurcus veluti cum flos
succisus aratro Languescit moriens, »
cosi trad.dall’Ariosto: «Come purpu-
reo fior languendo muore, Che il vo-
mero al passar tagliato lussa. » Peti-.:
« Punta poi nel tallon da picciol an-
gue, Come fior colto, langue • (N).
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Jii
ORPIIEl.
Fatto 6 quel viso esangue, tei
Che solia di bellade
La nostra etade far sì gloriosa.
Quella lucida lampa or è nascosa.
La qual soleva il mondo alluminare.
L’aria di pianti s'oda risuonare.
Chi canterà più mai sì dolci versi? ita
Chò a’ suoi soavi accenti
Si quotavano i venti ;
E in tanto danno spirano a dolersi.
Tanti piacer son persi, 17$
Tanti gioiosi giorni,
Con gli occhi adorni che la morte ha spenti.
Ora suoni la terra di lamenti,
E giunga il nostro grido al cielo e al mare.
L’aria di pianti s’oda risuonare.
UNA DRUDE.
Orfeo certo è colui che al monte arriva is+
Con la celerà in man, si dolce in vista;
Che crede ancor che la sua ninfa viva.
Novella gli darò dolente c trista; <$7
E più di doglia colpirà nel core.
Se c subita ferita e non prevista.
Disgiunto ha morte il più leale amore too
Che mai giugnesse al mondo la natura*
E spento il foco nel più dolce ardore.
Passate voi, sorelle, alla pastura. <93
l‘. <GS. Ms. Vita!, llalln è VA). —
ti. 474. Ms. Yit. Chi conierà (A). —
i>. <79. A mollo mio ho voltilo accon-
ciai questo verso (inasto in ambi i co-
nici. Il Regg. tlicc Tanti giorni giorni ,
e il Vi t. Tanti gloriosi giorni (A). —
r. <hO. Pclr. « E i più begli occhi
spenti» (N). — e. <89. Cosi sembra
doversi leggere nel Ms. Vii., e ini pai-
meglio clic nel Rcgg. ove si ha 5i su-
Itila ferita (A). Avea detto Cicerone
• Minus incula feriunt quge prtevi-
deutur, » cosi trud. da Dante « Clic
saetta prevista vicn più lenta:» e
Di’ Ir. • Chè piaga antiveduta assai
mcn duole » (N).
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ACTVS TERTIVS.
1 i5
Morta olir' al monte è la bella Euridice:
Copritela di fiori e di verdura.
Io porto a questo l’annunzio infelice. 196
ACTVS TERTIVS
HEROICVS.
ORPHEVS obloqvitvr, DRYAS et MNESILLVS satyrvs
ORFEO.
Musa, triumphales lilulos et gesta canamus 197
Herculis, et forti monstra sub ac t a manu;
Ut tiviiila' mairi pressos osten ierit angues, 199
Intrepidusque fero riserit ore puer.
DRIADE.
Crudel novella ti riporto, Orfeo. tot
La tua ninfa bellissima è defunta.
Ella fuggiva avanti ad Aristeo:
Ma, quando fu sopra la ripa giunta.
Da un serpente veuenoso e reo
Ch’era fra l’erbe e’ fior nel piè fu punta:
E fu sì diro c tossicato il morso,
Che ad un tempo fini la vita e ’l corso.
V. 194. Mi. Vii. Mori’ è olire
al monte la (A). — t>. 195. Virg.
VI £a. : « Manibus oli date lilia
plenis: • e nell’ Ed. : » Spargile
Immuni Joliis. • — e. 197-200.
Da Claudiano, Proda!, in II de Rapt.
Pros. : «Ilio novercalesslimulosaclus.
q uè canebat Herculis et forti mon-
stra subacta manu ; Qui limidie mairi
Poliziano.
prcssos oslenderit angues lulrepi-
dusque fero riserit ore puer » (N).
— v. 203. Vnr. fuggiva invanii : Ms.
Vit. (A). — v. 204. Var. sopra a
la: Ms. Vit. (A.) — v. 205-206.
* Virg. Georg. IV : - Immanem aule
pedes hydrum moritura puella Ser-
vantem ripas alta non vidit in hcr-
ba. »
10
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UG ORPHEI.
MNESILLO.
Vedi come dolente 20j
Si parte quel tapino
E non risponde per dolor parola.
In qualche ripa sola
E lontan dalla gente
Si doterà del suo crudo destino.
Seguir lo voglio per veder la prova
Se al suo lamento il monte si commova.
ORFEO.
Ora piangiamo, o sconsolata lira; 217
Chè più non ci convien l’ usato canto:
Piangiam mentre che ’l ciel ne' poli aggira,
. E Filomena ceda al nostro pianto.
0 ciclo, o terra, o mare, o sorte dira 1
Come soffrir potrò mai dolor tanto?
Euridice mia bella, o vita mia.
Senza te non convien che al mondo stia.
1'. 209-216. 11 Salirò è un ul-
tore non ancora veduto far com-
parsa in questo dramma. Manca
questo nelle antecedenti st. : ma
era troppo necessario qui un terzo
ultore su la scena. Orfeo, a pena
udito il fatale aununiio, dovea rima-
ner cosi attonito che, perdendo ogni
lena, abil non fosse a schiuder la voce
per lamentarsi ; come avviene a
chiunque, cui dolorosa novella recata
sia. Intanto dunque che Orfeo sopraf-
fatto dall’ aspra doglia se ’n tace, per-
chè la scena vota non resti e interrot-
ta, parla il Satiro, maravigliandosi
appunto e commiscrando lo stato
dell’ infelice Orfeo. Su i passi di lui
s’aggira e va spiando i suoi movi-
menti per veder poi se al canto di
esso voglia moversi il monte, come
di lui si favoleggia. Anche Euripide
introdusse i Satiri nel suo Ciclope.
Quest’ uso nelle favole boscherecce
c pastorali fu ritenuto dal Giraldi,
dui Tasso, dal Guarini e da altri (A).
— n. 209-212. Simile a quel che
dice il coro nell’ Edipo tiranno : « Or
come si parti, stimolata da selvag-
gio dolore, la moglie di Edipo ! te-
mo non da questo silenzio prorom-
pa in alcun male » (N). — * Sola.
Ricorda il virgiliano > Te, dulcis
couiux, te solo in litore secum, Te
veniente die, te, decedente, cune-
bat • Georg., IV. E colo in forza
di romito, ditabitato, deierto , come
notò primo il Leopardi (Annotar,
alle Canzoni, Bologna, 1821), usa-
rono fra gli italiani il l’etr. : « fìen
le cose oscure e sole, » il Ca-
sa : « selve oscure e sole, » e mol-
ti altri che cita. Noi aggiungiamo
T Ariosto, XXVII : • le rive più
sole. •
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ACTVS TERTIVS.
1 i7
Andar intendo alle tartaree porte 225
E provar se là giù mercè s’ impetra.
Forse che volgerem la dura sorte
Co’lagrimosi versi, 0 cara cetra.
Forse ne diverrà pietosa morte;
. Chè già cantando abbiam mosso una pietra,
La cerva e il tigre insieme abbiam raccolti
E le selve tirate e i fiumi svolti.
MNESILLO.
Non si volge si lieve ìz:>
Dell’ empie Parche il fuso
Nè l’aspra porta del ferrato inferno.
Ed io chiaro discerno
Che ’l suo viver fia breve :
Se là giù scende, mai non torna suso.
Nè meraviglia è se perde la luce
Costui che ’l cieco Amor preso ha per duce.
V. 225. * • Taniarias eliam fauccs,
alta ostia Dilis,... Ingressus manesque
adiit ■ Virg. Georg. IV. « Ad Styg»
Txnarii est ausus desccnderc por-
ti » Metani. X. — v. 229. Var. farse
che ne diverrà : Ms. Vit. (A). —
p. 230. Var. mossa una pietra : Ms.
Regg. (A). — v. 230-232. Virg.
Georg. « Muleenlem tigres et agenlcni
cannine quercus» di Orfeo ; e Orazio,
dello stesso: «Arte materna rnpidos
morantem Fluminum lapsus celeres-
que ventos, Blundum et aurilas fidi-
bus canoris Ducere quercus ■ (Pi). —
v. 233. Anaci'. • .... è acconcio non
risalirle chi una volta v’ è sceso • (Pi).
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148
OBPHEI.
ACTVS QVARTVS
NECROM ANTICVS.
Veibis flebilibvs modvlatvr ORPHEVS, interloqvvntur PLU-
TO et PROSERPINA, EVRYDICE itera et THESIPHO,
ctenim dvplici actv hrec scena vtitvr.
ORFEO.
Pietà pietà del misero amatore, 241
Pietà vi prenda, t> spiriti infernali:
Qua giù m’ha scorto solamente Amore,
Volato son qua giù con le sue ali.
Deh posa, Cerber, posa il tuo furore;
Che, quando intenderai tutti i miei mali,
Non solamente tu piangerai meco
Ma qualunque altro è qua nel mondo cieco.
Non bisogna per me, Furie, mugghiare; 249
Non bisogna arricciar tanti serpenti;
Che, se sapeste le mie pene amare,
Compagne mi sareste a’ miei lamenti:
Lasciate questo misero passare.
Che ha il ciel nemico c tutti gli elementi,
E vien per impetrar mercede 0 morte.
Dunque mi aprite le ferrate porte.
PLOTONE.
Chi è costui che con l’aurata cetra 257
Mossa ha l’immobil porta
V. 2*7. Var. Voti solamente pimi- coillr. di questo passo: • Ast canili
f/erai eoa meco : Ma. Vii. (A). — v. 2.i7- corninone Èrebi de sedibus imis Um-
268. Sempre più si scorge uvei- FA. bete ibant tenues simulacraque luce
avuto presente il IV libro delie (ìeorg., carentum. Quin ipsx stupuere do-
nilo!'* quando scrisse t’ Or/eo. Ecco il mus atquc intima Lethi Tartara
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ACTVS QVARTVS.
IH
E seco pianger fa la gente morta?
Nè Sisifo la pietra 260
All’alto monte preme.
Nè l’acqua più a Tantalo s’arretra.
Nò Tizio lacerato al campo geme; 2G3
Ed è ferma la rota
D’Issi'on falso; e le Beilidi estreme
Si stan con l’urna vuota; £56
Nè s’ode spirto più che si lamenti,
Ma tutti stanno al dolce canto intenti.
PROSERPINA.
Caro consorte, poi che per tuo amore
Lasciai il ciel superno
E fatta fui regina dell’inferno,
. Mai non ebbe vigore
Piacer di tanto alletto
Che mi potesse intenerir il core.
Or desiando quella voce aspetto;
Nè mi par ch’altra cosa
Mi porgesse mai più tanto diletto.
Dunque alquanto ti posa.
Se da te debbo aver grazia una volta,
Pósati alquanto, e il dolce canto ascolta.
cacruleosqne ì triple*® criniliu* an- rarescere noctem; Urna nee incer-
gues Eamenides, tenuitque inliians tas versai minoia sortesi Vcrbera
tria Cerberas ora, Atque Ixionei- nulla sonant, nulloque frementia
vento rota eonstitit orbis (A). — luctu Itnpia dclalis respirati! Tar-
Ovitl. Metani. X : • Talia tlicentem tara posnis : Non rota suspensum
nervosque ad verbo movenlem Exsan- prccceps Ixiona torquet; Non aqua
gues Qebant anime: nee Tantalo* un- Tuntaliis subdueitnr invida labri*:
ilam Captavi! refugain, stupuitqae Solvitur Ixion, invenit Tantalus un-
Ixionis orbis; Nee carpsere iecur vo- tlam. Et Tytius tandem spatiosos
iucres, tirnisquc vacarunt Belides; erigit artus • (N). — v. 259. Var.
inque tuo sedisli, Sisyplie, saxo. » E Ecco che pianger fa la genie mor-
Claud. De rapi. Pt-os. H: • Rumpunt (a: Ms, Vit. (A). — ». 269-280. Ab-
insoliti tenebrosa silentiacantus : Se- biamo veduto Plutone meno scon-
dantur gemitus Èrebi; se sponte volto e quasi adirato della novità non
rclaxat Squalor et stermini palitur più veduta. Se Minos colf’ ottava elio
269
£72
£75
£78
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150
ORPHEI.
ORFEO.
0 regnatori a tutte quelle genti est
C’hanno perduto la superna luce.
Ai qual discende ciò che gli elementi
Ciò che natura sotto '1 ciel produce;
Udite la cagion de’ miei lamenti.
Crudele Amor dei nostri passi è duce:
Non per Cerber legar fo questa via,
Ma solamente per la donna mia.
Una serpe tra fior nascosa ed erba ssa
Mi tolse la mia donna anzi ’l mio core : -
Ond’io meno la vita in pena acerba,
Nò posso più resistere al dolore.
Ma, se memoria alcuna in voi si serba
Del vostro antico e celebrato amore.
Se la vecchia rapina in mente avete,
Euridice mia cara a me rendete.
Ogni cosa nel fine a voi ritorna; 297
Ogni vita mortai qua giù ricade:
si legge nelle st. fosse venuto ad em-
pirlo di sospetti e a ricordargli i pas-
sati danni sofferti da coloro che vivi
erano altre volte calati laggiù ; è veri-
simile che non sarebbe stato cheto c
che anzi avrebbe richiamate tutte le
forze sue onde porsi in difesa. Nulla
però leggendosi di questo, ben pos-
siamo asserire che quell' ottava di
Minos non fu qui inserita dal Poli-
ziano. Di più è affatto inverisimile
che Minos potesse parlare così : poi-
ché, se il dolce suono della cetra
d’ Orfeo aveva commossi tutti gli spi-
riti infernali, non vi è ragione per
cui dovesse Minos essere da tal coni-
inozioue escluso, onde poter suggeri-
re al re d' Averno pensieri di gelosia
e di sospetto. La parlata di Proser-
piua qui in vece di quella di Minos è
collocata assai bene; e non togliendo
il verisimile mostra di essere assai
più che 1’ altra degna del Poliz. (A). /
— 0. 281. Var. 0 regnaturi n tutte :
Ms. Vit. (A). — .- r. 589. La voce na-
scosa è tolta dall’ edizione comini.ann
mancando nei Mss. — v. 381-596.
* Ovid. Mei. X. • .... o positi sub
terra uuminn mundi In quem deci -
dimus qnidquid mortale creamur....
non huc ut opaca viderem Tartara
descendi, nec uti villosa colubris
Terna Medustei vincirem guttura
monstri. Causa vis est coniux, in
quum calcata venenum Vipera dif-
fudit crcscentesqne abstulit aunos....
Vicit Amor. Supera deus hic bene
notns in ora est : An sit et hic.
dubito; sed et bic lumen uuguror
esse ; Famaque si veleria non est
mentila rapiate, Vos quoque iunxil
Amor. »
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ACTVS QVARTVS. ' 151
Quanto cerchia la luna con sue corna
Convien che arrivi alle vostre contrade:
Chi più chi nien fra’ superi soggiorna;
Ognun convien che facci queste strade:
Questo è dei nostri passi estremo segno:
Poi tenete di noi più lungo regno.
Così la ninfa mia per voi si serba, 305
Quando sua morte gli darà natura.
Or la tenera vite e l’uva acerba
Tagliate avete con la falce dura.
Qual è chi miete la sua mèsse in erba
E non aspetti ch’ella sia matura?
Dunque rendete a me la mia speranza;
Non ve T dimando in don; questa è prestanza.
Io ve ne prego per le torbid’ acque 315
Della palude Stige e d’Acheronte,
E pel Caos ove tutto il mondo nacque,
E pel sonante ardor di Flegetonte;
Pel pome che a te già, regina, piacque.
V. 299. * Cioè ogni coso terrena,
tutto ciò die è su la terra. Dante :
..... ogni contento Da quel ciel c’ lia
minor gli cerchi sui ■ e «tutto l'oro
cli’è sotto la luna. « — e. 301. * Su-
peui: detto alla Ialina delle cose che
sono su la terra o degli uomini vi-
venti. quando si parla dell’ interno
o nell' inferno. Seneca, di Ercole,
« opima vieti regis ad snperos re-
ferì * Herc. tur. 48 : e Val. Flacc.,
I, 792 : - Tunc escile, parcns, um-
bri*, ut nostra vidercs Funcra et
oblilo* superano patercre dolore* ! •
— t>. 297-304. * Ovid. Mei. X:
« Omnia delientur vobis : paulum-
que morati Serius aut citius sedeni
properamus ad unum. Tendimus bue
omnes: lnec est domus ultima: vos-
qne Humani generis longissima re-
gna tenetis. « — e. 305 306. Mctain.
I.e. : • Ilice quoque cuiu iustos natura
peregerit annos luris erit veslri >
(N). — t>. 307-310. Vedi a questo pro-
posito quel bellissimo cpigr. gr.
tradotto da Metustasio (N). * Finisce:
• Ali, se di ciò che nasce La ma-
tura vendemmia a te si serba, Plulo
crude!, |iercliè la cogli acerba? » —
». 312. Melamorph. I. c. ■ .... prò
miinere poscimus usuai » IN). —
ti. 313-315. Mctam. t. c. • per
ego baie loca piena liuioris, Per
cliaos hoc ingens vastique silenti»
regni, Euridices oro properata re-
texite fata • (N). — ». 315. Var.
Per Caoi ove tulio : Ms. ViU (A). —
». 317. Var. che già a le, regina : •
iUs. regg. (A). * Proserpina poteva
ritornare al mondo di sopra c alla
madre sua, purché non avesse toc-
co cibo in inferno: ma « iciunia
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152
ORPHEI.
Quando lasciasti su nostro orizonte.
Se pur tu me la nieghi, iniqua sorte.
Io non vuo’su tornar; ma chieggio morte.
PROSERPINA.
Non credev’io, consorte, sci
Cbe nella nostra corte
Pietà si ritrovasse al nostro regno.
Vedo l’ inferno di mercede or pregno;
Pianger vedo la Morte,
Parendo a lei costui di pianto indegno.
Dunque tua dura legge a lui si pieghi
Pel canto per lo amor pe’ giusti prieghi.
PLUTONE.
Resa sia, con tal legge 523
Che mai tu non la veggo
Fin che tra’ vivi pervenuta sia.
Non ti volgere a lei per questa via,
E te stesso corregge :
Se non, che tolta subito ti fia.
Io son contento che a si raro impetro
S’inclini la potenzia del mio scetro.
virgo Solucrat; et eultis ituro sim-
plex errai in liortis, Puniceum curva
dccerpserul arbore pomum, Sumpta-
que pallenti scplem de corticc gra-
na Presserat ore suo ■ Ovid. Met. V.
— v 318. Var. Intelaiti su 'Inoltro:
Ms. regg. (A). — e. 319-320. Ovid.
Mct. X : • Quod si fata negant veoiam
prò coniuge, certum est Molle redire
milii: letho gaudete duorum • (N). —
v. 320. Questo è 1’ unico verso clic
niancbi nel Ms. regg. (A). — ». 323.
Var pietà li trovane : Ms. Regg. (A).
— e. 324. * Mercede per pietà è
comune negli antichi in queste di-
zioni, Mercè per Dio, chiedere o do-
mandare mercede. Esempi in cui sia
usalo così assolutamente non ne por-
ta il dizionario se non un di Guit-
lone, nè così spiccato come questo
del N. R. Pregno di mercede ci suona
mole c ci par frase veramente pre-
gna : ma Dante, di se, Purg.. XVIII,
« m’ ha fatto di dubbiar più pregno. •
— o. 335.- * IxpETiio : per impetra-
zione, preghiera. I Vocabolari non ne
portano altri esempi che questo del
Poliziano : è come domando, per do-
manda, di Dante. Nel saggio d'un
poemetto del secolo XV, pubblicato
ultimamente dal dottor C. Gargiolii
(Veglie Letterarie, num. 2), leggesi
malato por moleitia : « Perchè nou
gli donasse più molesto. >
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ACTVS QVARTVS.
153
ORFEO.
Ite triumphales circuiti mea tempora lauri. 537
Vicimus Euridicen : reddita vita mihi est.
Ilcec mea precipue Victoria digna corona. 339
Crcdimus ? an lateri iuncla puella meo ?
EURIDICE.
Ahimè, chò troppo amore 341
Ci ha disfatti ambidua !
Ecco che ti son tolta a gran furore.
V. 337-340. Versi di Ovidio, el. XII,
Amor. « Ite triumphales circutn mea
tempora lauri. Vicimus: in nostro
est ecce Corinna sinu. Htec est pre-
cipuo vicloria digna triumpho • (N).
— ». 338-339. Nel Ms. Vit. si legge
cosi : Vicimus ; Eurydice reddita
vita Mihi est. Itac mihi pracipue
vicloria digna coronai (A). Di que-
sto prorompere d’ Orfeo in versi
latini si è parlato nell' Osserva-
zione VI. Solo rimane da osservare
che ne’ due nostri manoscritti que-
sto tetrastico, sebbene alquanto va-
riato, è però tutto di versi di Po-
liziano, toltone il primo : nelle
stampe tuttavia, toltone il secondo,
vengono ad essere tutti d’ Ovidio,
tolti dal primo, tefao ed ottavo di-
stico della elegia XII del libro II
degli Amori. Nell’ atto che vrggiamo
Orfeo giunto al colmo de’ suoi con-
tenti, avendo ottenuta colei che fa-
ceva tutta la sua felicità ; lo veg-
giam pure caduto nell’ estrema di-
sgrazia, perdendola per si leggier
fallo : e questa c la peripezia, parte
. cotanto alla tragedia essenziale; on-
de riscuotere quella compassione,
al cui acquisto dee il tragico indi-
rizzar l’ arte sua. Questa compas-
sione non si risguarda già come un
semplice (Ine avuto dal tragico,
quasi che a lui basti trarre dagli
spettatori lagrime e sospiri soltan-
to; ma si suole aver per un mezzo
conducente a purgar gli animi dal
vizio ed accenderli alla virtù col-
l’ esempio dimostrato su la scena.
Qui il Poliziano s’intese di voler
insegnare quanta forza richieggasi
in un cuore che giugner voglia al
possedimento della sua felicità; poi-
ché non solo egli ha a vincere gli
ostacoli esterni, ma con molto più
di costanza gl'interni che le pas-
sioni ognora gli oppongono. La im-
moderata impazienza e il non fre-
nato affetto il’ Orfeo quello si è, che
dopo tanta fatica irreparabilmente
lo perde. Chi dunque ascolta questa
tragedia faccia senno, e sappia raf-
frenar sè medesimo alle occasioni.
Ecco gli altissimi fini del tragico,
non perduti di vista dal nostro Po-
liziano (A). — ». 341-346. Qui pure
ritroviamo Virgilio seguito dal nostro
Autore : • Illu : Quis et me, inqnit,
miseram, et te perdidit, Orpheu ?
Quis tantus furor ! en iterum cru-
delia retro Fata vocant, conditque
natantia lumina somous. Jamquc
vale, feror ingenti circumdata nocte,
Invalidasquc libi teudens, lieti non
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ORI’IIEI.
154
E non sono or più tua.
Ben tendo a te le braccia: ma non vale,
Che indrieto son tirata. Orfeo mio, vale.
ORFEO.
Chi pon legge agli amanti? 347
Non merita perdono
Un guardo pien d'affetti e desir tanti?
Poi che rubato sono
E la mia tanta gioia in doglia è volta,
Convien che torni a morte un’altra volta.
TESIFONE.
Piu non venir avanti :
Vani sono i tuoi pianti e le parole.
Solo di te Euridice si duole,
E ben ha da dolersi.
Vani sono i tuoi versi e vani i canti:
Più non venir avanti; anzi’l piè ferma.
La legge dell’abisso è immota e ferma.
tua !, palnias. » E qui viene il poeta
ad accennare la moralità che rica-
var si dee da questa favola, di cui
abbiamo nella precedente osserva-
ziou fatto motto (A>. — v. 3 AG. Var.
Orpheu mi, vale : Ms. Regg. Ma, per
non fare che Euridice latinizzi, leg-
giamo piu volentieri queste parole
volgarmente (A). — v. 347. Petr.
» Chi pon freno agli amanti o dà.
lor legge ? » IN). — e. 348. Var. K
non merita perdono : Ms. Vii. : ov’ è
d’ uopo leggere E non merla perdono.
Alla querimonia d’ Orfeo, sembra che
Virgilio nell’indicalo luogo risponda :
« Ignoscenda quidem, scirent si igno-
scere Manca » (A). — •. 352. Var.
tanta gloria: Ms. Vit. (A).
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155
ACTVS VLTIMVS
BACCHANALIS.
Lamentatvr ORPHEVS, interloqvvntvr agvut
et cantant MAENADES.
ORFEO.
Qual sarà mai si miserabil canto sgo
Che pareggi ’l dolor del mio gran danno?
0 come potrò mai lagrimar tanto
Che pianga sempre il mio mortale alTanno?
Starommi mesto e sconsolato in pianto,
* Per fin che i cieli in vita mi terranno:
E, poi che si crudele è mia fortuna.
Già mai non voglio amar più donna alcuna.
Coglierò da qui innauti i fior novelli, ses
La primavera del tempo migliore.
Quando son gli anni leggiadretti e belli.
Più non mi stringa feminii amore;
Non fia più chi di donna mi favelli;
Poi che morta è colei ch’ebbe il mio core:
Chi vuol commercio aver coi miei sermoni
Di feminii amor non mi ragioni.
Ben misero è colui che cangia voglia 37 G
V’. 3(i8. I primi quattro versi di
questa ottava raaucuno nelle moder-
ne edizioni (* intende le Cominia-
. ne). Veg frasi l’ Osservai. X (A). —
r. 376. Vedi la st. -14 del lib. I della
Giotlra (Pi). Var. cambia : Ms. Vit. (A).
v. 376-383. Questa stanza può servir
di prova che le Stanze fatte per la Gio-
stra di Giuliano de' Medici composte
fossero veramente dal poeta in sqn
gioventù prima dell’ Orfeo : poiché,
vedendosi egli in angustia di tempo
allora quando ebbe a tessere que-
sta tragedia, né avendo la mente
forse cosi pronta conte avrebbe vo-
luto, aggiunse qui, per impinguar
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156
ORPHEI.
Per donna o per suo amor si lagna o duole;
0 chi per lei di libertà si spoglia,
0 creda a suoi sembianti e a sue parole
Che son più lieve assai ch’ai vento foglia;
E mille volte il di vuole e disvuole !
Seguou chi fugge, a chi segue s’asconde;
Vengono e vanno come al lito l’ onde.
UNA MENADE.
0 o, oè, sorelle ! S84
la materia e venir a capo più pre-
sto, la quartadecima ottava del li-
bro primo delle Stanze predette, la
quale in modo alquanto vario ma
di poco momento ivi comincia :
Quanto i mctchin colui che can-
dì'a voglia. Il signor dottor Buo-
nafede Vitali, altre volte da me no-
minato, è di parere che questa
stanza sia qui intrusa con poco buon
consiglio, come apertamente contra-
ria alle leggi del buon discorso.
Orfeo, mi disse giù egli, altro qui
far non dovrebbe clic lagnarsi della
sua trista sventura, senza passare
a biasimar tutte le donne, dalle
quali non Ila finora ricevuto alcun
oltraggio. Io non saprei che opporre
n cosi forte ragione, se non die
tanto ne' codici quanto nelle stampe
dell’ Orfeo costantemente questa
stanza riscontrasi; c però non po-
tersi negare che messa non vi fosse
dal Poliziano. Per altro, a scusa del
mio autore, dirò che, siccome un
uomo addolorato facilmente pro-
rompe anche in doglianze non giu-
ste, cosi, dimostrandoci egli Orfeo
soggetto ad una passion violentis-
sima, anzi da più passioni combat-
tuto in un sol punto, potè fargli
dir ciò clic non avrebbe dovuto nè
voluto dire, se la sua ragione non
fosse stata offuscata dal veemente
trasporto dell' amore, deli* ira e
della disperazione. Facendolo si
stranamente parlare, potè poi con
ragione dir la Menade alle compa-
gne : « Non camperà da morte.
Poiché le donne tulle quante tprez-
za. • Se Orfeo non disprezzò le
donne in altra guisa, Io fece indu-
bitatamente non curando i nuovi
imenei, come Virgilio preso a se-
guire in questa favola dal Polizia-
no ci assicura, onde meritò poi d' es-
sere dalle Menadi lacerato: « Nulla
l'cnui nullique aitimum flexere hi-
menai. Solili hyperborcat glorie *
Tanaimque nivalem Arvaque riti-
pliait numquam viduata pruinii
Luilrabal ; raptam Eurydiceu al-
que irrita Dilii Dona quareni. Spre-
ta Cieonum quo munire matrei ,
Inter tacra deum noeturnique or-
gia Bacchi, Diicerplum latoi inve-
itevi ipanere per agro t. • — v. 377.
Var. per donna ovver tuo amor: Mi.
Vii. Qui correggo il Ms. Regg. clic
dice per donna o per amor imo (A).
— ». 384. Var. 0 o o, oc io-
relle: Ms. Regg. Sembrami non men.
bella che arliflziosa questa bal-
lata, a confronto dell* ottava Ono-
ra in suo luogo veduta. Si vede per
essa che il Poliziano ebbe mira
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ACTVS VLTIMVS. 157
Ecco costui che l’araor nostro sprezza!
Oè ! diamogli morte.
Tu piglia il tirso; tu quel tronco spezza; ss:
La nebride giù getta e quella pelle :
Facciam che pena il scelerato porte.
Convien che il scelerato pena porte: 390
Alle man nostre lascerà la pelle
Spezzata come il fabbro il cribro spezza :
Non camperà da morte.
Poi che le donne tutte quante sprezza.
A dosso, oè, sorelle !
La slessa , già ucciso Orfeo.1
Oè oè ! 0 Bacco, io ti ringrazio. 390
anclie alla esterna bizzarria del di-
tirambo che lima certa novità nei
metri onde si suol comporre. Qui
veggiamo tre sole rime in uso po-
ste, e la medesima parola in desi-
nenza sempre due volte ripetuta
con ordine retrogrado. Apprendiamo
di più qual fosse I’ abito in cui le
Menadi comparvero su la scena,
giacché vestite si dicono della ne-
bride. Ciò che fosse la nebride ce
lo diri Giovanni Itavisio: « Scbridei
veste s crani villane facile pellibui
ccrvorum, qui bus in sacrificai Bac-
chi ulebanlur. • (Officina, par. 2,
pag. 40, tinnì. 72) (A). — e. 385. Ovid.
Met. XI : « E quibus una leves iactatu
crine per aures, En, ait, en Ilio est
nostri contemplo!' (N). Var. Clic
lo nostro amor: Ms. Vit. (A). —
v. 387. Ovid. allo stesso propo-
sito : « .... et bastano Vatis apollinei
vocalia misit in ora, Qua: foliis prie-
. suta notaio sine vulnero fecit. Al-
, terius telum lapis est.... • E più
sotto: « .... vatemque pctunt, et fron-
de virentes Cuniciunt tbyrsos non
biec in munera factos: Hae glebas,
ilhc direptos arbore ramos. Pars
torquent silices > Met. XI (N).
1 Inlerfeclo Orplieo. Così nel Ms.
Regg. Questa semplice indicazione ne
può far conoscere che non amasse
il Poliziano di far vedere il teatro
insanguinato, sapendo ben egli co-
nte ciò fosse stato da Orazio seve-
ramente interdetto. La morte d’ Or-
feo non potevasi nè con verisimi-
glianza nò senza orrore in faccia
agli spettatori rappresentare : però
egli indusse nella scena una quan-
tità di Menadi, le quali tumultua-
riamente correndo e dando la foga
al misero Orfeo gli porgessero eain-
po d’ innoUrarsi nella boscaglia ;
donde poi in breve uscendo novel-
lamente la principale delle Menadi
racconta che è stalo già lacerato.
Nell’ edizione di Cornino in questo
luogo: Torna la Baccante con la
letta di Orfeo, c dice coti : la qual
cosa a me troppo non piace, perchè
il teatro insanguinato rimane. Vero
è però che un esempio di simile
azione rappresentato ne viene nelle
Baccanti che è una delle tragedie
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158
oupiiei.
Por tutto il bosco l’abbiamo stracciato,
Tal che ogni sterpo del suo sangue è sazio:
Abbiamlo a membro a membro lacerato
Per la foresta con crudele strazio.
Si che ’l terrcn del suo sangue è bagnato.
Or vada, e biasmi la teda legitima.
Evoè, Bacco ! accetta questa vitiina.
C1IORVS M
Ciascun segua, o
Bacco, Bacco,
d‘ Euripide, ove mirasi Agave uscir
dalla scena colla testa di Penteo la-
ceralo e da lei creduta la testa di
un lione. Ma quantunque potesse
ìuizì dovesse Euripide cosi fare in
quel luogo, onde introdursi all’ agni-
zione, che secondo Aristotile i una
delle parti quasi essenziali alla tra-
gedia ; non dovette però essere qui
imitato dal Poliziano, poiché non
v’ era necessiti) alcuna che la Menade
si tornasse col teschio d’ Orfeo tra le
inani ; tanto più che, seguendo egli
Virgilio per suo originale, creder do-
vette che, mentre Orfeo fu lacerato,
la testa sua fosse lanciala nel fiume
Ebro, su le cui onde ancor semiviva
andò ripetendo il nome della cara
Euridice: « Tum quoque marmo-
rea caput e cervice reo ultum Car-
pite cum medio portaUs teagrius
Hebrut Volverct, Eutydicen vox
ipta et frigida lingua , Ah mise-
ram Eurydiccn, anima fugienle,
vocabat. » Ora, se va cosi la biso-
gna, non potè ritornar la Menade
col sanguinoso teschio nelle mani.
— ». 397-388. Virgilio, .fin. Vili :
• Raplabatque viri mendacis vi-
scere Tultus Per sylvam; et sparsi
rorabant sanguine vepres » (N). —
». 399-400. Virg. « Discerptum latos
AENADVM.
Bacco, tc: 404
oè, oò 1
iuvenem sparsero, per agros • (Ni.
t Cosi va bene ; e cosi è inti-
tolato questo pezzo ne’ nostri co-
dici. Ma il chiamarsi esso nelle
stampe Sacrificio tifile Baccanti
comprova sempre più aver avuto
mano a guastar l’ Orfeo qualche
sciocco o qualche malevolo. Qual
ombra di sacrifizio può scorger-
si qui, dove non altro che ballo
c canto si rappresenta, e dove non
si discorre che d’ ubriachezza c di
vino? (A). — ». 404. Var. Ciascun
segue: Ms. Regg.: c cosi in tntli gli
altri luoghi ove si fa ritornello o
intercalare (A). — ». 405. Dovendo
questo verso essere un ottonario
tronco, non se ne ode il suono
nella lezione cominiana, quando
non si voglia pronunziar eroe di
quattro sillabe. Ritengo la lezione
de’ nostri codici i quali hanno co-
stantemente oè oc, perchè pretese
forse il Poliziano di ritenere 1* in-
teriezione ohe de’ Latini adoperata
da Marziale in quel verso dell’ epi-
gramma 91 del IV libro : • Ohe, t'om
satis est, ohe libelle. » Pure sta as-
sai bene ancora l'rooè, purché si
voglia acconciar il verso, replican-
dolo due volte, cou dire Bacco,
Bacco, evoè, evoè. Questa voce ero
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ACTVS VLTIMVS.
159
■100
Di corimbi e di verd' edere
Cinto il capo abbiam cosi
Per servirti a tuo richiederò
Festeggiando notte e dì.
Ognun beva: Bacco è qui:
E lasciate bere a me.
Ciascun segua, o Bacco, tc.
Io ho vóto già il mio corno: 413
come nn buon augurio che andavano
ripetendo le Baccanti cd altre si-
mili furibonde donne ne’ giuocbi c
nelle feste ad onor del nume de’ be-
vitori. Quindi scrive il Patrizio: Un
nitro inno pure a Bacco intirizza-
ta era quell » che dicono cantare
Evoi, quasi bene a te ; di che fa
testimonio e Suida e lo scoliaste di
Soffoele : e da ciò Dionigio fu cogno-
minato, come ti vide, Evio. (Poeti-
ca, Deca Istor. lib. 2, pag. 172)
(A). — v. 406-411. Chi dirà die, dopo
tanta purezza di lingua usata dall’au-
tore, volesse poi egli per il bisogno
di rima lasciarsi dalla penna sfuggire
qne’ barbarismi mi li, quali si leggo-
no nelle stampe? I nostri manoscritti
non solo il purgano di questa taccia,
ma ne somministrano qui una strofe
tanto più nobile quanto più ga-
glioffa ne sembra I’ altra letta (inora
in questo coro. Dissi nell' Osserva-
zione V che nel rappresentarsi il
coro un solo autore cantava, e il
restante poi ripeteva l’ intercalare.
Questa verità qui si vede assai chia-
ra, poiché ella é una Menade sola
che parla e canta nel decorso delle
strofi. Degno è d’ osservazione in
questo coro altresì l’uso de' versi
tronchi tanto adoperati nelle can-
zonette del nostro secolo. Il Poli-
ziano forse si sarebbe fatto scrupolo
di troncar le voci a mezzo, come in
oggi si usa per far che insieme ri-
mino amore cd ancora, dicendo
amor, ancor : però egli non adoperò
che voci naturalmente tronche e
desinenti in vocale d’ accento acuto
(.A). — o. 410. Pare che il Ms. legga
ogn’ uom, giacché sta scritto oghom.
(A). — v. 413. Mai non iscordasi il Po-
liziano del costume tanto da Aristo-
tele al tragico raccomandalo; pel
quale noti tanto s' intende che gli at-
tori debbano pensare ed operare giu-
sta le circostanze de’ tempi in cui vis-
sero, ma che eziandio loro attribuir
si debbano gli usi di quelle cose che
servivano allora alla vita comune.
Qual maggiore stravaganza sarebbe
quella di chi volesse condurre Achille
in campo armato di moschetto e pi-
stole? Egli dunque dà alle Menadi
il corno per vaso da bere, poiché,
siccome uttesta Ateneo, gii antichi
ebbero appunto l' usanza di bere
nelle corna: Priscos fama est ho-
mines cornibus olita bibisse bovutn.
(Dimnosophist, lib. II.) La qual cosa
pur si raccoglie da sant’ Ambrogio
(Lib. de Elia et iciunio, cap. 17) e
da Dempstero, presso il quale Pin-
daro ne commemora de’ formati
d’ argento : Ex argenteis cornibus
bibentes lascivicrunt. (Dcwpstcr. Ah-
tiq. Rom.. lib. V, pag. 528, 530j
531.) Tal sorta di bicchieri in uso
venne, giusta lo scoliaste di Nican-
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ORPHEI.
i
100
Porgi quel cantaro in qua.
'Questo monte gira intorno,
0 ’I cervello a cerchio va.
Ognun corra in qua o in là.
Come vede fare a me :
Ciascun segua, o Bacco, te.
lo mi moro già di sonno: 4l>0
Sono io ebra o si o no ?
Più star dritti i piè non potino.
Voi siet’ebri; ch’io lo so.
<lro, dal pingersi Bacco cornuto;
credendosi atto di religione il bere
entro un arnese che adornava la
fronte di quel nume. Lo clic se è
vero, non mai tanto dovensi ber
nelle corna, quanto nelle feste sa-
cre a Bacco : laonde molto giudizio-
samente diede qui il Poliziano alle
Menadi il corno ; siccome fece pur
anclie ai Satiri ed alle Baccanti
nelle sue Stanze, dicendo nella CXI
del I libro: « Quel con un cr tubai
bee; quei par che ridano: Qual fa
d’ un corno, e qual delle man cio-
tola • (A). — v. 414. L’ essersi finora
in questo vprso nominato il bottaccio
in vece del cantaro, egli i lo stesso
che aver fatto saltare il Poliziano da-
gli usi antichissimi ai rceenti, cioè
dall’ uso che si faceva del corno pres-
so gli antichi onde bere a quello che
i nostri contadini fan del bottaccio.
Questa però è una stravaganza trop-
po madornale. Quanto è sciocca la
lezion di bottaccio, altrettanto è
saggia ed erudita quella del canta-
ro. Tal voce significava due cose,
cioè una certa specie di uavilio ed
una specie di vaso per bere ; del
che fa fede Marrubio : « Canlharut
et poetili et naviijii geniti Cile so-
pra diximut... et prò poculo quidem
noia rei eil vel ex ipto Virgilio qui
aplinime proprium Liberi patri i po-
culum allignai Sileno. » (Salumai.
lib. V, cnp. Sl.t II passo di Virgi-
lio, cui Macrobio allude, si è que-
sto : « Silenum pucri tornito ridere
iaccnlem. Inflettimi Iteilcrno cenai,
ut temper, Jacclto. Seria procul
tantum capiti delapia jacebant; Et
gradi attrita pendebal cantharut
ansa. » (Eclog. 6, vers. 44 e se-
guenti.) Tal vaso che, giusta Celio
Rodigino (Lection. Anliq., lib. 24.
cup. 27), era di terra, doveva essere
un grande ciotolonc fatto sul mo-
dello del navilio con cui aveva co-
mune il nome ; ed il Kavisio pensa
potersi ciò dedurre dal citato Macro-
bio : « Nomai anlcm tuinpiil a li-
mililudine navigii eiutdem nomini i ;
ttam canlharuin nomea ette navigii
oilcndil Macrobiut ex llcnandri te-
tti nonio. ■ ( Officina , par. Il, num.40.)
Essendo pertanto il cantaro uu vaso
da bere tanto antico c proprio di
Sileno nume degli ubbriachi non
men di Bacco; assai conveniente-
mente più del bottaccio venne alle
Menadi bevilrici attribuito (A). —
v. 423. Qui si ritiene la lezione delle
stampe. I nostri Ms. Voi liete ebbri,
o io nou io (A). — TsXo;. il fine. Cosi
in caratteri greci sta scritto in ambi-
due i Codd. Regg. c Vii. Molti sono
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ACTVS VLTIMVS. 101
Ognun faccia com’io fo:
Ognun suece come me:
Ciascun segua, o Bacco, to.
Ognun gridi Bacco Bacco; 4J7
E pur cacci del vin giù:
Poi col sonno farem fiacco.
Bevi tu e tu e tu.
Io non posso ballar più.
Ognun gridi oè oè :
Ciascun segua, o Bacco, te.
Bacco, Bacco ! oè, oè I
i codici vetusti clic in lettere greche ho stesso osservasi ancora in qual-
liauuo indicata la finale dell'opera. clieduna delle primitive stampe (A).
TEAC^.
VoLUUItn
11
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OSSERVAZIONI
DEL PADRE IRENEO AFFÒ
SOPRA VARI! U’OCIIl
DELL’ ORFEO.
OSSERVAZIONE I.
Del titolo di Tragedia dato all’ Orfeo.
[Pag. 133.]
Nascer può dubbio se il Poliziano desse il titolo di tra-
gedia a questo suo dramma. Alcuno potrebbe forse non cre-
derlo, persuaso in contrario dalla lettera diretta a Carlo
Canale in cui contentossi di chiamarlo favola. Ma io dico
non essere questo tale argomento che convincer ne possa.
La denominazione di favola è comune ad ogni poema epico
e drammatico : ma il denominarli così non toglie che non
possano avere il loro specifico titolo. Il Poliziano stesso
chiamò favola la Medea d' Euripide ove di essa parlando
scrisse: Sic igitur in ea fabula curri matronis Corinthi lo-
quens inducitur Medea. 1 E chiamò pur favola i Mcnemmi *
di Plauto, così scrivendo al Comparino: Rogasti me supe-
rioribu8 diebus ut, quoniam fabulam Plauti Menmchmos
acturi essent auditores tui, prologum facerem genere ilio
varsiculorum qui sunt comcedice familiare s. 8 Ciò non ostante
< Ce n tur. Miseellan., cap. 27.
! Epislolarum , lib. 7, cpisl. 13.
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ICi
OSSERVAZIONI
sapeva ben egli che la prima era una perfetta tragedia, e gli
altri una commedia. Del pari potè dar all’ Orfeo il titolo di
tragedia; ed occorrendogli poi di averne famigliarmente a
ragionare in una lettera potè chiamarlo favola, onde servirsi
di un vocabolo generico e comune. E ben mi quadrano qui le
parole molto a proposito di Luigi Iticcoboni: Il s’est dono
contente de donner à sa pièce le non génc'ral de Favola, qui
se donnait de son temps à presque toutes Ics espèces de poème : 1
e mi giova molto nel tempo stesso il vedere un autore, cui
sebbene noto non fosse 1’ Orfeo salvo che nella maniera onde
si è stampato finora, tuttavia ebbe tanto lume di collocarlo
nel catalogo delle tragedie italiane. Di fatti, quantunque non
possa dirsi 1’ Orfeo una tragedia del tutto perfetta, non può
negarsi però che il soggetto non sia tragico e di funesto
fine; nè può dissimularsi che non abbia parti bellissime, le
quali, se piaciute sono finora così com’ erano guaste e rotte,
molto più incontreranno in appresso 1’ aggradimento de’ lette-
tati ridotte alla loro natia bellezza ed integrità. Dovremo
pertanto credere che il titolo dato all’ Orfeo dall’ autor suo sia
quello di tragedia, siccome i nostri codici ne hanno abba-
stanza chiarito. Però non converrà concedere al Quadrio
che i primi drammi usciti ora con titolo di tragedia ora con
titolo di atto tragico i siano il Filolauro di Demone Filo-
strato o veramente il Filostrato e Panfila d’ Antonio di Pi-
stoia; poiché queste e simile indigeste farse piuttosto che tra-
gedie vennero senza dubbio composte dopo 1’ Orfeo, siccome
io sono di costantissimo parere: ma farà d'uopo segnar l’epo-
ca della prima origine della tragedia italica coll’ Orfeo del-
l’ ingegnosissimo Poliziano. E perchè questo dramma è misto
ancora di pastorale, se pure tutto dir non si voglia di tal
natura, lascerò eli’ altri si vegga se giustamente Agostino Bec-
cavi ferrarese pretendesse il primato nello scrivere favole pasto-
rali per quella intitolata Sacrificio eh’ ei pubblicò l’anno 1555.
Ma il Beccar! non solo era stato prevenuto dal Poliziano
bensì ancora da Giarnbatista Giraldi Cintio, che dieci anni
prima avea dato fuori l’ Egle, cioè nel 1545, intitolandola
Satira pei Satiri che v’ introdusse, ma vera favola pastoralo
in essenza.
1 llisloirc du Tlicàl. llal., Calalog. des Trag., pag. 123.
2 Slor. c Rag. d' ogni Poct., voi. 3, lib. I, pag. 58.
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DEI. PADRE IREXEO AFFÒ.
if.r?
OSSERVAZIONE II.
«
Dell’ Argomento.
[Pag. 133, v. l -ic.]
Questo egli è argomento e prologo insieme, o sia uno di
que’ prologhi i quali manifestano la traccia della favola. Se al
Castelvetro giunse mai sotto 1’ occhio 1’ Orfeo stampato, do-
vette piacergli il veder questo prologo messo in bocca a Mer-
curio; poiché egli fu di parere che i prologhi, pe’ quali si
manifesta la serie dell’ avvenire, non potessero mai essere detti
da uomini mortali ma doversi riputar fatti dagli dii, come
coloro che stendono anche sul futuro il loro vedere. Per que-
sto fu eh’ egli biasimò Terenzio che sempre da uomini fece
prologizzare; e lodò assai Plauto, perchè servissi de’ numi. Io
però, avendo mente a quel precetto d’ Orazio
Are Deus iulersil, ni si digititi vindice nodus
Inciderti; l
dirò parermi cosa molto impropria il condurre senza neces-
sità un dio sulla scena ad anuunziar ciò che avvenir debba
fra im irtali. Osservo che il principe de’ tragici, Euripide, di
diecinove tragedie che di lui ci rimangono, non ne ha che
cinque in cui prologizzino i dèi ve sono l 'Ippolito, 1 'Alerete,
le Baccanti, le Troiane, e il Gione: ma vinetto altresì che
que' numi che operano di tale guisa sono anche impegnati
ed hanno interesse ed azione in tutta la favola. Nell’ altre
vediamo sempre dagli uomini far il prologo. Ciò posto, chi non
vede che l’ ingegnosissimo Poliziano non poteva guidar Mer-
curio sul teatro ad annunziar gli avvenimenti tragici di Orfeo,
poiché Mercurio non avea che far nulla entro 1’ azione ? Diremo
forse noi ch’ei non sapesse tra i molti esempi scegliere i miglio-
ri? Lo dicachi vuol dirlo; ch’io per me ho troppo concetto del mio
autore: e tanto più mi fermo nel pensiero eh’ ei non facesse dir
questo prologo a Mercurio, quanto i due manoscritti non fanuo
cenno veruno di ciò. Può confermarci nella sicurezza del-
l’opinione ch’egli aver dovea de’ prologhi quello che spedì
al Comparino da premettersi ai Menemmi di Plauto, che non
altramenti posto in bocca a verun dio si scorge ma bensì
apparisce recitato da un giovane studioso. Qui le stampe ed
1 De Arie Potlica, ver». I9I.
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160
OSSERVAZIONI
il manoscritto chisiano variano di titolo all' Orfeo ; clic, dove
prima era stato chiamato favola, ora lo vediamo denominato
festa, dicendosi : Mercurio annonziatorc della festa. Questo
nudvo titolo non potè uscir dalla penna del Poliziano ; chè
le feste non erano altrimenti della natura di questo nostro
dramma, consistendo la principal forza di esse in balli, mo-
resche, giostre, torneamenti e macchine; servendo la poe-
sia più d’ intermezzo che d’ altro. Ma nell’ Orfeo abbiamo
un’ opera veramente teatrale, esclusiva di quelle sollazzevoli
rappresentanze che per lo più negli steccati fur si solevano :
e laddove la poesia che accompagnava le feste consisteva per
lo più in qualche cantata o dialogo di due o tre attori, come
sarebbe, per cagion d’ esempio, mezzo il Tirsi di Baldassar
Castiglione e di Cesare Gonzaga, noi nell' Orfeo scorgiamo
uua vera favola, di principio e fine tragico, rappresentata
da' vari interlocutori, distinta in atti, e accompagnata da cori ;
talmente che non debbasi ella confondere colle semplici feste.
OSSERVAZIONE III.
Della distinzione in Atti
[Pag. 134, v. 15-16.]
. . . Panni di sentir qualche critico a mettere in dubbio se
così potesse scrivere il nostro Poliziano. E chi non sa (odo
sussurrarmi all' orecchio) che il celebre Mureto riconobbe co-
testa distinzione di atti ne’ drammi per uua capricciosa in-
venzion de’ moderni, e condanuolla? 1 Tu che allegasti in un
tratto della tua prefazione il padre Bianchi, non ti ricordi d’aver
letto presso di lui che la division degli atti che si scorge nel-
1’ Ezzelino tragedia latina di Albertino Mussato il quale fiorì
tra il secolo XII e XIII,5 non può mai essere stata fatta dal-
l’autore clic la compose, sapendosi che questa distinzione di sce-
ne e divisione di atti non solo non fu usata dagli antichi Greci
e Latini ma neppure da’ nostri poeti toscani che furono i primi
a compor tragedie in nostra lingua; come apparisce dalla
Sofonisba del Trissino, dall' Oreste del Bucellai, dall’ Edipo
del Giustiniano, dalla Merope del Torelli Prova questo
1 ti/iisl. 95 ad llicroii. Zoppimi!, et li/iist. li ad IVlrnm Lupicuai.
* Veramente nella prima metà del sec. XIV. ^Gli Edd. lìor.)
* Visi e Difetti del moderno Teatro , par. I, ragionali). 4, pag. ISó,
nelle note.
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DEL PADRE IRENEO AFFÒ. 1 67
scrittore 1’ opinion sua con addurre varie antichissime stampe
di Terenzio e di Plauto che non hanno tale divisione : onde
non è probabile che il Poliziano cosi distinguesse 1’ Orfeo.
Ma andiamo un poco a bel bello con questa critica. Chi è
mai tra gl’ iniziati a pena nella poetica scuola che non ab-
bia letto il precetto d’ Orazio, in cui severamente comanda che
ogni dramma non abbia nè più nè meno di cinque atti ?
Nere minor quinto uni sii praductior net u
Fabula quie pose i vii II et spedala reponi. I
A chi note non sono le esposizioni di Asconio Pediano con-
temporaneo di Virgilio sopra alcune orazioni di Tullio ? Egli
scrive fuori di enimma: Fabula sive tragica sive comica quin-
que actus haberc debel. 1 Come dunque può dirsi che gli an-
tichi non conoscessero punto la distinzione impugnata ? Nè
mi si dica che Acrone cementatore antico di Orazio, il quale
visse verso il secolo VII dell’era volgare, interpretò gl’ in-
dicati versi così: Idest, non loquatur in fabula plus quiuque
personis : s poiché certamente egli errò, mentre degli attori
quivi non parla Orazio, il quale si riserbava a dirne più a
basso ove poi scrisse: Nec quarta loqui persona laboret
Acrone senza dubbio si servì d’ esemplari corrotti ; o, a
dir meglio, non fu egli autore di que’ commenti, come dot-
tamente a provar diedesi Giano Parrasio in una sua let-
tera a Gaetano Tiene. * Così non Spiegarono quel passo
1’ Ascensio, Enrico Glareano, e tanti altri antichi e moderni
scrittori che le cose d’ Orazio illustrarono-, giacché è tan-
to chiaro, che nulla più-, e congiunto poi coll’autorità di
Asconio giunge all’ ultimo grado di evidenza. Non può dun-
que dubitarsi che i Latini non conoscessero la distinzione
degli atti, la quale tolsero ad imitare da’ Greci, avendola co-
stantemente usata Euripide fin ridia Satira del Ciclope, come
osserva il dotto Quadrio. 1 2 * 4 5 Io veggo che Aristofane, giusta
la versione latina che delle sue commedie intraprese Andrea
Divo Giustinopolitano, divise il Fiuto in otto atti; la qual
cosa, benché sia fuori di regola, non lascia di confermare l’as-
sunto. Con qual sicurezza poi pretendasi affermare che Alberti-
no Mussato non potesse dividere il suo Ezzelino in cinque atti, io
1 De Arte Poetica, vers. 189, 190.
2 Super quartali] in Verrei ».
2 Acroi). Comincili, in Poet. lìoratii.
4 Spiti. 5 ; apud Gruterum, Thesaur. Critic., toni. I, syllogc 4,
pag. 73i.
5 Voi. 3, par. I, disi, 5, cap. I, partic. I, pag. 308. '
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ICS
OSSERVAZIONI
certo noi veggo. I,’ Osio che fu il primo a pubblicarlo e il Mu-
ratori che lo riprodusse nel tomo X degli Scrittori delle cote
d’ Italia lo confrontarono co’ manoscritti, uno de’ quali era del
1378, l’altro del 1390, per tacer degli altri: e par bene che
uomini tanto ingenui, i quali non erano per nulla impegnati
in questa presente quistione, non volessero alterar per nulla
un’ opera data fuori al solo fine d’ arricchire la storia civile
c politica non già la storia poetica: quindi, non avvertendoci
essi del contrario, dobbiamo supporre che 1' Ezzelino anche
ne’ manoscritti fosse diviso in cinque atti In quanto poi agli
antichi esemplari di Terenzio e di Plauto, o manoscritti si
vogliano o stampati, io vorrei ben essere inteso da’ miei con-
traddittori. Altro è che qualche volta non vi si apponesse
Ac tue primns, Actus secundus ; altro è che scrivere non vi
si dovesse. Oh ! la sarebbe pur bella che, per non vedersi negli
originali del Petrarca separati i quadernari e le terzine ne’so-
netti e le strofi nelle canzoni, negar si volesse che mai il
Petrarca non distribuì il sonetto c la canzone in membri o
comprensioni. In quegli esemplari dove tale distinzione era
ommessa vi si sottintendeva ; e ben i saggi sapevano in qual
luogo cadesse il termine d’ ogni atto. Nel (arsi barbara a poco
a poco l’ Italia, e nella decadenza delle lettere, comincio ad
obbliarsi ciò che prima ben s’ intendeva. Questi poeti dram-
matici, come riputati dannosi da’ primi padri della Chiesa,
da pochi si leggevano, e dall’ incuria de’ librai facilmente
erano guasti, lasciandosi fuori anche ciò che talvolta sarebbe
stato più necessario: quindi non era che gli atti non vi fos-
sero in Terenzio ed in Plauto, ma era solo clic non si potevano
facilmente distinguere da chi non era molto in queste cose ver-
sato. Di ciò nc assicura Elio Donato, antichissimo gramatico, il
quale nel quarto secolo fu precettore in lioma di san Girola-
mo, mentre nell’ argomento dell’ Andria di Terenzio da
lui contentata scrisse: Divisionem acluum in latini» f abulia
intemoscere difficile est. Ecco ciò che si debba rispondere a
questi sofistici che acchetar non si vogliono alla luce del vero.
Ma dall' antichità primiera scendiamo un poco ai tempi più
prossimi al Poliziano, e vediamo so di questi benedetti atti
si conservasse più la semenza. Il chiarissimo signor abate
Girolamo Tiraboschi nella seconda sua lettera, che io indicai
nella prefazione, a me diretta, scrive : Questa biblioteca (del
serenissimo signor Duca di Modena) non ha edizioni molto
antiche di Terenzio e di Plauto, ma ne ha parecchi codici
manoscritti ; e veramente nella più parte non v’ è la divi-
sione, ma pur vi è in alcuni; c uno cartaceo singolarmente
vi ha di TerenziOj scritto, come si legge al fine, nel 1448,
nel quale gli atti sono chiaramente divisi, e le scene an-
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DEL PADRE IUE>EO AFFÒ.
109
coro; benché a queste comunemente non si ponga in fronte
il nome di scena, ma sol si distinguano l' una dall’ al-
tra col porre nel mezzo i nomi degli attori che parlano
in ciascheduna. Ne abbiamo un altro assai bello in perga-
mena dello stesso poeta, in cui non si vede segnato V anno,
ma che al carattere si conosce essere certamente del secolo XV,
anzi forse ancora più antico, perchè è scritto come se le
commedie fossero in prosa e non in versi: e in questo an-
cora si veggon distinti in margine collo stesso carattere gli
atti e per lo più ancora le scene col loro proprio nome.
10 poi, avendo spesi alcuni giorni del carnevai di quest’anno
in Reggio a visitar 1’ archivio del nobilissimo signor conte Cri-
stoforo Torello, il quale si è molto cortesemente degnato d’in-
fluire alle mie storiche ricerche sopra Guastalla, di cui ebbero
già i suoi antenati il dominio, ho ammirato tra le altre rare
c preziose cose possedute da lui un bellissimo Terenzio in
pergamena, che a mio giudizio antecede per certo l’anno 1450.
Questo è corredato di note interlineari e marginali prese da vari
antichi comentatori e specialmente d’ un certo Iacopino da
Mantova, del quale sono ancora i preludi che ad ogni com-
media vanno avanti : e in quello che va a capo di tutta 1' opera
ho letto queste parole: Habet autem comcedia certos limites
prolixitatis et brevitatis ; non f nini debet actibus pluribus
vel paucioribus constare quam quinque : et idem de trage-
dia intelligendum est : unde Horatius in Poetica :
Mere minor ncu sii quinto produclior ariti
Fabula qua potei vull el spedata rcponi. .
Est autem actus illa continua recitatio quee sine interpola-
tione et temporie intervallo fiebat in scena et ad populum
in theatro congregatnm. Ad og’ni commedia poi, sebbene nel
testo il quale è in bellissimo e grande carattere non siavi
11 titolo degli atti, le postille di Iacopino accennano sempre
dove comincino e dove abbiano fine. Per esempio, al primo
verso dell’ Andria, che comincia lros isteee, la postilla dice :
Ilio primus actus, ec. ; e dove leggesi poi, Quid ais, llyr-
ria? ec., la postilla soggiugne : llic incipit secundus actus,
et durat usque, Jubeo Chremetem. Siccome poi questo postil-
latore viene qui riferito insieme colle postille e note di altri
che aveano lavorato sopra Terenzio assai prima clic scritto
fosse quel codice, così dobbiamo tenere quel Iacopino per
antico scrittore e alla meno del secolo XIV. Intorno a que-
st’ uomo ho consultato il signor abate Saverio Bettinelli, dopo
eh’ egli ha dato in luce i suoi due Discorsi Delle Lettere ed
Arti Mantovane : egli però mi ha significato con sua cortesis-
sima lettera de' 14 di marzo del corrente anno 1775 non aver
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170
OSSEtlVAZtO.M
di lui trovato menzione, ma che forse e stato equivoco de’ pa-
dri Quetif ed Echard il chiamarlo Gioannino, potendo essere
10 stesso che quel Gioannino da Mantova domenicano, di cui
parlano essi,1 il Tiraboschi/ ed egli stesso/ come d’ uomo il
qual visse fin verso il 1350 e poetò e postillò antichi scrit-
tori. Or ecco ben nota la necessità di dividere i drammi in
atti prima assai che nascesse il Poliziano. Facciamoci ora a
que’ tempi ne’ quali egli scrisse 1’ Orfeo. Chi non sa quanti
grammatici vivessero a quo’ dì ? Io tacerò di molti, ma non
già di Giorgio Menila morto contemporaneamente al nostro
poeta ma assai più vecchio di lui ì >1 quale comentò Plauto,
e ben vi divise e distinse gli atti com' era d’ uopo : lo
che ognuno osservar può in tante ristampe che abbiamo di
que’ conienti. Mirabil cosa per altro! che, occorrendo stam-
par que’ comici antichi, anche da coloro i quali erano per-
suasi della necessità di tale divisione questa si ometteva per
un certo genio di uguagliar con quelle nobilissime prime edi-
zioni la fedeltà di qualche manoscritto. Io posso far di tal
uso apertissima fede, avendo veduto nella libreria di San
Francesco di mia patria un testo magnifico di Plauto, stam-
pato in foglio da Uldarico Scinzenzelcr in Milano 1’ anno 1490,
senza conienti e senza divisione di atti, ma con una lettera
in fine di Eusebio Scutario vercellese a Giorgio Menila indi-
rizzata, in cui somme lodi gli attribuisce per aver egli sa-
puto distrigar gli atti nelle commedie di tal poeta, dicendo
ohe, se prima era difficile il saperli distinguere, era avvenuto
per la negligenza ed ignoranza dei librai : Horum inscitia
quiòusddm in comcediis actus internoscere divìsionemque ,
quarti alarissimi grammatici existiinant scita inlellectuque in
hoc genere, prcecipuam, qua; per prologum prothasin epi-
thasin et catastroplien fieri sòlet, vix percipere poteramus.
Del pari ho veduto nella nostra libreria della Nunziata di Bo-
logna un bel Terenzio in foglio, stampato in Trevigi per
maestro Paolo Ferrari ai 5 di luglio del 1481, con i commenti
del mentovato antichissimo Elio Donato che accenna ove deb-
bausi gli atti distinguere, senza che poi lo stampatore abbiali
’iel testo separati. Anzi vi è di notabile in quest’ opera, che
11 comentatore deduce motivo di distinguere atto da atto dal
testo medesimo di Terenzio. Questi nel prologo dell’ Hecyra
si lagna che, avendo un’ altra volta messa in teatro questa
commedia e rappreseutatosene a pena il primo atto, sparsa
1 Biblioth. Scripiorum onl. pradicator., (oro. I, pag. 511.
3 Storia della Letteratura ital., toni. 5.
1 Sole ut primo dùcono, pag. 28.
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DKI. l'AIiRE IIIENEO AFFÒ. 171
voce fra gli uditori che si dava in quel punto a’ gladiatori
la mossa, tutta la gente si partì di platea :
Primo adii placco : cum i ut crea rumor venti
Datimi iri gladiatores . Populus convolai ,
Tumultua litui’; clainant , pug nani de loco.
Ego interea manti non potui tutori locum.
Alle quali parole Donato prontamente soggiugne: Primo actu
placeo : rationabiliter dixit primo, quia quinque sunt actus,
partes fabule. Per tal modo spiegò anche tali parole Gui- '
done ne’ commentari suoi che ho veduti impressi colla comme-
dia fn Venezia nel 1508 a spese di Lazzaro de’ Soardi. E
queste dunque saranno quelle antiche edizioni e quegli inap-
pellabili esemplari che vengono accennati dal padre Bianchi
a favor della stitica opinione e della pedanteria eli’ egli cre-
dette poter essere da ragion sostenuta V Se il Trissino, il Illi-
ceità!, il Giustiniano, e qualche volta il Torelli che non sem-
pre trascurò la divisione degli atti, e se anche lo Sperone, e
tra’ moderni lo scrupolosissimo e religiosissimo Lazzarini, eb-
bero tale distinzione per nulla e non ne fecero caso ; pote-
vano forse per questo annullar quelle poetiche leggi che 1’ uso
e 1’ autorità o la serie de’ secoli uveano già stabilite ? Questi
sì non curarono la distinzion degli atti, ma ne furono ancora
da Gregorio Giraldi giustamente ripresi : Quinque sunt actus
fabularum apud Lalinos ; tametsi hodie nonnulli hoc parum
observant, multo contractiores fabulas actitantes, et preci-
pue in Hctruria.' Ma, per non diffondermi più che non cou-
-vienc in cosa tanto chiara, basti l’ aver provato che tanto
prima quanto in tempo del Poliziano i drammi in cinque
atti si dividevano : la qual cosa non potendo essere da
lui ignorata, dovette benissimo esser mandata ad effetto
nell’ Orfeo. Tal cosa, ripiglio, non poteva essere da lui
ignorata ; laonde fece poi menzione degli atti ove lasciò
scritto aver la tragedia origine da’ poemi d’ Omero : Idem
et tragedie summus habelur auctor, cum nihil profecto
videri aliud Homeri poemata possint nisi actus quidam
et dramala.1 Divise egli dunque 1’ Orfeo in cinque atti ; e,
per servire alla varietà e perchè diversa ne riescisse la con-
decorazione e la musica, fece il primo atto pastorale, il se-
condo ninfale, il terzo eroico, il quarto negromantico, e il
quinto baccanale. Non fa ostacolo il veder il codice Vitali
privo di tal divisione ; primo, perchè non è il più antico, sic-
1 Poti. Antiq., dilli. 6, pag. 241.
! Pralecl. in Penium, pag. 489 editionis Episcopi i.
e
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OSSERVAZIONI
m
come già dimostrai; secondo, perchè apparisce tal divisione
ommessa a bella posta, come sono in esso tralasciati i due
versi dell’ Argomento che 1’ accennano. Tengasi pur dunque
1’ Orfeo in cinque atti diviso dall’ autor suo ; ed abbiasi per
la prima delle tragedie volgari di tal pregio fornite.
OSSERVAZIONE IV.
Della Fistola.
[Pag. 137, v. 51.]
Qui nominata veggiamo la fistola, dove prima additavnsi
la zampogna. 11 peggio nelle stampe dell’ Orfeo si è poi, che
una volta la zampogna, un’altra volta la fistola viene indi-
cata : cosa che non va bene ; poiché o che Mopso suonava
la zampogna, e sempre zampogna chiamar si doveva ; o che
dava fiato alla fistola, e fistola mai sempre aveasi a dire ; es-
sendo questi due strumenti in realtà tra loro diversi. La
fistola si è quell’ organetto che da più canne dispari di mi-
sura e di suono congiunte insieme risulta ; onde Virgilio
Est vólti disparibus septem compacta ciculis
Fistiti n.*
In tal maniera fu pure da Polluce descritta: Fistula est ca-
lamorum composito lino et cera coniuncta, aut tumultuario
et rudi opere Tibia; multee, singulm paullatim sub singu-
Us desinentcs a f naxima ad minim am arundinem, ex altera
parte sibi invicem propter ineeqnalitatcm suppositee ; ut res
non sit absimilis alce avis Qucmadmodum euim in ala pen
ncc superiores sunt longiores quam qua; sequuntur, earum
orda semper decrescit vsgue ad minimam pennam ; ila et in
fistula plures sunt calami, impares, cera iuncti per ordinem ;
sensim dccrcscunt, ut inferiores semper breviores sintd Lu-
.crezio ascrive al caso l’ invenzion della fistola, dicendo che
il vento soffiando per entro le canne potè far conoscere 1’ ef-
fetto armonico che avrebbero prodotto.1 Apollonio ne fece ri-
* Eclog. 2, vers. 30.
! Presso il padre Filippo Donatali, Gabin. Annoti ., num. XXII pag. 60.
3 De Natura llerum , lib. 5.
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DEL PADRE IRENEO AFFÒ. 173
trovatore Mercurio : 1 ma più comunemente se ne dà lodo a
Pan dio de’ pastori. Il sopraccitato Virgilio disse:
Pai i prima» calamo» cera coniungcrc piare»
fnitituit.
E a lui consentì il Molza con una bellissima stanza della sua
Ninfa Tiberina } La zampogna poi è molto diversa dalla
fistola ; mentre è istrumento d’ una semplice canna a vari fo-
ri, aprendo o chiudendo i quali per opera delle dita si ec-
cita suonando varia modulazione. Udiamo Dante in testimo-
nio del vero :
E come suono al collo della cetra
Prende sua forma, e siccome al pertugio
Della sampogna vento che penetra.3
Quindi sentiamo l’antico suo commentatore Cristoforo Landino
che fu maestro del Poliziano : Et come pe’ pertugi, cioè, ba-
chi, della zampogna o zufolo o piffero, el vento, idest el fiato
che vi mette el sonatore, piglia sua forma di voce, penetran-
do, idest trapassando, per delti buchi. Cosi parimente Ber-
nardino Daniello : Et sì come al pertugio della sampogna
prende sua forma il vento, cio& il fiato, che per quello pene-
trando col chiuder colla mano e scoprir del piffero forma
il suono. Nè meno è da considerarsi un passo di Lorenzo
de’ Medici :
Sentirai per l’ ombrose e verdi valli
Corni e sampogne fatte d’ una scorza
Di salcio o di castagno.
Nè manco l’espressione di Iacopo Sannazzaro nel discorso
diretto alla sampogna in fine della sua Arcadia, ove dice :
Conciossiachè a me conviene, prima che con esperte dila
sappia misuratamente la tua armonia esprimere, per malva-
gio accidente dalle mie labbra disgiungerti. Ben però si ap-
pose il Menagio, quando dedusse la voce sampogna da sam-
buca ; giacche la sambuca non era diversa per nulla dal-
l’ istrumento finora descritto, come la pittura fattane da un
certo Damio presso Ateneo nelle Meccaniche ci manifesta. So
beuo per altro, che alcuni hanno pensato che la sambuca fosse
strumento da corde, derivandola da sambyce voce greca
* De Deor. Origin., lib. 3.
s Ninfa Tiberina, stali. 13.
3 Parodilo, cant. 20, vera. 22.
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171
OSSERVAZIONI
presso Porfirio : nel quale sentimento concorrono Celio Ro-
digino 1 cd il Calmet.' Il Quadrio però avverte che si debbe
esser letto negli antichi scrittori non di raro per errore sam-
byce in vece di iatnbice. E la iamhice era realmente un istru-
mento da corda, come da Polluce allegato da Giovanni Ra-
visio si apprende : Julius Pulliix multa instrumenla ad liane
artem Jacientia enumerat. Inter ea qua: pulsantur , inquit,
sunt Lyra, Cythara, Darbiton, Psalterium, Phoenix, Spa-
dix, Lyrophcenicium, Clepsyambus, Pariambus, Jambice,
Scindapsus , Epigoneum, Ilypospadius ,3 Supposto dunque per
indubitabile che la sambuca fosse strumento da fiato (che
per tale anche l’ Ariosto la ebbe, come veder si può nel
canto 17 del Furioso ove parla dell’Orco), e veduto come
da sambuca venga sampogna, e indicata: la differenza che
passa tra questa e la fistola ; conviene tener per fermo che
fistola e zampogna non è lo stesso, e che non si può una
voce per 1' altra adoperare : laonde con multo accorgimento
il padre Filippo Bonanni le distinse nel suo Gabinetto Ar-
monico, parlando della fistola al num. XXII o della zam-
pogna al num. XXVII. Ora il vero testo del Poliziano esser
non può quello che si è stampato finora, giacché malamente
vi si confondono questi due istrumenti : ma sarà bensì quello
che noi abbiamo scoperto, poiché, sempre la fistola accen-
nandosi, non s’ incorre in alcuna disconvenienza che possa
far torto alla erudizione dell’ autore.
OSSERVAZIONE V.
Del coro delle Dkiadi.
[Pag. U3, v. 150-183.]
Il coro delle Driadi da Virgilio accennato egli (il
Poliziano) eseguillo, ma con arte mirabile ; compiacendosi
d’imitare in esso i canti a ballo de’ Greci. Scrive Galeno che
questi, quolies cantando aram a dextra circuibant, strophen
v ocabant ; cum vero redibant a sinistra, antistrophen: de-
mum, cum in cospectu dei consistermi et cantici reliquum
peragerent, id epodon dicebantS Perchè poi il ballo tanto a
1 Lecitoli. Anliq., lib. 9, cap. 4.
- Diclion. Bibite., urtic. .1 tunica.
3 Officina , par. 2, png. 38.
4 Galciius, de Uiu Parlinm, lib. ull.
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DEL PADRE IRK.NEO AFFO.
175
sinistra quanto a destra era di ugual tempo, e la posata
d' un altro; così la strofe e l' antistrofe nel canto si tesse-
vano d’ un egual numero di versi disposti coll’ ordine stesso,
e nell’ epodo tenevasi un’ altra legge diversa. Il Poliziano iu-
tcndentissimo delle regole poetiche volle comporre questo
coro di varie comprensioni, ognuna delle quali avesse strofe
antistrofe ed epodo; con questo però, che la strofa fosse sem-
pre la stessa e servisse ad un tempo d’ intercalare e di ripre-
sa. Adunque il presente coro sul teatro dovette essere can-
tato e ballato insieme ; giacché, come osserva Dempstero, di-
cebatur cliorus multìtudo canentium et saltantium curri tibi-
cine.' Ma, se il coro era composto da una moltitudine di at-
tori, si potrebbe ricercare da quante Driadi potesse questo
essere rappresentato. Potrà soddisfarci di questo dubbio lo
stesso Poliziano, il quale altrove lasciò scritto : Eranl autem
tragicÌ8 cornicia satyriciaqne poetis communio, queedam : narri
quadratum habebant chorum.... Chorus item tam satyras
quam tragcedire sexdecim personis constabat ; cum essent in
comcedia quatuor et rigiriti .* Sicché converrà credere che da
sedici Driadi dovesse questo coro cantarsi. Oltre a tutto que-
sto si potrà chiedere se tutte cantassero le Driadi del coro
alla rinfusa o con qualche ordine. A questo si dice che non
poteva il Poliziano ignorare la legge prescritta da Aristote-
le, che un solo attore debba sostenere la parte principale del
coro : Cliori summam p enea unum dumtaxat ex histrionibus
esse oportet 3 Una sola Driade cantar doveva c la turba
tutta poi ripetere nella posata l’ intercalare : la qual legge
tenuta si scorge anche nell' ultimo coro delle Menadi. Per
intender meglio ancora come si distribuissero talvolta i cori
dagli antichi, osserveremo una lettera di Filippo Pigafetta,
il quale, narrando come 1’ anno 1585 si recitò nel teatro Olim-
pico di Vicenza 1’ Edipo Tiranno di Sofocle tratto dal greco
da Orsatto Giustiniano, dice che il coro era formato di
quindici persone, sette per parte, ed il capo loro nel mezzo ;
il qual coro in piacerai parlare ed armonia adempì V uffi-
zio suo.' Intanto poi volle il Poliziano comporre questo coro
di Driadi, in quanto che, siccome ben dice il Quadrio, i cori
dovevano sempre esser da coloro rappresentati che vcrisirnil-
mente erano stali presenti e interessati o verisimilmente do-
vevano o potevano esser presenti e interessati nell' azione
1 A ntiqnU. Roman., lib. 5, cnp. 9, pag. 4<S3.
! Pratici, in Persium, pag. 513, edit. Episcopii.
3 Potlie., cnp. 1 8.
* Raccolta Milanese del 1V5G, foglio 35.
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176
OSSERVAZIONI
esposta sulla scena : 1 nel che si mostrò assai più giudizioso
di Seneca o di qualunque altro si fosse l’ autor di quelle
tragedie clic vanno attorno sotto il nome di Seneca ; poiché
in esse tal legge troppo trascurata si scorge.
OSSERVAZIONE VI.
Della Ode latina che leggevasi nelle stampe del-
l’ Orfeo, di Baccio Ugolini, e de’ versi latini in-
tramessi ai toscani.
[Pag. 145, v. 197-200.]
L’ ode che in vece di questo tetrastico si leggo nell’ edi-
zion di Cornino e nell’ altre stampe è la seguente:
0 fitto > languiti modulala lusu » ec. >
Nell’ opere latine del Poliziano stampate per Aldo per
l’Episcopio pel Gridio e per altri quest’ oda tiene l’ultimo
luogo tra gli epigrammi dell’ autore con questo semplice ti-
tolo: In laudem Cardinalis Mantuani: nè si può mettere in
dubbio che scritta non fosse in lode del Cardinal France-
sco Gonzaga, a cui richiesta fu anche composto 1' Orfeo.
Ma nell’ Orfeo stampato dal Benedetti e poscia nelle altre
edizioni fino all’ ultima cominiana le si fanno precedere que-
ste parole: Orpheo, cantando sopra il monte in su la hjra e’ se-
guenti versi latini, li quali a proposito di messer Baccio Ugo-
lino actore de dieta persona d’ Orpheo sono in honore del
Cardinale mantuano , fu interrotto da uno pastore nuntia-
torc della morte de Euridice. Correggasi primieramente la
stampa cominiana, ove Braccio in vece di Baccio mala-
mente si legge ; e poi si osservi come abbiasi quivi per certo
che 1’ Ugolini in Mantova si ritrovasse quando fu rappresen-
tato la prima volta 1’ Orfeo ; e di più, eh’ egli fosse il prin-
cipale attore nella tragedia : la qual cosa non è certamente
improbabile, anzi può fiancheggiarsi per 1’ apparenza di assai
buona ragione. In fatti noi abbiamo per certo che fosse già
famigliare del mentovato cardinale, come raccogliesi da una
lettera di Lodovico Gonzaga Eletto mantovano, da noi altre
volte citato, la quale è data a Ruffino di Gabbioneta, suo
t Voi. 3, lib. I, pag. 35G.
* Vedila nella prima lezione dell’ Orfeo a png. 102 di questa edizione
(fili Edd.)
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DEL I’ADRE IRENEO AFFÒ.
177
agente in Roma, il giorno 10 di gennaio del 1485. Eccone
le parole: Quando lo Baccio nostro Ugolino, al quale, per le
virtute e meriti suoi, e per essere stalo aff ectionatissimo ser-
vitore della ho : me : del reverendissimo Cardinale nostro ob-
servandissimo fratello e padre, e de tutta la casa, com' egli
è etiam de presenti, portiamo singnlar amore, voglia stare
in quella casa nostra, et bavere una camera honorevolc et opta
a se per allogiamento suo; senza rcnitentia e dilationc veruna
as8ignalegliene una, e fateli buona compagnia, perchè cosi è
totale intentione nostra. Non ripugna dunque che nel 1472
esser potesse in Mantova in compagnia del Cardinal Gonzaga.
Da ciò si convalida il parer del Menckenio 1 che disapprova
l’ opinione del Clausio, dove pretende che l’ Ugolino fosse disce-
polo del Poliziano:* poiché, se il Poliziano in età d’anni diciotto
trovossi in compagnia dell’ Ugolino dietro al Cardinal di Man-
tova, almeno almeno dovevano essere ambidue della stessa età;
e quantunque più giovine 1’ Ugolino suppor si voglia, non era
però il Poliziano in istato di essere precettore d’ altrui, non per
mancanza di sapere, ma per difetto d’ età e d’ autorità. Questi
veramente chiamossi Bartolommco, ma poi fu detto Baccio
all’uso fiorentino, giacché di Firenze nato egli era: e di tal
cosa abbiam testimonio nelle lettere del mentovato Eletto
mantovano, ove ora all' un modo ora all’ altro suol nominarsi.
Vari elogi di lui veder si possono tra le epistole di Marsilio
Ficino, di Giovanni Pico mirandolano, e del Poliziano nostro,
specialmente in una che scrive a Francesco Pucci, ove
tra’ molti suoi pregi quello si annovera d’ essere stato eccel-
lentissimo improvvisatore. 5 Fu molto caro al Magnifico Lo-
renzo de’ Medici, che se ne servì poi in varie ambascerie ed
onorevoli uffizi: e di lui alcune rime si trovano in qualche
antica raccolta e ne’ manoscritti ; avendosene saggio ancora
in quello del signor dottor Buonafede Vitali, nome a me ol-
tremodo carissimo. Stando però al proposito dell’ oda, io non
dubito che scritta non fosse nell’ occasione in cui fu scritto
T Orfeo , nè dubito che non fosse recitata in un pieno con-
sesso davanti al cardinale o da Baccio o da chiunque altro:
ma nego bene che fosse fatta pronunziar dalla persona di
Orfeo in su la scena nel mezzo della tragedia. Io non mi
scorderò mai ciò che ho letto in Aristofane comico greco :
Oporlet padani virum ad fabula»
Qua» oporlet facere et reprtesenlare, ad ha» more» /iutiere. *
4 Sect. I, S », nota (P), P«g- 80.
* Ditiert. de Angelo Politiano, cap. 9, pag. 22.
* Politiani Spisi., lib. 6, pag. (mihi) 171.
4 Cerco h a , pug. (mihi) 476.
l‘OLUU.10. ' 12
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178
OSSERVAZIONI
11 costume, parte della drammatica non mai abbastanza rac-
comandata, è troppo necessario. Intendiam per costume, cho
gli attori su le scene debbono pensare parlare operare come
avrebbero pensato parlato ed operato a que’ giorni ne’ quali
vivevano. Se un attore antico si fa pensare parlare ed ope-
rare alla moderna, tutto è sconvolto il buon ordine e il veri-
simile : e facilmente s’ adira 1' animo ben formato dello spet-
tatore, se vegga Achille, in vece di gran targa e di lancia,
armato di pistola e di moschetto. Del pari è troppo disaggra-
devole che un uomo vissuto da molti secoli addietro veggasi
venir a parole con uno de’ tempi nostri ; poiché allora com-
mettesi quell’ intollerabile anacronismo che è sconvolgitor non
tanto del costume quanto d’ ogni altra buona legge di poetica
di critica e di qualunque cosa si voglia, e che troppo meri-
tevolmente vien condannato da un moderno Francese.1 Molto
più ciò è degno di biasimo, se quell’ attore s’ induca a favellar
di cose delle quali nè potè nè dovette aver idea veruna. Ora
siamo nel caso. Se voglia supporsi che l’ oda riferita fosse
posta in bocca d’ Orfeo, eccoci un antico il quale favella ad
un moderno qual era il Cardinal Francesco : ecco un uomo
che parla di cose che al suo tempo non erano aneora, poiché
dice di Virgilio e indica il nome di Mecenate e discorre della
famiglia Gonzaga, cose tutte recenti al paragone de’ tempi
d’ Orfeo : ecco finalmente eh’ egli accenna il cappel rosso
de’ cardinali, che non fu dato loro se non se da Paolo II
sommo pontefice morto un anno prima che questa tragedia
composta fosse : 1 ecco che fa menzìon del triregno cui augura
al Gonzaga : cose tutte delle quali per niun conto può sup-
porsi che Orfeo avesse la menoma idea. Quindi, se creder si
voglia che Orfeo su la scena condotto recitasse quest’ oda,
non possiamo non tacciare il Poliziano d' inavveduto e di poco
giudizioso, e lo dovremmo confondere colla feccia de’ più ab-
bietti componitori di favole e di rappresentazioni : tra’ quali
10 avrò sempre in memoria un tale Agostiniano, di cui non
mi ricordo il nome, essendomi stato gentilmente rubato quel
libro •, il qual compose in ottava rima una Passione di Cristo
teatrale, ove indusse Gesù benedetto a far testamento, il qual
si legge rogato da san Giovanni Evangelista, con dentro
sparsivi alcuni testi latini ai quali ci si riporta, ed uno spe-
cialmente tolto dal Simbolo di santo Atanasio. Ma no, cho
11 Poliziano non merita d’ andar a fascio con simil razza di
poetastri : e tanto meno lo merita, quanto da’ nostri due co-
dici viene purgato del tutto dalla taccia in cui debb’ essere
1 Veggasi la Tclemacomania, o sin Critica ul Telemaco.
s Platina, in Vita I'nuli II.
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DEL PADRE IREXEO AFFÒ.
179
stato finora presso degl’ intendenti che avranno creduto 1’ Or-
feo scritto dal Poliziano come si è letto finora. Indusse egli
adunque Orfeo su la scena in atto di cominciare un inno ad
Ercole, cosa corrispondentissima al costumo di quell’ antico
Trace : il qual inno, se gli fosse stato lasciato finire, sarebbe
forse stato brevissimo, non dovendo ignorare il Poliziano ciò
che aveva scritto Pausania degl' inni di Orfeo •, giacché Pau-
sania, come ci assicura il- Patrizi, scrive essere stato picciolo
negl' inni suoi e di somma brevità.' Ma e come, dirà taluno,
fu in vece di questo tetrastico inserita nell’ Orfeo quell’ oda?
Io già ne ho indicato il modo nella prefazione. Questa trage-
dia fu malamente raccolta a memoria ed accozzata coi fram-
menti delle distribuite parti o col sussidio di qualcheduno
che vi aveva agito in rappresentarla. Non avendosi tutto a
mente, e restando assai cose obbliate, e tra le altre il pre-
sente tetrastico ; fu creduta bellissima cosa porre in bocca
ad Orfeo 1’ oda riferita, come cosa nata in quelle medesime
circostanze in cui apparve 1’ Orfeo : e fu più facile il riporvi
questa, come cosa più nota e di cui l’ autore non doveva
essere stato tanto geloso, come dell’ Orfeo si dimostrò. Che
se non piaccia questo sistema, eccone in pronto un altro
forse più plausibile. Quell’ esemplare che die norma a tutte
le stampe fatte finora era stato probabilmente lacerato in
una carta che tutta mancava, e nella quale tutta la passata
azion delle Driadi ed il tetrastico dovessi contenere. I se-
condi copiatori, trovandovi questa laguna nò indovinar sa-
pendo ciò che esser vi dovesse e ricordandosi unicamente
che in questo luogo cader doveano certi versi latini cantati
da Orfeo, cacciaronvi l’oda, come quella che poteva benis-
simo. contenere lo spazio d’ un’ intera carta ; e così credettero
d’ aver supplito al difetto dell’ esemplare. Parmi ora dovere
1’ accennar qualche cosa intorno a questo miscuglio di latino
e di volgare. Ad alcuui, i quali con occhio più indifferente
del mio l’ osserveranno, parrà impropria la mistura che qui
si vede. Io non darò loro il torto onninamente ; ma gli esorto
a riflettere un pochetto a quel secolo non ancora dirozzato
affatto in certe cose : sebbene, riflettendo io alquanto su di
questo, trovo onde potere il nostro autor iscusare. Io mi
figuro eh’ ei pensasse così. Quando Orfeo agisce in tutto il
dramma, parla non meno di quello che parlino gli altri ; e il
parlar suo, benché messo dal tragico in versi, si dee però
suppor famigliare. Qui facendo mestieri guidar Orfeo su la
scena agitato dall' estro e in aria di poeta che va attualmente
cantando, bisogna farlo parlar in modo che si conosca esser
1 Patrizi, Poetica j Deca hloriulè, lib. I, pag. l'J.
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180
OSSERVAZIO.M
egli veramente sorpreso dalla sua poetica smania : lo che non
si potrà far meglio che facendolo verseggiare latinamente.
Di tal maniera cred’ io che pensasse il Poliziano quando
scrisse questa poesia. Anche Dante aveva operato così, fa-
cendo intuonar un canto ad uno spirito celeste, al principio
del canto 7 del Paradiso, in lingua latina ;
Osanna, sanctus Deus sabaétli,
Superillustrans ciarliate tua
Felices ignes liorum malaótli.
Cosi volgendosi a la nota sua
Fu viso a me cantare essa sustanz*
Sopra la qual doppio lume s’ uddua.
Matteo Visconte da San Canziano ebbe in venerazione questo
miscuglio di latino e volgare fatto dal Poliziano, e lo addusse
a propria giustificazione, perchè innanzi alla Storia Veneta
d’ Antonio Sabellico da lui riportata in volgare, scrivendo a
Oldrado Lampuguano, disse : Ho visto molte cose latine e
vulqare insieme mixte, e scrivendo eziandio a Niccolò Gambo
così si espresse : Bidebis f orsan, Gambe diserte, quod lati-
num miscuerim vulgaribus : sed contine risum, amicorum
lepidissime. Legas PoUtiani ornatissima dictata, qnce utro-
que stylo mixta reperies. An non licet mihi facere quod illef
Questa traduzione fu certamente veduta in sogno dall’ Arge-
lati ; poiché nella sua Biblioteca de' Volgarizzatori scrisse
aver detto il traduttore che s’ era inteso d’ imitar il Poliziano
nel trasportar le opere altrui di latino in volgare ; cosa nè
da lui detta nè mai fatta dal Poliziano.
OSSERVAZIONE VII.
Della duplicità di scena nell’atto IV.
[Pag. 148.]
Le parole che sono nel testo reggiano e che dicono,
Etenim duplici actn hcec scena utitur, mi paiono alquanto
stravaganti ; e credule errate dall’ amanuense. Tengo che
debba leggersi, Etenim duplici actus hic scena utitur ; vale
a dire, che in quest’ atto fossero rappresentate allo spettatore
due apparenze di scena nello stesso tempo, una diversa dal-
1’ altra. Non aveva già l’ antico teatro un solo viale in cui
sempre si vedessero gli attori *e in cui a forza di versatili
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DEL PADRE IRENEO AFFO.
18f
ordigni potesse farsi disparire la scena per indurcene un’al-
tra, siccome accade nel teatro moderno. Allora lo spettatore,
in qualunque punto si fosse messo, aveva il piacere di vedersi
aperti allo sguardo tre viali •, uuo de’ quali rappresentava, a
cagion d’ esempio, una strada, l’ altro una reggia, 1’ altro una
prigione. Così ce li dipinge Lorenzo Beyerlinck : Dextra
scena parte peregrini et hospites egrediebantur ; in sinistra
career erat ; medium locum regia obtinebat ■ Media parti
duce praterea porta adiuncta erant ; 1 e ciò per passar
comodamente, occorrendo, da un luogo all’ altro. Anche
Dempstero s così descrive l’ antico teatro : e i disegni di esso,
che abbiamo in Vitruvio illustrato da Daniel Barbaro e ri-
portati dal Quadrio e dal Bianchì, non ci lasciano in dubbio
di questa verità. Quindi è che, commemorando Plinio," e con
lui Alessandro degli Alessandri,* quel teatro che Scauro in
adilitate fecerat triplici scena, intendiamo subito come fosse
costrutto. Il celebre Palladio volle con eguale architettura
innalzare il celebre Teatro Olimpico di Vicenza, di cui veg-
giamo il disegno presso il Riccoboni che in tal guisa ne
parla : Les sfavane ne peuvent pas comprendre comment
dans plusieurs endroits aes comcdies de Plaute des acteurs
se trouvent sur la scène tous les deux aree empressement
et qti’il disent plusieurs répliques l’un et l’autre sans se coir.
Le Thèàtre Olympique nous met au fait de tout cela* Uno
di questi luoghi di Plauto ò certo 1’ atto quinto dell’ Asinaria,
ove Argirippo Demeneto e Filenia si veggono far tempone
entro una casa, c dall’altra parto si scorge Panfago con
Artemona moglie di Demeneto su la strada venir all’uscio
della casa ed osservar ciò che dentro si faccia ; reggendosi
dall’ uditorio in un tempo stesso operare tanto gli uni quanto
gli altri \ inaino a tanto che Artemona soffrir non potendo più
le dissolutezze del vecchio marito spingesi dentro la casa,
e sfoga con detti amari la collera sua. Ciò premesso, io
dico che il teatro ove fu recitato 1’ Orfeo in Mantova do-
vette essere costrutto in modo, che giusta i prescritti esempi
aprisse in questo luogo agli uditori due rappresentazioni di
scena, una delle quali rappresentasse la via che faceva Orfeo
accostandosi all’ inferno, 1’ altra mostrasse 1’ inferno stesso
in cui si veggono agire Pluto e Proserpina rapiti dal nuovo
canto che vien di fuori. E qui bisogna notare che, piacendo-
1 Theal. vita Ai*»»., tom. 7, tit. Tragedia, pag. 191.
* Antiquii. Roman., lib. 5, cap. 10, pag. 461.
s Lib. 36, cap. 15.
1 Din Geniale », lib. 4, cap. 25, pag. 650:
5 Hill, du Tliédl. hai., Catalog. iles Trag. pag. 175.
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18-2
OSSERVAZIONI
assaissimo in quel secolo le maravigliose rappresentazioni e
le macchine sorprendenti, delle quali abbiamo descrizioni
assai vive in molti scrittori d’ allora, si dee supporre clic nella
scena rappresentante 1* inferno vi fossero in bell’ ordin disposti
ne’ loro tormenti e Sisifo e Tantalo e Tizio ed Iasione c le
Belidi, che poi al cominciar del canto di Orfeo veggonsi ar-
restare da’ loro martini, siccome pur si vede che la porta
d’ Averno spalancasi spontaneamente, giusta ciò che indicato
viene per la prima parlata di Fiuto. Lo scorgere come Euri-
dice venga messa fuori del regno tartareo e coinè poi di
nuovo sia ad Orfeo rapita per non aver serbata la legge
data, sempre più mi conferma che due rappresentanze di
scena in quest’ atto allettassero la vista degli spettatori. Per-
tanto le indicate parole latine sono state per certo malamente
scritte nel codice ; e legger si debbono : Étenim duplici actus
hic scena utitur.
OSSERVAZIONE Vili.
Del polimetro usato dal Poeta in questa Tragedia.
[Pag. 148 e scg., v. 257-268.]
I nostri codici ci danno questa parlata, come anche l’al-
tra di Proserpina, in foggia di madrigale ; laddove le stampe
ce la somministrano in ottava. Potè' benissimo il Poliziano
in questi due passi cangiar metro, perchè vi avesse luogo un
tuono di musica più patetico e corrispondente alla qualità
di chi parla. Io so che il chiarissimo signor abate Serassi
non approvò troppo il consiglio del Poliziano, scritto avendo
egli nelle Annotazioni alle Rime di Baldassar Castiglione :
Nel Poliziano si leggono terze rime, canzonette, ballate, e
per sino un’ ode latina ; che se non fossero così belle natu-
rali e gentili come elle sono, certo non potrebbe piacere
tanta varietà di metro in un solo componimento Ma negar
non potendosi che questa tragedia non fosse alla musica ac-
comodata, egli è ben chiaro che niuna diversità di tuoni si
sarebbe potuto agevolmente porre in uso, se tutta fosse stata
legata o in ottava rima ; massime allora quando la musica
era semplice ancora, nè avevano pur anche i mastri di cap-
pella imparato a far gorgheggiare un quarto d’ ora sopra una
sillaba sola ed a guastar i versi de’ poeti dimezzandoli tras-
1 Poct. di Daldatt. Cailigl., pag. 58.
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DEL PADRE IRENEO AFFÒ.
183
portandoli e ripetendoli al rovescio, per farli servire alle
loro capricciose cantilene. Tutti i versi e tutti i metri hanno
la propria loro armonia, richieggono il loro determinato tem-
po e fora’ anche diverso tuono. Ma questa verità, che al dì
d’ oggi non si vuol da’ musici intendere, ben si capiva in al-
lora, quando 1’ arte prendeva sua norma dalla natura. Allora
il musico serviva al poeta e secondava col canto le armo-
niche note del linguaggio poetico. Al Poliziano adunque
componitor dell’ Orfeo spettava il ritrovar metro vario, ac-
ciocché varia e più dilettevole riuscisse la musica ; e tanto
egli fece lodevolissimamente al parer mio. lo non so poi per
qua! legge abbiasi a voler un dramma tutto d’ un metro,
quando non mancano esempi in Euripide in Aristofane ed in
altri, che approvano chiaramente la pratica della sempre
piacevole varietà. A' nostri giorni lo sciolto ha deciso abba-
stanza sul modo di scriver tragedie ; ma, quando il Poliziano
viveva, non si era pensato ancora a questo saggio ripiego :
ond’ egli dovevasi attenere a quanto poteva essere giudicato
migliore nelle circostanze de' suoi tempi, e specialmente in
occasione di tessere un dramma applicabile alla musica.
OSSERVAZIONE ix! .
Della intitolazione dell’ Atto V (Baccanale),
Ll’ag. lóó.]
Il Baruffaldi, soggetto notissimo alla repubblica letteraria,
non ebbe notizia alcuna del titolo che il Poliziano mise in
fronte a questa ultima porzione dell’ Orfeo : ciò non ostante,
discostsndosi alquanto dal Crescimbeni che 1’ aveva ricono-
sciuta per ditirambica, 1 egli la ripose tra le bacchiche o vo-
gliam dir baccanali. 1 Alcuni prima di lui non avevano ben
distinto la poesia ditirambica dalla baccanale, com’ egli fece :
non essendo però la legge eh’ egli dà rigorosa di modo che
non si possano in certa maniera confondere queste specie di
poesia, io la considero tanto per ditirambica quanto per bac-
canale, affine di uniformarmi alla dottrina del Poliziano istesso,
che mostrò l’ana e P altra poesia aver per tutt’ uno là ove scris-
se: Athenienses feslis Liberi patrie, quee Dionysia illi, nostri
1 Comentari, voi. I, lib. cap. Il c tà.
1 ProginnatiHO avanti a’ suoi liaccanati.
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184
osseiiv azioni
Baccanalia ae.u Liberalia vocitarunt, ec. 1 Dico che qui il
Poliziano tiene che ditirambo e baccanale sia lo stesso*, giac-
ché le feste, o sia le poesie intorno le lodi di Bacco, che da
Platone furono appellate ditirambi, ì egli dice che da’ nostri
si chiamarono baccanali. Avendo poscia intitolato baccanale
quest’atto ove rappresentati vengono gli stravizzi delle Me-
nadi in onore di Bacco, apparisce maggiormente che non si
diè pena di mettere distinzione fra ditirambo e baccanale ;
giacché il titolo di baccanale usato da lui a caratterizzare
le saltazioni e i canti delle Menadi adoperollo ancora ad
accennare ciò che da Platone fu distinto col titolo di di-
tirambo. Ripetiamo ora l’ intero senso dell’ interrotte parole
già allegate dal Poliziano, e veggiamo ciò ch’egli ne insegni:
Athenienses festis Liberi patria, qum Dionysia illi, nostri
Baccanalia aeu Liberalia vocitarunt, cum poesia alia ge-
nera, tum in primis velerea comccdias in queis vitia homi-
num sanarentur, adhibuerunt, quod ltunc prcecipue deum
purgandis processe sensibus opinabantur. I Greci dunque
nelle feste di Bacco rappresentavano, giusta il nostro au-
tore, le antiche commedie, le quali, come a bella posta or-
dinate ad onor di quel nume, saranno state ditirambiche.
Ma cosi avveniva parimente delle tragedie, le quali, giusta
l’insegnamento di Martin del Rio, erano a’ primi tempi parte
satiriche, vale ,a dire istruttive e correggitrici del costume,
parte ditirambiche. 3 Saggiamente però il Poliziano, dopo aver
dato alla sua tragedia la parte istruttiva, eompiacquesi di
compirla colla ditirambica, onde meritarsi poi la gloria d’ es-
sere stato il primo a scrivere ditirambi volgari. Udiamo ad
onor suo ciò che ne scrive il Menckenio : Et, ut certius
constet quid incrementi Politianus vernacuhe poetices studiis
attulerit, refert Crescimbenius in Istor. della Volg. Poes.
lib. 1, pag. 17 et 170, et in Comentar. intorno l' iBtor. della
Volg. Poes. voi 1, lib. 3, cap. 14, pag. 151, omnium pri-
mum a Politiano ex Grcecia in Italiam accersitum esse illud
carminis genus, quod dithyrambum vocatur, nec latinis unquam
nec italici» antehac metri s accomodatum. Dithyrambi hanc
constat ralionem esse, ut qucedam in co omnium metrorum sit
permixtio ; in verbis et actionibus licentioe locus detur ; non co-
hcereat, nonadregulam affida sit oratio ; sed quasi dithyram-
bico, hoc est Bacchi, affiata concitatus videatur poeta. Qum
causa est cur carminis hoc genus in Bacchi maxime hono-
rem, aut quod rectius cemas de rebus quibusque ludicris et
t Pralectio in Persimi).
8 Plato, de Legibm, lib. 3.
3 Syntagma Irayad. latin., lib. I, cap. 3.
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DEL PADRE IRENEO AFFÒ. 185
iocosis, eff undi soleat. Hujusmodi cantiunculas patrio ser-
mone primus condidit Politianns, etsi hanc ei gloriam. du-
biam facere conatus sit Bencdictxis Fiorettila, solertissimws
ille sub initium scendi XVII italici sermoni s emendator, qui
unum ittum, quem libro III suorum Progymnasmatum Poe-
ticorum (Proginnasmi Poetici) sub nomine Udeni Nisieli edi-
torum attuili, dithyrambum omnium primum venditavit qui
intra finca • nati sint italicos. Con/er Crescimbenium lib. c.
Sed, huic si contigisset esse tam felicem ut in eorum qua
tot annos ante ipse cantaverat Politianns notitiam venisset,
nihil ad se pertinere inventionis huius laudem intellexisset
facile. Idem dicendum adversns Ptolorrueum Notzolinum, qui
parum gnarus eorum qua: a Politiano sunt composita dithy-
rambicce compositionis gloriam primus perperam Francisco
Maria Gualterotto tribuit in carmine italico. Il Verme della
Seta, notatus eo nomine a Josepho Bianchirlo in Prmfatione
libelli Brindisi di Antonio Malatesti e di Pietro Salvetti, et
a Dominico Maria Mannio in Commentario de Florentinis
Inventis, cap. 45, pag. 87. Extant enim huius generis versiculi
in fabula Politiani Orfeo inscripta.' Questo primato di poeta
ditirambico o baccanalesco vien conceduto al Poliziano anche
dal Baruffaldi e da molti altri moderni. Il Crescimbeni però
fu in questa parte poco avvertito ; poiché, dopo aver assegnata
al Poliziano una tal gloria, gliela tolse poi senza accorger-
sene, battezzando per ditirambo un componimento d’ incerto,
da lui riscontrato nella Raccolta dell’ Atanagi, il qual co-
mincia :
Passando con pensier per un boschetto;
credendolo egli scritto assai dopo i tempi del Poliziano ; nel
che s’ inganno.1 Questo componimento fu la prima volta tratto
dai codici della Vaticana da Basilio Zanchi bergamasco, il
quale sommistrollo all’ Atanagi,' da cui 1’ anno 1566 fu pub-
blicato nella detta Raccolta.* Ma ventidue anni dopo, cioè
nel 1588, comparve alla luce in Firenze la Storia della Fa-
miglia Ubaldini, scritta da Giambatista di Lorenzo Ubaldini
ed impressa dal Scrinarteli! ; ove si vide prodotta novellamente
quella poesia sotto il nome di Ugolino di Azzo Ubaldini, il
quale boriva circa il 1240 c dolcissima lingua nelle rime
adoperò. Frattanto, capitata essendo alle mani del Crescim-
1 Loc. cit., sect. 1, S nolo (“). pag. 254.
5 Consentavi, voi. I, lib. 3, cap. ti.
9 Sbizzoleni, Rime Oneste, toni. 2. pag. 402 ; c Atanagi, nell' Indice.
* Atanagi, Il ime di diversi , par. 2, cor. 171.
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186
OSSERVAZIONI
beni la Storia de’ Poeti Toscani scritta a inano dal Zilioli,
ed essendo per esso illuminato del tempo in cui fiorì 1’ au-
tore del componimento, non volle più che si credesse diti-
rambo : 1 nel che, a mio parere, erro non poco ; posciachè, se
quella poesia era veramente ditirambica, doveva dirsi tale, o
foss’ ella più antica o più moderna, non dipendendo la natura
d’ un poema dal tempo in cui fu dettato. Ma, sebbene ancora
il Quadrio quasi di proprio capriccio fra i ditirambi la collo-
casse, non parve però tale all’ Atanagi, che 1’ appellò sempli-
cemente piacevolissimo scherzo ed ancor gentil f rottoletta ;
nè parve pur ditirambo al Mazzoleni che nella sua pregevo- *
lissima Raccolta delle Bime Oneste tra gl’ idilli la collocò. A
me pare sanissimo e prudente il consiglio di questi, poten-
dosene persuadere chiunque detta poesia legger vorrà. Con-
siglio però chi leggere la volesse con vantaggio a confrontar
la lezione dell’ Atanagi con quella dell’ Ubaldini ; o, se non
ha 1’ Ubaldini, adopri il Quadrio o il Mazzoleni ; poiché vi tro-
verà notabilissime varietà. Vorrei ancora che il mio osserva-
tore non omettesse di prendere fra le inani le poesie di Bal-
dassar Castiglione arricchite di note dall’ abate Serassi ;
poiché nella nota XIII al Tirsi vedrà riprodotta questa cosa
medesima come non più stampata, benché tante e tante volte
veduta si sia, e sentirà come intitolandosi Caccia di Franco
attribuita venga a Franco Sacchetti. 11 libro è stampato in
Roma dal Pagliarini nel 1760. Ora, non essendo questo com-
ponimento nè ditirambo nè baccanale, non toglie al nostro
Poliziano il vanto di primo Bcrittor ditirambico in versi volgari.
OSSERVAZIONE X.
Di alcuni versi espunti dall’ atto V
nell’ edizioni cosiiniane.
[Pag. t55, v. 3SG.]
Nelle moderne edizioni reggiamo espunti qui li quattro
primi versi di questa ottava; e dopo la susseguente veggiamo
otto stelluzze che ci avvertono esserne ivi stata un’ altra che
viene ommessa. Chiunque argomenterà che queste siano due
lacune rimaste per non essersi potuto rilevar le parole del
testo. Ma no : la modestia ha voluto che tanto questi quattro
versi quanto l’ altra ottava si tralasciassero. Nell’ edizione
1 Comentari, voi. 2, par. 2, lib. 1, pag. 33.
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DEL DARRE IRENEO AFFO. 187
del Benedetti e in quella del Bazalieri si leggono cosi :
Da qui innanzi vo' córre i fior novelli, ce.1 *
• L’ ottava poi interamente lasciata è come segue :
Fanne <li questo Giove intera ferie, ee.
Ognuno, senzach’ io più parli, vede l' infame vizio che qui a
seguir si propone, per cui gii piovette alla sozza Pentapoli
fuoco distruggitore dal cielo. Prima di tutto viene a ricercarsi
se il Poliziano potesse avere scritto tai versi. Io tengo che
sì, perchè non riconosco troppo perfetto in linea di virtù mo-
rali il nostro poeta ; nè potò essere del tutto finta o maligna
la fama che di lui pervenne al Giovio, che eel dipinge di
quel costume reo che negli accennati versi viene inculcato.”
Per quanto lo difendano dalla taccia d’irreligioso il Vossio
il Menckeuio ed il Serassi, parla abbastanza del corrotto suo
cuore quel prologo da preporsi ai Mentitimi di Plauto, che
«•gli indirizzò al Comparino ; 3 ove mette in ridicolo que’ re-
ligiosi i quali zelantemente ^riprendevano que' vizi ond’ egli
si dilettava. Viene poi, oltre di questo, a ricercarsi se tali
versi scrivesse per dare, come suol dirsi, nel genio al suo
Mecenate ; quasi che per la corruttela nniversal di quel secolo
fosse portato il cardinale a que’ laidi trastulli. Certamente
abbiamo scrittori che lasciate ci hanno memorie poco vantag-
giose al Cardinal Gonzaga in materia di costume : ma io non
ardirò mai di credere che un cardinale e vescovo di Mantova,
per vizioso che esser potesse, volesse sopra un pubblico tea-
tro alzato a sua requisizione permettere che si dicessero
cose offensive della pietà e della modestia : laonde, benché il
Poliziano avesse scritto così, dovette poi ordinargliene la
correzione ; la quale consistette nel cangiamento de' primi
quattro versi e nella soppression dell’ ottava, come si vede
ne’ due nostri codici. Non dovette mal volentieri scendere il
Poliziano a tale cangiamento, poiché dovette accorgersi che
facendo parlar Orfeo di tal guisa offendeva il costume di
quell’ antico venerabile personaggio, di cui fu scritto che
avesse colla voce col canto e col'.' esempio ritratti gli uomini
dalla vita brutale*, onde Orazio cantò :
Silvestre s liomincs tacer interpresque denrum
Ceedibut et vieta fitdo deterrai t Orpheus ;
Dictus oh hoc lenire ligret rabidotque leones.
1 Vedi questi versi e i «egg. nella prima lezione dell'Or/eo a pag. 1 OD
della nostra edizione (Gli Edd. fior.)
4 Elog. Doclor. Virar.
3 Politiani Epist., Iih 7, pag. (milii) 502.
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188
OSSERVAZIONI
Rimasto però quei pezzo cotn’ era stato composto prima »
conservato in memoria da chi è solito correre con troppa
ansietà
ove più versi
Di sue dolcezze il lusingliicr Parnaso ;
fu poi inserito nell’ Orfeo qual nacque, non qual fu corretto r
cosi che, laddove in tutto il rimanente molte cose furono
ommesse e molte guaste e corrotte, qui con poco decoro si
volle conservato intatto in una parte che fu rigettata dal-
l’ autor suo. A giustificar poi la fama del Poliziano, prova
assai bene il Serassi come contrito delle sue colpe morisse.
Io farò lo stesso del cardinale, che morì in Bologna li 21 d’ ot-
tobre del 1483, per mezzo d’ una lettera di Lodovico Eletto
mantovano fratei suo diretta a sua sorella Barbara contessa
di Wittemberg sotto il giorno 20 di gennaio del 1484. Con-
fessose e communicose piu volte in quella suoa infirmiate.
E pur lo dì medesimo che piacque a Messere Domenedio
de chiamare a se la benedeta ottima suoa la note seguente
circa le quatro hore, e fu lo vigesimo primo de octoore, in
Bologna, nel palazio de la residentia de suoa reverendissima
signoria, tuolse fra li altri sacramenti lo corpo de Cristo
gloriosissimo cum tanta devotione, cum tanto zelo et fervore,
et cum tanta demone tratione de mala contenteza de' peccati
commessi, dimandandone tuta via perdonanza a V attissimo
Idio, che ugnano chi era lì presente, erumpeva, vedendo
tali signi et acti di penitentia, in habundantissime lacrime.
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RISPETTI CONTINVATI
DI
MESSER ANGELO POLIZIANO.
/
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Digitizetl by-Geogle
I. ■
RISPETTI D’ AMORE.1
0 trionfante donna al mondo sola.
Le tua belleze poi che ne farai?
' Sono stampati in fine d'un raris-
simo libretto in quarto, di carte 36,
senza nota del luogo e del tempo del-
l’impressione, clic contiene ballatene
di Lorenzo de'Mcdici del Poliziano di
Demordo Giumbullari e di nitri (Vedi
il Discorso in principio del volume.)
Citi cura questa edizione gli ripro-
duceva nel fascicolo VI del Polizinno,
giornale letterario clic pubblicarsi
in Firenze nel 1859-60, con questa
nota: • Degli scrittori i cui versi
leggonsi nel libro, cbi potrebbe ri-
vendicar per suoi questi Rispetti?
Bernardo Gianibullari no certo: il
quale clic garbo avesse a compor-
re ottave vel dica la continuazione
a! Ciri/fo Culvimeo di Luca Pulci:
fra la ruvida asprezza la rottura ine-
legante la trivialità di quelle e i Ri-
spetti die abbiamo a mano non A
parentela, cred’ io. G ni pure si pos-
sono sospettare del Medici.: clic il
rude piglio delle ottave di Lorenzo,
benctiA nuovo e non volgare, troppo
differisce dalla piuuezzu di queste.
Il die A a dire anche per Luigi
Pulci. Si potrebbe, uscendo «lugli
autori nominati nella vecchia rac-
colta, pensare a Serafino Aquilano,
se al fior castigato dell’ eleganza e
al profumo del toscanesimo desser
mai luogo le scapestrataggini e i bar-
barismi di quel pur fucile e ricco
improvvisatore. Cbi altri, in fine,
polca su lo scorcio del secolo XV
comporre di questi versi, so non
I* ameno scrittore de’ Rispetti conti-
nuati c spicciolati? E die di lui sieno
ci fu sicuri la intonazione spontanea-
mente lirica, I’ armonia piena variata
famigliare, la forma elegantemente
popolare, popolarmente toscana ; cc
ne fanno sicuri le rimembranze c ri-
petizioni di concetti frasi imagini
ed cinisticliii e versi, clic sono in
altre rime da tutti riconosciute del
Poliziano; ce ne fa sicuri lu riprodu-
zione d’ intiera un’ ottava eli’ A fru
le altre spesso ristampate del nostro.
Che se ne' codici toscani dove si sa
essere rime del Polizinno non si rin-
vengono queste; anche qualche bal-
lata non A ne' codici, che pure A a
stampa. A ogni modo, le si possou
credere fattura degna del Poliziano
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192
RISPETTI CONTENTATI.
Vedi che ’l dolze tempo se ne vola
E per pentirsi non ritorna mai :
Morte crudele ogni piacere imbola :
Ogni diletto al fin poi torna in guai.
Pentiti adunche, e non voler al tutto
Perder di giovaneza el flore e ’l frutto. 3
Ascolta, donna, un po’ le mia parole,
Chè d’ ogni cosa el savio pensa al fine.
Le tua belleze fuggon come il sole
Quando s’ asconde nell’ onde marine :
Ove le son testò rose e viole.
Saranno sterpi e secche poi le spine.
Usa, madonna, tua bella età verde:
Chi ha tempo e tempo aspetta, tempo perde. io
Perù quel brieve tempo che ti resta
Usalo, donna, accortamente e bene;
più queste, che non le scempiate e
corrottissime stanze aggiudicate a
lui dall’illustratore del cod. riccar-
diano 2723 c stampate ultime dagli
Edd. fior, del 1S14 e 22 (incomin-
ciano iUolli hanno già nel lor prin-
cipio detto, e finiscono Tu pari il
sole in mezzo delle stelle). *
V. i . Ne’ Dispetti che seguono :
« 0 trionfante sopra ogni altra bel-
la. » — ti. 2. Costruzione irregolare
che i grammatici direbbero per ana-
coluto. Ne abbondano gli esempi la-
tini e nostrali. Terenz. lice. HI, -1 :
• .... nos omnes, quibus est alicunde
nliqnis obiectus labos, Omne quod
est interea tempus priusquam id
reseitumst, lucrosi. • Fr. Giordano:
• L’ uomo al comineiamenlo gli
diede Iddio .... grandissimi doni. >
Amm. Ant. « Quelli che ornati di
grande signoria menan lor vita in
nltezza, 1 loro fatti ognuno li sa. >
— v. 3-4. Nell' Orfeo: ■ Digli .... come
via fugge Con gli anni insieme sua
bcllezn isnella, .... Nè l’età persa
mai si riunovella. • Ne’ citali Di-
spelli: « Chè T tempo vola, c non s’ ar-
restan 1’ ore, E la rosa sfiorita non
s’ apprezza. » — t>. 9. mia qui e
sopra al v. 2 tuo, e altrove in que-
ste rime sua, sono terminazioni che
la plebe fiorentina dà ai plurali di
•aio, tuo, suo ; frequenti negli scrit-
tori del secolo XV, e anche in al-
cuni del XYi che non seguivan gram-
matica, p. e. il Cellini. — ». 13-16.
Nell’ Orfeo: * Chè sempre mai non
son rose o viole : > ne'Rispetli : • E
dove formi già viole e gigli Son fatti
aridi sterpi pruni e stecchi. E guai
a quel che si rifida al verde ! Quel
che speme nutrica il tempo perde. »
Altrove: • ... invan trapassa la sta-
gion tua verde. In fin si lascia il
tempo che si perde. ■ Testi ,• ora,
adesso, di presente. Cocchi, Figi,
prod., I, i : « Madonna si, eli’ io ve
lo dissi : ma testé non ve ne ricor-
dale. •
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RISPETTI CO.NTINVATI.
193
Usalo dolcemente in canto e 'n festa
Per cavar te e '1 tuo servo di pene.
Trarsi una voglia par pur cosa onesta.
Nò veggo o penso mai quel che ti tiene:
Tu sai e puoi, e mancati cl volere;
Potra’ti poi di te stessa dolere. 24
Se non mi vuoi servir per conscienza,
Maggior peccato fai s’ un per te muore.
S’ all’ onor tuo vuo’ avere avvertenza.
Pigliati un saggio et onesto amadore.
Che abbi luogo e tempo e pazienza
E che ti sappi conservar I’ onore.
Se per viltà lo fai, or te ne spoglia
E sappi contentar qualche tua voglia. 32
Veggo cambiare el tuo vago sembiante :
La tua belleza come un fior si fugge:
Tu non se’ quella eh’ eri poco avante;
11 tempo tua biltà consuma e strugge.
Chi felice, non fa qualche suo amante
Al mondo ò come un fior eh’ è nato all’ ugge.
Che lungo tempo sta senza far frutto :
Chi gode un tempo non lo stenta tutto. 40
I’ ho si poca grazia con Amore,
Ch’ i’ non m’ ardisco addimandar merzede;
E son sì sventurato servidore,
Ch’ altro che morte a me non si richiede.
l’ sento tanta pena dentro al core.
V. 21-22. Altrove: • Clic ti biso-
gna aver tanti riguardi Per con-
tentar un tuo disire onesto ? » —
r. 23-24. Altrove: » Chi non fu quando
pud, tardi si pente. » — e. 25. per
ronicienza ; cioè per iscrupolo di co-
scienza, per timore di commetter
peccato. — v. 27-30. Ne’ Rispelli
segg. • £ se tu pur restassi per paura
Di non perder la tua perfetta fama,
Usa qui l’ arte ; e poi molto ben
POLIZIZSO.
cura Che ingegno o clic cervello lui
quel clic t’ ama : S’ egli é discre-
to, non istar più dura. » —
r. 33-36. Ne’ Risp. spie. « Lasso !
mirando nel tuo aspetto fiso , La
faccia tua non è coni’ esser suo-
le : Dov’è fuggita tua belleza cu-
ra ? » E » .... beltà come un fior
s’ appassa e strugge. » — t>. 3S.
all’ ugge, all’ ombra ; ombra grave
c fredda.
13
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194
RISPETTI CONTINVATI.
Ch’ i’ maladisco Amore e chi gli crede :
Non vai nò bestemmiar nò maladire,
Chè a mio dispetto me '1 convien seguire. 4S
Vorre’ saper quel che ragion ne vuole
Furare il core a un fedele amante
E pascerlo di sguardi e di parole
Sanza pietà delle sue pene tante.
Non ti maravigliar s’ altri si duole,
Ch’ i’ non son di diaspro o di diamante.
Se non vuoi t’ accusi innanzi Amore,
Fammi contento o tu mi rendi il core. 56
Rendimi lo mio cuor, falsa giudea,
Chè più pietosa donna me’l domanda.
E s’ io non t’ amo come amar solea.
Amor per tua dureza me ’l comanda :
Per van pensieri e per tua voglia rea
Amor non vuol che '1 tempo indarno spanda.
Rendimi il cor, che me ’l furasti in prima.
Che dar lo voglio a chi ne fa più stima. C4
Ingrata, se tu m’ hai furato il core.
Non sa’ tu ben che render te ’l conviene ?
S’ esser isciolta vuoi del tuo errore.
Rendimi il cuore e fa’mi qualche bene.
Non sa’ tu che t’ è infamia e disonore
Tenere il servo tuo in tante pene?
Rendimi il core, e non mi far penare;
Che troppo dura cosa è l' aspettare. 72 '
Prendi bel tempo, innanzi che trapassi.
Gentil fanciulla, el fior degli anni tuoi :
V. la. Un lìisp. comincia : « Vor-
re’ saper per qual ragion si sia. * —
». 51. Ball. « Poi di parole c sguar-
di lo pascele. » — u. 55. Ne’ llitp.
apice. • Sai tu clic ti farò, se sarai
cruda ? Io mi dorrò di te iuuanii
Amore. • Dall. « L’ alma afflitta c
sbigottita Piange forte innanzi a Amo-
re. - — t>. 57-58. Zìi»/), tpicc. « Rendi-
mi il core, o giudea dispietata, Chè a
più pietosa donna il vo’ donare. * —
e. 63G4. Hiip. spiec. - Rendimi il
cor; che (u non gli dai (iosa: Che
il vo’ donare ad una più pietosa. »
— ». 73-74. Altrove: ■ Come non
pensi al dolce tempo ornai ? Chè in
van trapassa In stagion tua ver-
de. •
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RISPETTI CONTI?! VATI.
195
Se ’l dolco tempo trapassar lo lassi,
Prima pentuta tu ne s'ara’ poi
E prima piagneran gli occhi tuoi lassi :
El pentirsi da sezo non vai poi:
Tristo a colei che crede ristorare,
Quando e’ capei cominciono a ’mbiancare. so
A che ti gioverà tanta belleza.
Se tu con altri non ne tra’ diletto?
Che frutto arai di tanta tua durcza.
Se non pentirti in vano? arai dispetto.
Non ha sempre a durar tua gentileza :
Rammcntera’ti ancor quel eh’ io t’ ho detto.
Parmi che come un fior tuo’biltà caggia:
Dunchc prendi partito come saggia. ss
V. 79. ristorat e, riparare, rimcl- secolo XV ; tuo’ Lillà, tuo' fede,
lere il tempo perduto in gioventù. mie’ core o mie’ pena, tuo’ col-
— v. 81 e segg. Son ripetuti con pa ec. ; come anello oggi il po-
qualclie variante ne' Rispetti clic polo fiorentino dice la to' donna,
cominciano * Da poi eli* io vidi il me’ babbo o la me' mamma, la
il tuo leggiadro viso. • — v. S7. so' casa, cc. Si potrebbero raolli-
7*010 e fumo, meo c micio, saio plicare gli esempi i scritti; ma non
e suoio, per tuo, mio, c sito, sono importa. Ciò valga anche per gli
dell’ antico dialetto fiorentino ; onde altri luoghi di queste rime ne’ qua-
gli accorciamenti del l'oliziano e li il lettore si avverrà in simili idio-
il’ altri poeti non grammatici del tismi.
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19G
RISPETTI CONTESTATI.
II.
SERENATA
OVVERO
LETTERA IN ISTRAMBOTTI.1
() trionfante sopra ogni altra bella.
Gentile onesta c graziosa dama,
Ascolta cl canto con che ti favella
Colui che sopra ogni altra cosa t’ ama ;
Perchè tu sei la sua lucente stella,
E giorno e notte el tuo bel nome chiama.
Principalmente a salutar ti manda.
Poi mille volte ti si raccomanda. S
E priègati umilmente che tu degni
Considerar la sua perfetta fede ;
E che qualche pietà nel tuo cor regni.
Come a tanta belleza si richiede.
Egli ha veduto mille e mille segni
Della tua gentileza, et ogni or vede :
< Primo ita un coti, chigiuno la
pubblicò P. A. Secassi nella Cominia-
na tlcl 1765, monca, per iscrupolo,
delle ultime sei stanze; intiera la
diede dal Lnurenz. 44 (plul. 40)
W. ttoscoe nelle Appendici al voi. Ili
della Vita rii /.ornilo tir’ Medici ;
poi gli cdd. fior, del 1814 dal me-
desimo Laur. e dal Rioc. 2723.
V. 2. Dama, donna amata ; clic i
latini domina, c i trecentisti e cin-
quecentisti dissero donna ; è nel
Pulci: » Caduto son dirimpetto alla
dama, P' onde ho perduto il suo
amore... > (Morg. VII); ed è comunis-
sima al popolo toscano di città e
di contado. Rispetto popolare: « do-
tine bella, li vorrei per dama •
— n. 3-4. In una serenala del Monte
Amiata: « Ascolta quel che dice il
tuo diletto. • — e. 7-8. Nelle Let-
tere dei montanini pistoiesi (Race.
Tigri) • Vi do tanti saluti immanti-
nente » — ■ E di saloli ve ne mando
io Quanti ve ne possiate iuiagina- >
re. •
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RISPETTI CONTIN'VATI.
197
Or non chiede altro el tuo fedel suggetto.
Se non veder di que’ segni l’ effetto. 16
Sa ben che non è degno che tu 1’ ami.
Non è degno vedere i tuo’ begli occhi ;
Massime avendo tu tanti bei dami.
Che par che ogn’ un solo el tuo viso adocchi :
Ma perch’ e’ sa che onore e gloria brami
E stimi poco altre frasche e finocchi,
E lui sempre mai cerca farti onore.
Spera per questo entrarti un dì nel core. 21
Quel che non si conosce e non si vede.
Chi l’ ami 0 chi l’ apprezi non si truova :
E di qui nasce che tanta suo’ fede.
Non sendo conosciuta, non gli giova ;
Che troveria ne' belli occhi mercede.
Se tu facessi di lui qualche pruova ;
Ogn’ un zimbella, ogn’ un guata e vagheggia.
Lui sol per fedeltà esce di greggia. 32
V. 19. Dami. - Nelle dichiara-
zioni della Comm. del Moniglia,
La sema nobile, s’ osserva, che,
siccome le amate giovani furon
chiamale dame, esse vollero con-
traccambiare un tale onore fatto
da’loro amanti con chiamargli all’in-
contro dami, cioè loro «ignori e don-
ni, e che dipoi la voce damo si fece
tra noi comune, ma più nel contado,
dagli antichi non usata. » Murrini,
note al Cecco da Varlungn. « Non
saprà chi gliela manda. È il suo
damo si pulito » Lorenzo de' Me-
dici. • A un tratto damo e sposo
mi ti fai * Buonar. Tane. - Durasse
tanto la foglia agli ulivi, Per quanto
i dami dureranno a me » Risp.
toscani. — ». 20. al tuo viso:
edd. fior. 1814. — ». 21. glo-
ria t‘ ami, leggono i Codd. fior.,
il Roscoe e gli editori del 14:
brami, che abbiam riposto nel testo
per evitare la ripetizione della rima,
è del Cliig., seguito dal Strassi c
dal Silvestri, e del Cod. del signor G.
Vanzolini. — ». 22. Frasche e finac-
chi : vanità, apparenza, bagattelle.
Pandolfini. • comunicare con voi al-
tro che parole e frasche. • — ». 23.
Ed ei sempre mai, leggono gram-
maticalmente il Strassi e il Silve-
stri : ma l’ idiotismo del fui soggetto
piacque al Machiav., ni dispiacque
al Giusti « ... servitore ... Che suol
fare alla roba del padrone Come n
quella di tutti ha fatto lui. » —
». 26. mai non trova, Cod. Vau-
zolini. — ». 29. troverrc' ... menede,
Cod. Vanzolini. — ». 31. Zimbello.
Qui non par che significhi allctta,
lusinga, come metaforicamente in
nitri casi ; ma che figuri gli atti
e i modi dell’ amante leggiero o
instabile, paragonato all’ uccello che
serve a uso di zimbellare. — ». 32.
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198
RISPETTI CONTINVATI
E s' e’ potesse un dì solo soletto ,
Trovarsi teco sanza gelosia
Sanza paura sanza niun sospetto,
E raccontarti la suo’ pena ria ;
Mille e mille sospiri uscir del petto
E’ tuo’ begli occhi lacrimar faria :
E s’ e’ sapessi aprir bene il suo core,
Ne crederebbe acquistare el tuo amore. 40
Tu sei de’ tuo’ begli anni ora in su T fiore,
Tu'sei nel colmo della tua belleza :
Se di donarla non ti fai onore.
Te la torrà per forza la vecchieza ;
Che ’l tempo vola, e non s’ arreston l’ ore,
E la rosa sfiorita non s’ appreza :
Dunque allo amante tuo fanne un presente :
Chi non fa quando può, tardi si pente. 4S
El tempo fugge, e tu fuggir lo lassi,
Che non ha ’l mondo la più cara cosa ;
E se tu aspetti che ’1 maggio trapassi.
In van cercherai poi di cór la rosa.
Accettammo nel testo questo verso
come da altri codd. riportarono in
nota gli edd. fior, del U. Il Laur. se-
guito dal Roscoe legge « /’ tol per fe-
deltà eleo ; ■ il Scrassi e il Silvestri,
pur correggendo il lui, stampano
secondo il Cliig. conformemente a
noi Ei 10 1 ec. Il cod. Vanioliui ha,
■ Che tal per fedeltà etee di greggia : »
non chiaro. Gli edd. del 14 stampano
• Ha fuor che lui ogni altri ti di-
leggia, » com’ è nel Rice., sebbene
di carattere diverso da quello degli
altri versi e sebbene in vece d' ogni
altri abbia ogn’ uno. — v. 34-35.
lenza ; le stampe, qui e altrove sem-
pre. Ma lama era comune agli an-
tichi e al popolo fiorentino, nè è
disparito affatto da tutti i dialetti
toscani. — f. 37. Mille, mille, edit.
del 4SI 4. — ». 39. Accettammo nel
testo la lei. del Ser. e del Silv. deri-
vata dal cod. chig. e che è pur quella
del cod. Vanz. Il Rice, legge : « È i‘ e’
tapeste iene el tuo core ; » il Laur.
seguito dal Roscoe : « E le lapeisi
bene aprire il tuo core ; » gli edit.
del 14 credettero aver tutto acconcio
pel meglio, stampando • E te tapine
bene aprire il core. • — e. 42. del
colmo, codd. Laur. c Ricc. — v. 43-44.
Teocr. id. 25: • E bella è la forma
puerile, ma breve vive. » (Edd. del
14.) — o. 51-52. Teocr. id. cit. • E
la rosa è bella, e il tempo la pu-
trefà. » Ausonio: • Htec, modo qute
loto rutilnverut igne comarum. Pal-
lida collapsis deseritur foliis. Mirntur
celerem fugitivu retate rapinai». Et
dum nascuntur cousenuisse rosas. •
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RISPETTI CONTINVATI.
199
Quel che non si fa presto, mar poi fassi :
Or che tu puoi, non istar più pensosa ;
Piglia el tempo che fugge pel ciuffetlo.
Prima che nasca qualche stran sospetto.
Egli è nello in tra due pur troppo stato,
E non sa s' e’ si dorme o s’ e’ s’ è desto
0 s’ egli è sciolto o s’ egli è pur legato :
Deh fa’ un colpo, dama, e sic per resto.
Hai tu piacer di tenerlo impiccato ?
0 tu l’ affoga o tu taglia il capresto.
Non più, per dio : questa ciriegia abbocca :
0 tu stendi ornai l’ arco o tu lo scocca.
Tu lo pasci di frasche e di parole.
Di risi e cenni, di vesciche e vento,
(.Eli. del ti.) Un epigr. dell’ Aulii. I)i lei che fugge c poi s’ altende
lai. del Burmanno - Die, quid agis, in vano. • (Ed. dèi 14.) — ». 57.
formosa Venus, si ncscis amanti la iba dce. Frase anche de’ greci:
Ferie vicern ? perii ornile decus, Cullili!., I: ’en (loie nàia lliymós ;
dum deperii ictus. Marcent post ro- clic il Sulvini traduce - in due è il
rem viola: ; rosa pcrilit odorem ; Li- cuore. » (Ed. del 14.) Petr. « D’ ob-
lia posi vernimi posilo candore li- bnndonarmi fu spesso in Ira due. »
quescunt. Ilice metnus esempla, prc- Sostantivamente I* usò anche M. Vili,
cor: tu semper amanti Redde vi- « Stando in questo in tra due. » —
cem :... » Seraf. Aquilano, ne’ suoi e. 58. se ti dorme o se s’ è detto, Edd.
Stranili .; • Riguarda, donna, come il flor. del 14. — ». (IO. pel resto , le si.
tempo vola Ed ogni cosa corre alla Forse i locuzione simile a fare resto
sua fine: In breve si fa oscura ogui che vale terminare, finire ,• o a far
viola, Cascai! le rose e restali poi del resto che per melufora tratta dal
le spine ... Dunque conosci il tuo giuoco vale arrischiare il lutto. Pare
tempo felice... » — ». 53. cosi i Coild. che si debba intendere, falla finita.
lior. e quello dei Vantotini. Le st. — ». 63. imbocca, cod. rlcc. o edd.
inai non fassi. — ». 55. Pigliare il fior. 1S14. questa ciriegia abbocca:
tempo pel ciuffetlo, vulc goderlo: pare che figuratamente debba signi-
Orazio, carpe dicm. Cosi abbiamo ficaie : metti mano a quest’opera, co-
tener la fortuna pel ciuffetlo per mincia l' impresa. — ». 65 66. Pasci
averla seconda , favorevole. Ciuffetlo di frasche. Vedi sopra, verso 22.
si dice a’ capelli che soprasluono Galateo: « animi nobili che nou
alla fronte e che sono più lunghi si pascono di frasche e d' apparen-
dogli altri. Iacopo Soldani nella sai. ze. » vesciche, ciarle. Pascer di
contro i filosofi dà questo nomedi vento significa dar chiacchiere, trai-
ciuffo alla chioma della Fortuna : tenere con cose volle (Edd. fior.
« Per afferrar lo sventolante ciuffo del 14). « Dietro a queste fra-
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RISPETTI CONTINVATI.
E di’ che gli vuoi bene e che ti duole
Di non poterlo far, dama, contento.
Ogni cosa è possibile a chi vuole.
Pur che ’l foco lavori un poco drento.
Non più pratiche ornai ; faccisi l’ opra,
Prima che a fatto questo amor si scopra. 7-’
Ch’ egli ha deliberato e posto in sodo.
Se gli dovessi esser cavato il core,
Di cercare ogni via ogni arte e modo
Per córre e’ frutti un dì di tanto amore.
Scior gli conviene o tagliar questo nodo ;
Pur sempre intende salvarti l’ onore.
Ma e’ convien, dama, che anco tu aguzi.
Per venire ad effetto, e’ tuo’ ferruzi. so
E se tu pur restassi per paura
Di non perder la tua perfetta fama,
Usa qui l’ arte e pon molto ben cura
Che ingegno o che cervello ha quel che t’ ama.
S’ egli è discreto, non istar più dura,
Chè piu si scopre quanto più si brama ;
Cerca de’ modi, truova qualche mezo,
selle andarmi pascendo di vento. »
Boec. — ri. 70. Pureliè 1’ amor tuo
sia cosi possente c sentito da indur-
ti a far qualche cosa per me. La-
vorare dicesi di ciò che ha virtù
cd efficacia ad operare : Cavale.,
• In vano s' affatica la lingua..., se
lo spirito santo non lavora dentro
nel cuore. — i. 7t. Non più maneggi,
non più trattati ; veniamo al fatto.
Var. Non più pratiche : ornai , le st.,
fuorché la Comin. — t>. 72. Egli ha
deliberalo, Serassi e Silvestri. Poeto
tu rodo: sinonimo .di ha deliberato,
secondo il Varchi nell' Ercnl.: • avea
deliberato, o, come dicono i villani,
posto in sodo di voler fare alcuna
tosa. • — o. 79-80. all' effetto, Ser.
e Silvestri. Aguzzare i ferri o i frr-
ruzzi: assottigliare I' ingegno (lat.
omnee nervm intendere) : adoprar
tutti gli strattagemmi, tutte lo fi-
nezze, tutte le astuzie. Pule. Morg.
« Iscrisse dunque la regina a Gami
Che dovesse aguzzar tutti i Terrazzi »
fEdd. fior, del 14). — e. 83. Correg-
gemmo colla lezione dei MSS. Trivul-
ziuni recata da G. A. Maggi nell’Ap-
pendice al voi. Ili, p. Il della Propo-
eta di V. Monti e accolla dal Silvestri ;
Icz. eh’ è pur quella del cod. Van-
zolini. I codd. fior, c gli edd. del li
leggevano : e poi mollo ben cura. —
v. 84. e elle cervello. Silvestri. —
v. 87. Ecco, in barba ai compilatori
de' cataloghi di francesismi e modi
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RISPETTI CO.NTINVATI. 201
E non tener troppo el cavallo al rczo. és
Se tu guardassi a parole di frati,
l’ direi, dama, che tu fussi sciocca.
E’ sanno ben riprendere e' peccati.
Ma non s’ accorda el resto colla bocca :
E tutti siam d’ una pece macchiati.
Io ho cantato pur ; zara a chi tocca.
Poi quel proverbio del diavolo è vero.
Che non è, come si dipigne, nero. oc
E’ non ti diè tanta helleza Iddio,
Perchè la tenga sempre ascosa in seno;
Ma perchè ne contenti, al parer mio,
El servo tuo di fede c d’ amor pieno.
Nò creder tu che sia peccato rio.
Per esser d’altri, uscire un po’ del freno;
Che, se ne dai a lui quanto è bastanza.
Non si vuol gittar via quel che t' avanza. 10*
Egli è pur meglio e più a Dio accetto
errati e di tutti i tirannelli che vor-
rebber ristringer la lingua nei li-
mili della loro presuntuosa igno-
ranza, ecco un autorevolissimo c
fiorcntinissimo esempio di mezzo
nel significato di modo, espediente,
parlilo cc. — ». 88. Il Monti nella
Prop. interpetra tenere ni rezzo per
tenere in ozio. — v. 89-90. Lorenzo
de’ Medici nella burlesca confessione,
• Io mi ricordo ancor d’ altri pecca-
ti : Clic per ir drieto a parole di frati
Molli dolci piaceri ho già lasciali:
Di questo ancora i’ mi fo coscienza »
— o. 93. Pelr. • Che tutti siam mac-
chiati d’una pece.* (Edd. fior. del 14.)
Proverbialmente, vale onere i mede-
timi difelli. — v. 94. conialo, le si.,
eccetto Roscoe. — zara a chi tocca.
Proverbio che vale n chi ella tocca ,
tuo danno. Potali'. * Zara a chi tocca :
i’ ho vóto il borsello. • (Edd. fior.
del 14.) Buti, Comment. Purg. VI:
• questo giuoco si chiama zara per li
punti divietati, che sono in tre dadi,
da sette in giù e da quattordici in sn :
però quando veggonoquelli puntigli-
cono li giocatori zara. — ». 95-96. Mo-
do proverbiale per significare che la
cosa non è poi tanto grave come si dà
a credere. Cani, carnesc. con maggior
novità: • E poi chi vede il diavol dado-
vero Lo vede con men corna e manco
nero.» — v. 97. E non li dii, lesi.—
e. 101-102. Non creder , cod. fico, e
stampe. Per etter d'altri, cioè, per-
chè tu sia d’ altri, quantunque tu ap-
partenga ad altri. Arieggiano a questa
ottava certi versi di Serof. Aquilano.
• T’ ha data qualche grazia la natura,
Che la trionfi e che lu stimi cara :
Però vendemmia P uva eh' 6 matura,
E non esser di te a tc stessa avara. •
— ». 103. è a bastanza, cod. Vanz.
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202
RISPETTI CONTIKVATI.
Far qualche bene al povero affamato.
Che, appresentato nel divin cospetto,
Cento per un ti fia remunerato.
Dòtti tre volte della man nel petto*
E di’ tuo’ colpa di questo peccato.
E’ non vuol troppo ; e’ basta che ragruzoli
Sotto la mensa tua di que’ minuzoli. H2
E però, dama, rompi un tratto el ghiaccio.
Assaggia anche tu il frutto dello amore.
Quando l’ argante tuo ti arò poi in braccio.
D’aver tanto indugiato arai dolore.
Questi mariti non ne sanno straccio.
Perchè non hanno si infiammato el core :
Cosa desiderata assai più giova;
E se noi credi, fanne pur la pruova. 120
Questo mio ragionare è un vangelo.
Io t’ ho cantato apertamente tutto.
So che nell’ uovo tu conosci il pelo,
V. 107. Il Roscoe, gli edd. fior,
ilei 14 c lor seguaci leggano in
onta alla sintassi ha presentato, e
pretentato poi, quando questa ottava
c ripetuta in un de' seguenti compo-
nimenti. Col Maggi e Silvestri e col-
1' autorità de’ codd. che hanno aprc-
tenlato, abbiamo corretto. Di lor ar-
bitrio e male gli editi, del 22: Che,
t' hai preitato. il cod. Vani, che
prctcntato. — ». 108. ti sia, edd. fior,
del li: rimeritato , cod. Vaiu. —
». 110. di’ tua colpa, di’ quello pec-
cato, Edd. fior, del 14. Correggemmo
col Silvestri. Allude profanamente al
confiteor, e ricorda quel di frale Ri-
naldo nella n. Ili, g. VII, del Dee.
« Io non dico eh’ e’ non sia peccato :
ma de’ maggiori perdona Iddio a chi
si pente. » -— ». Ili. Raggruzzolare :
mettere insieme, ammassare. (Edd.
fior, del 14.) — ». 113. donna, Cod.
laur c si. — Rompi un tratto el ghiac-
cio. Monosino, lib. 5: >Se alcuno mette
mano per primo a qualche affare e
cosi apre in un certo modo la via agli
nitri, dicesi di lui : Egli ha rotto
il ghiaccio. • (Edd. fior, del 14.) Di-
cesi anche rompere il guado, c vale
aprir la itrada o il patto in al-
cuna congiuntura difficile. Ovidio
consiglia l’amatore « cera vadum
lentet. » — ». 115. l’amante tuo
arai poi : cod. Vani. — ». 117.
itraccio, figuratamente vale nulla,
punto, massime eoi verbi fare e sa-
pere. Remi, Ori. XXXlb • Credeva
il pover uom di saper fare Quello
esercizio, e uon nc sapea straccio. »
— ». 119. giova, piuce. — ». 121. È
un vangelo, dicesi di cosa o sentenza
che sia o si creda verissima. — ». 122.
t’ ho contato .*cod. laur. est. — ». 123.
Conatcere o vedere o trovare il pel
nell' uovo vale saper considerare ogni
minuzia: latinamente, venturam per
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RISPETTI CONTIfìVATI. 203
E sapra’ne ben trarre el ver construtto.
E s’ io arò punto di favor dal cielo.
Forse ne nascerà qualche buon frutto.
Fatti con Dio, che ’l troppo dire offende :
Chi è savia e discreta presto intende. iss
III.1
Oimò, signora mia, perché t' adiri
dioptramprospiccrc. Malmant. Ili, 50 :
« Ma quella elle conosce il pel nel-
1’ uovo S'accorge clic son tulle in-
venzioni. • Giusti, Sortii. • ..un ser
Vicario già n’ era avvisalo Famoso
per trovare il pel nell’ uovo. ■ —
v. 124. Conslrulto, qui, il sentimen-
to, la conclusione vera. — v. 125.
punto favor, cod. Rice, e Vani. —
p. 127. Fòlli con Dio, formula di sa-
luto c di congedo clic gli antichi
usavano volentieri come noi oggi
addio. — p. 128. lina serenata tose,
popol. finisce: • Ascolta quel clic dice
e quel che vuole : A buono intendilo!'
poche parole. Ascolta quel che dice
e quel che manda : Al buono intcn-
ditor s’ arracomanda. »
« Furono pubblicate da chi cura
questa edizione nel primo quaderno
del giornale letterario II Poliziano ,
con innanzi (eseguenti parole: • Que-
ste dirci stanze ho copiato da un co-
dice cartaceo in foglio, 2723 de’ ric-
cardinni, scritto negli ultimi anni del
secolo XV; dove stanno a c. 43 retro,
dopo ed innanzi ad altre che sono
conosciute da tutti come del Polizia-
no. Hanno in fronte le Iniziali L. M.
Ma nè il Roscoe o chi per esso cercò
nelle scritture di Lorenzo de' Medici,
nè gli edd. fior, del 1825 che tanti
e tanti codici di esso Medici pote-
rono agevolmente vedere, trovarono
che mai fossero attribuite a lui
queste. Di piò; il cod. ricc. è li-
berale al Medici di cose non sue;
gli dà la ballala Quello motivarli
adirala di fare, certamente del Poli-
ziano e per autorità di altri codici c
per somiglianza di maniera; gli dà
altre due ballate, Chi non ta com' è
fallo il paradiso, c lìenedetlo ile 'l
giorno e l' ora c ’l punto, composte
per Ippolita Leoncina da Prato, la
quale non si sa che fosse amoreg-
giata c cantata dal Magnifico, da
messer Angelo sì ; c di fatto col
nome di Angelo Poliziano le pub-
blicò poi du un manoscritto del semi-
nario fiorentino I’ accademico Rigoli
nel suo Saggio di rime inedite dal
XIV al XVIII secolo (Firenze, Ron-
chi, 1825). Ciò tutto insieme mi
fe sospettare non quelle stanze fos-
sero del Poliziano ; tanto piò che
la maniera efficace e aspra, la forma
rude e scheggiala del Magnifico io
non ci trovavo ; si le sentivo piene
fluenti abbandonate, e la rosea fa-
cilità del Poliziano (talora popolar-
mente non mai rozzamente e barba-
rumente scorretta) mi vi splendeva
dentro. E il sospetto si fe certezza,
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20i RISPETTI CONTINUATI.
Col tuo servo fedel sanza cagione?
Perché gli dai ognor nuovi martiri
Sanza difetto c contra ogni ragione ?
Tu tien mia vita in lacrime e sospiri
Per poca fede e falsa opinione :
Lascia, li prego, ogni ragion. . . ;
Chè sola al mondo t’ amo, e tu lo. . . S
Nè morte nè mai altro potrà fare
Ch’ i’ non t’ abbi nel cor a tutte l’ ore :
Nè cosa alcuna potrà mai mutare
Quel voler che t’ elesse per signore.
Nè resterò già mai di lacrimare.
Poi che sol pianto disia el mio core :
Nè cosa alcuna sia che mi conforte,
Sol eh’ io speri trovarti o in vita o in morte. 16
Quando riveggo el tuo leggiadro volto.
Vie più s’ infiamma el mio misero core.
Io mi solevo andar libero e sciolto.
Or nelle forze sue mi tiene Amore.
almeno per me ; quando ci trovai
tanti concetti e frasi e forme, tante
intooaturc c chiuse ed emistichi di
versi, come già mi si erano appresi
alla mente dalla lettura delle rime
del Poliziano; e in ultimo anche
un’ottava ripetuta fra altre del no-
stro autore e nel codice stesso e
nelle stampe dal 4814 in giù. E
deliberai pubblicarle ; portando in
nota certe congetture di restituzione
dove per guasto del codice il testo
è manco, e alcune delle somiglianze
che mi 6 avvenuto di osservorc fra
questi e altri versi del poeta nostro
a stampa. •
V'. 2. Servo fedel. Spesso I’ usa il
Poliziano: Vedrette questo servo ti
fedele : .... nella fotta Vedrai sepolto
il tuo servo fedele : Il servo tuo di
fede e d’ amor pieno. — e. 7 8. Forse
è da restituire cosi : ogni ragion di
lai ; .... e tu lo sai. — v. 910. Co-
minciamenti d’altre stanze, Ac morte
poiria far eh’ io non v’amassi, e Aon
potrà mai tanta vostra durezza Dal
petto trarmi l' amoroso fuoco : fine
di una stanza, £ non potrà però mai
fare il cielo Ch’ io non l’ onori ed
ami di buon zelo. — «.12. Signore.
Spesso il Poliziano da questo ipoco-
rismo alia donna amata :£ se' sem-
pre il mio signore : Deh, pietà di
me, signore, e .... penso a te, gentil
signore. Cosi anche gli altri autori
contemporanci di canzoni a ballo,
per uso venuto dai provenzali e
da’ duecentisti che dicevano dolce men
sire a madonna. Anzi Cino in alcun
luogo chiama bel cavaliere una bella
donna. — c. 17-24. E la 40 nella serie
di stanze che nelle altre stampe co-
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RISPETTI CONTINVÀTI. 205
ben creilo eh’ i’sarù prima sepolto,
Ch’ i’ esca mai di tanti affanni foro :
Poi che questo m’ è dato in dura sorte.
Disposto sono a portarne la morte. 24
Per dio, madonna, donami soccorso.
Perdi’ io non mora giovinetto amando :
Tu hai le redini in man del duro morso,
E di me puoi disporne al tuo comando.
l’ son per te in tal dolor transcorso.
Che son per dare alla mia vita bando :
ben potrai tener cara tua belleza.
Se. . . l’ amante che tanto t’ appreza. 02
Soccorrimi oramai, prima che morte
Chiuda questi occhi e li spiriti lassi ;
Muta la voglia dispietata e forte,
Che le mie voci avrian già mossi i sassi.
S’ a te servire il ciel mi diè per sorte.
Per che sanza ragion morir mi lassi ?
Soccorrimi oramai : merzò chiamando
Finir mi sento il core in te sperando. 40
Che debbo io più, meschino !, ornai pensare
D’ aver riposo in questo mondo 0 pace “
niiucianu l' seminai il campo: il ine-
renti nelle già edile gli ultimi due
Tersi. — ». 47. Altri Rispetti comin-
ciano, Da poi ch'io vidi il Ino leg-
giadro viso. — t. 23-24. Nota la
rima orlo ripetuta in fine a due olia-
re di séguito. Frequente nel Poli-
ziano. specialmente con morie e for-
te : Dito dal ciel mi fa questo pi:n
some ; Ch ' i' fusti vostro in vita e
dopo morte (dove tu vedi anche somi-
glianza di parole e modi) : Che questo
è solo a me dito rea soiite, Ni scior
mi può da lei se non la morte : E poi
che vuol cosi mia duiu soste, Fermo
son di servire in fino a morte: e
altri molli. — v. 24. Altrove, /' so n
contento morte sofferire. — e. 25.
Altrove, Soccorrimi, per dio ... Pietà,
donna, per dio. — r. 27. Altrove,
Morte torri dal core il duco aonsn.
— t>. 29-30. Quante volte anche nelle
rime! Vedi ediz. Silvestri, pag. 418
e 119, 425 c 426, 435, 439 - r. 32.
Forse : se muor. — 0. 34. Altrove,
Questi occhi chiusi Da morte. — -
t>. 36. Altrove, lo ho mosti a pietà
già questi sassi. — v. 37. Vedi sopra
la nota al verso 23 e 24 ; e nota
la rima orle nuovamente a mezzo
I’ ottava, come spesso nei versi già
editi. — v. 39. Nota la ripetizione
soccorrimi, e vedila anche a pag. 445
e 446 dell’ ediz Silvestri, st. 49 e 20.
— r. 44-48. I concetti di questa «
della seguente stanza sono gran
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20G
RISPETTI CONTINVATI.
A chi mi (leggio, lasso !, richiamare
Di tanto foco che ’l mio cor disface ?
A chi verrà pietà del mio stentare ?
0 cruda morte, o lacrime vivace,
A voi ritorno ; poi eh’ ogni altra cosa
A me meschino, misero 1, è noiosa. 4S
In mille modi io ho provato e pruovo
Volger la voglia tua ch’é tanto dura ;
Di giorno in giorno più crudel ti truovo :
Languir mi vedi, e di me non hai cura :
E1 mio servire e ’l mio pregar t’ è nuovo,
E1 mio penar con te non ha ventura.
Donna non vidi mai sotto le stelle
Più bella in vista c nel cor più. ... so
Se tu sapessi el duol che l’ alma attrista
E mostrar ti potessi el tristo core,
So che saresti più dolce in vista
E ti dorresti del tuo lungo errore.
Per crudeltà già mai gloria s’ acquista
Nò per far consumare un servitore :
Benché sie mio signore, io servo umile.
Quanto più umana tanto più gentile. C4
Se morte o tua merzò non viene ormai
A trar quest’ alma dall’ ardente foco,
Girò disperso per sfogar mie’ guai
Piangendo il mio destino in ogni loco :
E tu, donna crudel, cagion sarai
parte delie rime del nostro autore :
e chi ha I’ orecchio avvezzo all’ ar-
monia dell’ ottava del Poliziano ne
sentirà qui c nella seguente tutti
i toni e le gradazioni. Avvertasi an-
che al v. 46 quel vivace femminile
nel numero del più; sgrammatica*
turu, secondo l* odierno rigorismo,
in cui ei siamo già avvenuti e ci
avverremodi nuovo. — v. 66. Forse:
più ribelle. — 1>. 57. Intonazione si-
mile all’ altra Se hi sapessi guani’ è
gran dolcezza.... Tu porresti da parie
ogni durezza. — r. 59. Il verso è
monco o almeno inarmonico : forse
innanzi al più era un vie ; c chi
scrisse il codice lo lasciò, come
spesso altre parole. — t>. 60. Altrove.
Tu li dorresti aver tanlo indugialo.
— v. 63-G4. Cosi nel codice : né su
cavarne costrutto. Servo umile : Al-
trove, Al tuo servo lauto umile.
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RISPETTI CONTINVÀTI. 207
Ch’ i’ mi consumi e strugga a poco a poco.
Però, se m’ ami come m’ hai mostrato,
Non sia cagion eh’ i’ mora disperato. 72
Piangete, occhi dolenti, e non restate ;
Piangete sempre, accompagnate il core;
Piangete sempre, per fin che lasciate
Li spiriti affannati in gran dolore :
E quando il corpo stanco abbandonate.
Piangendo andate bestemmiando Amore :
E siate esemplo a chi spera merzede
in cui non è nè fu mai fede. 80
IV.1
E’ mi convien da te spesso partire,
Poi che la mia infelice sorte vuole;
E non potendo il suo voler fuggire
Son sforzato a far quel che più mi duole
Lassoti il cor che non mi può servire.
V. 72. sia: qui seconda persona
singolare dell* imperativo. — e. 73.
Altre stanze cominciano Piangete,
occhi, da poi ... e Piangete, occhi
dolenti, e il cor con voi Pianga. —
v. 71. Altrove gli occhi fanno al
cor dolente compagnia. — v. 75-80.
Gli occhi che devono lasciare gli
spirili, abbandonare il corpo, an-
dare bestemmiando amore, essere
esempio, a molti non piaceranno:
ed io non darò già il torto a quei
molti. — v. 80. Forse diceva Da o
In donna.
1 Dal Cod. riveardiano 2723. Cre-
diamo dover inserire queste stanze
fra i Rispetti continuali. L' ediz.
(ior. del -1814 seguita da tutte le
posteriori le mescolò (pag. 78-86)
ad altre che sono evidentemente
Rispetti spicciolali. Un accenno ti
qualche distinzione l' abbiamo an-
che nel cod.; il quale dopo la ot-
tava che nella serie dell’ ediz. fior,
è IX (pag. 81) manca di due car-
te; ricominciando poi con le stan-
ze. Quand’ io ti cominciai e Non so
per guai ragion, alle quali séguitu
quella che è prima di queste nostre.
Ma la ottava Quand' io ti cominciai
è il principio di altro componimento
che riporteremo per innanzi: l’al-
tra non ha attenenza alcuna con
l’argomento di queste otto, clic è
uu lamento in occusione di par-
tenza dalla donna amata ; dunque la
riserbammo pei Rispetti spicciolati.
F. 2. il vuole , le st.
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208
RISPETTI CONTINVATI.
Che resta incatenato ove si suole.
Cosi parton da te mia membra spesso :
Ma lo spirito ogn’ or, donna, t’ è presso. s
Tu pensi eh’ i’ mi sia da te rimosso.
Non mi vedendo ; e pur son teco ogni ora :
E s’ i’ volessi ben fuggir, non posso.
Nè viver sanza te, madonna, un’ ora.
Le catene crudel eh’ i’ porto a dosso
Mi terranno prigion per fin eh’ i’ mora :
Nè so, poi che la carne fia sotterra.
Se lo spirto uscirà di tanta guerra. iò
Tal’ or il corpo mio da te si parte
Seguendo suo’ crudel disavventura
Contro a cui non mi vale o ’ngegno o arte.
Si è la sorte mia spietata e dura :
Ma ti resta di me la miglior parte.
Dunche, com’ hai del mio partir paura ?
Se alle volte da te il cor si move,
L' anima sai che non può stare altrove. 2*
Perchè hai tu, donna, il mie' partire a sdegno?
Chè sai pur coni’ io vo contro a mia voglia,
E per sin eh’ a vederti non rivegno
Non sarà la mia vita altro che doglia.
Non ha’ tu di mia fede il cor in pegno
Con sicurtà che mai da te si scioglie» ?
Perch’ è ne’ lacci tuoi stretto si forte
V. 9-16. Si noti la somiglianza clic
con questa e in parte con le ante-
cedenti stanze hanno i seguenti versi
ti’ un montanino pistoiese pubblicati
tini chiarissimo prof. Giuliani per
nozze : benché ne’ versi del monta-
nino parrà ad alcuni di trovare mag-
gior gentilezza d’afTelto e di nume-
ro. Eccoli : ■ Benché lontano sia,
beuchè distante Dagli occhi vostri
questo cor dolente, La lontananza
non sarà bastante Ch’ io mi scordi
di voi, stella lucicute: Bencli’ io non
veda il vostro bel sembiante, Dove
l’occhio non può, verrà la mente;
Verrà la mente, se ■’ occhio non
puole. A rivedere voi, tuciente sole. •
— 0.22. Dum/uc, lesi. — r. 23. il mio
cor, le st. Ma l'aggiunta è inutile;
ehi sappia che dopo un monosillabo
l’elisione della sillaba che segue co-
minciarne per vocale non è necessa-
ria, anzi non è quasi mai fatta dagli
antichi. — r. 21 I.' anima hai (u,le si.
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RISPETTI CONTENTATI.
50!)
CU" a pena il può far libero la morte. ài
Quando penso, amor mio, che ’l giorno è presso
Che prender mi convien si lunga via,
E con sospiri abandonar me stesso
Lassando la tuo’ dolze compagnia,
E che il ben che speranza m’ha promesso
Come polvere el vento porta via,
Son Costretto a portare invidia al core ;
Ch’ i’ parto, o lui rimane al mio signore. 4j
Già non m’ incresce di lasciare il core
Che resta volentier col suo disio ;
Ma che sic poco accetto al mio signore
Che già mi si mostrò clemente c pio.
Questo raddoppia il mio grave dolore.
Questo fa troppo acerbo il partir mio.
Questo è cagion che mai sarò contento ;
Ch’ i’ vo con pena e ’l cor sta con tormento. 4S
Passo senza dormir le notti tutte
Mentre te, donna, sospirando chiamo ;
Nè ho del pianto mai le luci asciutte,
Perch’ io lascio i begli occhi eh’ i’ tanto amo.
Le membra sento irtdebilite e strutte,
Tal che per manco mal la morte bramo :
E certo i’ non sarei vivo quest’ ora.
Se non eh’ i’ spero rivederti ancora. co
Se non fusse che spero venir presto
Ov’ io possa vederti, anima mia,
El viver sanza te m’ è si molesto
V. 40. E lui rima n tuo servi-
lare, ediz. fior. 1814. La dizione
tuo servitore leggesi in margine del
coti., ma d’altra mano, forse di qual-
che sopracciò in grammatica, cui
pareva sconcordanza il signore ri-
ferito a donna. Il grammaticale Sil-
vestri legge. Ed ei riman tuo ser-
vitore. — e. 48. Nè pur questa volta
accettiamo la correzione marginale
l’OUZIAKO.
del cod. elle porta resta in tormento,
perchè è evidente che sta con tormen-
to è detto per contrapposizione a vo
con pena : ma I' accettarono le altre
stampe. — t>. 49-52. Il montauiòo
sopra citato : « Alla mattina appena
fatto giorno Mi venne l’ ora di dover
partire : La notte non potei dormire
un sonno, Cliè la mia vita sentivo
languire. • — t>. 53. indebolite, le st.
14
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•210
RISPETTI CONTINVATI.
Che già sol di dolor morto saria.
Pur col bene sperar contento resto.
Nè credo sempre aver sorte sì ria :
Le gravi pene e ’l gran foco ov’ io ardo
Mi può levare un tuo benigno sguardo. C4
V.1
Poi che in pianto in sospir passo il di tutto.
La sera al men mi riposassi un poco,
E stessi un’ ora sol col viso asciutto
Non sentendo l’ ardor dell’ empio fuoco.
Che m’ ha si consumato il core e strutto
Che non mi vale or mai tempo nò loco.
Ma ogni grazia in vano ad Amor chieggio :
Sto male il giorno e poi la notte peggio. 0
Godi, donna crudel, poi che tu m’ hai
Condotto amando in miserabil loco ;
Trionfa or delle pene che mi dai.
Del dolor che ini strugge a poco a poco ;
Prendi gloria e diletto de’ mie’ guai ;
Pasci ben gli occhi tuoi del mio gran foco :
Quando l’ animo «arai del mio mal sazio.
Forse t’ increscerà di tanto strazio. to
Merzede or mai, eh’ i’ mi consumo et ardo
Aspettando al mie’ mal qualche conforto ;
Che s’ è per mia disgrazia a venir tardo.
K. 63. e'I grave fuoco ov'ardo,
le st.
1 Queste ottave stanno nel coi),
lice, tutte di séguito, si veramente
die sono unite all' ultime due del
componimento antecedente; clic 6
manifesto errore di chi molto dopo
al tempo in cui il cod. fu scritto
volle c non seppe distinguere i ri-
spetti copiati da prima senza niun
segno distintivo.
V. 4. Non so come gli edd. fior,
del 1 S (4 leggessero Non s'accendi
l' ardor dell' empio foco. Il Maggi
indovinò la vera lezione del codice,
che fu ammessa nella stampa del
Silvestri. — e. 49. Accettammo hi
correzione del Silvestri : il cod. e
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RISPETTI CONTIN'VATI.
211
El viver mio sarà doglioso e corto.
E se non fusse alcun soave sguardo
De’ tuo’ begli occhi, i’ mi sarei già morto :
Con questo a stento si mantien mia vita ;
Però conviemmi aver maggior aita. 24
Ben saria tempo, Amore, avere scosso
Dal collo il giogo tuo molesto e grave ;
Poi che ’n tanti martir piegar non posso
Quella a cui détti del mio cor la chiave.
Ma so che pria sarò da me rimosso
Che ’l mal eh’ i’ ho per lei non sia suave :
Cosi dura come è nel cor la porto :
Di lei son vivo e suo voglio esser morto. 52
Se di questo erudel strazio e dispetto
Ti risultassi commodo et onore.
Arei tanto piacer del tuo diletto
Che mi parria suave ogni dolore :
Ma perché a torto uccidere un subietto
È iattura et infamia del signore,
M’ increscc assai del mio mortale affanno
Ma molto più di tuo’ vergogna e danno. 40
Vinto dalla dureza del tuo petto
Ov’ io non seppi ancor trovar merzede.
Ho cerco in altra trasferir l’ affetto
La mia devota servitute e fede :
\
Ma è ne’ lacci tuoi mio cor sì stretto
Che di spiccarsi alcuna via non vede :
E poi che vuol cosi mie’ dura sorte.
te st. fior, del 1814 leggono Clte se
per ec. — v. 20. Accettammo la cor-
rezione del Silvestri: il cod. e l’ediz.
fior, isti leggono venir mio. —
v. 25. E qui pure accettammo la
correzione proposta dal Maggi c pas-
sata nell’ ediz. Silvestri: il cod. c
l’ediz. fior. 1814 leggono Hai torà
tempo. . — v. 29. Gli cdd. fior. 1814
stampavano fi/a se pria tari cc. : il
Silvestri riparava ai danni del metro
ma non del senso, correggendo fila
se prima. E por la lezione nostra
bella e chiarissima è quella del co-
dice. — v. 34. Il cod. legge Tu risul-
tassi commollo el onore: gli cdd. fior.
1814 stamparono Tu risultassi con
modo cd onore : onde le querele della
Critica in quella farsa del Monti clic è
nel voi. HI, parte li, della Proposta ,
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RISPETTI CONTI.NVATI.
Fermo son di servire in sino a morte. 4S
Foss’ io pur certo nella morte al meno
Poter 1’ aspra catena all’ alma tórre,
Ch’ io ardirei con ferro o con veneno
Queste languide membra in terra porre 1
Ma ehi sa se morendo Amor vien meno
0 se può stringer l’ alma e ’l corpo sciorre ?
Vivendo il ciel mi sforza esser tuo’ preda :
Nè so dopo el morir quel eh’ io mi creda. so
VI.1
Da poi eh’ io vidi el tuo leggiadro viso.
Tutta la vita e’ mie’ gensier cangiai.
Da’ tuo’ begli occhi usci si dolce riso
Ch’ altra dolceza al cor non senti’ mai;
V'. 50. I’ aspre catene, le si. Que-
sta c la stanza 2* del presente com-
ponimento trovansi con qualche va-
rietà anche Ira gli Strambotti del-
T Aquilano.
i Queste ottave, che furono prima
pubblicate dagli cdd. fior, del 4814,
le troviamo cosi di séguito tanto
nel cod. laurenz. 44 come nel rie
car. 2723 : se non che nel laurenz.
innanzi alle ultime due ne sono
interposte due altre (lo Ito sentilo
cl tuo duro lamento c lo bcncdisco
ogni benigna stella) che non legano
colle precedenti. 1,’ordiuc nel qua'c
le diamo noi è quello stesso del ric-
cardiano ; salvo che ivi si aggiunge
un’ottava in fine, eh’ è fuor di mate-
ria (Allor che morte ara nudata e
scossa). A questa serbiamo luogo più
opportuno fra i Rispetti spicciolati :
le due del cod. laur. le vedremo
al suo posto nel seguente componi-
mento. Piotiumo anche che le si. 2
e 3 sono le stesse che la 13 e 14
della Serenala o Lettera in istram-
botti ripetute con qualche piccola
varietà; c lo stesso è della terza,
che abbiamo già trovato ultima
nei Rispetti d‘ amore. Ma ambe-
due i codd. fiorentini le hanno,
e noi le riproduciamo fedelmente.
Nulla di più facile clic l'autore trat-
tando un argomento consimile, per
servire alle richieste e agli spassi
de’ suoi giovani amici, senza nessuno
intento letterario, si giovasse del già
fatto ultra volta.
V. 1-8 Questa stanza è anche
nel cod. Vanzolini : il quale ul
v. 3. ha la var. E de’ begli occhi.
— v. 4. Il Laur. e gli edd. fior,
del 44 leggono Altra dolcezza : ma il
cod. ricc. e quello del sig. Vanzo-
lini hanno Ch’ altra dolcezza, insie-
me col Trivulziano cit. nell’Append.
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P.ISPETTI COXTINVATI.
Tanto di’ io fui (la me stesso diviso^,
E mille volte Amor ne ringraziai.
E fu tanto soave ogni tormento,
Ch’ i’ arsi et ardo e son d' arder contento. $
Tante belleze non t’ ha dato Iddio
Perchè le tenghi sempre ascose in seno.
Ma perchè ne contenti al parer mio
1/ amante tuo che di gran doglia è pieno.
Nè creder tu che sia peccato rio.
Poi che se’ d’ altri, uscire un po’ del freno :
Che se ne dai a lui quant’ è a bastanza.
Non si vuol gittar via quel che t’ avanza. io
Egli è pur meglio et a Dio più accetto
Far qualche bene al povero affamato.
Che presentato nel divin cospetto
A cento doppi fia remunerato :
Dòtti tre volte con le man nel petto,
E di’ tua colpa d’ ogni tuo peccato.
Troppo non chieggio : e’ basta s’ i’ raggruzolo
Sotto la mensa tua qualche minuzolo. 24
A che ti gioverà tanta bclleza.
Se tu 0 altri non ne trae diletto ?
Che frutto arai di tanta tuo' durcza
Se non pentirti in vano ira e dispetto ?
Non ha sempre a durar tuo’ giovineza :
Rammentera’ti ancor quel eh’ io t’ ho detto.
Parmi che come un fior tuo’ biltà caggia :
Dunque prendi partito come saggia. 32
Deh, vogli un po’ che Amor me’ ti consigli
Di tanta tua dureza anzi che ’nvecchi.
Veduti ho bianchi fior gialli e vermigli
In brieve tempo farsi passi e secchi :
a! voi. Ili, parte II, della Proporla di
V. Monti. — e. 9-10. Tanta bellezza
... la ... ascosa, le gl. — ». ti. dal
freno, le st. — ». 15. quanto è bazlan-
ta, cod. laur., confonde alla lezione
della Serenata. — ». 20. zia rimunera-
to, cdd. fior. 14. — ». 22. tua colpa
ed, le st. — ». 23. e bazla, le st. —
». 26. trai diletto, cod. laurenz. —
r. 30. Hommenteratli, cdd. fior. li.
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21 i
RISPETTI CONTINVATI.
E dove furon già viole e gigli,
Son fatti aridi sterpi pruni e stecchi.
E guai a quel che si ridda al verde !
Ciò che speme nutrica, el teuipo perde. 40
£>’ i’ ti credessi mai esser nel core,
1’ sare’ degli amanti il più contento :
Ma quel eh’ è drento non si par di fore,
E questa è la cagion del mio tormento.
Tu sai eh’ io ti amo con perfetto amore ;
Ma se tu ami me, questo non sento :
E benché i’ creda in te esser clemenza,
I’ vorre’ pur vederne esperienza. 4S
E’ tuo’ begli occhi m’ han furato el core :
La tuo’ dureza il fa da te partire.
S’ i’ piango, tu non senti il mio dolore :
Sanza speranza non si può servire.
Che vai belieza adunque sanza amore,
Se non tuo danno a far altrui morire?
Per tanti prieghi Amor facci un cosa, •
0 che tu sia men bella o più pietosa. 66
I’so ben che tu ’ntendi el cantar mio,
E so ben che tu sai quel eh’ io vorrei :
Ma, se '1 tuo core intendessi un po' el mio.
Le pene eh’ i’ ho tante non l’ arci.
So ti piacessi, caro signor mio.
». 39. Hi fidarti, aver fidanza, confida-
re. lEdd. fior. 4814.) — ». 41 -48. Que-
sta stanza, clic è pure stampata fra
gli strambotti di Serafino Aquilano, è
con qualche variante in meglio anche
ripetuta fra altri Rispetti spicciatali
del nostro autore nel cod. ricc. ;
e cosi ristampata dagli edd. fior,
del 4814. Noi accettiamo o accen-
niamo le varianti, c non la ripete-
remo. — ». 44. credesti pure. —
». 43. non ti par di fare. Abbiamo
accettato questa variante nel testo :
i due codd. portavano, non ti vedi
fore. — ». 44. la ragion. — ». 45.
Tu sai ch'io t'amo. Abbiamo ac-
cettato questa variante : i due codd.
leggevano, l' so ch'io t’amo. — ». 4G.
E te tu. — ». 47. Hcnchè conosca. —
». 4S./';ic correi pur vedere esperien-
za.— ». 54 A. M. Maggi nella cit. Ap-
pendice della Proposta consiglia di
emendar questo verso così : Se sol
tuo danno è fare altrui morire* —
». 55. faccia una, le st. : ... preghi,
amor, fammi una, cod. laur. — ». 59.
intendesse, le st. : ... intendessi et min,
cod. laur. *
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RISPETTI CONTINVÀTl.
•213
D’ esser tuo servo mi contenterei.
Se vuoi alleggerir queste mie pene,
Deli, fammi certo se tu mi vuoi bene.
VII.»
AMANTE.
E’ dolci accenti del cantar eli’ io sento
AI pianto mio raddoppiano el vigore :
Et ogni festa a chi non è contento
A chi sanza speranza è del suo amore
È come raddoppiare el suo lamento:
Et io di pianto sol pasco il mio core
Ma solo una speranza mi conforta ;
Che ’l core ancor sì v’ amerebbe morta. s
DONNA.
Io ho sentito el tuo crudo lamento,
E veggio ben quanto li sforza amore :
E s’ i’ ti fu' mai cruda me ne pento,
1 Le quattro ottave qui sopra, le
quali nell’ ediz. fior, del 14 e del 22
e nella milanese del 25 sono il
principio d’ una congerie informe e
discorde a cui venne appiccato il
nome di Stanze, nel cod. ricc. 2725,
chi sappia ben guardare e vedere,
sono disgiunte dalle altre, elle nelle
stampe le seguono, per la diversità
della mano di scritto e pel cessare
della numerazione. Anche, chi sap.
pia ben vedere nula che in esso
codice a lato delle due ottave di
mezzo, la 2* e 3", è segnato in mar-
gine un D, che ci sembra dover
significare Dossi. Ne sospettarono
anche gli edd. del 14 ; i quali in
ana nota alla 2* ottava avvertirono
Pare che risponda l’ amala, e ili
altra alla 4* Riprende l’amante. Il
codice del sig. Vanzolini ha le
due stanze intermedie, e ad am-
bedue la rubrica Gostaszisi (che è
il nome della donna introdotta in
questa tenzone d' amore). Con siffatti
indizi, c con l’ aiuto d’ una bella
variante del cod. laur. 44 nell’ ul-
timo verso della prima stanza, ab-
biamo creduto dover ridurre queste
quattro ottave nella forma d' un
dialogo : e che la seconda ottava'
sia una risposta alla prima, ce io
fa vedere anche 1’ esser riprese in
questa le rime di quella.
1’. 8. Cosi il cod. laur. 44, pi. 40 :
il riccard. 2723 seguilo da tutte
le st. Che il core è in del con la
sua donna morta, con iscupito del
senso per le seguenti stanze. —
ti. 10. ti sforzi, Cod. Vanzolini.
\
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210
RISPETTI CONTINVATt.
Benché di dolce fiamma ardessi el eore.
Io spero ancor che tu sarai contento,
E sarà conosciuto il nostro onore.
Amante, poni al tuo pianto silenzio ;
Che più si gusta il mèl dopo l’assenzio. te
Io benedisco ogni benigna stella
Sotto la qual felice al mondo nacqui.
Poi che tra tante donne io fui sol quella •
Che tanto agli occhi tuoi benigni piacqui.
E non essere stata assai più bella
Per tua cagione a me sempre dispiacqui :
E s’ i’ credessi sol sarei beata
Che quant’ io t’ amo da te fussi amata. 24
AMANTE.
Non creder, donna, per. esser crudele
E per tenermi in pianti e in sospiri.
Che io non t’ ami e non ti sia fedele ;
Pur che vèr me un tratto gli occhi giri.
Gli occhi che son duo stelle alle mie vele.
Clic fanno dolci tutti e’ mie’ martiri :
Volgi quegli occhi a me benigni, e ridi ;
E poi contento son, se ben m’ uccidi. 32
Vili.1
l’ t’ ho donato il core ; e non ti piace,
V. 12 «refesse, le si. — e. 14. ono-
re: così il cod laur. e quello del sig.
Yanzolini. Il Riccurdiaiio seguilo da
I olle le stampe, amore. — e. 21. £
di «oli esser naia, cod. laur. : E ili
non esser tuia, cod. Vanz. — e. 24.
rare’ amala, cod. laur. — ». 29. due,
le si. — ». 30. £ fanno, cod. ricc.
e stampe : fanno /ieri, cod. Vanz.
1 Queste venti stanze dagli eilil.
(ìor. del 14, che primi le pubblicarono
di sul cod. ricc. 2724, furono riunite
o meglio confuse ad altre con cui non
lianno attinenza veruna nella serie
die incomincia l’teminai il campo ec.
Non è difficile scorgere che in queste
si continua un ordine di pensieri,
mentre le ultre die nelle stampe le
precedono sono Ritpttti spicciolati.
V. 1. l' l' ho dato, il cod. — » 1-2
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RISPETTI CONTINYATI. *217
F. per isdegno 1’ hai gettato in terra.
Nello ardente disir che lo disface
Amor per tua beltà lo stringe e serra.
E se non debbo aver tregua nè pace.
Meglio è l’ uccida che tenerlo in guerra.
E ’l maggior fallo che mai il mio cor tene
È d’ averti voluto e voler bene. s
F son costretto a dimandar merzede
E discoprir quest' amorosa fiamma.
F mi consumo, donna, ognun se '1 vede ;
I! tristo core altro che te non brama :
Amor mi sforza e stringe a tanta fede.
A tua belleza che ogni ora m' infiamma,
A te m’ arrendo ; e prego il tuo valore.
Che non ispregi e strazi il lasso core. io
I’son più fermo e più constante e saldo
Al dolce amor eh’ io t’ ho portato e porto
Che mai non fussi e del voler più caldo.
Ogn’ or mi trovo al disperar conforto ;
E mille fiate ogn’ or più mi riscaldo.
Altro non voglio, in sin eh’ io sarò morto.
Se non servirti e farti cosa grata.
Benché i’ ti pruovo ogn’ or più dispietata. 2+
Ricordano due versi d' un sonetto
del Petrarca • V’ aggio donato il
cor, ma a voi non piace Mirar si
basso con la mente altiera. • E v’è
uno stornello popolare toscano che
dice • Viole a mazzi : Mi chiedesti
il mio core, io te lo detti : Ora che
tu I’ ha' avuto, lo strapazzi. - —
r. 3. Il cosi, c le stampe leggono
Quelli) arderne ditir. La nostra cor-
rione i semplicissima ed evidente. —
»>. 4. Amor per tua bella, il cod. e
la ediz. fior. 1814. Accettammo la
correzione del Silvestri. — o. 7.
L' ediz. Silvestri corregge, E il mag-
gior falla che il mio cor tuoi lene.
Non ce n’era bisogno. — 1>. 12. bram-
tua, le st.: cioè, in vece d'un' assonan-
za, clic non sarebbe la prima nelle ri-
me del Poliziano, una licenza di pro-
nunzia non punto toscana. — v. 19.
Ho accolto la correzione proposta
dal Maggi c passata nella ediz. Sil-
vestri : il Cod. e le stampe leggono
lì che mai fatti. Gli edd. fior,
del 1814, non mettendo punto fermo
o altro segno di distinzione in fine
di questo verso, c con ciò legandolo
pel senso al seguente, rendono, par-
mi, oscurissimo e incerto il significa-
to ; che emerge chiaro dalla interpun-
zione del Silvestri da me adottala. —
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218
RISPETTI CONTI?» VATI.
Quant’è maggio il trionfo e l’ allegreza,
Tanto più doverresti esser pietosa :
Altro non manca alla tua gran belleza.
Se non esser benigna e graziosa :
Non regnò in niuna mai tanta dureza.
Se tu ti tieni al tuo servo nascosa.
Se altro in questo mondo non puoi darmi.
Puoi di buone parole contentarmi. 32
Tu se’ bella leggiadra e giovanetta,
Vaga, gentil vie più che in ramo fiore.
Di gentileza e di beltà perfetta.
Ben che non sai che cosa sia amore.
E quando ha da ferir la sua saetta
11 tuo siccome ogn’ altro gentil core.
Assai più bella c più gentil sarai,
E de’ miei pianti non ti riderai. 40
Che ti bisogna aver tanti riguardi
Per contentare un tuo disirc onesto ?
Mentre che a questa e quella" cosa guardi.
Il tempo passa e vassene via presto.
Tu te ne pentirai, ma e’ sarà tardi ;
V. 25. Il cod. ha maggior : noi con
gli edd. fior, del ti stampiamo mag-
gio, che fu proprio in antico de’ fio-
rentini ed ha molti e illustri esempi.
— • p. 26. doveretti, le st. — 1>. 27. Nel
cod. manca gran, che è delle stampe.
— ». 30. altro terrò legge il cod. e
l'ediz. fior, del ti. Noi accettammo la
correzione dell’ ediz. fior. 1822, pas-
sala anche nell’ ediz. Silv. — ». 32.
E qui accettammo la correzione del
Maggi e dell’ ediz. Silvestri : il co-
dice e gli.edd. fior, leggono Sol di. —
V. 36. Il cod. legge : Vira che In
non sai che cola sia amore. Gli
edd. fior, del ti crederono di cor-
reggere. leggendo: VVcn perchè tu
non lai che caia è amore ; e furono
seguiti da tutte le stampe. La inia
correzione, mentre restituisce il sen-
so, clic nelle stampe è per lo meno in-
certissimo, è forse meno arbitraria.
Facilissimo che il copista scam-
biasse il ben in eteri : chi poi ha
esperienza dei manoscritti di rimo
antiche sa come spesso i pronomi
personali sovrabbondano a danno
della misura del verso. — o. 37.
Il Maggi corresse, e il Silvestri stam-
pò ila quando ferirà. Se non inop-
portuna, mi par troppo ardita emen-
da. — ». 40. di mici pianti : il cod.
e l’ediz. fior. 14. — ». 42. Per
coniervare , il cod. e l' ediz. fior. : qui
la correzione del Maggi e del Sil-
vestri ( contentare ) è richiestd dalla
logica. — ». 43. a quella a quella ,
il cod.
Bigi'izcd '[?/"•€ oogle
RISPETTI CONTINVATI.
219
Nè gioverà se ti fla poi molesto.
Amar chi t’ ama fòra onesta cosa,
Perchè ogni gentil donna è graziosa. 4S
Come non pensi al dolce tempo ornai ?
Chè in van trapassa la stagion tua verde ;
E lacrime e sospir e tèner guai
Tardi dell’ error tuo te ne avvedrai ;
Chè in fin si lascia il tempo che si perde ;
Chè beltà come un fior s’ appassa, e strugge
Il buon voler clic per vecchiaia fugge. to
Lasso, quanti sospiri e quanti omei
Escon del miser petto per tuo amore !
Ogn’ or più sorda al mio gridar tu sei.
Mostrando non udir mio tanto ardore :
• Ah ! che non vedi Amor negli occhi miei
Che t’ appresenta l’ alma e ’l tristo core ?
A te m’ ha dato ; e tuo convien che sia
In vita e dopo, se possibil fia. 64
Io ho amata tua cara belleza
V. 47. tara onesta cosa, le si. —
v. 52. Il v. mancante è nel cod. e nel-
1’ eilii. fior. 1S14 lo stesso clip il 54 :
che certo fu dal copista trascritto qui
per errore, non essendo questo il suo
luogo. — v. 53. accorgerai , le si. —
v. 55. Dilla che, il cod. Il Maggi, nella
cit. Appendice, crede che nel v. 54
al ti lascia vada al sicuro sosti-
tuito si piungc, e che quanto al
verso perduto non andrebbe forse
lungi dal vero chi lo supplisse con
quello che poniamo qui: • Come non
pensi al dolce tempo ornai, Clic in-
van trapassa la stagion tua verde ?
Per lacrime e sospiri e Iratjgcr
guai Più non ritorna indietro nè
riaver de. Tardi dell’ error tuo t'ac-
corgerai, Chè infin si piange il
tempo che si perde » ec. Il Sil-
vestri accolse nella sua cdii. la
correzione si piange. — r. 55. Escon
dal, le st. — v. 61. Questo Alt è
aggiunto nelle stampe : nel cod.
manca, e manca con esso la misura
del verso. — t>. 62. Il cod. legge
l' appresenta : e gli cdd. fiorentini
del 1814, che pur altre volte avean
messo le mani ove non importava,
per conservare questa lezione errata,
leggevano, seguiti da tutte le altre
edizioni: • Ali che non vedi, Amor, ne-
gli occhi miei Che s’ appresenta l’al-
ma e ’l tristo core ? » E il senso 7 l.a
nostra corrrzionc ci par ragionevo-
lissima e appoggiata dal verso che se-
gue. — e. 63. eppur convien che sia
leggono il cod. e l’ediz, fior, del 181 4.
Ilo accettato la correzione del Maggi
passala anche nell’ ediz Silvestri.
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2'20 RISPETTI COXTINVATI.
Tanto eh’ io posso annoverar moli’ anni :
Col cor fcdel, che è quel che più si spreza,
Sofferto ho molte ingiurie e molti inganni :
Cresciuto ho i pianti e .... la tua dureza
Quanti sdegni ho sofferti e quanti affanni !
E pur con questi affanni e questi guai
Sarai ancora a tempo, se vorrai. 72
Io isperar vo’, quando tu ni’ arai
Fatto di me lo strazio che tu vuoi.
Che ancor pietosa in vèr di me sarai,
E pentira’ti de’ peccati tuoi,
E che in te stessa poi tu pensarai
Ch’ i’ t’ aggi’ amato tanto tempo, poi
Dello istraziarmi aver fatto gran torto :
E con questa speranza mi conforto. so
Se tu prendi piacer del mio morire,
Convien che piaccia a me quel che a te piace :
l’ son contento morte ■sofferire.
V’. 66. Gli edd. fior, del 14 non pon-
gono alcun segno di distinzione in fine
di questo verso. — ». 67. Il Maggi per
onore della fedeltà vorrebbe si mu-
tasse ti spreta in s'appreza; e il
Silvestri mette a effetto il consiglio.
Non ce n’ i bisogno, cbi guardi al
verso seguente. — ». 69. c ... la tua
durezn. Non si legge altrimenti die
rosi nel codice. È evidente elle dopo
la congiunzione manca una preposi-
zione, cagli edd. fior, piacque leggere
entro: e tulle le stampe gli hanno
seguiti. Non era meglio e per la tua
(/lirica? — ». 73. lo i speravo, il cod.
e l’eiliz. fior. Come rispondente al re-
sto della stanza in cui le cose sperate
sono significate col futuro, accettam-
mo la correzione del Maggi c degli
edd. fior, del SS, passntu nell’ ediz.
Silv. Se non clic il Maggi e gli altri
leggono, lo sperar vo’ che : ma quel
che, oltre essere arbitrario, è inutile
alla sintassi, perchè ripetuto al ». 7à;
ed è inutile alla prosodia, perchè
la sillaba clic vuoisi con esso dare
a compier la misura del verso è
rappresentata nel codice dell’ i efe-
Iustico di ispcravo. Dopo ciò, le
stampe leggono in questo stesso
verso »' arai. — ». 76. penliraiti,
le st. — ». 7S. Adottammo l' inter-
punzione del Silvestri. Gli edd. fior,
mettono punto e virgola in fine del
verso dopo poi. Ma un sospetto mi
nasce, non si contenga forse ili
questo verso una strana trasposizio-
ne, escusata in parte dallu fretta con
che il pucta scriveva se non anche
dalla foga onde improvvisava ; e clic
insomma si debba crdinarc e inten-
der cosi: .... penserai, poi ch’io
t’ aggio amalo tanto tempo, aver
fatto gran torlo dello istraziarmi.
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RISPETTI CONTINVATI.
221
Pur che per questo i’ m’ abbia loco pace.
0 signor mio, mudo altro desire.
Se non seguirti, dentro al mio cor diace :
Nò posso creder che si bella cosa
Non sia ancor, più che non ò, pietosa. ss
S’ i’ non ti veggo ogn’ or, donna giuba,
l’ ho una morte con molto tormento :
E, quando giungo poi dove tu sia,
Per amor de’ tuoi occhi i’ ne fo cento ;
Che quanti amanti passan per la via
Tutti gli guardi per maggior mio istento ;
E già non pensi che non t’ò onore
Di pigliare ogni giorno un amadore. 03
T veggo ben, signor, eh’ io non son degno
D' amar nò riverir ia tua biltade :
Ma pur la grave pena eh’ io sostegno
Mi fa pigliare in te gran sicurtade.
0 lasso a me I che riverente i’ vegno
Sol per pregar la vostra umanitade.
Che a compassione tu ti muova !
Chò in ogni cor gentil pietà si truova. tot
Quando riveggo il tuo leggiadro volto.
Vie più s’ infiamma lo mio miser core.
I’ mi solevo andar libero e sciolto,
Or nelle forze sue mi tiene Amore.
V. Si. i* »»* abbia è delle si. Il
codice legge per quello abbia. —
r. S5. Accettammo la correzione
del Maggi passala nell’ ediz. Silve-
stri. Il cod. e gli edd. fior, leggono
noi» /io altro dilire. — e. 86. diace.
Il Maggi, come quegli clie scriveva
nella Propoila, naturalmente cor-
resse giace : e giace stampò I’ edi-
tor milanese. E in vero perché un
lombardo avrebbe tatto grazia »
questa sguaiataggine della plebe to-
scana 7 Ma il popolo del nostro con-
tado dice tuttavia diacere e diacente.
E tanto è naturale lo scambio del g
nel rf, clic in rime non plebee del
see. XIII e XIV, cioè in una canzone di
Pucciandoue Martelli e nella balla-
ta su la rotta di Montecatini, si legge
redina per regina. — e. 89. Accettam-
mo la correzione del Maggi adottata
pur dal Silvestri : il cod. e gli edd.
fior, leggono Se non ti reggo ancor. —
». 98. D' amare e, le st. — t>. 99.
Adottammo la emenda dei Silve-
stri: il cod. e gli edd. fior, leg-
gono Ila per la. — r. 306. il mio
mirerò, le si
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222
RISPETTI CO.NTINVATI.
I’ credo eh’ io sarò prima sepolto,
Ch’ io esca mai di tanti affanni fore.
E non ti gioverà I' essermi ingrata,
Nè per questo sarai in ciel beata. 112
Et dì che Amor ne’ suoi lacci mi prese
Mi fe cangiar di mia vita sembiante.
E quando Amor per forza 1’ arco istese
Non vale a’ colpi suoi cor (fi diamante :
Fugge la maraviglia a chi lo intese.
Poi che mi feci al suo signor costante.
Poi che m’ ebbe fedito col suo strale.
Ben par che la si goda del mio male. 120
Amor non vie» se non da gentileza.
Nè gentileza regna sanza amore.
Ogni altra cosa si divide e speza.
Salvo costei eh’ io porto drento ai core.
A che ti può giovar tanta belleza ?
Per esser sciupi e ingrata al servidore?
Deh, moviti a pietà, di me t’ incresca.
Poi eh’ io ardo d’ amor per tua dolc’ esca. 128
Or eh’ è l’ età più bella e più fiorita
E che la tua belleza più s’appreza.
Pensa che un giorno sparirà la vita
E morte torrà via la tua belleza.
Cosi la faccia tua lieta c pulita
Piangerai forse ancor nella vecchieza;
E vedrai, cruda, quanto è bella cosa
Al suo servo fedele esser pietosa. 136
Sai tu che mi farò se sarai cruda?
l’ griderò dinanzi al mio signore
V. 113. K'I, edd. nor. del 14:
il, ediz. Silvestri. — t>. 117. Gli
edd. fiorentini pongono una virgola
in fine di questo verso, e in fine
del seguente due punti. Noi segui-
tiamo l’ interpunzione deli' ediz. Sil-
vestri. — v. 118. suo signor. Cile
il poeta scrivesse mio signor ? Soli,
non osiamo in questo punto cor-
reggere. — 0. 119. ferito, le st. —
t>. 125-126. Seguitiamo I* interpun-
zione del Silvestri. Gli edd. fior,
pongono una virgola in fine del 125,
riserbando l’ interrogativo al 126. —
o. 137. Cosi le stampe: ma il cod.
Sai di' io che mi farà tu tarai cruda.
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RISPETTI C0NT1NVÀTJ.
•2-23
E dirò quanto se’ di pietà ignuda.
E lasceronne far vendetta Amore.
Orsa crudele che in selva s’ inchiuda
Non tien sì aspro e si maligno core,
Come tu fai quando tu parli o ridi:
Co’ tuo’ begli occhi ridendo m’ uccidi. H4
Dolce isperanza mia, fido sostegno.
Quanto sarian felici i nostri amori,
S’ i’ fussi istato dello amore degno
E d’ un pari voler fussin due ‘cori 1
Ma '1 mio cor generoso e ’l troppo sdegno,
Questo mi scaccia dal tuo albergo fuori.
Ben mi ricorda già, donna, più volte.
Che ne’ boschi lontan le rose ho colte. 152
E se tal volta un’ amoroso isguardo
Contro a tua voglia t’ è furato e tolto.
Non è minore il foco donde i’ ardo
Nè per minor pietà chinato ho il volto:
Ma spesso il tuo furor fa il tuo cor tardo.
Per non lasciarti il fren libero e sciolto.
S’ i’ t’ amo o se non t’ amo sallo Amore,
Che in pegno tien per sicurtà il mio core. teo
IX.1
Miser’ame ! quando ti vidi in prima,
V. 140. vendetta a Amore, le
stampe. — e. 442. Nel coti, manca
il li dinanzi ad atpro. — v. 44(3.
Cosi le slampe: il cod. tarebbe fe-
lice i. — t>. 450. Pretto, le st. —
v. 455. Nel cod. manca i‘ innanzi
ad ardo: ma è in tulle le «t. —
v. 459. Il codice veramente Ita
S’ i' t" amo e te non l‘ amo : ma per
cavarne un senso bisogna leggere o
con tutte le stampe.
1 Cod. ricc. 2723 : edd. Hor .
4844. Queste quattro ottave nelle
stampe vanno unite ad altre dieci
clic le seguitano, e che per I’ argo-
mento e per lo stile son ben diffe-
renti {Molti hanno già nel lor prin-
cipio detto): vedi il componimento
seguente. Nelle presenti parla una
donna : quelle altro non sono che una
serenata a una donna. Nel codice
sono distinte anche pel carattere.
V. 1. Mitcro, aliimi! le st. Quc-
stn stanza si trova pur in altro
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224
RISPETTI COXTUi VATI.
I‘ non sapea che cosa fussi amore ;
I’ non facea del mio inimico stima,
In fin che giunse drente al freddo core.
Ma poi che fu della mia vita in cima.
L’ho riverito come mio signore:
Ben che faccia di me cotanto strazio,
Ben mille volle il di ne lo ringrazio. s
l’ ti mando il mio cor, dolze mio bene.
Da poi che sol con teco si contente,
S’ a parlar teco alcuna volta viene,
Da eh’ io te l’ ho donato interamente ;
Chè sol questa speranza lo mantiene,
E sai che vita suo amor m’ acconsente.
Tu lo puoi ben lasciar libero e sciolto,
Ch' è a te fedele e mai ti sarà tolto. io
Siccome Tisbe già piangendo forte
Volse morir pel suo fedele amante.
Non mi saria per te grave la morte ;
E so eh’ io non sarei manco costante.
Poi che tu fusti a me dato per sorte.
luogo del codice fra’ Rispetti spic-
ciolati: e ci giova per correggere
1’ una con l’altra lezione. Nell’ al-
tro luogo il primo verso leggesi :
(tunnel' io li eominrtW autore tu
prima. Trovasi anche nel cod. del
sig. Vanzolini e pur fra i Rispetti
spicciolati; e il primo verso vi si
legge Tapino a me ec. — ». 3. E
non facea, altra lezione: E non face’,
cod. Vanz. — ». 4. Fin che non
r/iunse nel mio freddo core, altra
lezione, c cod. Vanz. — t>. 5. Le
stampe insieme col codice in que-
sto luogo leggono Ma poi eh’ io fui ;
e addio il senso. Noi potemmo cor-
reggere con l’altra lezione c col
cod. Vanz. clic legge Ma quando
c’ fu. — e. 7. E ben che faccia di
vie tanto, cod. Vanz. — r. 9. dolce.
le st. — ». 10-12. Le st. mettono
punto e virgola o punto fermo dopo
il decimo verso, e legano l’ undi-
cesimo col dodicesimo ; leggendo in
vece di Da ch’io, Di ch'io. Ma il
codice ha chiaramente Dal che , clic
10 correggo in Lia eh' : e intendo :
ti mando il mio cuore, dappoi che
esso si contenta solo con te, se qual-
che volta può venire a parlarti. —
». li. Cosi leggo con lu ediz. lìor. del
1822 : quella del 12 ha E sai clic vita
per suo amor m'acconsente: il codi-
ce, E sai che la vita per suo amor ec.
11 Silvestri andò troppo oltre cor- *
reggendo: E sol clic viva per tuo
amor consente. Pur questa è In
sola lezione onde si cavi qualche
costrutto. — ». 19. [fon mi sarebbe,
il cod.
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RISPETTI CONTINVATI. 225
Non t’ amando i’ sarei di diamante:
Ben mi si può fortuna contrapporre,
Ma eh' io non t’ ami non mi potrà tórre. n
Se mille volte Amor me '1 comandassi,
Che può far di me istrazio quanto vuole;
Tanto potrebbe far eh’ io non t’ amassi,
Quanto potrebbe far fermare il sole ;
E se mille altri amanti mi mostrassi,
Sarebbon tutte in van le lor parole.
Tu mi chiedesti il core, i’ tei donai;
Nò d’ altri che di 'te non sarà mai. sa
X.1
Molti hanno già nel lor principio detto
— Dàtti la buona sera, gentil dama. —
Ma già questo principio io non aspetto,
Chò maggior foco istrugge quel che t’ama;
E ’l medesimo foco iscalda il petto >
Di te, o donna, e di chi tace e chiama.
EI nome di costui mia lingua dice :
Ascolta e odi un po’, donna felice. s
V'. 24. non mi potrai, le si.
i Questi Rispetti a modo di sere-
nata nel cod. ricc. 2723 stanno con
altre poesie d’ incerti e d’ ignoti dopo
quelle del N. A., ma senza ninno argo-
mento a crederli di lui, se non un
dubbio dell'illustratore del codice il
quale con un forse nomina IH. Angelo.
Ad A. M. Maggi, autore de\V Appendice
alla p. II, ti III della Proposta , que-
ste ottave non sembrano cosa del Po-
liziano. Lo stesso ne pare agli cdd.
milanesi del 1 825, che di più aggiun-
gono : certamente son corrottissime.
V*. 2. Datti la buona sera. Vale,
datti bel tempo (Edd. fior. 1SU).
Ponzino.
Ma die dovesse leggersi : ciotti la buo-
na sera ? È saluto ebe nelle serenate
de’ nostri campagnoli non di rodo
-si sente : « La buona sera, o stella
mattutina Desiderata da tutti gli
amanti ! • Race. Tigri, Barbèra, 4 856.
— u. 3. Il già è aggiunto nelle st.
— v. 0. Cosi la ediz. fior, del 1822
presso Filippo .Marebini : gli edd.
del ISi-4 fedeli al cod. mancante
leggevano Di te Donna.... ehi tace
e chiama : i milanesi del ISSÒ cor-
reggevano liberamente Per le, don-
na, a colui che tace e brama. —
v. 8. Sercn. popol., Uacc. Tigri
« Statemi ad ascoltar, persona cara:
13
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22G RISPETTI CONTENTATI.
%
S' alcuna cosa eh’ io dicessi in rima,
l' non sono io, ma egli ò sol colui.
Che di te, donna, ne fa tanta istima,
Che tutti i visi e’ chiama ispecchi sui.
Destati, donna delle donne prima, r t
Ecco il servo eh’ è messo in forza altrui;
Chè, se pur servo a quel servo sono io.
Ora incomincia c odi nel dir mio. is
Se mai gran cosa al mio animo venne
Parlando per oggetto o per figura,
I’ prego Apollo che sia il dir solenne
Quanto esser può con ordine e misura.
Come un uccel che ha tarpato le penne.
Che vuol volar come gli dà natura.
Così son io; e ogni basso ingegno
È pure alcuno aiuto al mio disegno. 21
Però mestier, donna, trovar saria
Più alto istile e virtù che ’l distingua.
Per mia consolazione guanto l’ aria.
Siatemi ad ascoltar, persona pura :
Per mia consolazlon guardo le mu-
ro. » — ». II. fanne Ionio, le si. —
». 12. sui. Parrebbemi meglio lui: è
delle st.,ch« nel cod. manca. — ». 13-
14 In una seren. popol. (Race. Tigri)
che non par recente « Risvegliati un
pochino, e sentirai Tuo servo che per
te fa un gran lamento: Risvégliati,
madonna. .. • Più affettuosi questi:
« Svégliuli, core mio, chè sentirai
I)’ un dolce canto c d' un fiero la-
mento» — •Rizzatevi dal letto e usci-
te fuorn. Venite a vcde’il cielo quanto
è bello! • — .Se dormi o se non dor-
mi, viso adorno. Alza la bionda c deli-
cata testa -, Ascolta lo tuo amor che tu
bai d'intorno....» — ». -15. io è delle
st. — ». d 6. incomincia : forse incomin-
cio. — ». 25-28. I due secondi versi
dcll’ott. si desiderano anche nell'ediz.
fior. del 181 4; ed è notato • i versi che
mancano si liovnno corrottissimi: »
i primi due vi si leggono cosi : Quale
ajulo chieggo guai misura fin, Che
ajulo prete la mia roca lingua; nè
altrimenti posson leggersi nel cod.
Con miglior consiglio la fiorentina
del 1S22 e la milanese del 25 tra-
lasciarono pur questi. — e. 30. e
virtù. L' e fu aggiunta nelle st.,
come pure le innanzi a tue bclleze
nel v. 32.
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niSPETTI COXTINVATI.
227
Dunche prestate a me la voce, o cieli,
'Sicché le sue belleze a voi non celi. 32
Or chi fusse venuto per udire
Alla distesa sue beltà cantare
Può dar la volta indreto e puossene ire,
Chè Apollo nè Orfeo noi potrà fare.
E guai altrui lo dovean sopportare.
La vita degli amanti aspra e pietosa
È quando ogni animai dormendo posa. 40
E1 giorno i’ penso qual sarà quell’ anno
Che Amor collo istrale ultimo il cor tocchi.
E allor le mie pene fine aranno
Che il mar si secchi 0 nell’ alpe trabocchi.
Tu porti in man duo saetto che vanno
Nel cor a chi risguarda e’ tua begli occhi
Lucenti più che non in cielo stella,
Nè so se tu ti sai quanto se* bella. 4S
Bella se’ tanto che l’ Italia grida:
Lieta famosa e gloriosa terra
Una si bella donna drento annida.
Ove tanto bellezze il mio cor serra.
V. 33. Or è delle si. — ». 38 le
dovean, le st. — v. 41. Il giorno pen-
so, le st. — ». 43. E allora,
le st. — ». 44. Gli edd. fior, del 1814
c del 23 leggevano col cod. Che il
mar li lecchi nell’ alpe tra’ boichi :
di clic la Critica in quella farsa filo-
logica del Monti intitolata I poeti dei
primi secoli della lingua italiana
(Proposta, voi. Ili, p. di) gridava
• Pollar Dio ! rimar boichi con tocchi
e con occhi, e non saper leggere
Che il mar ti lecchi o nell ’ Alpe
trabocchi, per indicare che le tue
(la Critica parla al Poliziano) pene
amorose non avranno mai termine
coll’ ipotesi di due cose impossibili,
il seccarsi del mare e il suo traboc-
carsi sulla cima delle Alpi ! • La
correzione del Monti passò nel testo
dell’ ediz. milanese 4825 : e anche
noi l’ abbiamo accettata ; non già
per amor della rima; che non sa-
rebbe questa la prima assonanza di
cui si fosse giovato il Poliziano.
— ». 48. « tuoi begli, le st. —
». 49-52. Quel grida intendo, ri-
suona della fama di tua bellezza :
e il v. 50 lo prendo non per un-
aggiunto d’ Italia, ma si per og-
getto d’ una seconda proposizione,
intendendo terra per città. Cosi un
senso da questi quattro versi si cava ;
ma nulla venivano a dire punteg-
giali com’ erano nelle st. Bella
le’ tanto clic l’ Italia grida ( Lieta ,.
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223 RISPETTI C0XT1NVATI.
Matt’ è colui che in sua forza si fida
Guardar negli occhi tuoi sanza aver guerra ;
Che hai uno strai di foco, e sanza altr’ armi
Andar faresti gli uomini di marmi. 56
Lo marmo bianco è gelido a scaldarsi.
Armata contro Amor col pronto iscudo,
E’ raggi del tuo viso bene isparsi
Furon di foco, e ritrovàrmi ignudo;
E la tua esca si m’ ha arso, ed arsi : .
Pietà non ebbe il vostro animo crudo.
S’ io potrò dir vostre belleze in brieve,
Il dirò, donna, le son sol di neve; 64
Dove ò mischiato con perle e rubini
Il tuo bel viso d’ immortai figura :
Le bionde trecce e’ dorati confini !
Di sopra istanno, come fé natura.
E Febo quaudo isparse e’ sua be’ crini.
Pungono i raggi suoi contro a misura.
Chi ode tue bellezze o può vederle.
Vede insieme rubili neve oro perle. 72
La bocca è di rubin, e perle e’ denti;
E ’l viso è neve, e le trecce son d’ oro ;
Gli occhi duo stelle per modo lucenti
Che perde il sole al paragon di loro.
Dunche natura e '1 cielo e gli elementi
Mostroro quanta forza ebbono in loro
A formar cosa sopra all’ altre belle.
Tu pari il sole in mezzo delle stelle. so
famosa e gloriosa terra), Una si
bella donna dentro annida ec. —
». 54. E poco si raccapezzava da que-
sto v. leggendo come, a dispetto del
ccd. qui chiaro, le st. Guardando
gli occhi tuoi. — v. 56. faresti , così
leggo coll’ ediz. milanese del 25 :
le altre st. e il cod. hanno face-
ti*. — v. 60. a ritrovarmi : le st.
— ». 61. la è delle st. — ». 64.
Dirò, donna, le son sole , le st.
». 69. quando sparge, le st. —
». 72. e perle, le st. — ». 78. mo-
straro, le st.
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RISPETTI SPICCIOLATI
DI
MESSER ANGELO POLIZIANO. .
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PAN ED ECO.
I,
Che fai tu, Eco, menti-’ io ti chiamo? — Amo.
Ami tu dua o pur un solo ? — Un solo.
Et io te sola e non altri amo — Altri amo.
Dunque non ami tu un solo? — Un solo.
Questo è un dirmi : Io non t’ amo — Io non t’ uiw».
Quel che tu ami amil tu solo? — Solo.
Chi t’ha levata dal mio amore? — Amore.
Che fa quello a chi porti amore ? — Ah moro-!
E nei codd. ricc. 2723 c 771 e nel le tal, alcune delle vecch. stampe:
laurenz. li (pi. 40) tea i Rispetti E io te solo. Cornili, e Silvestri :
spicciolali. È pure, iu tutte le nuli- Ed io te tnlo, editori, fiorentini,
clic stampe delle Stame e dell’ Or- 1814. — ti. 7. I’ ha levato, riccar-
feo, posto immediatamente dopo que- diano 771 e le stampe. — Imitò il
st’ ultimo, ma con la rubrica Stanza Poliziano questo ingegnoso compo-
ingeniotiuima del prefitto autore nimenlo da un esempio antico di
fuor di materia. L'intitolazione noi Gaurada poeta greco, cli’ei cita nei
I' abbiamo accettata dalla rarissima cap. XXII della prima centuria Jfi-
edizione di Bergamo procurata dal ecellaucorum. Dove anche definisce
Serassi.— V. 1. Alcune delle vecchie gli echi « vcrsiculi quidam sic
stampe, le cominiane, gli cdd. fior. Cacti, nt in extremis responsi talio-
del 14 leggono: Che fai tu. Eco, men- nes ex persona ponantui* Eeliùs,
tre eh’ io li citiamo } — Amo : che fa sententiain explentes et morem tuen-
e.-escere il verso d'una sillaba. I co- tes itlius ultima rcgercndi. ■ Ed ag-
dlci ricc. ed alcune stampe leggono giunge « Quulcs etiain vernaculos
qui come nelle Stanze Ecco in vece ipsi quospiam fecimtis, qui mine u
di Eco. — v. 2. duo, ricc. 771, alcune musicis celebranturHenrici modula-
delle vecch. st., Coni., Silvestri: minibus commendali, quosque etiam
due, cdd. fior. 181 V. — • v. 3. Et lo abbine annos ferme dccctn Pett o
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232
RISPETTI SPICCIOLATI.
Contarono veneto patritio non inc-
legantis ingenii viro mire tuin de-
sideranti nonnnllisque aliis lilcra-
rnm studiosis dedimus. » Con che
il Poliziano si asserisce la gloria
d’ aver primo trasportato nella poe-
sia italiana questi siffatti ingegnosi
trastulli. Fu presto imitalo da Se-
rafino Aquilano ; c da molti poi
dopo In prima metà del seco-
lo XVI, a muno a mano che 1’ a-
mor delle arguzie cresceva : nè il
Tasso e il Guarini sdegnarono gli
echi.
PER MADONNA
IPPOLITA LEONCINA
DA PfUTO.
II.
Amor bandire e comandar mi fa.
Donne belle e gentil che siete qui.
Che qualunque di voi un cor preso ha
Lo renda o dia Io scambio in questo dì:
Se non, eh’ uua scomunica farà.
Quest’ è un cor che pur ieri si smarrì ;
E fu veduto, quando qui calò,
Ch’ una di voi col canto l’ allettò.
Cod. riccard. 2723: ediz. fior.
1S1A. — ». t-8. Questo smarrimento
e ruhamento del core i cantato anche
nella ballata di Lorenzo de’ Medici
che incomincia « Donne belle, i’ ho
cercato Lungo tempo de! mio co-
re ec. • e nell’ altra del N. A.
• Donne, di nuovo il mio cor s’ è
smarrito. » — v. 7-8. La metafora
è presa dalla caccia al paretaio.
III.
Chi vuol veder lo sforzo di natura
Venga a veder questo leggiadro viso
D’ Ipolita che ’l cor cogli occhi fura,
Contempli el suo parlar, contempli el riso.
Quand’ Ipolita ride onesta e pura,
E’ par che si spalanchi el paradiso.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
233
Gli angioli, al canto suo, sanza dimoro,
Scendon tutti del cielo a coro a coro.
Cod. ricc. 2723. Questo ed altri
sei Rispetti ; Solevon già col canto.../
l'er mille colle ben trovala... / Co-
lici per certo i... / Gli occhi mi cad-
de r giù... / Pielà, donna, per Dio.../
lo arei già un' area ; da noi distri-
buiti sotto i numeri IV, VI, X, XV,
XXV, L1V ; nel cod. ricc. vengono
di séguito, e sono da mano poste-
riore distinti con la intitolazione Di
L. de' Ucd. Onde gli 'edd. fior, del
4 £14 gli omisero nella loro stampa.
Del resto cosi questo come i cinque
seguenti con altri furono pubblicati
prima dal Sernssi di sul cod. chig.
nella st. coni, del 1766; poi dal Ri-
geli, che li credeva inediti, di sur una
copia moderna nel Saggio di Rime di
diversi buoni autori , Firenze, 1825\
— V. 1-2. Rammenta il petrarchesco
« Chi vuol veder quantunque può na-
tura E ’l ciel tra noi, venga a mirar
costei. • — o. 7. Dimoro, in grazia
della rima, in vece di dimora, indu-
gio, trattenimento (Rig.) Voce antica,
eli’ è anche di Dante « Dimandò ’l
duca mio senza dimoro > lnf. XXII.
— e. 8. dal cielo, Cornin., Rig.
IV.
Solevon già col canto le sirene
Fare annegar nel mar e’ navicanti :
Ma Ipolita mia cantando tiene
Sempre nel foco e’ miscredi amanti.
Sol un rimedio D’uovo alle mie pene,
Ch’ un’altra volta Ipolita ricanti:
Col canto m’ ha ferito e poi sanato.
Col canto morto e poi risucitato.
"Cod. ricc. 2723 : Cornili., Rigoli. —
V. 1. Solerai i, le stampe.... serene,
cod. Vanz. — v. 2. naviganti, le st. —
«>. 3. Il cod. ricc. legge con errore
che sempre tiene. — ». 4. miseri gli
amanti, cod. Vanz. — ». 5. E truovo un
sol rimedio alle, cod. Vanz. Come stu
nel nostro testo, ricorda il petrar-
chesco «Sol un riposo truovo in tanti
affanni. > — ». 8. risuscitato, le si.
V.
Che meraviglia è, s’ i’ son fatto vago
D' un sì bel canto e s’ i’ ne sono ingordo?
Costei farebbe innamorare un drago.
Un bavalischio, anzi un aspido sordo.
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-23i
RISPETTI SPICCIOLATI.
1’ mi calai ; et or la pena pago,
Ch’ i’ mi trovo impaniato com' un tordo.
Ogn’ un fugga costei quand’ ella ride:
Col canto piglia, poi col riso uccide.
Codd. ricc. 2723 e Mnukc Inceli. :
Cornili.. cild. fior, del 1 814, Rigidi. —
V. 4. Basauscdio: basilisco, specie di
serpente velenoso dello anche regolo
(Rig.). Astino sonno : specie di ser-
pente velenoso. Credevano (gli antichi)
che per non udir I’ incanto metteva
l' aspide un’ orecchia ili terra e I’ al-
tra la si turava con la coda. Onde il
nostro proverbio : far come l’ aspide
sordo, turarsi gli orecchi per non
sentire. Il Petr trovò pietà
sorda com’aspe » (Edd. del 1814). —
v. 5. I’ mi calai : presa la similitu-
dine dagli uccelli che calano nelle
reti (Edd. del 1814). Var. cd or, le
stampe. — v. 6. • Ili ci han trovato
i vostri occhi amatori, E mi hauno
preso come *ii tordo al laccio. •
Canti popolari toscani. — o. 7. fug-
gì, cod. Moukc, Rig. — b. 8. e poi,
cod. Moukc e st.
VI.
Per mille volte ben trovata sia,
Ipolita gentil, caro mio bene.
Viva speranza, dolze vita mia.
Deh guarda quel che a riveder ti viene ;
Deh fàgli udir la tuo’ dolce armonia;
Dà questo refrigerio alle suo’ pene.
Se ’l tuo bel canto gli farai sentire,
Allor allor contento è di morire.
Cod. ricc. 2723 : Comin., Rigoli. — V. 2. Qui c altrove le stampe hanno
sempre Ippolita. — b. 3. dolce, le st.
VII.
Io mi sento passar in fin nell’ ossa
Ogni accento ogni nota ogni parola :
E par che d’ altro pascer non mi possa,
Ch’ ogni piacer questo piacer imbola :
E crederrei, s’ io fussi entro la fossa.
Risultare al suon di vostra gola:
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RISPETTI SPICCIOLATI.
23d
Crederrei, quando io fussi nello inferno.
Sentendo voi, volar nel regno eterno.
Cod. laur. 4-1, pi. 40: Coinin.,
celti, lìor. del 1814, Rigoli. — V'. I.
intin, Com. Rig. — » 3. Il cod. laur.
la cornili, e gli edd. fior. 14 leg-
gono per errore nateer. — ». 4.
m’ invola, le si. — ». 5 e sotto e. 7.
crederei, le st. — v. 6. rituscilare,
le st.
Vili.
Non m’ò rimaso dal cantar più gocciola:
L’ amor mi rode come el ferro ruggine.
Canti costei che ben te la disnocciola,
Che pare Iusignuol fuor di caluggine.
EH’ è la cerbia, et io sono una chiocciola :
EH’ è il falcone, i’ sono una testuggine.
Della matassa non ritruovo el bandolo:
Però dipana tu, eh’ i’ farei scandolo.
Cod. riec. 2723 e Mouke Inceli.:
Comin., edd. fior, del 1814, Rigoli.
. — V. 1. rimatto, edd. fior. 14: di
cantar , cod. Monte. — Più cocciou.
Forse più lena, forza, fiato. (Rig.)
Gocciola, per metafora, e nella lin-
gua scritta e in qualche dialetto
italiano, vale nulla, punta. — ». 2. 11
cod. ricc. Il Monte c gli edd. fior. 14,
con manifesto errore, leggono la mo-
glie rode. — ». 3. te la, cod. Mouke:
dinocciola, Comin.e Rig. Il Rigoli an-
notò : Dinocciolarc manca al Vocabo-
lario : forse tpianare, tpiegare, di-
chiarare. — ». 4. V utignni, edd.
fiór. 14 : ii» utigmiol, le altre st. —
Cu.iigci.ve: quella prima pcluiache gli
uccelli cominciano a mettere nel nido
(edd. fior. 14). — ». 6-7. Ella la....
Ella il, cod. Monte.—». 7-8. Metafo-
ricamente : lo non so come seguitare
nel canto, non so come cominciarmi,
come trarmenc ftiora ; sono imbro-
gliato. Però (rivolgendosi a un al-
tro cantore o improvvisatore, o
forse alla fanciulla stessa che can-
ta) séguita pur tu, eli’ io farei ri-
dere.
IX.
Se non arai a sdegno il nostro amore,
Ippolita gentil, fior delle belle.
Farotti co’ mie’ versi un tale onore
Che tutto il mondo n’ udirà novelle.
Ma sie contenta conservarmi il core
Co’ tuo’ begli occhi, anzi duo vive stelle.
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236
RISPETTI SPICCIOLATI.
Contentami del canto e del bel riso;
Et abbisi chi vuole el paradiso.
Dal cod. del signor Giuliano Vanzolini dov’i intestato: Ang. Politiano.
BELLEZZA.
X.
Costei per certo è la più bella cosa
Che ’n tutto ’l mondo mai vedesse il sole;
Lieta vaga gentil dolce vezosa.
Piena di rose, piena di viole.
Cortese saggia onesta e graziosa.
Benigna in vista in atto et in parole.
Cosi spegne costei tutte le belle.
Come ’l lume del sol tutte le stelle.
Cod. ricc. 2723: Cornili., Rigoli.
Vedi nota al Risp. III. — V. 2. vedeste
sole , cod. ricc. — v.ò.e graziosa : l’ e
die manca nel ricc. e nelle st. ce la dà
, il cod. Vanz. — v. 7. Spf.gse. Spegne-
re, cioè oscurare, estinguere (Rig.)
Bonagiunta Urbiciani : «... il suo vi-
saggio Che ammorza ogni altro viso e
fa sparere. • — ». 7-8. Pelr. « Col
suo bel viso suol dell’ altre fare
Quel che fa il sol delle minori stel-
le. »
XI.
Costei ha privo el ciel d’ ogni belleza
E tolti e ben di tutto el paradiso.
Privato ha il sol di lume e di chiareza
E posto l’ ha nel suo splendido viso.
Al mondo ha tolto ogni suo’ gentileza
Ogni atto e bel costume e dolce riso.
Amor l’ ha dato il guardo e la favella
Per farla sopra tutte la più bella.
Cod. ricc. 2723 : ediz. fior. 1814.
— V. 1-5. Giusto de’ Conti, canz. 2 :
■ E ’l ciel d’ ogni bellezza Fu privo
e di splendore D’ oliar che nelle fa-
sce fu uudrila • c più sotto * Negli
occhi il sol s’ ascose. » Un rispetto
toscano: « Bella, c’ hai tolto le bel-
lezze al sole, Hai fatto in terra un
nuovo paradiso; Ed hai tolto alla
luna lo splendore. Agli angeli del
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niSPETTI SPICCIOLATI. 5237
ciel l’incanto e ’l riso. • • — r. 7. le fior. 14. Accettammo la correzione
si. : ciato hjuurdo, cod. ricc. e ediz. dell’ edizione Silvestri.
XII.
l’ ho veduto già fra’ fiori e l’ erba
Seder costei che non par cosa umana,
E in vista sì isdegnosa e superba
Ch’ i’ ho creduto che la sia Diana
0 ver colei eh’ al terzo ciel si serba.
Tanto sopra dell’ altre s’ allontana :
Et ho veduto al suon di sue parole
Fermarsi già per ascoltarla il sole.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814. — V. 1. Irò', le si. — r. 3. ti ic le-
gnata e ti luperba , le si.
XIII.
Non è ninfa si gaia in questi boschi
Si destra si leggiadra si pulita;
Nò quanto gira questi fiumi tòschi
Donna non fu mai come te gradita.
Diana temo non ti riconoscili,
Perchè tu se’ dal suo coro fuggita.
Oh chi, vedendo si leggiadre prede,
Arebbe in ciel rapito Ganimede?
Cod. ricc. 2723 : ediz. fior. 1814. — Albioni creduto dover sacrificare il
V. 2. Si delira , leggiadre Ita, le st. Il diminutivo alla ripetizione del ti die
cod. ba Si delira, il leggiadretla. aggiunge tanta grazia a questo verso.
AMORE.
XIV.
Visibilmente mi s’ è mostro Amore
Ne’ be’ vostr’ occhi, e volea morte darmi:
Ma sbigottito si fuggi el mio core
Gittando in terra tutte le sue armi.
t
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RISPETTI SPICCIOLATI.
m
Perchè Amor lancia con tanto furore
Che '1 ferro speza e’ diamanti e marmi.
• Ma pur la vista vostra è tanto vaga.
Che ’l cor ritorna aspettar questa piaga.
Cod. laur. 44, pi. 40 : Corniti., ediz. fior. 1814, Rigoli. — V. C. e i dia-
manti e i marini, le st. — e. 8. a spettar, ediz. fior. 1814.
XV.
Gli occhi mi cadder giù tristi e dolenti,
Com' i’ vidi levarsi in alto el sole :
La lingua morta s’ addiacciò fra’ denti
E non potè formar le suo’ parole :
Tutti mi furon tolti e’ sentimenti
Da chi m’ uccide e sana quand’ e’ vòle :
E mille volte el cor mi disse in vano
— Fatti un po’ innanzi e toccagli la mano. —
Cod. ricc. 2723: Coiuin. Rigoli. Vedi nota al Uisp. III. — F. 3. tu' ad-
diacciò, Rig.
XVI.
Questa fanciulla è tanto lieta e frugola.
Che a starli a Iato tutto mi sminuzolo.
Ciò che la dice o fa mi tocca l’ ugola :
Ogni suo atto ogni suo cenno aggruzolo.
I’son tutto di fuoco, c ’l mio cor mugola:
Vorrei della sua grazia uno scamuzolo.
Tant’ ho scherzato come pesce in fregola,
, Che tu m’ hai ’ntinto. Amor, pur nella pegola.
Cod ricc. 2723: ediz. fior, del 1814,
Rigoli. — V. 4. Fnccot», fem. di
frugolo, c diccsi di chi è continua-
mente in moto come i bambini : qui
forse vivace (Rig.) — e. 2. starle, le st.
— v. 3. Ciò ch’ella, le st :.. rintocca
l’ ugola, cdd. fior, del 1 4 ; i quali di-
chiararono. piace estremamente. —
*>.4. AccnrzoLO. Aggruzzolare manca al
Vocabolario : forse da gruzzolo, rau-
namenlo di denaro ed anche di qua-
lunque altra cosa: onde aggruzzolare
per rauimre insieme. tRig.) — ti. 6.
Scavizzolo. Minima parte di che
clic sia, quasi un minuzzolo (.Edd.
fior. 14). — v. 7. come il pesce.
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RISPETTI SPICCIOLATI. 23'J
Rig.*— Frecou è quell’ atto che fanno Rigoli: il coti. ricc. e gli edd. fior,
i pesci nel gettar I' uova fregandosi leggono, Minore, tirila pegola. — Pt-
su pe’ sassi (Rig.) — ». ì. Cosi col eoi.* vale pece tRig )
XVII.
0 singular beltà che agli occhi miei
Mostrasti in un momento il paradiso,
E del bel sangue principio tu sei
Che nacque allor che vidi el tuo bel viso :
Qual grazia in ciel, qual altro ben vorrei,
Se non morte, da te stando diviso?
Chè, solo un giorno ov' è eh’ io non ti veggio.
Bestemmio il cielo e mille morti chieggio
Cod. ricc. 2733 ; ediz. fior. 1814. tinta la lezione ni sapremmo indo-
— I'. 3. bel è delle st., ma nel cod. vinare la interpctrazionc. — p. fi.
manca. Di questo e del seguente Cosi le st. ; il cod. legge : Se non
verso nou vorremmo affermar legit- sul morie istando da le diviso.
XVIII.
Il primo giorno che ti vidi mai,
E disposi d’ amarti fedelmente.
Se tu «vai, io vo; sto, se tu stai;
E quel che fai tu fo similmente:
l’sou contento, se tu letizia hai;
E se tu hai mal, ne son dolente ;
Se piangi, i’ piango; e se tu ridi, i’ rido.
E questo me ’l comanda Amor Cupido.
Cod. ricc. 2723 : ediz. fior. -1814. disposi pure, d’ amarti fedelmente.
— V. 4-2. Dal primo giorno ch'io — p. 3. Se tu vai, donna, io vo ;
ti rimirai, le st. ; e pongono una sto se Ut stai, le st. Il eod. vera-
virgola in fine del secondo v£rso. mente Ita Se tu vai i' vo, e sio se
Crediamo non siavi bisognò di cam- lit stai. Conoscendosi un poco della
liiare P il del primo verso in un dal c prosodia antica, si vede l’ inutilità
far un solo periodo di sette versi ; dell’aggiunta, donna. Lo stesso di-
purché I’ E del secondo si prenda casi del v. 4. dove le st. leggono
per intensiva, spiegando : Il primo E quel che tu fai In. — v. 7. Qui
giorno che ti vidi, anche disposi, abbiamo accettato la lezione dell*
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240
RISPETTI SPICCIOLATI.
si. : il coti, legge E se piangi,
i’ piango, e se ridi, i’ rido. — v. 8.
Amor Cupido. Modo preso dai Greci,
i quali iinnno detto Pho’tbos ’Apàl-
loon, Pallàs’Athcnc (Edd. (ìoreiiliui
«li).
XIX.
S’ i’ vo, s’ i’ sto, o in qual modo mi sia.
Sempre mai penso a te, gentil signore;
E hotti sempre nella fantasia,
Che me’ non ne farebbe un dipintore;
E parmi parlar teco tutta via
E raccontarti in parte il mio dolore.
Dicendoti — l’ sto mal, come tu vedi;
E tu non te ne curi e non me ’l credi.
Cod. ricc. 2723 : ediz. fior. «li.
— V. 2. gentil signore, vedi llisp.
rontin. Ili ; v. 42 — K. 3-A. Iacopo
da Lcntino: • Coni' uomo clic tìn la
mente In altro esemplo e pinge La
simile pintura, Cosi, bella, facc'eo:
Dentro allo core meo Porto la tuu
figura. » Petrarca : « Aver dentr’ a
lui (core) parmi Un che madonna
sempre Dipinge e di lei parla. •
XX.
Bramosa voglia che ’l mio cor tormenta
Mi fa presuntuoso a voi venire.
L’ ora eh’ i’ non vi veggo è ’1 par eh’ i’ senta
Amara doglia che mi fa morire:
E sol si truova 1’ alma mia contenta
Dove e vostri occhi debbono apparire.
In questa voglia sempre starò forte.
Fin che mia vita dura, et alla morte.
Cod. ricc. 2723 : ediz. fior. 1814.
— V. 3. è al par chi senta, ediz.
fior. 1814: è al par eh’ i’ senta,
ediz. fior. «22. Il Maggi nella citata
Appendice propose clic si leggesse
el par eh’ i’senta, c il Silvestri nella
sua ediz. del 1823 stampò e’ par
eh’ i’ senta. Il cod. ricc. legge chia-
ramente come abbiamo stampato
noi: e pare che si possa spiegare:
Quando io non vi vedo i come s’ io
sentissi, è lo stesso Che io senta, tal
doglia da morirne. Il por eh’ i’ senta
del critico e dell’ editore milanese
ci apparisce freddacelo anzi che
no. — v. 8. In margine del cod. ricc.
è d’ altro carattere questo verso, Fin
ette la vita mia serra la morte, che
è pur riportalo col titolo di varia
lezione nel cod. moukiano di Lucca.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
«il
XXI.
lino amoroso sguardo un dolce riso
Mi fanno un tempo star lieto c contento:
Ma, se tal’ ora disdegnosa in viso
Vi véggio, resta il cor tristo e scontento.
Così or sono in vita ed ora ucciso.
Siccome veggio in voi far mutamento:
E in questi duo contrari è dubbio il core
Qual maggior sia o ’l piacere o ’l dolore.
Coi), ricc. 2723 : ediz. fior, i 8 1 -i.
Fu coll Mire Stanze del N. A. pub-
blicato prima di su ’l ricc. da G.
Poggiali in Serie dei lesti di liuguii
(Livorno, Masi, -ISIS, 1. 1, p. 2G1-2C6).
— V. 1. In un risp. popolare tosca-
no: • Un dolce riso, un amoroso
sguardo. • — v. 8. il piacere, le St
XXII.
Occhi leggiadri e grazioso sguardo
Che fusti i primi che m’ innamoraro ;
Occhi sereni d’ onde usci quel dardo
Che passò il core e non valse riparo ,
Occhi, cagion del foco in qual sempre ardo,
Sanza li quali il viver non m’ è caro;
A voi ne vengo a dimandar se mai
Sperar debbo merzè di tanti guai.
Cod. ricc. 2723: Poggiali: ediz. sguardo, ediz. Silv. Ho ncccttato In
fior. 1SI4. — V. I. Occhi leggiadri, lezione del Poggiali — t>. 2. faste,
a, ricc. : Occhi leggiadri, grazioso le st. — v. ó. in cui sempre , Silv.
XXIII.
Occhi che sanza lingua mi parlate
L’ onesta voglia di quel santo core,
E sanza ferro in pezi mi tagliate,
* E sanza man mi tenete in dolore,
E sanza piedi a morte mi guidate
Lieto sperando c cicco per amore ;
Pouzuso. lo
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RISPETTI SPICCIOLATI.
m
So voi siete occhi e l’ altre forze avete.
Perchè del foco mio non v’ avvedete?
Ciul. ricc. 2723: edi*. fior. 1814.
XXIV.
0 conforto di me che ti mirai
E del mio tristo cor pace e riposo,
0 rimedio solenne de' mie’ guai,
0 viso pellegrino e grazioso;
0 tu che sempre sospirar mi fai.
Perchè di chiamar te già mai non poso;
Pietà per dio, pietà, pietà ; eh’ i’ moro,
Se non m’ aiuti, o caro mio tesoro.
Coil. ricc. 2723 : edii. fior. 1814. fior. 1814). — t>. 6. Il te che è in
— V. 3. solenne : grandissimo i.Edd. tulle le st. manca nel codice.
XXV.
Pietà, donna, per dio ! deh, non più guerra.
Non più guerra, per dio 1 eh’ i’ mi t’ arrendo.
l’ son quasi che morto, i’ giaccio in terra:
Vinto mi chiamo, e più non mi difendo.
Legami, e in qual prigion tu vuoi mi serra ;
Chè maggior gloria ti sarò vivendo.
Se temi eh’ io non fugga; fa’ un nodo
Della tua treza, e legami a tuo modo.
Cod. ricc. 2723: Cornino, Rigeli. le sue mura si fa forte?... Ni son di-
vedi nota al Risp. 111. — V. 1. deh, sposto di moverli guerra.... Arrenditi,
manca nel ricc. — v. 1-2. Anche in umor mio • Mi son arresa..» — v. 3.
una serenata popolare: « Dov’è co- io iacio, ricc. — u. 6. ti farò, Rig.
stei che si rinchiude e serra E dentro — v. 8. treccia , Rig.
XXVI.
Acqua, vicini chè nel mio core io ardo.
Venite, soccorretelo, per dio.
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IWSPETTt SPICCIOLATI.
Chè c’ è venuto Amor col suo stendardo,
Che ha messo a foco e fiamma lo cor mio.
Dubito che l’ aiuto non sia tardo:
Sentomi consumare : oi me, oh dio !
Acqua, vicini! e più non indugiate;
Chè il mio cor brucia, se non l’ aiutate.
Cod. ricc. 2723 : edii. fior. I SI 4. — V. I. ricini... core ardo , le st. —
u. 5. fin tordo, Edd. fior. 1814; — v : 0 : ohimè. Silvestri.
AMMONIMENTI
XXVII.
Deh, non insuperbir per tuo' belleza,
Donna; eh’ un breve tempo te la fura.
Canuta tornerà la bionda treza
Che del bel viso adorna la figura.
Mentre che il fiore è nella sua vagheza.
Coglilo; chè belleza poco dura.
Fresca è la rosa da mattino, e a sera
EH’ ha perduto suo’ belleza altera.
Coti. ricc. 2723 : ediz, fior. 1814.’ cani venient, farinose, capi I li. * Ovili.
— V. t-2. « Non superbire; thè Art. am. II. (Edd. fior. 1814). — v. 7. .
presto ti passerà, siccome sogno, di mattino, le st. — t>. 7 8. luco-
la gioventù. ■ Teocr. id. 27. (Edd. |>«ne da Tòdi : • Lo fior la mane
lior. 1814.) — v. 3., • Et libi iam . è nato, La sera il véi seccato. »
XXVIII.
Mentre negli occhi tuoi risplende il sole,
Dispensa ii tempo che ’ngannato ha molti.
Prima ch!>e’ freschi gigli c le viole
Caschin dal giardin tuo sanza esser còlti.
E chi del fallo suo tardi si dòte
Den si può lamentar fra gli- altri stolti.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
A bella donna crudeltà non piace ;
E ’l perder tempo a chi più sa più spiace.
Dal codice ilei signor Vnnzolini, ilov’è fra allri Rispetti di iiicssit An-
gelo. — e. 8. È verso di Dante, Purg. Ili, 78.
XXIX.
Se tu sapessi quanto è gran dolceza
Un suo fedele amante contentare.
Gustare e’ modi suoi la gentileza.
Udirlo dolcemente sospirare ;
Tu porresti da canto ogni durcza,
E diresti — Una volta i’ vo’ provare. —
Quando una volta l’ avessi provato.
Tu ti dorresti aver tanto indugiato.
('.od. vice. 2723: ediz. Cor. dStl.
XXX.
Che crudeltà sarebbe eh’ i* t’ amassi
E fedelmente ti donassi el core,
E tu, donna, la morte mie’ cercassi
Et odio mi rendessi per amore.
Vorrei che qualche volta ci pensassi ;
E vederesti se tu se’ in errore.
Non vedi tu che la giustizia offendi,
Se per fedele amore odio mi rendi?
Dal cod. del sig. Vanzolini, dove sin fra allri Rispetti del Poliziano.
ACCORGIMENTI E ARTI AMOROSE.
XXXI.
Voi vedete eh’ io guardo questa e quella,
E forse ancor n’ avete un po’ di sdegno.
Ma non possa io veder mai sole o stella,
S’ io non ho tutte l’ altre donne a sdegno.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
Voi sola agli occhi miei parete bella.
Piena di grazia, piena d’ alto ingegno.
Abbiatene di questo mille carte :
Ma per coprire el vero, uso quest’ arte.
Questo e i due segg. furono pri-
ma pubblicali dal Strassi, di sopra
un cod. elogiano, nella Coininiana del
■1765; poi dagli edd. fior, del 1S14,
di sul cod. laur. li, pi. 40; c anche
dal Rigoli di sur una copia moderna
nel Saggio di liime. Noi seguitiamo la
lezione del laur. — V. <4 grazia c
piena : le st. — ». 7. Abbiate di que-
sto mille assicurazioni (edd. fior. 14).
XXXII.
lo vi debbo parere un nuovo pesce
Tal volta, donna : e forse ne ridete.
Ma chi non fa cosi nulla riesce :
E mille esperienzie ne vedete.
A me d’ esser gufato non m’ incresce,
Pur che la pania poi tenga o la rete.
E per vedervi sol ridere un tratto
Sarei contento esser tenuto matto.
V. 1. Nuovo pesce. ■ Si dice
d’ uomo semplice e che agevolmente
lasci ingannarsi ; tratta la metafora
da’ pesci che noi chiamiamo nuaii-
uotli,... cioè nati dell’anno che si
pigliauo, che sono pesciolini e age-
voli a esser presi. • V. C. — V. 4.
esperienze , le st. — ». 5. non incre-
sce,\c st. — Gufzto. Intenderci : dileg-
giato con ammicchi e con cenni della
testa (v. Risp. seg. e. 4-5), come quelli
che fa il gufo. Il nostro nelle Cauz. a
ballo : « A te pur toccar il cielo,
Quando un po’ mi gufi e gabbi. »
— V. 6. Tese». Della pania, della
pece, della colla, c d’ altre materie
silTatte, dicesi con special significato
che tengano , quando appiccicali bene
e sono (cuoci. Qui metaforicamente,
come nel Caro, Leti. ined. « Veggo
che questa pania non tiene, per ti-
rar questo bruco fuuru. •
XXXIII.
Non son però si cicco eh’ io non vegga
Che voi mettete tutti e’ vostri ingegni
Per far che dello amor vostro m’ avvegga,
E fatene a ogni ora cento segui.
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ITISI1 ETTI SPICCIOLATI.
5>iG
Tanto che nella fronte par si legga.
Ma voi sapete eh’ i’ n’ ho mille pegni :
Dunque operate discrezione e senno
In ogni vostra guatatura e cenno.
V. 4. ad ognora, le si. — rv. 5. colla fronte, ediz. fior. 1814.
FUGA.
XXXIV.
Non so per qual ragion, donna, si sia,
0 s’ egli è pur disgrazia o mio difetto.
Che quand’ io passo, donna, -per la via,
Che tu fuggi dinanzi al mio conspetto
E non vuoi eh’ io ti vegga come pria.
Se tu m’ avessi per altro a dispetto
E eh’ i’ non sia di questo amor ben degno,
Se non me lo vuoi dir, fammene un segno.
Cod. ricc. 2723 : edit. fior. 1814.
Tiri codice c nuovamente trascritto
più avanti, con qualche varietà
nella seconda lezione; della qua-
le ci gioviamo per la correzione. —
V. d-2. Vorrei saper per qual ra-
gione e' aia, S’ egli i per mia disgru-
zia e aio difetto, seconda lezione.
— tt. 4. tu ti fuggi innanzi, le stampe
c il cod. nella prima lezione. Noi acco-
gliemmo nel lesto la seconda lezione.
Il secondo che par superfluo: ma è of-
ficio di siffatti pleonasmi d'impedire
che si dimentichi la relazione fra due
proposizioni congiunte da una par-
ticella, quando un’ altra proposizio-
ne secondaria intercede fra loro. Ve
ne lui di belli ed efficaci nel Boc-
caccio c in Dante : cosi, Inf. XXVI.
23: «Si che, se stella buona o miglior
sorte M'ha dato 'I ben, eh’ io stesso
noi m’ invidi. » — e. 6-7. Abbiamo
accettato nel testo la seconda lezio-
ne : la prima è 0 te m' avessi per
altro a sospetto E s’ io non fusai
ilei tuo amor ben degno, — v. 8.
Se tu non me ’l vuoi dir, secondo
lezione.
XXXV.
l’ non ebbi già mai di tuo’ belleza
Se non tal volta poterti vedere.
E se questo me’l to’ la tua dureza.
Al mondo non mi resta altro piacere:
E morte il filo di mia vita ispeza.
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niSPETTI SPICCIOLATI.
Poi eh’ io non posso questo bene avere.
Tu fuggi, donna, e col fuggir m’ uccidi ;
E per mio maggior mal tu te ne ridi.
Co<l. ricc. 2723: ediz. fior. 1814. — V. 3. To’: toglie (cdd. fior. IS14).
XXXVI.
Che credi tu di farmi per fuggire,
0 me !, crudel che abbandonato m’ hai?
l’ voglio amarli in fino al mio morire
A tuo dispetto; e fuggi, se tu sai.
Rincresce e duoimi che il mie’ ben servire
A te non piace : e, se pur grato è assai,
Sie quel che vuole, i’ mi starò pur forte,
E sempre voglio amarti in fino a morte.
Cod. ricc. 2723 : ediz. fior. 1814. piaccia il mio servire), Si> quel che
— V. 2. Oìmi, le st. — r. 6. Pare vuole. (Nota dell' ediz. Silvestri). —
che la vera lezione dovrebb’ essere, v. 7. Cosi le stampe : il cod., ti itarà
e sebben grave è attui (cioè, cbe non pur.
SPERANZA.
XXXVII.
I’ non ardisco gli occhi alti levare.
Donna, per rimirar vostra adorneza ;
Ch’ io non son degno di tal donna amare
Nè d’ esser servo a sì alta belleza.
Ma se degnassi un po’ basso mirare
E fare ingiuria alla vostra grandeza.
Vedresti questo servo sì fedele
Che forse gli sareste men crudele.
Cod. ricc. 2753: ediz. fior. 1814: adornamento [Rig.] — v. 4. di lauta
cod. lucch. Mouke. Fu edilo prima bellezza , cod. Moukc. — v. 5. de-
dal Serassi nella Cornili., poi anche gnaele, edd. fior. 14, Rig. e Silv. —
dal Rigeli nel cit. Saggio.— *- V. {.alto, v. 7. Vedreste , le st. — ti. 8. saresti ,
,Rig. — v. 2. Adobjezz». Adoi natura. Cornili.
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*213 RISPETTI SPICCIOLATI.
XXXVIII.
Non son gli occhi contenti o consolati,
Ma fanno al cor dolente compagnia;
Perchè d’ ogni lor ben gli hanno privati
Amor fortuna invidia e gelosia.
Ma tòr però non ny potranno e fati
In alcun tempo la speranza mia:
Chè s’ altro aver del mio amor non spero,
N’ arò pur la dolceza del pensiero.
Coil. laiir. 44: ediz. fior. 4814, nella Cominiana, poi dal Rigoli nel
Fu edito la prima volta dal Serassi , cit. Saggio. — V. 4. e coma lóti* le al.
XXXIX.
S’ i’ non credessi il tuo viso turbare.
Ben mille volte il dì ci passerei.
Ma pens’ a quanto è duro il sopportare
Di non amarti, e so che non potrei;
Se non eh’ io spero al fine per ben faro
Avrai qualche pietà de’ sospir miei.
Ragion vuol che punito sia il peccato
Et ogni ben -servir remunerato.
Cod. ricc. 2733: ediz. fior. 1814. inunca il che: lo prendiamo dalle st.
— V. 2. Ci patterei, cioè avanti la — v. 7-8. Così leggiamo con le si. Il
tua casa. (edd. fior. 4814.) — P. 3. cod. ha: l.n ragion vuol che punito
pensa guanto, le si. — o. 4. Nel cod. il peccato Ut cc.
XL.
Io son la sventurata navicella
In alto mar tra l’ onda irata c bruna,
Tra le secche e gli scogli, mescili nella,
Combattuta da’ venti c da fortuna,
Sanza àlbore o timon; nò veggio istella,
E il ciel suo isforzo contro mi rauna :
Pure il cammin da tal nocchier m’ è scorto,
Ch’ i’ spero salvo pervenire in porto.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 44. — V. 5. arbore, le st. — V. G. suoi sfarzi, Sii».
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RISPETTI SPICCIOLATI.
2'»L>
XLI.
Pietà vi prenda del mio afflitto core.
Pietà; se pietà alcuna in voi si serba:
Muovavi 1’ csserv’ io stato amadore
Dal dì che vostra etade era anche in erba.
Or che nell’ arbor aprire ogni fiore
Veggio e già ’l frutto che si disacerba,
Del bell’ arbore aspetto il frutto córre.
Se vostra crudeltà non me ’l vuol tórre.
Cod. ricc. 2723: eiliz. fior. 1811. oggetto di muovavi. — r. 3. !' et-
— V. 2. Accettiamo l’ interpunzione «crei sialo, edd. fior. — v. 4. li ecb».
dell’ediz. Silv. e della fior. 1822 : Eru anche giovane e fresca (edd.
gli edd. fior, del 1814 fanno Pietà fior. 14).
XLII.
Dopo tanto aspettar verrà mai l’ ora,
Verrà mai il giorno tanto desiato?
Che se mai venir deve, tempo fóra
Venisse avanti i’ fussi sotterrato.
Il mio servir non conosciuto ancora
Sarà cagion eh’ io mora disperato ?
Nè troverrà pietade el mio lamento ?
0 pure al fin mi farà amor contento?
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814. — richiesti dal senso, il quale nelle altre
V. 7. troverà, le st. Gl’ interrogativi stampe che sono di quelli prive è mal
da noi messi ai vv. 6,7 c 8 ci paiono chiaro c non senza contraddizione.
XLIII. v
Questi tanti sospir eh' al cor si stanno
Amor forse porrà tosto lor fine;
Chè, s’ io ben veggio, pietose si fanno
In vór di me quelle luci divine.
Gli occhi che ancora speranze mi danno
Ch’ io corrò cl fiore in mezo a tante spine
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RISPETTI SPICCIOLATI.
'250
£ clic tosto sarò lieto e contento
D’ aver sofferto tanto di tormento.
Coil. ricc. 2732: Poggiali, Serie ec. che ancor sperono in mio danno, le
ciliz. fior. 1814. — V. a. E gli occhi st. : e addio il scuso.
XLIV.
Contento in foco sto come fenico,
E come cigno canto nel morire;
Però eh’ i’ spero diventar felice.
Quando sofferto arò pena e martire.
Amore, tu vedrai quanto non lice
Esser crudele allo mio ben servire;
Chè, conosciuta la mia pura fede.
Spero che arai di me qualche merzede.
Cod. ricc. 2723: Poggiali, Serie ec.
ediz. fior. 1814. — • Canterò in frigii
numeri come alcun cigno di 'Cai-*
stro > Anacreonte. Ovid., Mei., ■ Car-
mina jam moriens canit exequilia
evenus. » Quest’ augello sacro ad
Apollo prevedendo il momento della
sua morte, secondo che ce ne hanno
lasciato scritto gli antichi, manda un
soavissimo canto. I cigni de’ nostri
giorni sembrano aver cangiato natu-
ra. Delille nei suoi Giardini, c. Ili, ha
detto « Le cygne à qui l’errenr pròto
des chants aimables. » (edd. fior. 1 4.)
— V. 8. avria, il cod. : mercede, le st.
T rovasi questo Risp. pur fra gl i Stram-
botti (leH'Aquìlano:dove al v. 6 leggesi
ai. mio leal tervire ; al 7 E, conosciuta.
COSTANZA.
XLV.
Non potrà mai tanta vostra dureza
Del petto trarmi l’ amoroso foco;
Chè l’ alma è già si ne’ tormenti avveza.
Che il sospirar per voi gli è festa e giuoco.
1/ amor d’ ogni altra donna il cor dispreza,
11 cor eh’ a tal piacer mai non dà loco ;
Anzi gli è in odio quel che a voi dispiace
Et ama sol quel che a’ vostri occhi piace.
Cai ree. 2723: ediz. fior. 1814.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
251
XLVI.
Nò morte potria far eh’ io non v’ amassi :
Che, poi che ’l spirto fussi uscito fora,
Converria, donna, cly} con voi restassi
Per fin venisse di voi l’ utim’ ora,
E poi nell’altro mondo seguitassi
L’ ombra mia sempre la vostra ombra ancora.
Dato dal ciel mi fu questo per sorte,
Ch’ i’ fussi vostro in vita e dopo morte.
Coil. ricc. 2723:ediz.fior.l8I4. —
V. 4. l’ ullim’ ora, le st. Acce! lamino
l'aggiunta dell’ articolo dagli edd.
fior. Del resto, ulimo per ultimo è
idiotismo comune nelle scritture fio*
rcntine del quattrocento c tultor
vivo nelle bocche del popolo toscano.
». 5-6. Cu Rispetto popolare : « E
dopo morte gli spiriti miei Ti ver-
ranno a cercar dove tu sci. »
XX VII.
Fammi quanto dispetto far mi sai.
Dammi quanto tu vuoi pena e tormento.
Riditi del mio male e de’ mie’ guai,
Guastami ogni disegno ogni contento,
Móstramiti nimica come fai,
Tienmi sempre in sospetto in briga e stento;
E’ non potrà però mai fare el cielo
Ch’ io non ti onori et ami di buon zelo.
Cod. laur. 44: ediz. fior. 14. Fu Cominiana, poi anche dal Rigoli nel
pubblicalo prima dal Serassi nella cit. Saggio.
XLYIII.
Fanne quanto tu vuoi dispregio c strazio,
Che ti s in più contento d- ubbidire.
l’ non ti chieggo, amor, tregua nè spazio
Nò brevilegio del mio ben servire.
Digitized by Googie
RISPETTI SPICCIOLATI.
Se non che faccia solo il tuo cor sazio;
Chè per constante amore è bel morire.
Ma guarda ben quel che tu cerchi, amore;
Chè chi perisce per virtù non more.
Coti. ricc. 2723: cdiz. Goi\ 1814. — V. 3. E non li, le st. — v. i, òri-
vilegio, le st. -
XL1X.
Non ara forza mai tuo’ crudeltadc,
Donna, che sempre i’ non ti sia suggctlo ;
Già mai non mancherà mie' fedeltade.
Mentre che l’ alma fia nel miser petto.
Forse che ancor ti moverà piatade
Di tuo’ belleze e di me poveretto,
Del mio fedel servire in van perduto,
E del tuo fior, quando sarà caduto.
Coil. ricc. 2723: cdiz. fior. 13 li. — V. 5. pitladc, le si. — v. 8. por
ch’ullor tj tinnito , il cod.
L.
Se gli occhi son contenti e consolati.
Tutto lo resto del mio corpo istenta.
Se l’ alma afflitta e dolorosa paté.
Che gaidio o che piacer vuo’ tu eh’ i’ senta?
S’ i’ sto in prigione o fuor di libertate.
Amor lo vuole, e tu ne se’ contenta.
Ma, sia che vuol, con tutto il suo potere.
Io son tuo servo, e cosi vo’ morcre.
Cod. ricc. 2723 : cod. magi. [cl. VII]
735 : eiliz. fior. 1814. — V. 3.
a frìtta dolorosa, cod. magi. —
v. 4. 0 che goldio o piacer, cod.
magi. : gaudio , le si. — v. 5. S’i’son
prigione, cod. magi... c fuor, le si.
— v. 6. Così le si., ma i due codd.
leggono : Amor lo vuole, c io ne ton
contenta. Accettammo la lezione dell-»
stampe in ossequio al riccardiano,
clie all' ultimo verso ci dà chiara-
mente per maschio il personaggio
che parla. — v. 7. Ma perché vuol,
le st. — v. 8. I no serva sono, e cosi.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
coil. magi.: Co sì son tuo servo, coil.
vice., con danno del verso. Noi delle
due lezioni ili verse ne abbinili fatta
ima clic ci par la migliore possibile:
le st. leggono, lo snn tuo servo e per
le. — Montile per Morire. Gli antichi
solevun ilare ai verbi della terza !j
piegatura di quei della seconda coniu-
gazione. Pentire è in Dino Compagni
e nel XXVI dell’ Inf. : tenére nel Te-
snretto del Latini. « .... degnò velière
La maestà sovrana. >
LI.
I' possa rinnegar la vera fede
E morir come cane in Barberia,
E Dio non abbia mai di me merzede.
Se mai ti lascio per cosa che sia :
E giuro per lo Iddio che tutto vede,
S’ io t’ abbandon, sia allor la fine mia.
E se il tuo duro cor non me lo crede.
Sappi nessun si salva sanza fede.
Cod. ricc. 2723 : ediz. (ior. 1814.
— f. t-2. Un rispetto popolare to-
scano : * E se credessi turco diven-
tare. Passar Io mare e andare in
Turchia, Davanti al Turco mi vo’ in-
ginocchiare E la vo’ rinnegar la fede
mia.... Ho rinnegato la fede per voi.»
— v. 3. mercede, le st. — c. 4. lasci.
cdiz.flor.ISt4. — o. C. Il troncamento
del verbo abbandon fatto qui da scrit-
tore toscano valga contro la Crusca u
difesa dell’io li per doli, clic è una
medesima cosa, del tanto perseguitato
epico italiano. (Nola dell'ediz. Silvi Se
pure non v». letto col cod. Mouk. luccli.,
i’i'o Cab ’ a odono, sia allor la fin mia.
L II.
F griderò tanto misericordia.
Che la mia voce sarà in cielo udita.
Tanto eh’ io faccia con costei concordia
Per sempiterno e fermo istabilita.
E di metter nessun fra noi discordia
Guardi, per quanto egli ha caro la vita.
Che questo è solo a me dato per sorte,
Nò sciòr mi può da lei se non la morte.
Cod. l ice. 2723: ediz. fior. 1SÌ4.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
*2òi
PREMIO BELLA COSTANZA.
LUI.
Fra tutte F altre tue virtù, Amore,
Questa si legge manifesto e scorto :
Colui che face sempre al mondo onore
Ella insegua ad amar, non che sia morto,
Nè che troppo costante al suo signore
Sia di sua corte isbaudeggiato a torto.
Tu che miei versi dolorosi canti.
Sappi che questo è il
Coti. riec. 3723: cdiz. fior. 1314.
V. 1. virludi , le SU — t). 2-6.
Per cavare un senso da questa
ottava, corrottissima nel codice c
nelle st., abbiamo accolto le corre-
zioni messe innanzi dal Monti nella
sua Farsa / Poeti, pBusa IV, se. I.
[Proposta, voi. Ili, p. II] e passate an-
che nell' edi*. Silvestri. Nel cod. e
nella stampa fior, del 14 ul v. 2. leg-
gasi Questo ; al u. 4. amar uè dir
eli’ è morto/ al v. 5. E che; al 6.
Fu di. Ecco pò; la spiegazione che
fa il Monti nel I. c. : « Amore, fra
altre virtuose tue leggi manifesta-
mente e scortamente dettata si os-
serva questa, che insegnu ad amare
premio degli amanti.
l'amante che fa onore al mondo colle *
sue opere, non a volere che per la
crudeltà della sua donna sia con-
dotto a morire, nè che a torto sia
sbandito dalla corte del suo signore
per essere stato troppo costante. >
— V. 4. Nel cod. Mouke Inceli, leg-
gisi così, E l' insegna d' amor ne
diede è morto, sottolineate le ultime
quattro parale : accanto nel margine
è scritto, «Forse: di che si c morto. •
Altri vegga di cavarne costrutto, a
me pare impossibile, — t>. 7-8. Par
che Amore risponda: quando pur
non debbasi intendere che il poeta
si rivolge al cautorc del suo ri-
spetto.
RIMPROVERI.
LIV-
IO arci già un’ orsa a pietà mossa ;
E tu pur dura a tante mie querele.
Ch’ ara’ tu fatto, poi che nella fossa
Vedrai sepolto el tuo servo fedele?
Ecco la vita, ecco la carne e F ossa !
Che vuo’tu far di me, donna crudele?
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niSPETTI SPICCIOLATI.
È questo el guidardon delle mie pene?
Donque m’ uccidi perchè ti to’ bene ?
Coti. ricc. 3723 : Comm., Risoli.
Vedi nota al Risp. III. — V. 3. £
hi pur dura ; modo efficace del par-
lar familiare toscano, clic resulta
in questo e in casi consimili dal-
l' dissi della seconda persona del
verbo estere, tiare, rimanere, o si-
mili. Per citare un esempio moderno,
nella novella di A. Guadagnoti La
\
lingua d' una donna alla prova il
t curato si affanna a predicare. « Ve-
di? e principi c ducili e cavalieri Al
pardi chi sta in umile abituro Devoti
morire ignudi. — E Costo, duro. »
— v. ó-6. Anclic in una Ball. • Ecco
Possa, ecco la carne, Ecco il core, ecco
la vita: 0 crudel.che vuoi tu farne? »
— t>. 8. Dunque... perch'io , le si.
LV.
Or credi tu eh’ io sempre durar possa
A tante villanie a tanto strazio?
0 pur deliberato hai nella fossa
Di tuo’ man sotterrarmi in poco spazio?
Vuo’mi tu mangiar crudo in sino all’ ossa
Per far de’ miei tormenti el tuo cor sazio?
Vuoi tu berti el mio sangue per le vene?
Vivi tu d’ altro che delle mie pene ?
Cod. luti r. 44: ediz. fior. 4844. del 4765, poi anche dal Rigoli nel
E fu prima pubblicato dal Sernssi cit. Saggio di rime. — V. 2. villa-
di su’l cod. chig. nella Couiiniann aie e, cdd. fior. 4814.
LVI.
Rendimi il cor, giudea e dispietata;
Chè a più pietosa donna il vo’ donare.
Non vo’ che il goda donna tanto ingrata
Che piacer piglia di farlo istentare:
E se l’ anima mia i’ t’ ho ben data.
Non ti piacendo, non dovei accettare.
Rendimi il cor, che tu non gli dai posa,
Chè il vo’ donare a una più pietosa.
Cod. rlce. 2723 c Moukc lucch.:
ediz. fior. 4814. — V. 4. Cosi il cod.
Inceli. : il ricc., core, o giudea e di-
spietata, con soverchio iato : o cruda
c dispietata, le st. I poeti antichi usa-
vano con crudele c incivile metafora
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RISPETTI SUCCIÒ LATI.
2Ù6
giudeo per incredulo (Messe» Ciao, faccia, come fa, penare «). Tanto e
ile-li ocelli della sua donna,. 0 voi clic vero die la letteratura, e la poesia
siete vèr me si giudei Che non crcdclc in specie, è, più clic lo specchio, il
il mio' dir sema pi-uova •), e per otti- serbatoio puro ed Impuro cosi delle
nulo, feroce (Cecco Angiolicri • Oimè, . credenze e delle aspirazioni nobili e
il suo cor coni’ è tanto giudeo! » M. onorevoli, come delle superstizioni e
Krescobaldi, in caso consimile a quel degli odii parziali e selvaggi dei
del nostro poeta, • Amanti e donne, tempi a cui ella appartiene. — ». 2.
correte a pregare Questa giudea che dare, il cod. ; con evidente errore,
rendami il cor mio, Cile non mi — r. 8. ad una, le st.
LAMENTI E PREGHIERE.
L VII.
Io ho maggior dolor, ben che stia cheto,
Ch’ altri che getta suo’ parole al vento:
Perchè non cresca il duol sto mansueto,
Perchè poco mi vai s’ i’ mi lamento.
Per non manifestar quel c’ ho segreto,
Tal volta rido, non eh’ i’ sia contento;
Ghè chi palesa c’ sua segreli affanni
Non sminuisce il duol ma cresc’ e’ danni.
C»d. ricc. 2T23 : ediz. fior. ti. È al 3 E erri soa crescer duol, al 5
nuche Ira i Rispetti dell’Aquilano con ho is secreto, al 7 i scoi secreti af-
queslc varietà : al ». I elio quieto, funai.
lviu.
E’ non fu al mondo mai più sventurato
Amante o più di me tristo e scontento;
Ch’ io porto pazienza del peccato
Ch’ altri ha commesso con mio detrimento.
Ecci chi crede di farsi beato
Con tener me in infernal tormento.
Nè sa ben quanto a Dio dispiace forte
Colui che cagione è dell’ altrui morte.
Cod. ricc. 5723 ; ediz. fior. U. — pag. 40] vale patimento, dolore in qne-
V. 3. pazienza, cosi il cod. c le st. sto v. e nel peli, del X Purg. « E qual
Sospetto debba leggersi penitenza. — più pozlenza uvea negli atti Piangen-
Secondo P. Fontani [fife. /!/., 1847, III, do parea diccr : Più non posso. •
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HISPETTI SPICCIOLATI.
257
LIX.
Ogni donna di me pietosa fassi
Et ogni fera eh’ oda el mio lamento:
Io ho mossi a pietà già questi sassi
Ne* quali or poso il mio corpo scontento.
E non fu mai alcun che donna amassi
Che stessi com’ io fo all’ acqua al vento :
In voi sol, donna, e’ mie’ pianti non ponno
Rompere el vostro dolce e leggier sonno.
Cod. ricc. 2723: Poggiali, Serie ec. : ediz. fior. 1814.
LX.
Se ’l vostro cor pietà non mostra or mai
Agli occhi che più lacrime non hanno;
De’ mie’ prieghi pietosa e de’ mie’ guai
Si facci morte, e traggami d’ affanno.
E ben che io creda che piacere assai
Arete del mio strazio e del mio danno.
Non sia però non si dica che a torto
l’ sia da voi sol per amarvi morto.
Cod. ricc. 2723 : Poggiali, Serie ec.
cdii. fior. 1814. — V. 3. Abbiamo
aggiunto un e dopo pietosa secondo la
proposta di A. M. Maggi e con l’ediz.
Silv. — v. 4. Il cod. e gli edd. del 1814
hanno trarraami: abbiamo accettato
la lezione proposta dal Maggi e se-
guita dall’ ediz. Silvestri. — v. 7. non
si dirà, leggono gli edd. del 1814. Il
Maggi proponeva e il Silvestri stam-
pava nè dicasi. Noi seguitiamo la le-
zione vera del codice.
LXI.
Mentre eh’ ogni animai dormendo posa,
Raddoppio e pianti e rinnuovo e sospiri :
E sol priego eh’ Amor facci una cosa,
Ch’ alquanto delle fiamme el cor respiri.
Né tu ti fai però di me pietosa,
Polizuso. 17
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RISPETTI SPICCIOLATI.
Mentr’ io piango cantando c mie’ martiri;
Anzi nascondi el tuo amoroso volto :
Bendi agli occhi mie’ i lumi c’ hai lor tolto.
Coil. ricc. 2723: ediz. fior. 1814.
— V. 8. Cosi il cod.; miei, gli edd.
fior. Il Moggi nella cit. Appendice
osservava : • La collocazione delle
parole, cerluniente sconvolta dai co*
pisli, rende aspro questo verso. Poi
il dire rendi agli ocelli i lumi i lo
stesso clic se detto si fosse rendi
agli occhi gli occhi ; poiché lumi
plurale è presso i poeti sinonimo
di occhi. Vuoisi però correggere il
lume , cioè la villa: e il Poliz. stesso
più avanti, si. 9, [* in questa ediz.,
rispetto LXIII], ci addita questa
correzione, dicendo: Piangete, ocelli,
da poi clic Amor ci ha tolto La
dolce vista di Madonna nostra. Ed il
soprannoiato verso deve stare al
sicuro cosi : Rendi a' miri occhi il
lume che hai lor tolto. » Noi non
vediamo questa necessità, e non ci
spiace il rendere gli occhi agli oc-
chi. Ma la lezione proposta dal Maggi
passò nell’ ediz. Silvestri.
Lxn.
E’ non è mai sì carco di tormenti
El mio afflitto e ’ndebilito core.
Che, se rivede e begli occhi lucenti.
Non riprenda le forze e ’l suo valore.
Ma tu glie ne se’ avversa e no ’l contenti.
Che per non rivederli sol si more.
Al cor la vista de’ begli occhi rendi.
Tanto che dalla morte si difendi.
Cod. ricc. 2723: Poggiali, Serie ec. : ediz. fior. 1814. — V. 5. noi con-
senti, le st.
LXIII.
Donna, s’ i' debbo mai trovar merzede
Ne’ be’ vostri occhi o punto di pietade.
Se mai esser pagata la mia fede
Debbo con altro che con crudeltade;
A’ be’ vostri òcchi il cor questo sol chiede.
Che venga pria che morte usi impietade.
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RISPETTI SPICCIOLATA.
2ó'J-
Al giusto priego non gli siate avara,
Che per servirvi sol la vita ha cara.
Codice li ce a rii inno 2723: edizio- st. — o. 5. il cor tota vi c!ìì ab ,
no fiorentina 1811. — V. 1. mer- edd. fior, ti; il cor tuia richiede
cede, le st. — o. 2. Nelli vostri, le ediz. Sii v.
LXIV.
Piangete, occhi, da poi eh’ Amor n’ ha tolto
La dolce vista di madonna nostra :
Tristi piangete, poi che si bel volto
Pietade alcuna vèr di voi non mostra :
Piangete, poi eh’ Amore in pianto ha vólto
Il riso e ’l canto c la speranza nostra.
Deh sospira, cor mio, tua crudel sorte.
Fin che pietà di te vegna alla morte.
Cod. ricc. 2723: Poggiali, Serie ec. ispira, il cod. c gli cdd. fior. Accct-
ediz. fior. 1814. — V. t. ci ha, le tammo hi correzione del Maggi pas-
si.— u. 6. il canto, le si. — v. 7. Deli sala puite nell’ ediz. Silv.
LXV.
Piangete, amanti, insieme al* mio dolore ;
Piangete (in che a pietà lei si muova :
E se pietà non ha,, prega te Amore
Non voglia far di me più lunga pruova
Ma che mi renda libero el mio core
0 che da lei tal crudeltà rimuova,
E che or mai e’ sia contento e sazio
Di veder tanto mio crudele strazio.
Cod. ricc. 2723 : ediz. fior. 1814. eh' ella a pietà ti mova. Noi, clic nò-
— V. 2. Nell' ediz. Silvestri si corre»- pure in grammatica vogliano despo-
sc grammaticalmente: Piangete /tu listili, lasciamo conte legge il codice.
LXVI.
Io mi dorrò di te innanzi Amore,.
Dicendo come tu mi fai morire:.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
U'-ÌD
V gli dirò eh’ i’ sor tuo servidore,
E fai mie’ vita per pianti finire :
Dirògli che tu m' hai ferito il core,
E i mie’ prieghi non gli vuoi udire.
Io so che ti sarà dato ogni torto.
Veduto al tutto che per te son morto.
Infililo finora: è fra altri Risp. del Poliziano nel cod. del signor Yan/oliui.
LXVII.
Soccorrimi, per dio; che il tempo passa.
Vedi, madonna, crudeltà mi sfida:
Soccorri all’ alma mia misera e lassa
Che nella pietà tua sola si fida:
Soccormi *, che costei morir mi lassa.
Poi che mi vede al mondo sanza guida:
Soccorrimi per dio, non esser tardo;
Che in vita può tenermi un sol tuo sguardo.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814.
— r. 2. Pare che faccia una sot-
tile astrazione fra madonna e la
crudeltà di lei della quale si ri-
chiama: astrazione di cui abbondano
esempi nei poeti antichi. Cosi il
Cavalcanti : « Se mercè fosse amica
il’ miei desiri, E ’l movimento suo
fosse dal core Di questa bella don-
na...; » e Dante « Cotivcuemi chia-
mar la mia nemica, Madonna la
pietà che mi difenda. • — V. 8. Co-
me accorda questo tardo con Ma-
donna? Veggano i grammatici se
potesse tenersi per usato a modo
di avverbio. Potrebbesi supporre
che il poeta s’ indirizzasse ad Amo-
re: e allora al v. 2 bisognerebbe
leggere, madonna e crudeltà, o,
ironicamente, madonna crudeltà ;
come Dante disse Madonna la pie-
tà.
LXVIII.
Soccorrimi, per dio; eh’ io son condutto
rresso ati’ estremo punto di mia vita:
Amor raddoppia in me suo’ forza in tutto.
Tal eh’ io non posso alla crudel ferita.
Vedi il mio corpo doloroso e strutto:
Che, se la tua merzede or non l’ aito,
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RISPETTI SPICCIOLATI.
56 1
Morte sarà che mi trarrà di guai :
E più mi duci che te ne pentirai.
Cod. rioc. 2723: odi*, fior. liti. — V. A. Jio.1 rosso. Non reggo più.
— ». 0. mercede, le si.
LXIX.
0 sacra iddea col tuo figliuol Cupido,
Che collo strai fedisti Giove c '1 Sole
E ’l cor passasti alla reina Dido
Udendo del troian l’ alte parole;
Disserra l’ arco in cui solo mi lido,
E ferisci costei che udir non vuole
D’ amor favella e me conduce a morto.
Se non provvedi alla mia trista sorte.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814. — ». 3. ferini, le si. — ». 6. Gli cdd.
fior, del 14 mettono una virgola in fine di questo verso.
LXX.
I’ non ti chieggo, Amor, altra vendetta
Di questa cruda tua nemica e mia.
Se non che lei tu nelle mie man metta
Sola soletta e sanza compagnia.
Al petto i’ la terrei serrata e stretta.
Tanto eh’ io la farei vèr me più pia ;
E per vendetta degli oltraggi ed onte
La bacerei ben mille volte in fronte.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814.
— V. 2. nemica. Cosi le si. : il codice,
umica. — ». 4. • Taciti, soli, e senza
compagnia • Dante (edd. fior. 14).
— ». C. Accolsi la correzione proposta
dal .Maggi nella cit. Appendice e pas-
sata ucU'cdiz. Silvestri, fi cui. legge
Tanto eh’ in ver di me t" la farei
più pia; l’ediz. fior, del 1814 .... in
ver me i* la farei. — ». 7. vendetta .
Ilo preso questa parola dall’ ediz. fior.
22. e da quella Silvestri, nella quale
passò dalla cit. Append. Nel codice si
legge viltà : l'cdiz. fior. Iia viltade.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
.2(5-2
lxxi.
Prima eh’ io mi conduca a disperare.
Vorrei saper di voi l’ utima voglia ;
E, s’ i’ non veggo in voi pietà regnare.
La morte poi al fin non mi fia doglia.
Dimmi, madonna, quel che deggio fare
A non voler che la morte mi doglia;
Degnate a’ prieghi mia farmi risposta.
Un grazioso riso poco costa.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 18'44.
— V. 2. ultima, le st. — v. 3. che
morte mi tia doglia, gli edd. fior,
•ilei li. Il Moggi, netta cit. Appcnd.,
■scrisse: « Poiché doglia nel secondo
verso è nome, fon* è clic sia verbo
nel quarto, » e propose si correg-
gesse A non voler che morte sì mi
doglia : la qual correzione passò nel-
•l' ediz. Silvestri. A noi delle lume
per 1u vera correzione la lezione del
codice che ha A non voler chela morte
mi tia doglia : dove è evidente che
sìa è un errore di sovrabbondanza
pel ricordo del v. 4. — ». 8. Accet-
tammo la correzione del Maggi pas-
sata nell’ediz. Silvestri: il codice e
gli editori fiorentini del 14 leggono
IV un graziato rito che poco co-
lta.
ASPETTAR TEMPO.
LXX1I.
La notte è lunga a chi non può dormire.
Ma ancora è breve a chi contento giace:
Se ’l giorno è grande a chi vive in sospiro,
Presto trapassa a chi il possiede in pace :
Vero è che la speranza e lo desire
Più volte a ogn’ un di lor torna fallace;
Ma, quando l’ aspettare al fin poi viene.
Già mai non giunge tardi il vero bene.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814. st. — e. 5; Veramente il cod. ha loro
— V. 2. chi in contento, le st. — delire: ci parve meglio seguitare le
3. Lo giorno i ... in martire, le stampe.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
201!
LXXHI.
Non sempre dura in mar grave tempesta.
Nè sempre folta nebbia oscura il sole :
La fredda neve al caldo poco resta,
E scuopre in terra poi rose e viole :
50 eh’ ogni Santo aspetta la sua festa,
E eh’ ogni cosa il tempo mutar suole :
Perù d’ aspettar tempo è buon pensiero,
E chi si vince è ben degno d’ impero.
Coti. ricc. 2753: edi*. fior. 1814. — Questo rispetto trovasi pur negli
— V. 1-2. ilorat. carni. Il, 9 : ■ fiun Strambotti tli Serafino Aquilano con
scinper imbres nubibus hispidus la piccola differenza che al verso \
Manant in agros, aut mare Caspium legge Che «ritorce tu terra, cc., e al
Xexant iuxqualcs procella: Usque. * v. 8, Che chi sè vince oe.v hecso è.
LXX1V.
Ogni pungente e venenosa ispina
51 vede a qualche tempo esser fiorita :
Crudel veneno posto in medicina
Più volte torna l’ uom da morte a vita:
E ’l foco che ogni cosa arde e ruina
Spesso risana una mortai fedita:
Così spero il mio mal mi sia salute,
Chè ciò che nuoce ha pur qualche virtute.
Coil. rice. 1723 : edit. fior. 18 H. • — • Silv. 1823. Anche questo Risp. è fra
V. t. spino, le st. — e. 8. Il cod. legge gli Strambotti dell' Aquilano ;se non
Che non che nuoce. Ho accettato la cor- che al v. 3 legge patio t, al A Tal
regione del Maggi nella rit. Append.: voti», al 7 Fu salute, all' 8 Cn’ocst
correzione passata nel testo dcll'ediE. cosa che nuoce ha pur virtute.
CONSIGLIO PRUDENTE.
LXXV.
Chi si diletta in giovenile amore.
Compera la ricolta in erba verde;
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RISPETTI SPICCIOLATI.
264
Chè sempre il frutto non risponde al fiore,
E spesso la tempesta la disperde.
Tristo a chi si confida in bel colore.
Che dalla sera alla mattina perde 1
' Però laudi ciascuno il mio consiglio,
S’ io disprezo le fronde e ’l frutto piglio.
Coil. ricc. 2723: Poggiali, Serie ec. : ediz. fior. 1S14. — V. 3. « Ni in iti in
nc creile colori. » Yirg. ecl. 2 (edd. fior. 14).
I VOTI COMPITI.
LXXVL
l’ ti ringrazio, Amor, d’ ogni tormento
Che io soffersi e di tanti mie’ affanni.
E sono in fra gli amanti il più contento
Che fussi mai alcun già fra mille anni;
Poi che mia nave spinta da buon vento
Il porto prende, requie a tanti danni.
Reggi la vela. Amor; chè il vento spinga.
Mentre che ancora intorno il mar lusinga.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814.
— V. I. Il nostro poeta ha comin-
ciato una ballala • Io ti ringrazio,
Amore, D’ ogni pena e tormenlo •
(edd. fior. 1814.) — V. 2. Che in,
così stampiamo per la migliore ar-
monia del verso; ma il cod. e le st.,
Ch‘ in i offerti. — V. 4. fotte, le st.
— 1>. 5. « Siccome nave pinta da
buon vento » Dante, (edd. fior.
1814.) — v. 6. Il porto vede , le
stampe.
DISGRAZIA IN AMORE.
LXXVII.
II buon nocchier sempre parla de’ venti,
D’ arme il soldato, il villan degli aratri,
L’ astrologo di stelle e d’ elementi,
L’ architetto di mole e di teatri.
Di spirti il mago, il musico d’ accenti,
D’ oro gli avar, d’ eresia gl' idolatri.
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mSPF.TTI SPICCIOLATI.
205
Di bene il buon, di fede l’alme fide;
E io d’ amore, perchè amor m’ uccide.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814. et miles vulnera, paslor oves »
— V. 1 e segg. ■ Novità de venlis, Tibullo, (edd. fior. 14.) — ». 8. EU
de tauris narrai aralor; Numerai io, le st.
LXXVIIL
Rida chi rider vuol, eh’ a me conviene
Per forza per ragion 1* angoscia e ’l pianto :
Canti chi vuol cantar, eh’ alle mie peno
Non è conforme l’ allegreza e ’l canto :
Speri chi vuol sperar, chò sanza ispenc
Ogni pensiere mio posto ho da canto.
Come rider cantare o sperar voglio.
Se perso ho il ben d’ onde allegrar mi soglio ?
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814. — V. 5. zpcne, le st.
LXX1X.
Delle fatiche mie el fiore e ’l frutto
Ogni altri coglie, e io ne son di fora:
El seme eh’ i’ ho sparso è perso tutto
In questa terra ingrata, che ristora
Al suo cultore acerba doglia e lutto.
Questo interviene a chi in fede adora :
E questo è quel per che ’l mio cor si spoglia.
Che il seme eh’ i’ ho sparso ogni altri el coglia.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814.
— V. 2. ed io, le st. — ». 4. Risto-
ri: nel significato, pare, di renile
in cambio. Vedi Rispetto LXXXIII,
v. 5 G. — ». 6. Il Maggi nella cit.
Appendice proponeva si correggesse:
• a chi di fede adora; • ovvero:
• a chi con fede adora. » Il Silve-
stri accettò il primo concierò. In
verità non ce n’ era bisogno. — ». 7.
Si simiglia. Strano uso di questo ver-
bo : pare debba sottintendersi qual-
che cosa ; come di gioia , di spe-
ranza ; o simili.
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200
RISPETTI SPICCIOLATI.
LXXX.
l’ seminai il campo, c altri il miete ;
Aggiorni spesa la fatica in vano :
Altri lia gli uccelli, e io tesi la rete;
Solo la piuma m’ è rimasto in mano:
Altri è nell’ acqua, e io moro di sete:
Altri è salito, e io disceso al piand.
Pianger dovrian per me tutte le priete ;
Ch’ i’ seminai il campo, e altri il miete.
Cod. ricc. 2723: cdix. fior. 4814.
— V. I ■ e d altri, le st. — ». 3. td
io, le st. — t>. 4. Solo ... m’ è rimana,
le st. — ». 5 e 6. td io, le st. — t>. 7.
priete in vece di pietre, per meta-
tesi (edd. flor. 14). L’ iperbole è or-
dita, ma non come quella di Dante,
che d' un tremore amoroso soprav-
venuto gli dice • E per la ebrietà
del gran tremore Le pietre par che
gridio : muoia, muoia. • — r. 8. ed
dltri, le st. — Questo Rispetto tro-
vasi poi ripetuto nel codice con qual-
che varietà. Eccolo qui sotto.
LXXXh
P seminai il campo, un altro il miete;
E aggio ispeso la fatica in vano :
Altri è nell’ acqua, e io moro di sete :
Altri è salito, e io rimasto al piano :
Un altro ha preso, c io tesi le rete,
E sol la piuma è a me rimasto in mano.
Fortuna a torto fa sua voglie liete ;
Chè per voi ardo, e non mi soccorrete.
Cod. ricc. 2723 : cdix. fior. 4814.
— V. 4. e un altro , le st. — ». 2-3.
ed, le st. — ». 4. L’ edix. Silv. legge
col Maggi ed io rimati al piano. —
». 5. ed io, Silv. Questo verso è una
rimcmbranxa del petrarchesco « E la
rete tal tende che non piglio. - —
». 6. La ficai è * me rimasto. Qui il
participio non accorda col nome, ri-
manendo quasi indeclinabile: come
di rado avviene quando va unito al
verbo ettcre. Petrarca, Coni. 1 : « . .
sentendo... Infin allor percossa di suo'
strale Non essermi passato oltre la
gonna » e Bocc , Dee., g. IV. u. VI
« Nè perciò cosa del mondo più
nè meno me n’ è intervenuto. » —
rimatlo, Silv,
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RISPETTI SPICCIOLATI.
2(>7
LXXXII.
El bel giardìn cbe tanto cultivai
Un altro il tiene, e sì ricava il frutto:
E la preda eh’ io presi e guadagnai
Un altro a torto me n’ ha privo in tutto:
E pascomi di pianti e doglie e guai.
Perchè chi può mi vuol cosi distrutto:
E ho perduto il tempo e la fatica,
E sono in preda della mia nemica.
CoJ. ricc. 2723: e<liz. fior. 1814. — V. t. coitimi , le si.
LXXXill.
Del bel campo eh’ arai con sudor tanto
Un altro ha preso le ricolte in erba :
Della vite eh' io posi all’ alber santo
Un altro ha vendemiato l’ uva acerba :
E ’l frutto eh* io ricolgo è doglia e pianto
Che lo ’ngrato terreno al cultor serba.
Or di rabbia si strugge el cor e rode:
Un altro ha il fruito e del mio stento gode.
Coil. ricc. 2723: cili*. fior. 1814.
— V. 1 .El bel rampo, il codice. Accet-
tammo Iti lezione delle stampe. —
r. 7. li tir ugge e’I cor ti rode, le st.
É pure tra i Rispetti dell’ Aquil. con
queste varietà: al t>, 1. Il boo.v campo
clic, al 2 Un altro a pievo l’ ni ni-
colto, al 3 La vili eh' in già posi al-
I’ » raion, al 4 ha vesDeuaiATO, al 5 II
frutto, al 7 e 8 Cosi passando la mia
vita rode, Cne va altbo i.adlc.ao li gnu
stetti gode.
DISPERAZIONE.
LXXXIV.
Madonna, e' saria dolce la mia pena.
Dolce il pianto i sospir, dolce il tormento,
S’ i’ fussi certo che questa catena
Sciogliessi un giorno per farmi contento.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
26*
Ma perchè il corpo si sostiene a pena
E’ be’ vostri occhi non fan mutamento,
Sciorrà questa catena un giorno morte
E porrà fine alla mia trista sorte.
Coti. ricc. 2723: Poggiali, Strie ec.: quella catena. — r>.4. Scioglieite , Silv.
cdiz.fior.l t. — g. 3. Il cod. legge : di — t. 6, E be’ , ed. fior. 14; e i bei, Silv.
LXXXV.
Se pure il vostro cor non è ancor sazio
Di veder tanto mie’ crudel tormento,
l’ prego morte mi die tanto spazio
Ch’ io possa far vostro disio contento.
E, se non basta ciò, per più mio strazio
Mora, e sia data la polvere al vento:
Chè più dolceza mi saria morendo
Per contentarvi, donna, che vivendo.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814. — V. 3. ni dia, le si.
LXXXVI.
0 me ! chè ’l troppo amore a morte mena
Il cor sanza speranza di soccorso.
Morte sciorrà l’ amorosa catena.
Morte torrà dal core il duro morso.
Nè so però se mancherà la pena
Allor eh’ i’ sarò in braccio a morte corso.
Nè saria questo già contro a mia voglia.
Se per amarvi stessi sempre in doglia.
Cod. rice. 2723: ediz. fior. 1814. — V. 1. Ohimè, le si.
LXXXVII.
Creduto io non arei crudeltà tanta
Regnar potessi in si gentile aspetto:
Ma or bene me n’ accorgo, e veggio quanta
È vana la speranza eh’ io aspetto.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
-2U'J
E bene è vero che ogni bella pianta
Non tutta volta fa il pomo perfetto.
Cosi iutervien a qual di noi non crede:
Ma savio è quel che tosto se ne avvede.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 14. — spetto inferri;» qual di noi non ere-
V. I . avrei, le si. — p. 5. elle, manca de : abbiamo acceduto la correzione
nel eod. — t>. 7. Nel cod. legge*! Cosi delle stampe.
LXXXVIH.
Come può lo mio cor mai rallegrarsi?
Se possedessi quanto el ciel possedè.
Solo alla pena che ha di ricordarsi
Di quanto ben si vede o mal si vede.
Pericoloso sta per pricolarsi:
Se già per grazia ci ciel non mi provede
Che la fortuna or mai mi concedessi
Che, perso un tanto ben, morte mi dessi.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. I Si 4.
— V. 1. Accettiamo la interpun-
zione dell' ediz. lìor. 4814: la fio-
rentina del 4822 e quella del Silve-
stri 4825 mettono una virgola in
fine del primo verso e l' interro-
gativo in fine del secondo. — v. 2-5.
> Dal secondo al quinto verso, nota
il Maggi nella citata Appendice,
Ravvi tale stravolgimento che non
si può sanare nemmeno per pro-
babile congettura. Era però dovere
dell'editore il notarlo. • Al v. 3
nell’ ediz. Silvestri si nota: • Que-
sto e i due segg. versi sono vera-
mente enigmatici. Pericolato sla per
pericolarti pare che sia un modo
volgare, il quale in sostanza si ri-
solva nel dire è pericoloso. Il passo
trovasi, cosi com’ è stampato, nel
cod. ricc. donde gli edd.'fior. tras-
sero queste stanze. • Noi notiamo
che al v. 4 nel cod. leggesi or mal
in vece di o mal che hanno le
stampe. — v. 6. Cosi gli editori fio-
rentini del 44 : il eodice è errato e
ridondante. — t>. 7-8 concedeste . . .
dette, le st.
LXXX1X.
Vedete, ornanti, a quale estrema sorto
l’ son ridotto sol per donna amare,
i Ch’ i' sento al cor già vicina la morte
Nè posso a tanto danno riparare.
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RISPETTI SPICCIOLATI.
ilo
Merzè chieggio a colei piangendo forte.
Che d’ este pene lo voglt cavare :
E lei che vede die morte m‘ uccide
Non se ne cura e del mio mal si ride.
Cod. ricc 5723: Poggiali, Serie ec. st. — ». 6. lo voglia, ediz. Sitv.
ediz. fior. 1814. — V. 5. Merci,, le v. 7. Ella che vede, ediz. Silv.
xc.
Lasso me, lasso f o me ! che deggio fare
In questa vita sanza alcun conforto?
0 deggio sempre al mondo lacrimare
Nè mai uscir di questo orribil porto?
0 sorda morte, ornai piu non tardare :
Soccorri a' priegbi miei, non mi far torto.
Ch’ altro rifugio a me non si richiede.
Poi che per me non è pietà nè fede.
fini codrca deli signor Vanzolini, ov’ c fra altri Rispetti del Poliziano.
XCI.
Piangete, occhi dolenti, e’1 cor con voi
Pianga suo’ libertà eh’ Amor gli ha tolta:
Piangete el dolce e ’l bel tempo da poi
Ch’ Amor nostra letizia in pianto ha volta :
Piangete le lusinghe e’ lacci suoi
Ond’ io preso mi trovo e ella è sciolta :
Piangete, ocelli dolenti, alla fin tanto
Che morte stagni el vostro amaro pianto.
occhi a/fHHi,.et mio darti tanto. Acciò ■
che piali Iraovi el vostro pianto. —
È pure fra gli Strambotti dell’ Aqui-
lano con queste varietà : al v. 4 Amor
vostra fortuna, al 6 ed ella sciolta:
il 7 e 1' 8 accordano col magliai)., se
non che leggono il mio male c It oli
P..ETADE IL NOSTRO.
Cod. ricc.. 2723 : Poggiali, Serie cc.
ediz. fior. t4: magi. 735. — V. 2. l’ha,
cod. ricc.. e I* edic. fior. 14. — e. 6.
ella disciolta, ediz. Silv. Noi accet-
tammo la lezione del magliabechia-
no. Col riccardiano leggevano gH edi-
tori fiorentini del 14, e lei disciolta.
— t>. 7-8. LI magliab.: Piangete, o
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RISPETTI SPICCIOLATI.
• 271
XCIl.
Voglio morir, se morte mi vuol tórre.
Da poi che 1 mio disio non può aver loco.
Meglio è morir che sempre con dolore
Irsi struggendo come cera al foco.
Chi mi può sovvenir non mi soccorre
Anzi si piglia i miei martiri in gioco.
Però la morte per soccorso chieggio.
Po’ che mi vedo andar di male in peggio..
Coil. ricc. 2723 : cili/. fior. 1814.
— V'. 3. ■ Qui non liavvi rima ma
semplice assonanza. Nelle noie del-
I’ ediz. fior, del 1814 si riporta,
come variarne del quarto verso sus-
seguente, il verso del Petrarca Come
ni sol neve, come cera al foco: quindi
l’autore della Proposta [*cioè l’uuto-
re dell’ apponi, al voi. Ili pari. Il'
della Proposto], tenuta ferma que-
sta lezione, emenda per congettura
• Meglio è morir che sempre il cor
diteiorre Come al sol neve eec. »
tNota dell’ ediz. Silvestri). Il vero
è che gli cdd. fior, del 14 riportano
quel verso del Petrarca non come
variante, ma per confronto al verso
del Polii. Ma I’ emendazione potea.
cercarsi negli Strambotti dell’ Aqui-
lano, fra i quali questo è riportato, e
dove al v.. 3-4 leggesi: Meglio è li
sfasci cinse i* tinnì nonne Che cin...
PENSIERI E IMMAGINI DI MORTE.
XC1II.
Quando tu mi vedrai questi occhi chiusi
Da amore eh’ a tu»’ ora al fin mi sprona,
Tutta affannata da pensier confusi
Dirai — Per me questa alma s’ abbandona ; —
E, se arai chi T tuo peccato accusi.
Nessuno troverrai che te ’l perdona :
Cosi andrai piangendo in ogni lato
Dolente di me’ morte e tuo peccato.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814.
— V. 2. Da morte che talora, le si.
— Al vi.v. Intendi della vita. — e. 4.
Cli cdd. fior, del 181 1 annotano:
« Ai versi 2, 4, 6 trovatisi nel
margine del uis. delle correzioni,
ma in cosi miserabile stato clic
anche le persone più perite, da
noi consultale per decifrarne il
senso, si sono dichiarate incapaci
di riuscirvi. Dopo di ciò noi ci
siamo presi I’ arbitrio ben piccolo
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RISPETTI SPICCIOLATI.
e non imitile affatto di leggere l'ab-
bnndona in luogo di sbandonata
come sta scritto. > Le correzioni,
Leu posteriori all’età del Polizia-
no. sono per tòr via la rima in ona
e mutare al congiuntivo la secon-
da dell’ indicativo, perdona , che non
parca buona concordanza. — v. 8.
Il Maggi nella citata Appendice met-
teva innanzi la correzione il tuo
peccalo, clic il Silvestri accoglieva
poi nella sua edizione. Non ve n' è
bisogno, sol che s' intenda : dolente
della mia morie c del Ino peccato,
cioè della morie mia che è tuo pec-
calo.
XCIV.
Quando questi occhi chiusi mi vedrai
E ’l spirito salito all’altra vita.
Allora spero ben che piangerai
E1 duro fin dell’ anima transita :
E poi se l’ error tuo conoscerai,
D’ avermi ucciso ne sarai pentita:
Ma ’i tuo pentir fia tardo all’ utima ora.
Perù non aspettar, donna, eh’ i’ mora.
Cod. vice. 2723: ediz. fior, -t 814. gine: tradita. • A noi in quella rnr-
— V. 2. E lo spirto, le st. ■ — v. A. reziouc parve dover leggere partita.
Oli cdd. fior. 14 annotano: « nel mar- — v. 7. ultim' ora, le st.
xcv.
AUor che morte ara nudata e scossa
L’ alma infelice delle membra sue
E eh’ io sarò ridutto in scura fossa
E sarà ombra quel che corpo fue,
Verran gl’ innamorati a veder l’ ossa
Ch’ Amor spogliò con le crudeltà sue;
— Ecco, diran tra lor, come Amor guida
A strazio e morte chi di lui si fida. —
Cod. rieeard. 2723, laurenz. 4t
[pi. 40], ediz. fior. 1814. — V. 2.
dalle, cod. ricc. e stampe. — e. 3.
errò, c e. 4. sera, cod. laur. — ». 5.
Il riccard. legge temili gli amanti
a veder l' ossa. Gli edd. fior, del 1 4
corressero Verran gli amanti a ri-
veder quest' ossa, (e la correzione
passò in tutte le st.) senza notare che
qui non era luogo al rivedere ; per-
chè il povero poeta, per quanto tra-
vagliato da quella forca d’ Amore,
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RISPETTI SPICCIOLATI.
273
non sarà stalo proprio uno scheletro, ma il’ esser ridullo in scura fossa. Il
tlie gli si vedessero 1' ossa nude, pri- cod. laur. ei Ita porlo la leziou vera.
XCVI.
— Requiescat in pace / in pace posi
(Dica ciascun che mi passa davante),
Costui eh’ è morto ne’ lacci amorosi
E patito ha dolor c pene tante. —
Sopra me pianti tristi e dolorosi
Facci ciascun che si può dire amante,
E dica — Tu che morto in terra giace
Vinto dal crudo Amor, riposa in pace. —
Cod. rice. 2723: ediz. fior. tSIA. Icco menarmi, Le sentirai cantarle
■ — V. t. Ricorda In fine d’ un risp. requie e i salmi. » — t. 5. Faccia eia-
?opol. tose. • Se non mi prendi per scun, Silvestri.
xcvn.
Venite insieme, amanti, a pianger forte
Sopr’ al mio corpo morto e steso in terra ;
E vederete la mia crudel sorte
E quanto è tristo el fin della mia guerra.
Per troppo amore i’ son condotto a morte.
Tristo a colui eh’ Amor crudele afferra !
Quest’ è del mio servir sola merzede.
Che mortai cosa amai con tanta fede.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. tSli.
— I'. 2. Sopra il, le si. — te. 8.
Tristo c colui, le st. — È questo
Rispetto una iscrizione bella e buo-
na da mettere su la porta della
chiesa ove si fuecsse il mortorio del
povero poeta. E trovasi parte fra gli
Strambotti di Serafino Aquilano, con
queste varietà: — VA. Venite, aman-
ti, insieme ; — e. 2. Sopra il ; — t>. fi.
Tristo colui ; — v. 7-8. Questo del . . .
E mortai cosa ixar con troppi...
XC Vili.
Pigliate esemplo, voi eh’ Amor seguite.
Dalla mie’ morte tanto acerba e dura ;
foLizirvo. 18
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274
RISPETTI SPICCIOLATI.
Chè ’I traditor con suo’ crudel ferite
M’ ha fatto diventare un’ombra scura:
E ben che l’ ossa mie sien seppellite,
Non è ancor l’ alma dal martir secura.
Fuggite Amor, per dio, miseri amanti;
Chè dopo morte ancor restate in pianti.
Coti. ricc. 2723: eiliz. fior. 1814.
— V. 4. esempio, le si. — ». 4. peti,
le st. — Questo Rispello £ come un
cpitafio da iscriver su la tomba d’ un
amante disperato: e trovasi por fra
gli Strambotti dell’Aquilano, con que-
sta sola notevole varietà al verso 8,
Clic da poi morte ancor si utili...
VECCHIEZZA.
XCIX.
Dove appariva un tratto el tuo bel viso.
Dove s’ udiva tuo’ dolce parole,
Parca che ivi fusse el paradiso ;
Dove tu eri, pare’ fussi il sole.
Lasso!, mirando nel tuo aspetto fiso.
La faccia tua non è com' esser sólo.
Dov’è fuggita tua belleza cara?
Trist’ a colui eh’ alle sue spese impara.
Cod. ricc. 2753 : Poggiali, Serie ec. ». 3. Pareva che ivi, le st. — ». 4. pa-
ediz. fior. 14. — V. 2. lue dolci, lesi. — rea 4u,,ej te **• — v- *>• Trist' è, le st.
C.
Già collo sguardo facesti tremare
L’amante tuo e tutto scolorire:
Non avea forza di poter guardare,
Tant’ era el grande amore e ’l gran disire.
Vidilo in tanti pianti un tempo stare
Ch’ i’ dubitai assai del suo morire.
Tu ridevi del mal che s’ apparecchia.
Or riderai di te che sarai vecchia.
Cod. ricc. 2723: ediz. fior. 1814. — V. 4. il gran disire, le st.
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1
CANZONI A BALLO E CANZONETTE
DI
MESSER ANGELO POLIZIANO.
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[LEGITTIME.]
I.1
Non potrà mai dire Amore
Ch’ io non sia stato fedele.
Se tu, donna, se’ crudele,
Non ci ha colpa il tuo amadorc. 4
Non 0/ è niun maggior peccato
Nè che più dispiaccia a Dio,
Quanto è questo, esser ingrato,
Come tu, al parer mio.
Ogn’ un sa quanto tempo io
T’ ho portato e porto fede :
Se non hai di me merzede.
Questo è troppo grande errore. yj
lo non vo’, gentil fanciulla.
Da te cosa altro che onesta;.
Che chi vuol per forza nuHa
1 È, col titolo di canzonella e in-
sieme alla stanza intjcniou'ttima del-
l’eco, in (ine di tutte le edizioni
delle Stanze e dell’ Off co che prece-
dono l’Aldina del I SM; dalle quali
fu poi riportata nelle corniciane del
•1751 et765 c via via nelle posteriori.
Ed é anche fra altri versi latini e ri-
me toscane del IS. A. nelcod. fico. 771.
V'. II. mercede, stampe recen-
ti. — b. +4. Altro che: qui, le non.
Dream., g. Il, n. 2. « ... giammai non
in’ avvenne elio io perciò altro ette
bene albergassi. — » o. i 5. Nulli : qui
Ita senso uHermalivo, come (piando
si usa per via di domandare ricer-
care c simili casi. Boccaccio, Dee:,
g. Il, il. 5^.» clic mostrasse se egli vo-
lesse nulla: » M. Franco, Son. « E.
sono al tuo piacer, se tu vuoi mi Ila.
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BALLATE.
Senza nulla poi si resta.
Da me non sarai richiesta
D’ altro mai che gentileza; ,
Gli’ io non guardo tua belleza.
Basta sol la fede e ’l core. "0
Sempre ’l fren delta mia vita
Terra’ sol tu, donna bella ;
Ch’ io son fatto calamita.
Tu se’ fatta la mia stella.
Per Cupido e suo’ quadreikt
Pel suo arco affermo e giuro,
Ch’ io t’ ho dato el mio amor puro
E se’ sempre il mio signore. ss
IL*
l’ non mi vo’ scusar s’ i’ seguo Amore,
Chè gli è usanza d' ogni gentil core. 2
V. 47. Son sarai da me, Sitv. —
». 22. ferrai, st. ree. — ». 25-8.
« Questi quattro versi in tutte le
ediz. [* cioè, nelle «lue corniti, c nel-
le altre clic seguirono alle corni».]
sono staccati ila’ precedenti e porta-
no in fronte il seguente avvertimen-
to : Pare che risponda l’amala. Ma
elle ciò non sia vero viene dimostra-
to nel IH voi. par. II della Proposta..,
pag. CLXXIX, ove sta cosi scritto
[Mota dell* ediz. Silvestri]: • Egli
è I’ amatore che séguito le sue amo-
rose proteste c chiama suo siijnore
la sua donna, secondo l’ uso degli
antichi nostri poeti ad imitazione
de’ Provenzali. Cosi lue. da Lenti-
no: • Dolce mio sir, se intendi,
Or io clic (leggio fare ? » Cosi Dante
da Maiano : • Per deo, dolce mio
sir, non dimostrale. » E cosi il me-
desimo Poliziano, parlando sempre
alla sua donna : • Deh pietà di me,
signore. Per lu tua molla bellezza »
• Se ti piacessi, caro signor mio,
D’ esser tuo servo mi contenterei >
■ Sempre mai penso a te, gentil signo-
re • • I’ veggo ben, signor, eli’ i’ non
son degno D’ amare e riverir la tua
beltadc. ■ (G. A. Maggi, Append. cit.] —
». 25. sue, le st. ree., eccetto le comi-
niauc c quella del Molinari. — ». 26.
Del sua, stamparono gli edd. fior,
del 44, ricopiando un errore di al-
cune delle vecchie stampe ; e furono
seguiti dalla ediz. fior, del 22 e da
altre.
1 Fu primieramente pubblicata dal
Poggiali nella Serie dei testi di lingua
[Livorno, Masi, 4843. tomo 1,268] di
su’) cod. laur. 44 [pi. 40]; e ripub-
blicata su cotesta stampa in Lugu
per nozze dai fratelli Ferracci, e
nell’ ediz. fior. 44: 6 anche nel rie-
cardiuno 2723. Parla una donna.
V'. 2. Ch' egli, Pogg. : Che egli.
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BALLATE.
270
Con chi sente quel fuoco che seni’ io
Non convien fare alcuna escusazione.
Che ’l cor di questi è sì gentile c pio
Ch’i’so ch’ara di me compassione:
Con chi non ha sì dolce passione
Scusa non fb, che non ha gentil core. S
r non mi vo’ scusar. . .
Amore et onestate c gentileza
A chi misura ben sono una cosa.
Parmi perduta in tutto ogni bellcza
Ch’ è posta in donna altera e disdegnosa.
Chi riprender mi può, s’ io son pietosa
Quanto onestà comporta e gentil core? ti
l’ non mi vo' scusar. . .
Riprendami chi ha si dura mento
Che non conosca gli amorosi rai.
l’ priego Amor che chi amor non sento
No ’l faccia degno di sentirlo mai;
Ma chi lo serve fedelmente assai
Ardagli sempre col suo fuoco el core. so
I’ non mi vo' scusar. . .
Sanza cagion riprendami chi vuole ;
Se non lia ’l cor gentil, non ho paura :
II mio costante amor vane parole
Mosse da invidia poco stima o cura:
le nltre stampe. — ». 5. cor tfi
questa, laur. : cor di quoto, Pogg.
— ». 6. Che to, Pogg. : ChJ io to, le
altre si. — ». 9. eU onestate, le sL
eccetto Pogg. — ». IMO. Rimem-
branza del dantesco « Amore e cor
gentil sono una cosa. • — ». 11.
perduto, laur in tutta, cdd. fior.
14. — ». 14. Quando onestà, ricc. —
». 15-10. Riprendermi chi ha si dura
mente Che non conosca gli amorosi
rai ? Cosi gli cdd. fior. 14 seguili
dal Molinari e dalla seconda ediz.
fior. 1822. Il Maggi (Appendice cit.)
mise innanzi la vera lezione (quella
dei codd. fior, da noi restituita nel
testo) anche con 1’ autorità d* un
cod. trivulziano e della rara edi-
zione di Bergamo del Serassi : ed
essa lezione fu ammessa nell’ ediz.
Silvestri. Rii : qui gli splendori,
gli ardori. Il Casa, alla sua donna.
• Danno ... Fuggir mi fora il vostro
nrdeulc raggio, Bcnch’ io n’ avvam-
pi. » — ». 17. prego Amore, laur.
c Pogg. — ». 18. Non faccia, laur.
e Pogg. — ». 21. Sama ragion, Pogg.
— ». 22. ha cor , laur. e Pogg.
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BALLATE.
■2 SO
Disposta son, mentre la vita dura,
A seguir sempre si gentile amore. se
r non mi vo’ scusar. . .
m.'
I'mi trovai, fanciulle, un bel mattino
Di mezo maggio in un verde giardino. 2
Eran d’ intorno violette e gigli
Fra l’erba verde, e vaghi fior novelli
Azurri gialli candidi e vermigli :
Ond’io pòrsi la mano a cór di quelli
Per adornar e’ mie’ biondi capelli
E cinger di grillando el vago crino. 3
l’mi trovai, fanciulle. . .
Ma poi eh’ i’ ebbi pien di fiori un lembo,
Vidi le rose c non pur d’ un colore :
Io corsi allor per empier tutto el grembo,
Perch’ era sì soave il loro odore
Che tutto mi senti’ destar el core
Di dolce voglia e d’ un piacer divino. U
I’mi trovai, fanciulle. . .
l’ posi mente: quelle rose allora
Mai non vi potre’ dir quant’ eran belle :
V. 25. Disposto suo , lanr. e ricc.
i Publicnta prima dal Pogg. nella
eil. Scric ec., I. 269, di su ’l cod. ricc.
2723; e, come la precedente c nella
stessa occasione, ripubblicata dai fra-
tetti Ferrucci ; poi nell' ediz. fior. ti.
È anche nel laur. Ai [pi. 401. n<S ntagl.
4034 [cl. VII], e nel vani. Nel quale ul-
timo Ita questa rubr.: Canzono d'Ang.
Politiano. confortando le fanciulle a
córre la rosa quand' ella è fiorila .
V’. 2. mezo aprile , vanz. — v. 3.
Erano intorno , codd. laur. c ricc ,
e Pogg. Eron , magi. — ». 4. Per
l ‘ erba, vanz. — ». 5. Azzurri e gialli ,
magi., vanz. e st., eccetto Pogg. —
v. 7. adornarne, laur., vanz. e Pogg. :
e' mia, magi. — ». 8. grillando, vanz. :
ghirlanda, magi, e le st., eccetto
Pogg. — ». 9. Da poi, ricc. — ». tO.
rose non, vanz. — No.v rv« : non sola-
mente. Boccaccio, Fi lue., Il : • Non pur
le forti braccia vincono le battaglie,
ma i buoni e sani provvedimenti. »
— ». 41. lo colsi, ricc. e laur. : Se
colsi, Pogg. — ». 42. soave, Pogg.
— ». 13. senni, le st. — Desti* : eom-
moverc. — ». 44. di dolce voglie ,
vani. — ». 45. lo posi mente a quelle
rose allora , le st. — ». 46. Ala non ,
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BALLATE. 281
Quale scoppiava della boccia ancora ;
Qual’ erano un po’ passe e qual novelle.
Amor mi disse allor: — Va’, co' di quelle
Che più vedi fiorite in sullo spino. — 20
I’ mi trovai, fanciulle. . .
Quando la rosa ogni suo’ foglia spande.
Quando è più bella, quando è più gradita ;
Allora è buona a mettere in ghirlande.
Prima che sua belleza sia fuggita:
Sicché, fanciulle, mentre è più fiorita,
Cogliàn la bella rosa del giardino. 26
1’ mi trovai, fanciulle. . .
vati/.: croi, ricc. — v. 17. Quale
scoppiava» , vani. : dalla boccia, laur.
e Pogg. — Scormv» : è propriamente
I’ erompere ilei Ialini. Boccia: il bot-
tone del fiore ; che in Toscana di-
cesi delle rose più gentilmente boc-
cinolo. Quel clie il Poliziano in un
verso, V Ariosto lo disse in due, ma
degni di lui : « Come rosa che spunti
allora allora Fuor della boccia e col
sol nuovo cresca • Pur., X, II. —
V. 18. Quale crono, magi.: Qua! eran
poste e qual eran novelle, vonz. —
Passe. Dicesi dell’ erbe clic patiscono
per soverchio calore ( * L’ erbe per lo
sole passe » Boccaccio, Am.), e anche
de’ fiori e de’ frulli quando hun pas-
sala il punto della loro floridezza
o la stagione della maturila; c al-
lora più che di patire crederci fosse
participio accorciato di pattare. —
v. 19. Allor mi ditte Amor, vanz. : eòi,
magi, e le si. Có’, cogli (edd. fior. 14)
— r. 20. Che più fiorite vedi , vanz. :
fiorir, ricc. — ». 22. quanto è ... tan-
to è ..., vanz. — t>. 23. n metterla in
grillando, vanz. — v. 24. Kami che
tuo' bilia ti tic, vanz. — r. 25. men-
tre eh’ è fiorita, vanz. — v. 26. co-
glioni, le si. Ma è vezzo fiorentino
il terminare in ano le prime per-
sone plurali del presente indicativo
e congiuntivo. N'abbiamo esempi in
rima c prosa, frequentissimi ne’Canli
carnescialcschi e ne’ Comici del cin-
quecento; non radi ne’ trecentisti.
Volgari/. Guido Delle Colonne: • Ab-
biano dati loro tanti termini dan-
nosi... > Bocc. Nini. > ... noi abbiano
Andar ciascun di qui molto lontano. -
— • Coglioni le rose in sul mudino
adorno * Tasso, Gcr. XVI, 15 (Edd.
fior. li). E Lor. de' Medici : • Cogli la
rosa, 0 ninfa, quando è il tempo. »
E vedi pure le ultime terzine del ca-
pitolo di esso Lorenzo, La luna in
mezzo alle minori stelle, clic hanno
molta somiglianza e con la presente
ballata e con la st. 78 del I della
Giottra. Ma il concetto c la forma
di questi versi è ben più antica.
Scelgo da certi epigrammi della bas-
sa latinilù clic sono nell’ Anth. la-
tina del Burmanno : • 0 qualcs ego
mane rosns procedere vidi ! Nasee-
bantur adhuc, ncque erat par om-
nibus tetas... Dum levai una caput
dumque explieat altera nodum, Huic
dum virgineus pudor extenuatur
amichi, Ne pereant, lege mane ro-
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282 BALLATE.
t
IV.*
l' mi trovai un di tutto soletto
In un bel prato per pigliar diletto. 2
Non credo che nel mondo sia un prato
Dove sien 1* erbe di si vaghi odori.
Ma quand' i’ fu’ nel verde un pezo entrato.
Mi ritrovai tra mille vaghi fiori
Bianchi e vermigli e di mille colori ;
Fra’ qual senti’ cantare un augelletto. s
* l’ mi trovai un di. . .
Era il suo canto si soave c bello,
Che tutto ’l mondo innamorar facea.
l’ m’ accostai pian pian per veder quello :
Vidi che ’I capo e l’ale d’ oro avea:
Ogni altra penna di rubin parea ,
Ma ’l becco di cristallo e ’l collo e ’l petto. 14
l’ mi trovai un di. . .
l’ lo volli pigliar, tanto mi piacque :
Ma tosto si levò per l’ aria a volo,
E ritornossi al nido ove si nacque :
l’ mi son messo a seguirlo sol solo.
sas: cito virgo senescit • e - .Ve-
nmmt aliquando roste. Proli veris
uma’iii Ingenium ! una ilies osten-
ilit spicula florum, Alierà pyrami-
«las no«to majore tumentes, Tertia
jara calathos, lotum lux quarta pe-
regit Floris opus. Pereunl hodie, oisi
mane leguntur. •
1 Fu pubblicala la prima volta dal
Poggiali nella cil. Serie ec., 1. 268,
di sul cod. ricc. 2723, collazionato col
ciiigiano ove dicesi « fatta a Prato; »
è ristampata poi nell' ediz. fior. del 14.
È anebe nel magi. 1034, e nel vanzo-
liuiaiio con questa intestazione: Can-
zona d’A u g. Poi ilio no : nella q noie rle-
icrive l’ Ippolita Leoncina cantante.
V. 3. tic, vanz. e magi. — v. 4.
di più soavi odori, vanz. : sian
erbe di si vaghi, Pogg. — v. i.
quand' io fui, le st., eccetto Pogg.
che legge Quando fn‘ nel verde im-
pero (!) — e. 7. een/o colori, ricc.,
vanz. e Pogg. — e. 8. Fra’ guai sen-
tii, le st.: ugel letta, magi, e vanz. —
ti. 10. innamora’ ficea, \aaz. — 1>. 14.
il collo, vanz. e Pogg. — v. là. Volli
per desiderai,- come in greco thcloo,
volo et desidero (Edd. fior. 1811). —
v. 17. dove nacque, magi, e stampe.
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BALLATE.
283
Ben erederrei pigliarlo a un lacciuolo,
S' i’ lo potessi trar fuor del boschetto. £0
l’ mi trovai un dì. . .
l’ gli potrei beu tender qualche rete :
Ma da poi che ’l cantar gli piace tanto,
Sanz’ altra ragna o sanz’ altra parete
Mi vo’ provar di pigliarlo col canto.
E quest’ è la Ragion per eh’ io pur canto,
Che questo vago augel cautando alletto. £3
1* mi trovai un di. . .
V.1
Or toi s’ Amor me l’ ha bene accoccato,
Ch’ i’ sic condotto a ’nnamorarmi a Prato !
Innamorato son d’ una fanciulla
Ch’ a’ giubilei si vede alcuna volta ;
Sì eh’ arte o prieghi con lei non vai nulla.
I". 19. crederci ... ad un, ricc.
c st. — ». 20. te la paletti, slum-
1*'. . — ». 22. Ma da po' che con-
iar, Pogg. — ». 23. Rtau. ■ Sono
olire reli che si chiamano ragne,
mollo sottili sicché nell’ aria appena
si veggono, colle quali si pigliano
molti uccelli e tcmlonsi ritte in aria
legate a due pertiche in luogo donde
gli uccelli soglion passare. > (Cresc.
X, 19). — PtinTE. Rete che si distende
in sur un’ aiuola del paretaio, con
la quale gli uccellatori pigliano gli
uccelli coprendogli (Edd. iìor. 1814).
— U..25. per che pur, Pogg. — ». 26.
E quello, mugliali, e stampe.
1 Eu primieramente pubblicala dal
Poggiali nella cil. Serie, pug. 267,
di su ’l cod. ricc. 2723 : esso Poggiali
afferma clic è pur nel cliigiano, dove
ti dice che quella l/ullata fu falla
a Prato. Ed è nel mugliub. 1031
[et. VII] e nel cod. del sig. Vanzolini,
dove ha questa intitolazione, Can-
zona d’ Ang. Politiano eonlra l’a-
more.
V. 1. Toi, togli : a modo d’ interie-
zione, come dire : Or vedi, Mira un
po’, Scnli cc. Lasca, Gelot. Ili, Il
« Togli : ci brava anche. • Accoc-
carla ad uno vale fargli danno o
beffa : v’ è un proverbio che dice
• Tal ti ride in bocca Che dietro
te 1’ accocca. — ». 2. Ch'io sia con-
dono a innamorarmi, le stampe.
— ». 4. Gli edd. Iìor. del 14 seguili
da tutte le posteriori edizioni slam*
parano Che giubbilar ti vede, c met-
tevano in nota « Alcun codice legge
Ch ’ a giubbilco ti vede alcuna volta. •
Noi in vece di quell’ insensato a giub-
bilar accettaihmo la lezione del ma-
gliab. e del vanzoliuiuno a’ giubilei.
Il riccard. legge a giubileo.
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2U
BALLATE.
Invidia c gelosia me l’ hanno tolta :
Però sanza speranza di ricolta
Mi veggio avere il campo seminato. s
Or toi s’ Amor. . .
Se tal’ or cerco di vederla un poco
0 di pigliar del cantar suo diletto
Per ammorzare alquanto il crudel foco.
Ogni cosa mi par pien di sospetto.
0 canto di Serena maladetto
Che fra sì duri scogli di’ hai tirato ! u
Or toi s' Amor. . .
Sie maladetto il giorno e l’ ora e ’I punto
Ch’ i’ mi condussi della morte a rischio.
0 sciagurat’ a me, che ben fu’ giunto
Al dolce canto come ’l tordo al fischio !
Miser’ a me, che ’n sì tenace vischio
Sanza rimedio alcun sono impaniato ! 2J
Or toi s’ Amor. . .
S’ almen non fussi constretto al partirmi,
Cangerei di mie’ vita el duro stilo.
Poi ch’i’ non spero più, farò sentirmi,
Che troppo mi trafigge questo assilo :
Se ’l mondo si tenessi per un filo,
Convien che sie per le mie man troncato. 20
Or toi s’ Amor. . .
Io metterò la mia fama a sbaraglio.
Non temerò perieoi nò sciaura:
V. 7. Si che senza, vnnr.. — u. 10. del
canto sito, riec. — t'. 12. Ocm cosa ...
ime*. Non concorda apporentemente :
ina qui ogni cpsa Ita senso nctit. Boec.
« Veggendo ogni cosa così disorre-
volc c cosi disparulo. * — ti. 13.
Sirena, le st. — v. 14. dnhii scogli,
vantol. — o. 15. sia, le st. — v. 16,
« l rischio , ricc. e st. — «• Mi-
sero me, le st. : che a si, Pogg. —
ti. SI. a partirmi, ricc c si. — r. 24.
Assito : assillo: insetto che tormenta
i bestiami e vive del lor sangue :
qui, per metafora, travaglio, pena.ee.
Usasi in questo senso in molte parti
di Toscana, specialmente nel senese.
Un anonimo senese del sec. XIII. Conti
morali: «... infermo là ove è malvagi
vanno ad assillo. • — v. 25. si tenesse,
le st., eccetto Pogg. che legge si venis-
se. — v. 26. che /Sa,edd.fior. 14: che
si«, le altre st. — v. 28. sciagura, le st.
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BALLATE.
285
Far mi convien per forza qualche staglio :
Chi nulla spera di nulla ha paura.
Io mosterrò quanto suo’ vita cura
L’ amante offeso a torto e disperato.
Or toi s’ Amor. . .
VI.1
Questo mostrarsi adirata di fore.
Donna, non mi dispiace.
Pur eh’ i’ stia in pace poi col vostro core. 3
Ma, perch' io son del vostro amore incerto.
Con gli occhi mi consiglio ;
Quivi veggio il mie’ bene e ’l mie’ mal certo :
Che, se movete un ciglio.
Subito piglio speranza d’ amore. s
Se poi vi veggio in atto disdegnosa.
Par che il cor si disfaccia ;
E credo allor di non poter far cosa.
V. 29. sbaglio, le st., eccello Pogg.
die legge quello staglio. — Staglio è
nell’ uso comune un computo fallo
»!la grossa, da stugliare che vale
tagliare alla grossolana. Ma qui pare
che abbia un significato particola*
re; come di colpo decisivo o simili.
— v. 30. Chi in nulla, vanz. — e. 31.
moslrerrò, vanz. : mostrerò , le si.
— Mosterrò per mostrerò : catacresi
propria del dialetto fiorentino : ne
abbondano gli esempi negli scrittori
popol. dei scc. XV e XVI ; nè mancano
degli anteriori. Cavalca, Volg. Fati.
Apost. • mosterrò segni e prodigi. >
1 Fu pubblicata la prima volta dal
Poggiali nella Serie ec., I, 266, di
sul cod. laur. 33 [pi. 41] colia-
zionato col chigiano dov’è intitolata
Canzonetta intronata ; e fu poi ripub-
bl. nell’ ediz. fior. 14. Ed è pure sen-
za nome d’ autore nel cod. magliub.
733 |cl. VII] ; e nel vanzoliniano dove
ha questa rubrica : Canz.d’Ang. Poli-
timi o : dicendo che non si cura che la
dama gli faccia buono viso : purché
l'ami col core ; e nel cod. Mouke 27
della pubblica bibliot. di Lucca; non
che in un codice del Magliubechi da
cui la ricopiò Salvino Salvini nelle
giunte mss. al Negri che si conser-
vano nella bibliot. marne, di Firenze.
V. 3. Purché sia , copia del Salv. :
stia in pace drenlo nel vostro core,
magliab. : sia in, vanz. — v. 4. del
vostro core , vanz. — v. 5. Cogli occhi
i' mi, vanz. — ». 6. Ivi veggo 'l mio,
cod. luccli. c vanz. ... il mio bene o
il mio mal, le st. — v. 7. se movessi,
cod. luccli. — v. 9. Poi s‘ i’ vi veg-
go, vanz.: tanto disdegnosa, magi.
— ». li. allora di non fare, magi.
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28G
BALLATE.
Donna, che mai vi piaccia :
Cosi s’addiaccia et arde a tutte I’orc.
Ma, se tal’ or qualche pietà mostrassi
Negli occhi, o diva stella.
Voi faresti d’ amore ardere e’ sassi :
Pietà fa donna bella.
Pietà è quella onde amor nasce e muore.
V. -12. Che mai, donna, vuiu. : mai
che j eod. Inetti. — ». 43. t’ uggitine-
eia, vauz. : carde, coti. Inceli, e le
si., eccclto gli eilit. fior. 14. — »• 44.
pia/à, magi. — ». 45. o viva eletta, co-
pia del Salvini e si. — ». 4G. farcele,
magi. : li cassi, lane. : i tatti, vani.:
farcite d’ amore andare, edd. (lor. 44,
certamente per errore tipografico :
cliè ardere hanno lutti i codd., com-
presi i trivulziani citali dall’ auto-
re t\e\V Appendice alla Proposta, dove
Tu primamente messa innanzi la
emendazione. — ». 47. Piata, vane.
— ». 4S. Vietate, vana. : Pietade, le
st., eccetto Poggiali.
Nel citalo cod. moukiano della bi-
blioteca lucchese hannovi alcune can-
zoni a ballo, che riprendono le rime
d' altre del Poliziano e contrastano
loro net coucelti. Fra queste la se-
guente, che è come una palinodia
della stampala nel testo e che, a giu-
dizio del sig. Bongi, * potrebbe benis-
simo essere dello stesso Poliziano : •
'benché dal maggior numero di stan-
ze onde si compone la palinodia non
vorremmo eoi signor Bongi con-
chiudere clic la già stampata, a cui
la inedita risponde, sia • incompiuta
e mozza. • Nulla le manca nel con-
cetto e nella condotta : e I’ enfasi
sentenziosa degli ultimi due versi
mostra la chiusa. E, quel che più
monta, i codici concordano nel dar-
cela quale anche noi ora ultima-
mente I’ abbiamo stampata. Ecco in-
tanto la palinodia del codice luc-
chese :
Questo mostrarsi lieta a tutte l'oro
Non so se si mi piaco,
Perch’ io non trovo paco
In essi sguardi e ’n quel ch'appar di fóro.
Ma, se di me, qual mostrale, vi cale.
Datene un vero segno.
Et vedervi senz' altro a me che vale ?
Io non uso già sdegno,
Ma questo sol non basta a chi arde e more.
10 cosi ardo e moro, ogn’ un se ’l vede ;
Tanto è grande cl mie’ foco ;
Ben che maggiore è la mia pura fede,
Quale in ciò non ha loco.
Perchè non regna ove non arde el coro.
11 core unite colla lingua vostra ;
Perchè gli è gran difotto
Portare scritto nella fronte vostra
Quel che non è poi ’n petto,
E ’1 tener 1’ uom fra la speme e ’l timore.
Gli occhi il volto e' sospiri e le parole
Vi fanno fede assai
Del mie' core, ov' i' ardo, ove mi duole
E dorrà sempre mai,
Fin vi mutiate o i’ cangi altro amore.
Canzonetta d’ amor, non far partita,
Ch’ accetta non saresti
A madonna ov’ alberga la mia vita :
Altrove gir potresti ;
Ma i’ non cerco e bramo altro signore.
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BALLATE.
287
Vii.1
Io ti ringrazio. Amore,
D' ogni pena e tormento,
E son contento ornai d’ ogni dolore. 3
Contento son di quanto ho mai sofferto.
Signor, nel tuo bel regno;
Poi che per tua merzè sanza mio merlo
M’ hai dato un sì gran pegno.
Poi che m’ hai fatto degno
D’ un si beato riso.
Che ’n paradiso n’ ha portato il core. io
Io ti ringrazio. Amore.
In paradiso el cor n’ hanno portato
Quc’ begli occhi ridenti,
Ov’ io ti vidi, Amore, star celato
Con le tue fiamme ardenti.
0 vaghi occhi lucenti
Che 'I cor tolto m’ avete,
Onde traete si dolce valore ? i7
Io ti ringrazio, Amore.
l’ ero già della mia vita in forse :
Madonna in bianca vesta
Con un riso amoroso mi soccorse.
Lieta bella et onesta :
Dipinta avea la testa
Di rose e di viole.
Gli occhi che ’1 sole avanzan di splendore. 24
Io ti ringrazio. Amore.
1 Fu pubblicala prima dal Ser. di
su ’l cod. ehig. nella Comin. del i 705,
eoi litoio di Canzonetta intonala ; poi
dagli edd. lior. del 4814 di su ’l cod.
ricc. 2723. È anche nel cod. del sig.
Yanzoiini senza veruna intestazione.
V. 6. tuo' merzi, vani. : tua mer-
cè, st. recenti. — o. 7. M' ha" da-
to, vanz. — v. 17. zi dolce splen-
dore, vnnz. — ». 19. Ma donna,
vanz. — ». 21. ed onesta, st. recenti.
— e. 24. Cu occhi ciif.. È oggetto retto
dal verbo avea del v. 22. Il Maggi
nella citata Appendice emendava,
portando anche l’autorità de’ eodici
trivulziani, Gli occhi il sole avan-
zo va n ; e hi emendazione passò nel-
l’cdiz Silvestri. — avanzo », ricc.
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288
HA.LL.VTC.
Vili.1
Chi non sa come è fatto el paradiso
Guardi Ipolita mia negli occhi fiso. ;
Dagli occhi della Ipolita discende
Cinto di fiamme uno angiolel d’amore,
Ch’ e’ freddi petti come un’ esca accende
E con tanta dolcezza strugge il core
Che va dicendo in mentre eh’ e’ si more
— Felice a me, eh’ i’ sono in paradiso. — s
Chi non sa come. . .
Dagli occhi della Ipolita si move
Virtù che scorre con tanta fiereza
Ch’ i’ l' assomiglio al folgorar di Giove,
E rompe il ferro e ’l diamante speza :
Ma la ferita ha in sé tanta dolceza
Che chi la sente è proprio in paradiso. ti
Chi non sa come. . .
Dagli occhi della bella Leoncina
1 È cil. dal Poggiali nella Serie ec.,
I, 270, come esistente col nome
del Pi. A. nel cod. cliigiano; e fu
pubblicata dal Rigoli di su copia
moderna nel Saggio di rime ec., con
questo titolo: Ballala falla per Ip-
polita !■ ronfimi, di Angiolo Poli-
ziano. È nel cod. ricc. 2723 fra le
ballate del Pi. A., ma attribuita contro
ogni ragione a Lorenzo de’Medici con
nota |L. AL] di mano che par poste-
riore al tempo del ms. : ed è, con
la rubrica Cam. d’ Ang. Volitiamo,
nel codice del signor Vanzolini. —
I" 4. Asciolel: qui (e di nuo-
vo, XIII, v. 36) è lo stesso che An-
gioletto. Non è usato, quanto il suo
femminile Angioletto, dagli scrittori
antichi toscani. A M. Agnolo, nato in
Montepulciano, questo vocabolo dovè
souare alle orecchie dal dialetto dcl-
P Umbria ove tuttora è vivo. Ed è
vivo pur nei Canti popolari dei Mar-
chigiani : e gli reset* vita letteraria
ai di nostri due pesaresi, il Perticari
c il Mnmiani. Pici cinquecento non di-
spiacque al Varchi: Rime, 261. —
v. 5. Che i, Rig. — v. 7. dicen-
do mentre, Rig. Ma in mentre [men-
tre che] è frequente nell’uso toscano:
e piacque al Bocc. ■ in mentre che ’l
vedeo > Piiuf. Fics. ; e al gentilis-
simo Firenzuola « In mentre clic io
cosi sospeso aspettava » Asino. —
t>. 1316. Più sensualmente il Tasso
• E pare un lieto raggio Arder
ne’ bei vostr’ occhi, Onde pace e dol-
cezza e gioia Hocchi. • Ala il mi-
stico amatore di Beatrice > E da’ suoi
raggi sopra ’l mio cor piove Tanta
paura clic mi fa tremare. • Il Monte-
magno « Pioggia di rose dal bel viso
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BALLATE.
289
Piove letizia tanto onesta e grave
Ch' ogni mente superba a lei s’ inchino,
£ par la vista sua tanto soave
Che d’ ogni chiuso cor volge la chiave;
Onde l’ anima fugge in paradiso. 20
Chi non sa come. . .
Negli occhi di costei biltà si siede
Che seco stessa dolce parla e ride :
Negli occhi suoi tanta grazia si vede,
Quanta nel mondo mai per uom si vide:
Ma qualunque costei cogli occhi uccido
Lo risucita poi guardandol fiso. 25
Chi non sa come. . .
IX.1
Deh udite un poco, amanti,
S' i’ son bene sventurato.
Una donna m’ ha legato.
Or non vuole udir mie’ pianti.
Una donna el cor m’ ha tolto.
Or no '1 vuol e non me ’l rende ;
Dammi un laccio al collo avvolto;
Ella m’arde, ella m’incende:
Quand’io grido, non m’intende;
Quand’ io piango, ella si ride :
piove Di questa ... » E nota il verbo
piovere che mollo piacque in metafora
ai poeti antichi, massime al Cavale. :
• Pur che nel cor mi piova Un dolce
amor; ...» »... E’ piove Fuoco d’amore
in nui » ec. — v. 16. Inula onesta,
vaiti. — v. 18. snaiie, vani. — ». 24.
Quanto nel, vani. — ». 25. qualunclie,
ricc. eRig. — ». 26. risuscita, Rig. Ma
risucilnre per risuscitare è degli an-
tichi (■ per lo calore di quel sangue
risucitano » Volgari!. Tes. Lai.), ed
PoLtmao.
è comune al popolo di Toscana.
• 1 Cod. ricc. 2733 e magi. 1034
[cl. Vii) ; Ballottile del magnifico
Lorenzo de* Aledici e di messere
Agnolo Patinano ec., edii. anonima
del sec. XV, dove £ però sema nota
particolare d’autore; e Canzone a
ballo ec. del 4562 e 68.
V. 6. or non me ' l rende , ricc. —
». 7. al cor avvolto, Ballai, sec. XV
e Cani, a b. 1562 e 68. — ». 10.
quando piango, ricc.
19
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BALLATE.
Non mi sana e non m’ uccide ;
Tienmi pure in dolor tanti. 12
Deli udite . . .
È più bella assai che ’l sole.
Più crudele è eh' un serpente :
Suo' be’ modi e suo’ parole
Di dolceza empion la mente :
Quando ride, immantenentc
Tutto il ciel si rasserena.
Questa bella mie’ sirena
Fa morirmi co’ suo’ canti. 20
Deh udite . . .
Ecco P ossa, ecco la carne.
Ecco il core, ecco la vita :
0 «rudel, che vuo’ tu farne ?
Ecco l’ anima smarrita.
Perchè innovi mie’ ferita,
E del sangue mio se’ ingorda ?
Questa bella aspida sorda
Chi verrà che me la incanti? 2$
Deh udite . . .
V. il. ni’ ancide, cdcl. fior. 14.
— ». 12. Nel cod. ricc. sopra la
voce pure è scritto d’ altra miftio
pene. — ». 13. eh' un iole, le stam-
pe. Peti1. • Una donna più bella
assai clic ’l sole* (edd. fior. 14). —
». 16. Di piacer m’ empiali. Ballai,
sec. XV e Canz. a b. 1562 e 6S,
Molinari e Silv. : le mente, magi. — ,
v. 17. immantanente, Ball. sec. XV
e Molinari : immantinente , edd. Gor.
14 e Silv. — ». 18. cielo ti serena.
Ballai, sec. XV.: cielo l’ asserena,
edd. fior. 14. — ». 19. Questa mia
bella, Molinari e Silv. : sereno, Ballai,
sec. XV, Canz. a b. 1562 e 68. —
t. 20. con suo'. Ballai, sec. XV e
Canz. a b. 1562 e 68: con suoi,
Molinari. — ». 21. le carne. Ballai,
sec. XV. — ». 25. Perchè riminovi ,
Ballai, sec. XV’ e Canz. a b. 1562 e
68, con pregiudizio del verso. —
». 27-28. Credevano gli antichi ebe
l’aspide crepasse per via d’incanto.
Virg., ccl. Vili. * Frigidus in prutis
cantando rumpitnr onguis;* ed Ovi-
dio lidie SIctain. lib. VII: * Vipereas
rompo et verbis et cannine fauces. *
Di questa credenza degli antichi, cosi
Plinio, XXVIII, 2 : . Non pauci eliam
serpentes ipsos recantari credunt, et
bulle unum esse illis intellectum,
contrahique Marsorum cantu etiam
in nociamo quiete. • (edd. fior. 14.)
Della sordità attribuita agli aspidi
vedi llisp. spicc. V, v. 4.
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BALLATE.
291
X.‘
l’ conosco el gran disio
Che ti strugge, amante, il core :
Forse che di tanto amore
Ne sarai un di giulio. 4
Ben conosco la tuo’ voglia.
So eh’ i’ son da te amata :
Tanta pena e tanta doglia
Sarà ben remunerata.
Tu non servi a donna ingrata :
Provat’ ho d’ amor la forza :
I’ non nacqui d’ una scorza,
Son di carne e d’ ossa anch’ io. !2-
I’ conosco. . .
Tu non perdi in vano el tempo,
Toccherai bene un di porto :
Ci sarà ben luogo e tempo
Da poterti dar conforto.
Non ti sarà fatto torto,
Chè conviene amar chi ama
E rispondere a chi chiama :
Sta’ pur saldo e spera in Dio. 20-
l’ conosco. . .
A chi può rne’ eh' all’amante
Questo amore esser donato ?
Che se gli è fermo e constante,
1 Cod. ricc. 2723 e magi. 1034
(el. VII] : Ballatene del scc. XV c
Canzone a ballo 1362 e OS. In questa
ballateti» s’ introduce la donna ama-
ta a rispondere all* amatore.
V. 2. li stringe, ricc. — ». 6. so eh' io
so ho, Canz. a b. 1362 e 68, Molinai! c
Silv. — ». 9. servi donna, le st. eccetto
gli edd. fior. 14. • — > ». 11. Cfr. Gio-
stra, I. II, si. 9, v. 1. — ». 12. Bocc.
giorn. Il, nov. 9 : • clic la moglie tua
è femmina c die ella è di carne c
d’ossa come sono le altre. • (Edd.
fior. 14). — ». 45. Vi sarà, edd. fior.
14. — ». 16. a poterti, Ballai, scc.
XV e Canz. a b. 1562 e 68, Mol. c
Silv. — ». 18. Petr. « Proverbio-
ama chi t’ ama è fatto antico. >
— ». 20. pur forte. Ballai, scc.
XV c Canz. a b. 1562 c 68, Mol.
e Silv. — ». 23. s’ egli è, edd flou,
14.
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BALLATE.
Col suo prezo l' ha comprato.
Slatti pur così celato
E ritocca el tuo zimbello :
Calerà ben qualche uccello
Alla rete, amante mio. 2$
l’ conosco. . .
Non t’ incresca l’ aspettare ;
Ch’ i’ non sono, amante, il corbo ;
Quando è tempo, i’ so tornare ;
Nè formica i’ son di sòrbo.
Non ò ver eh’ Amor sia orbo.
Anzi vede in fino a’ cuori :
Non vorrà che questi fiori
Sempre mai stieno a bacio. 3à
l’ conosco. . .
V. 24. Co » suo, Ballai, sec. XV e
Canz. a b. 45C2 c 68, Mol. e Sitv. —
v. 25. colà celato, cibi. fior. 14. —
25-28. Zimbello ilicesi • quell’ uc-
cello clic si lega per un piede al lato
al boschetto ile’ paretai o altri luoghi
dove si tende per pigliare uccelli, che,
tirandogli quella cordicella che ha
legata al piede, si fa svolazzare pce
incitare gli altri uccelli a calarsi (Mi-
netti, annotaz. al Mahnanlile , st. 76,
canto VII.) Qui dunque dee valere
presso a poco: Séguita ad accennare
e richiamare, chè il momento d’es-
sere esaudito pur qualche volta ver-
rà. — ». 30 31. È dello con allu.
sione al racconto del Genesi, che il
corvo mandato da Noè fuor dell’ arca
a prender segno del come si met-
teva il tempo non tornò più. b fre-
quente negli scrittori toscani, mas-
sime antichi, il modo figur. ■ Aspri- ^
tur il corbo » detto di chi aspetta
invano. * Aspettavano il corbo; chè,
quanto più aspettavano l’amico, più
*i dilungava • Sacchetti, nov. 154.
— e. 31. Quando ho, Ballai, sec. XV,
Canz. a h. 1562 e G8, Mol. — ». 32.
formica son, magi., edd. fior. 44, Mol.
eSilv. — Formica ...di sorbo. Le formi-
che stanno ne’ tronchi e ceppi d’ al-
beri vecchi, e, percuotendoli, escono
fuori ; salvo però quelle che vivono
ne’ sorbi. Da ciò è nato il proverbio
fare la formica o il formicoli di sor-
to, che equivale a fare il sordo.
« Questi tali che stanno sodi al mac-
chione si chiamano formiche di sor-
bo. • Varchi, Ercol. (Edd. fior. 4 814).
Lasca. Sonetti: « Simon, voi siete un
formicon di sorbo Che non isbucan
mai cosi per fretta. » Sacrif., Comm.
degli Intron. • Voi sete formiche di
sorbo, che non uscite per bussare. >
— t>. 33. sic orbo, magi, e Ballai, sec.
XV. — ». 35-38. Bacìo. Nome di sito
o piaggia vòlta a tramontana o ripa-
rata dal sole : contrario di solatio,
Voc. Cr. Questi dde versi vengono
allegoricamente a significare: Non
vorrà che l’ afretto che tu mi porti
rimango senza le sue conseguenze;
Questo fior dell' amore pur una volta
produrrà il suo fruito.
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BALLATE.
"20?
XL‘
Benedetto sie ’}■ giorno e l’ ora e ’l punto
Che dal tuo dolce amor, dama, fu' punto. 2
l’ non ho invidia a uom eh’ al mondo sia,. *
l’ non ho invidia in cielo alli alti dèi.
Poi eh’ i’ ti sono in grazia, anima mia.
Poi che tutta donata mi ti sei;
Anzi contento nel foco morrei
Vedendo el tuo bel viso in su quel punto. s
Benedetto sic ’l giorno. . .
E’ non ha ’l mondo uom più di me felice,
E’ non ha ’l mondo uom più di me contento.
Son come fra gli augelli la fenice,
Son come nave pinta da buon vento.
Di dolcezza disfar tutto mi sento,
Quand' io penso a colei che ’l cor m’ ha punto. «
Benedetto sie ’l giorno . .
Quand’ io penso a quegli ocelli a quel bel viso
Del qual m’ ha fatto degno el mio signore,
L’ anima vola in sino in paradiso
E fuor del petto vuol fuggire el core.
Ond’ io ringrazio mille volte Amore
Che si ben ristorato m’ ha in un punto. 20
Benedetto sie ’l giorno. . .
1 Quello stesso che dicemmo della
Cullata Vili è da ripetersi per intiero
di questa XI. La quule è anche nel
lice. 771 con altri versi di M. An-
giolo ; e nel cod. del sig. Vanzolini
ha questa rubrica, Cam. d’Ang. Po-
liticato, lodando tm altro amore che
guello clt’ egli aveva.
V. 1. eia el, vanz. e ricc. 771 : '/
giorno, l' ora, ricc. 2723 e Rigoli. —
v. 3. ad uom, Rig. — ». 3-1. Catullo,
traduccndo da SalTo * I Ile mi par esse
deo videtur. lite, si fas est, superare
divos Qui sedens adversus idcnlidcm
te Special et audit. • — ». 11. fra
gli augelli o la fenice , ricc. 771.
— ». 12. spinta da, Rig. : piena di,
ricc. Noi seguitammo la lezione del
vanzoliniano c del ricc. 7rl, per-
chè conforme al verso dantesco SI
come nave pinta da buon vento, di
cui questo del Poliziano non è che
una riproduzione. — ». 13. luti’ i’ mi,
ricc. 771. • — ». li. Quando pento ,
ricc. c Rig. — »\ 15 . Quando pento,
ricc. 771. — ». 16. Ei. mio sicvoiie.
Cioè Amore. — ». 20. mJ Ita ’n un
punto, vanz. c ricc. 771. — Ristorato
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20-1
BALLATE.
Amor, tu m' hai ristorato in un tratto
Di si lungo servir, d’ ogni fatica ;
Tu m'hai d’ un uomo vile uno dio fatto:
Onde sempre convien eh' i’ benedica
Et tuo bel nome e con voci alte dica
— Sia benedetto Amor che 'I cor ni’ ha punto. — 2f
Benedetto sic '1 giorno. .
XII.1
Dolorosa e moschincfla
Sento via fuggir mia vita.
Che da voi, lucente stella.
Mi convien pur far partita.
L’ alma afflitta e sbigottita
Piange forte innanzi Amore :
Sospirando par che ’l core
Per gran doglia si consumi. 8
Occhi miei che pur piangete.
Deh guardate quel bel volto.
De’ begli occhi vi pascete :
0 me, tosto ci fia tolto !
Or fuss’ io di vita sciolto.
m’ ii«. Mi Ita risarciti), ricompensato,
rimeritato delle pene sonerie. De-
cani., g. IV, n. 9: • Io son venuto
a ristorarli de' danni, li quali tu
liai già avuti per me. • — ». 21.
ristoralo un tratto, cod. ricc. 2723:
'n un trailo, ricc. 771 : a un trailo.
Big. - o. 23. tl' un noni ben vile
uno din, ricc. 2723: tl'un uom ben
vile un dio, Rig. — V. 25. i’dica , Rig.
> Tolta dal cod. 1031 magi.: c
trovasi scritto sopra ad essa : D.
Ang. Po. che si canta carne Lacri-
mosa. [Edd. fior. 14.} E anche nelle
Eallalcttc del sec. XV fra quelle com-
prese sotto la rubrica di M. Ah. Poli.
e nelle Canzoni a ballo del 1562 e 68.
V. 2. Senio già, Cunz. a b. 1562
e 68, Molinari e Silv., edd. fior. 1822.
— v. 3. Se da voi, le st., eccetto gli
edd. fior. 14. — ». 6. a Amore, edd.
fior. 14. — ». 7. pure al core, edd.
fior. 14. — ». 8. mi consumi. Cane, a b.
1562 e 68. — ». 9. Occhi mia. Ballai,
see. XV. — ». 10. Di, sguardale,
magi. — ». 12. Orno, tosto vi fie, Ballai,
sec. XV : 0 me, presto vi. Cani, a b.
1562 e 68 e Mol. : Oimi, presto vi,
Silv. : 0 me, tosto vi, edd. fior. 14i
Oimc, tosto vi, edd. fior. 22-
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BALLATE. 295
0 morissi or qui piangendo.
Prima che da voi partendo
Per gran doglia mi consumi. 10
Ogni spirto in foco ardente
S’ andrà sempre lamentando.
0 mio cor tristo dolente,
Rivedremia ? e come ? e quando ?
Converrà che 'n vano amando
Lacrimoso ti distempre,
Converrà che ardendo sempre
Per gran doglia ti consumi. 21
XIII.1
Ren venga maggio
E ’l .gonfalon selvaggio :
IMA. Or moristi qui, Cam. a b.
A 562 c 68, Mol. e Silv. — V. 15. Prima
di' io, magi, e edd. fior. 14 e 22. —
». 16. io mi consumi, Cam. a b. 1562 c
68, Mol.c Silv. — o.l 7. Spirto. È dif-
ficile definire questi spirili clic lian
lumi movimenti e ollìcii diversi nella
poesia psicologica de' nostri antichi,
massime del finienle secolo XIII, e
massime di Dante c del Cavalcanti.
Quest’ ultimo, per lontananza dcl-
I' amata, diceva aneli’ egli : • Pien
d’ogni angoscia in loco di paura Lo
spirilo del cor dolente giace. • Porse
colesti spirili e spiritelli altro non
sono che personificazioni della parte
immateriale della sensazione e della
percezione. — r. 19. 0 ime’ cor,
Cullai, sec. XV : 0 me cor, Canz. a
b. 1562 e 68 e Mol.: tristo e dolen-
te, le st. — t>. 20. Hivedrc mia ? come
e, le st., eccetto gli cdd. fior. 14 e 22.
* È nel cod. vanzolin. con questa
rubrica, Consona d'Ang- Poliliano di
maggio : la quale t’ avevo a cantare
per donne nell’ entrare de' giostranti
in campo, et, coronandogli, per loro
amore giostravano. Ed è anche nelle
Dallnlette ec. del sec. XV sotto la
rubrica di HI. A. Poliliano; come
pure fra altre del N. A. nelle Canzone
a ballo 1562 c 68. Anzi gli cdd. fior,
del 1814 notano che in un esemplare
dcll'cdiz. 1568, di cui ha fatto uso
la Crusca, questa ballata viene altri-
baita al .V. A. ed avanti alla me-
desima trovasi scritto a penna d' an-
tico carattere. Arselo Poliziaro. Ciò
non ostante in alcune stumpe mo-
derne è attribuita a Lorenzo de’ Me-
dici.
V. 2. Gorfalor selvagcio. È il maio
(i maggio a’ nostri giorni), cioè quel
ramo di alloro o di altra pianta che
in certe parli di Toscana attaccasi
tuttavia il primo giorno di maggio
dinanzi alle porte o alte finestre
delle ragazze dai giovanotti amatori
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BALLATE.
'2%
Ben venga primavera
Che vuol l’ uom s’ innamori.
E voi, donzelle, a schiera
Con li vostri amadori.
Che di rose e di fiori
Vi fate belle il maggio, 8
Venite alla frescura
Belli verdi arbuscelli.
Ogni bella è sicura
Fra tanti damigelli ;
Chè le fiere e gli uccelli
Ardon d’ amore il maggio, t-t
Chi è giovane e bella
Deh non sie punto acerba,
Chè non si rinnovella
L’ età, come fa 1* erba :
Nessuna stia superba
All’ amadorc il maggio. 23
Ciascuna balli e canti
Di questa schiera nostra.
Ecco che i dolci amanti
Van per voi, belle, in giostra :
Qual dura a lor si mostra
Farà sfiorire il maggio. 20
Per prender le donzelle
Si son gli amanti armati.
Arrendetevi, belle,
o anche solamente cortesi. È detto
dal N. A. gonfaton selvaggio con
bella metafora: quasi bandiera o in-
segna della selva fiorita. — v. 4.
Ch ’ ognun par che. Cani, a b. 1562
e 68, st. ree. — v. 8. Gli edd. fior.
LI, seguendo le st. del 1562 e 68,
mettono in fine di questo verso un
punto fermo; con ette guastano la
sintassi. — v. 10. arboscelli, edd.
fior. 14 c 22. - - r. 12. DiNuìelli. Gio-
vinetti amatori. Pecor. • con quanta
allegrano Mi veniva a veder quel da-
migello * Iterili, Ori. inn. • Fu Nar-
ciso al suo tempo un damigello ■
— v. 16. aia, edd. fior. 14. — v. 23*
24. Ecco c‘ dodici amanti Che per voi
vanno, Cam. a b. 1562 c 68 e st.
recenti ; se non che Mol. e Silv. leg-
gono » dodici. — t). 25. dura aliar,
Cunz. a b. 1562 c 68, edd. fior. 14
c 22, Mulinal i. — v. 29. o belle, edd.
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BALLATE.
297
A’ vostri innamorati;
Rendete e’ cuor furati.
Non fate guerra il maggio. 32
Chi l’ altrui core invola
Ad altrui doni el core.
Ma chi è quel che vola 1
È l’ angiolel d’ amore.
Che viene a fare onore
Con voi, donzelle, al maggio. 3S
Amor ne vien ridendo
Con rose e gigli in testa,
E vien di voi caendo.
Fategli, o belle, festa.
Qual sarà la più presta
A dargli e’ fior del maggio ? 44
Ben venga il peregrino.
Amor, che ne comandi ?
Che al suo amante il crino
Ogni bella ingrillandi ;
Che le zitelle e graudi
S’ innamoran di maggio.
XIV.1
Donne, di nuovo el mio cor s’è smarrito;
E non posso pensar dove sie ito. 2
lior. ti e 22, Silv. — ». 34. Ad al-
tri, Cani, a b. 1562 e 68 e st. ree.
— ». 38. a maggio, vaili. : il maggia,
edd. fior. 14. — 1>. 41. Cvetido. Cer-
cando. Voce antiquata : forse dal lat.
quiertndo. — v. 44. ri por. Cani, a
b. 1562 e 68 : il por, edd. fior. 14 :
i por, st. ree. — ». 46. ne domandi ,
Cani, a b. 1 562 e 68. — ». 49. li zitelli
e grandi, vaili. : le zitelle e i grandi ,
edd. fior. 14 c 22 e Silv.
1 Fu pubblicala prima dal Serassi di
su 1 cod. chig. nella Coniin. del 1765,
poi dagli edd. fior, del 1814 di su ’I
ricc. 2723 c di su ’l mogi. 1034 [et.
VII], Lo smarrimento o il rubamenlo
del core fu tema di grniiosc allegorie
ai poeti popolari del quattrocento ;
comepoi di stucchevoli rifritture agli
Arcadi. Qui l'allegoria 6 presa dai fal-
coni che si allevavano per la caccia.
V. 2. zia ilo, le st.
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-298'
BALLATE.
Era tanto gentil questo mio core.
Che ad un cenno solca tornar volando;
Perch’ i’ ’l pascevo d’ un disio d’ amore:
Ma una donna 1’ allettò cantando;
Pur poi lo venne tanto tribolando.
Che s’ è sdegnato e da lei s’ è fuggito. s
Donne, di nuovo. . .
Questo mio core avea sommo diletto
Di star sempre fra voi, donne leggiadre:
Però, fanciulle, io ho di voi sospetto,
Ch’ i’ non dubito già di vostre madre ;
Ma voi solete de’ cuori esser ladre.
Per quant’ io n’ ho, fanciulle mie, sentito. 14
Donne, di nuovo. . .
Se pur voi lo sapessi governare,
l’ direi — Donne, fra voi si rimanga : —
Ma voi lo fate di fame stentare,
SI eh’ e’ s’ impicca e dibatte alla stanga;
Onde convien che poi tutto s’infranga:
E, s’ egli stride, mai non è udito. so
Donne, di nuovo. . .
Poi di parole e sguardi lo pascete,
Ch’, a dire il vero, è un cattivo pasto;
Di fatti a beccatene lo tenete:
Tanto che mezo me l’ avete guasto.
Datcl qua, ladre : e se ci fia contrasto.
Alla corte d’ Amor tutte vi cito. 26
Donne, di nuovo. . .
V. 4. C/i' a un cenno, magi. — t>. 7.
tanto lo venne tributando , mogi. Gli
cilil. ilei 14 annoiano: Tribolando,
affliggendo, travagliando. — 1>. 9. cor
ave, Comin. — t>. 10. tra voi, rice.
Coni. Mol. Silv. — ti. 12. vostra ma-
dre, cdd. 1814. — V. 14. Per r/uanto
io lio, le st. — o. 15. Se voi pur ,
magi. — t>. 18. Sì clic *’ impicca,
cdd. flor. 14. — Sia.vga. La pertica su
la quale si tengono i falconi. Decani.
g. IV, n. 9 : • il suo buon falcone, il
quale nella sua saletla vide sopra la
stanga. » — v. 19. convien poi che,
cod. rice. — o. 22. C/i’a dirvi, cod.
magi, c cdd. fior. 14 e 22. — v. 23.
Beccatella : piccol peizuol di carne
ebe si getta per aria al falcone quan-
do gira sopra la ragnaia. (Edd. fior.
14). — o. 25. Date qua, cdd. fior.
14: ci fie, magi.: ci sia, cdd. fior.
14 e Silv.
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BALLATE.
2'J'J
XV.'
In mezo d’ una valle è un boschetto
Con una fonte piena di diletto. 2
Di questa fonte surgon si dolce acque.
Che chi ne gusta un tratto altro non chiede:
l’ fu’ degno gustarne, e sì mi piacque
Ch’ altro non penso poi; che, alla mia fede.
Questa dolceza ogni altro dolce eccede,
Per chi, d’ ir sia a tanto bene eletto. s
In mezo d’ una valle. . .
Già non voglio insegnarvi ov’ ella sia.
Che qualche animai bruto non v’ andassi :
Son ben contento di mostrar la via.
Onde chi vuole andarvi avanzi e’ passi.
Per duo cammini a questa fonte vassi.
Chi non volessi far certo tragetto. a
In mezo d’ una valle. . .
Vassi di sopra per un certo monte
Che quasi par di bianca neve pieno:
Truovasi andando dreto in verso il fonte
Da ogni parte un monticello ameno,
E in mezo d’ essi un vago e dolce seno
Che adombra 1’ uno e l’ altro bel poggetto. £0
In mezo d’ una valle. . .
1 Cod. ricc. 2723: cdii. fior. 1814.
V. 3. dolci acque, le stampe. —
t>. 6. Il cod. ha, con guasto del verso,
pelli mia fede. Gli edd. fior, del 14
e 22 leggevano, Che altro non penso
poi che alla mia fede. Noi abbinino
accettato la interpunzione proposta
dal Maggi nella cit. Appendice c
adottata dal Silvestri. — v. 8. Il cod
e gli edd. fior, del 14 e 22 leg-
gono : Purché a dirvi sia a tanto
bene eletto. Il Maggi credè che a
mettere in chiaro la buia sentenza
fosse d’ uopo emendarlo per con*
gellura così, Per chi sia d’ ire a, ec.:
c la emendazione passò nell' edizione
Silvestri. Noi l’ accogliemmo, pur
tenendoci più stretti- alta lettera.
Tfochè ad altri potrebbe anche pia-
cere di leggere Parchi a dir sia
di ec. — o. 9. brutto , le st. — v. 12.
i mole andare, le st. Il eod. ha, em-
darti anzi c’. — ». 14. volesse,
le st.
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300
BALLATE.
Seguitando el cammin di mano in mano
Si passa per un vago monticello
Un’ erta che è si dolce che par piano,
E ’l poggio è netto e riunito e belio:
Nascon poi duo vallette a’ piè di quello,
E in mezo a questo è ’l luogo eh’ i’ v’ ho detto. 2J
In mezzo d’ una valle. . .
XVI.1
E’ m’interviene, e parmi molto grave.
Come alla moglie di Pappa le fave ' 2
Ch’ a fare un bottoncin sei dì penò :
Venne un galletto e si gliele beccò.
E come quella chioccioletta fo
Che voleva salire a una trave : c
Tre' anni o più penò la poveretta.
Perchè la cosa riuscissi netta :
Quando fu presso, cadde per la fretta.
E’ m’ Intervien, come spesso alle nave io
Che vanno vanno sempre con buon vento.
Poi rompono all’ entrar nel porto drento.
V. 21. tifilo riunito j le si. — Netto :
forse, senza macchie o non sassoso.
— Rhjsito. Yeram. il ccd. legge rtmu-
itilo e non riunito: ma rimuuito qui
che vuol dire 2 Più, questo participio
e il suo verbo non sono nei vocab.,
almeno per ora. — o. 25. due, le st.
1 Cotld. ricv. 2723 c laur. 44 [pi. 40]:
di su i quali fu prima pubblicata
dagli cdd. fior, del 1814, che non
seppero pur distinguerne le stanze
e le dettero l' intercalare, che tal
maniera di ballate generalmente non
hanno. È anche nel codice del sig.
Vanzolini; dove ha questa rubri-
ca, C.anz. d' Ang. Polititi no, dolen-
doti delle cittadine, promettendo di
dare opera alle ichinve.
V. 4. gliel , ricc- — Gliele. Coni posto
dal pronome j/i,clie qui rappresenta
il dativo vuoi maschile o femminile
ma sempre singolare, e dal suffisso le,
che rappresenta l’accusativo sì del-
l’uno che dell’ altro genere e nume-
ro. Piacque agli antichi (« quello che
puoi prestare ad altrui, non gliele
promettere due volte * Libro di
Calo), e fu usitatissimo dal Bocc. (ec-
colo in posizione eguale alla nostra :
■ i denari che I’ alte' ieri mi pre-
stasti non m’ ebber luogo ; e perciò
io gli recai qui di presente alla tua
donna, e si gliele diedi. » G. VI, n. 4.1
— ». 6. volèa, laur ad una, le st.
— ». 8. riuscì ite, vanz. c Silv. —
v. 12. del porto, vanz.
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BALLATE.
301
Di queste cittadine me ne pento:
E (la qui innanzi attender voglio a schiave. 1-t
xvi:.‘
Donne mie, voi non sapete
Ch’ i’ ho el mal eh’ avea -quel preto. 2
Fu un prete (questa è vera)
Ch’ avea morto el porcellino.
Ben sapete che una sera
Gliel rubò un contadino
Ch’ era quivi suo vicino
(Altri dice suo compare) :
Poi s’ andò a confessare,
E contò del porco al prete. io
El messer se ne voleva
Pure andare alla ragione:
Ma pensò che non poteva,
Che l’ aveva in confessione.
Dicea poi tra le persone :
V.13. i' me ne pento, vunz. — «.-li.
Et a qui innanzi , laur.
* É citala dal Poggiali, Serie ec.,
I, 270, come esistente col noine del
Poliziano nel coi), elogiano di Ro-
ma ; ed è fra ultre rime del Pi. A.
nei cod. riccardiano 771, non die
a stampa nelle lìallatelle ec. del
scc. XV sotto la rubrica di metter
An. Poli e nelle Cani, a ballo 1562
e 6S. E in un esemplare di questa
ultima ediz. del 68, del quale ba
fatto uso la Crusca, notano gli edd.
fior, del 1814 che innanzi alla pre-
sente ballata • trovasi scritto a
penna d’ antico carattere, Angelo
Poliziano. »
V. 2. Che ho, cod. ricc. 771. —
v. 8. e questa, ricc. 771. — v. 8.
Alcun dice, ricc. 771. — v. 12. Ai-
dire alla ragione: Andare a chie-
der ragione [giustizia] dove ella
s’amministra: andare al tribunale.
L’ antico volgarizzatore di Valerio
Massimo traduce il forum del suo
originale in corte della ragione,
VI, 1. Nel Voe. Cr. è riportato questo
esempio del Poliziano; ma, come
tulli gli altri cavati dalle Ballate
del N. A., sotto il nome di Loren-
zo de’ Medici. — ». 13. fi pentò,
ricc. 771. — e. 1*. area, st. ree.
Avere in confessione è detto elegan-
temente d’ una notizia che i sacer-
doti tengano dal sacramento della
confessione e non possono rivela-
re. — v. 15. Dice poi, ricc. 771 c
Ball. sec. XV. : fra le, st. ree.
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302
BALLATE.
— Oimè, eh’ i’ ho un male,
Ch’ io noi posso dire avale. —
Et anch’ io ho il mal del prete. *s
XVIII. ‘
Egli è ver eh’ F porto amore
Alla vostra gran belleza ;
Ma pur ho maggior vagheza
Di guardare el vostro onore. 4
Egli è ver, donna, eh’ i’ ardo ;
Ma per tema del dir male,
Non pur altro, i’ non vi guardo.
E’ ci son certe cicale
Che F acconcion sanza sale
E vi tengon sempre a loggia :
V. 17. non fiotto , etici, fior. li. —
Avne. Aw. di tempo che signif. ora,
alletto. Lor. de’ Mcd., Neneia, XIV :
• Io 1’ ho recato un marzo di spru-
neggi Con coccole eh’ io colsi avalc
avole. » — v. 18. A' anch’ io, st.
ree.
1 È citata dal Poggiali, Serie ce.,
come esistente fra altre rime di m.
Angelo nel cod. cbigiano. È nel cod.
magliai). 1034 [et. VII] e nel ricc.
2723. Ed è a stampa nelle Balla-
Ielle del sec. XV sotto la rubrica
</•' in. A. Polilia no, c nelle Canzoni
a ballo 1362 e 68.
V. 4. talvare el, Ball, del sec. XV c
Com. a b. 1362 e 68., Molin. e Silv. :
guardare al, edd. flor. li c 22. —
Goardarf Preservare da ogni mala
voce. — v. 7. Se per altro, le st. ec-
cetto le Ball, del sec. XV.: io non ri-
guardo,Cam. a b. 1362 cOSeMolina-
ri. — u 8. Clic ci son ,’lesl. — Cicale:
cicala e cicalone dicesi d’ uomo e di
donna clic ciarli con importunità cu-
riosa dei fatti e degli affari altrui.
Lor. de’Med., 6. Cani. * L’ altrui
bene hanno in dispetto Gl’ invidiosi
c le cicale : Poi si sfogan con dir
male Le cicale che vedete. » — t>. 9.
V acconciali. Cani, a b. 1562 e 68 c
st. ree. — L' accoscio* sesza sale, la
tiran giù senza riguardo o conside-
razione veruna, e, forse, anche sen-
za fondamento. — v. 10. Vi tesgos...
a loggia. Tenere a loggia vale pro-
priamente tenere n bada o in disa-
gio, come in quel luogo del Berni
(Ori. inn.,XIX): « A loggia m’Iia co-
stui tre di tenuto, Ed è un solo e non
è già gigante. • Ma secondo il Varchi
(Ercol. 54) significa anche gabbarti
d' alcuno; cioè beffarlo; come s’in-
tende chiaramente in questo versa
del Poliziano c in quel dei Cecchi
(Dole, I, 1): « .... Certi guaton che ti
ghignano in bocca Poi ti tengono a
loggia. .
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BALLATE. 303
Tutti son popon da Chioggia,
D’ una buccia e d’ un sapore. 12
Egli ò ver. . .
Costor son certi be’ ceri
C' han più vento eh’ una palla :
Pien d’ inchini e di sergeri
Stanno in bruco et in farfalla,
Col benduccio in su la spalla,
Tutta via in zazera e ’n petto.
Sempre a braccia c dirimpetto.
V. 11-12. Come i poponi Ha Chiog-
gia, tutti d’ una buccia e fi' un
taporc ; si dice in proverbio per
denotare somiglianza e conformi-
tà di costami (Edd. fior. 14). Al-
legri, Rime piacevoli: « Li cicala e
Marchili son per I’ appunto, Come
si dice de’ popon da Cliioggiu, D’ua
sapor, d’ una buccia e d’ una fog-
gia. • — t>. 13. Be’ ceri. * Bel cero...
dicesi di tal fantoccio senza garbo
o die si vanagloria d' uu affettato
portamento della persona. E questo
modo di dire viene dall’ uso del-
I’ adornare i ceri da portarsi in of-
ferta alle chiese o santuari con bei
lavori di pittura c oro, e con nastri,
orpello e fiori e simili cose ; i quali
vengono portati pari e con ogni ri-
guardo, acciocché siano bene osser-
vati e non si guastino. > Biscioni,
annotaz. al Malmant., c. I, st. 31. —
v. 14. Ariosto, Cass. I, 5: « ... più
gonfi Di vento eli’ una palla. » —
v. 15. Il Maggi nella cit. Appendice
con un lungo discorso propose si
mutasse la lezione di questo verso
cosi, Pien d’ inchini da ter Gerì/
e la mutazione passò nell’ ediz. Sil-
vestri, sol di tanto modificata che
vi si leggesse tergevi. Noi abbiamo
stampato come portano i codici e le
vecchie edizioni (eccetto quelle delle
Canzoni a balio 1562 e 68 che certo
per error tipografico leggono e di
tcgreli ;) intendendo sorgeri por os-
sequi leziosi o, come oggi popolar-
mente direi besi, salamelecchi. Nel-
l’ etimologia di questo nome non
entriamo, contenti ad arrecare un
paso.i del Machiavelli (Mandr. prol.)
che basti a interpelrarc il verso
del Poliziano : « Non istimn persona.
Ancor che facci c’ sergeri a colui
Che può portar miglior mante! di
lui. » Perocché in questo passo del
Machiavelli io credo debba con le
antiche edizioni leggersi e’ sergeri
e non con le più recenti el set -
gieri. Dopo sergeri le edizioni Mol.
Silv. e fior. 1x22 mettono due pun-
ti. — v. 16. Bnuro diccsi d’ uomo
che stia male in arnese ;c Pirfiel»,
d’uotno di poco cervello, volubile,
leggiero. Ma questa forma stare in
bruco e in farfalla è un po’ nuova
e oscura : quando non volesse dire
tbe sono miseri c a un tempo
vani ; o vero, che hanno il pen-
siero qui e iò, tratta la metafora
dalle varie forme di sviluppo di
certi insetti. — v. 17. Besduccio-
Propriamente piccola striscia di pan-
no lino che si tiene appiccata alla
spalla o cintola de' bambini (Edd.
Gor. 14).
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BALLATE.
E talor fiutando ’l fiore.
Egli è ver. . .
Giovanastri anzi pieroni,
Nessun sa quel eh’ e’ si pesca :
Van con gli occhi a procissioni.
Vagheggiando alla pazesca.
Ti so dir che la sta fresca
Chi con lor non è sai valica-:
E’ non sanno uscir di pratica.
Poi salmeggion di lei fore.
Egli è ver. . .
P per me so’ innamorato,
E ’l color mio ne fa fede :
Ma chi m’ abbi a sè legato
Quella ’l sa che ’l mie’ cor vede.
Ecci ben chi d’altra crede,
Perdi’ or questa or quella adocchio:
Ma sottecchi ho sempre 1’ occhio
n.
Zi
V’. 20. itti fiore, magliai)., Canz. a b.
t.iG’2 c 08 e „t. posteriori. — ». 21.
P'Eiio.11: forse, vanareili, bufioncelli.
JLuca ne’ Dizionari ; e non nc cono-
sco dllri esempi. — v. 22. quel che,
ubi. fior. 14. — Quel che si fesca : in
questi e simili casi vale, Quel che si
l'accia. Ne abbondano gli esempi. —
v. 23. Vale andar guardando in quu
e in là (Edd. fior. 14). — ». 25. L»
st* fresca. Maniera ironica : la è con-
cia bene, è condotta a buon partito !
Celli, Capr. Coti. • Io ti so dire che
chi si piglia affanno di tutto, sta fre-
sco. » — ». 20. Saivatica: non affa?
bile, non gentile. É d*l fioco, e
della lingua popolare: • Tancia,
tu se' salratica e mnlea > Buonar.,
Tane., II. 3. — ». 27. El non tan-
no, Bull, del ree. XV e Canz. a b.
1562 e 68 : E non sanno, edd. fior.
14 e 22 e Molinnri. — Pratici, coi
versi tenere, mantenere, si dice an-
che d’ un trattato o negozio amo-
roso — ». 28. talmeggian, edd. fior.
14 e 22, Silv. : forte, lessero per
errore passato dall’ una nell’ al-
tra tutte le stampe; eccetto la sil-
vestriuna del 1825, dietro l'av-
vertenza del Alaggi nella cit. Appen-
dici. E il Maggi annota « talmeggiur
fetore vorrà dire lo stesso che ta-
gliare i panni dietro le spalle. • —
». 29. So’ per tono, usato altre volte
dall’ autore c da altri (Edd. fior. 14>.
I codd. c le antiche st. con pregiu-
dizio del verso leggono tono. — ». 30.
Ovidio ha detto: « Palleat omnis
arnans • (Edd. fior. 14). Il color,
edd. fior. 14 e 22, Mol. Silv. Nelle
Canz. a b. 1562 e 68 leggesi, for?c
per errore tipografico, El cor min.
— ». 35. ioti’ occhi, Canz. a li 1 562
c 68, edd. fior. 14 e 22, Muliuuri ;
ioli' occhio, Silv. — Sottecchi o Sol-
tecche (c usasi quasi generalmente
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BALLATE.
305
A colei che m’ arde il core. 03
Egli è ver. . .
Ben vi prego, 0 donna cara.
Che coll’ occhio onesto e cheto
Non vogliate essermi avara
D’ uno sguardo mansueto
0 d’ un risolin discreto.
Che per or mi tien contento :
Et io sempre sarò intento
A guardare el vostro onore. 44
Egli è ver. . .
XIX. ‘
Già non siàn, perch’ e’ ti paia.
Dama mia, così balocchi:
Conosciàn che c’ infinocchi
E da tutti vuoi la baia.
con verbi die significhino azione di
guardare o simili) vale furtiva-
mente, di nascono, cautamente, qua-
si con occhio socchiuso. Luigi Pul-
ci, Deca, XIX : « .... un fancello Che
ti gaveggia, Buca, di sottecchi. »
— t>. 37. priego, donna : le si. —
v. 38-42. « E quando c’ è la gente,
non parlare: Solo mi basta uno
sguardo segreto » Risp. popolare. —
». 43. Ed io, st. ree. : Et tempre,
Canz. a b. 1582 e 68. — ». 44.
A salvare, vice, e st.
1 È citata dal Poggiali in Serie ec.
come esistente fra altre del N. A.
nel cod. chigiano. E nel cod. ricc.
2723, e in quello del signor Vanzo-
lini con questa rubrica, Canzona
d'Ang. Polizia no, dicendo che l’ ha
troppi dami e che l’ è la favola e V i
dileggiata. Ed è a stampa nelle Balla-
Ielle del sec. XV sotto la rubrica di
Pouzuzo.
IH. A. Politiano c nelle Canzoni a hallo
4362 e 68.
V. 1. siam, Cunx. a b. 1562 c 68
e le st. posteriori : per clt’a te, vani :
perche li, Canz. a b. 1562 c 68 c edd.
fior. 14. — PencnÈ. Benché (Edd. fior.
14). — Sùs per siamo; e più sotto
Conosciàn per conosciamo : vedi
nota alla Ball. Ili, v. 26. — ». 2.
donna, ricc. — Balocchi. Balordi, che
si lasciano baloccare, tenere a ba-
da con parole senza effetto. —
». 3. conosciam, le st. — C’isfisoccui.
• Quando alcuno vuol mostrare a
chicchessia di conoscere che quelle
cose le quali egli s’ingegna di far-
gli credere sono ciance bugie c ba-
gattelle, usa dirgli: Tu m' infinoc-
chi, o Non pensare d’ infinocchiar-
mi. » Vurchi, Ercol. — ». 4 .E di
tulli, Canz. a b. 1562 c 68, Mulinuri,
edd. fior. 22, Silv. — Vcoi la bau.
20
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300
BALLATE.
Già credetti essere il cucco.
So che ’n gongolo ti tenni :
Ma tu m’ hai presto ristucco
Con tuo’ ghigni attucci e cenni.
Pur del mal tosto rinvenni,
E son san com’ una lasca.
Anch’ i’ so impaniar la frasca.
Ben che forse a te non paia. 52
Già non siàn. . .
Tu solleciti el zimbello,
E col fischio ogn' uno alletti ;
Tireresti a un fringuello :
Ma indarno ornai ci aspetti.
Quanto più, per dio, civetti.
• Quando uno cerca pure di vo-
lerci persuadere quello che non
volcmo credere, per levarloci dinan-
zi e tòrci quella seccaggine dagli
orecchi, usiamo dire : Tu vuoi la
baia o la berla ec. » Varchi, Ercol. —
v. 5. Mirre «<> il, vani. — Cecco, voce
puerile (k il cucco della mamma, lui.
malrii delicia). Estere il cucca vale
essere il prediletto (Edd. fior. 44).
• Fingeva Esdram che questo sia ’t
suo cucco. » Cir. Calv. III. 99. —
v. 6. clic in gongon, Ball. sec. XV,
Canz. a b. 4562 e 88, Molinori : in li
lenni, le st. — Goncoio. Da gongolare,
che è - giubbilare strabocchevol-
mente, tutto commosso da interna
gioia : onde dicendosi o uno, come
usa, in qualche felicità : Tu gon-
goli, non può dirsi di più. • Co-
si un comenlo inedito al Pataffio
cit. dal Biscioni nelle note al Mal-
inani., VII, 100. Secondo i Deputali
al Decumcronc, annoiai. LXXXV, è
voce « che par finta da suono : c
non manca chi crede che sia presa
da un certo mormorio, più che vo-
ce, di galline: il che sarebbe secondo
la natura di colai voci finte e da
cosa nota e dimestica, e donde la
lingua ancora hu cavato schiamaz-
zare e galloria. » Negli antichi te-
sti del Decani, è scritto gngolare. —
t>. 7. Ristucco. Stuccare e Ristuccare ,-
nauseare, o saziare fino alla nausea
(Edd. fior. 4 V) : siccome fanno i cibi
troppo grassi c i discorsi prolissi e
di poca o punta conclusione. Mi-
nucci, N. al Malm., VII, 45. — v. 8.
Attucci. Diminutivo di atti, in signi-
ficato di lezii (Edd. fior. 44). — 1>. 9.
rinvienili, ricc. : pretto rivenni, Canz.
4562 e 68, edd. fior. 44 e 22; pretto
rinvenni. Mot. e Silv. — v. 40. S»v
com’ uva lasca. D’ intiera e perfetta
sanità. Giovenale « pisce sanior, » più
sano d’ un pesce (Edd. fior. 44). —
v. 41. Preso dalla caccia alle panie.
E par che voglia dire: Anch’io so
burlare chi crede di burlar me. —
u. 48-45. Preso dalla caccia al pare-
taio. Vedi Ball. X, v. 26-28. — v. 15. a
un fringuello, vanz. : ad un, edd. fior.
44 e 25, Silv. — u. 46. ormai , Canz. a
b. 4562 c 68 e st. posteriori — e. 47.
altri civetti, Canz a b. 4 562 e 68 c st.
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BALLATE.
307
Tanto più d’ ogn’ un se’ gufo.
Deh, va’ ficcati in un tufo
Cheta ; e fa’ eh’ e’ non si paia. 20
Già non siàn. . .
Tutti questi nuovi pesci
Hanno un po’ del dileggino;
E pur priegan eh’ i’ rovesci
Del sacchetto il pellicino :
Ma, s’ i’ scuoto un pochettino.
Tanta roba n’ uscirebbe,
Ch’ ogn’ un poi se n’ avvedrebbe ;
E megli’ è eh’ e’ non si paia. ss
Già non siàn. . .
Tant’ è, dama, a parlar chiaro :
Tu vagheggi troppo ogn’ uno,
Sanza fare alcun divaro
Se gli è bianco 0 verde 0 bruno :
Me' faresti a tòrtene uno
posteriori. — Civetti. Civettare, fare
atti di vanità e di leggerezza, imitare
i moti clic fa col capo la civetta al-
lettando gli uccelli (Edd. fior. 14).
— v. 18. Se’ cefo. Sci lo scherno, lo
scherzo (Edd. fior. 14) ; come il gufo
pe’ suoi golfi movimenti è lo scherno
degli altri uccelli. — e. Iti. Tiro. Spe-
cie di terreno arido c sodo (Edd. fior.
14), prescelto dalle civette a nidifi-
carvi c abitare. — t>.22. DaEcci.vo.Clie
dileggia ; clic si piglia gusto di fare
l' innamoralo e non r è (Edd. fior. l i).
Tancia, III, 2: • Ma tu da quali-
d’in qua le vuo’ tu bene? Tu eri
gin tenuto un dileggino. • — v. 23.
priegon eli' io rivcsci, vanz. — v. 23-
24. Rovesciare o vuotare il pellicino
del sacchetto e simili, vale Dire ad al-
trui senza rispetto e ritegno tutto
quello che l' uom sa (Edd. fior. 14.)
« Pellicini sono quei quattro come
quasi orecchi (l’asino clic si cu-
ciono nella sommità delle balle, dui;
da ogni parte, alfine che elle si
possano meglio pigliare e più age-
volmente maneggiare: il che si fa
ancora molte volte nel fondo dei
sacchi. E perciò si dice non solo
rotare e scuotere il tacco, ma an-
cora i pellicini del sacco, ne' quali
entrano spesse volte e si racchiuggo-
no delle granella del grano o d’ altro,
di che il sacco sia pieno. • Varchi,.
Ercol. Màlteo Franco, son. : * I' pi-
glierò pe’ pellicini il sacco E scuo-
terò si le costare c’I fondo, Ch’ i’ so
che n’uscirà polvere un mondo. ■ —
v. 28. meglio è, Canz. a b. 1562 c 68 e
st. post. — u. 29. donna, rice. — v. 31.
Divano per divario. Usavano gli anti-
chi levare Pi ad alcune voci: cosi i
varo per vario usato da Dante (Edd.
fior. J4). — t>. 32 bianco, (Tivù), vana.-.
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BALLATE.
3J3
(E sarei proprio buono io),
A quest’ altri dire a dio ;
E saresti fuor di baia. so
Giù non siàn. . .
XX.1
Canti ogn’ un, eh’ io canterò,
Dondol dondol dondolò. 2
Di promesse io som già stucco.
Fa’ eh’ ornai la botte spilli.
Tu mi tieni a badalucco
Con le man piene di grilli.
Dopo tanti billi billi
Quest’ anguilla pur poi sdrucciola.
Per dir pur — lucciola, lucciola,
V. 31. buon io, le si. — v. 35. «
dire, rìcc.
i È citala dal Poggiali, Serie, ec.,
come esistente fra altre del N. A.
nel cod. elogiano; ed è nel cod. del
sig. Yanzolini con questa rubrica,
Canzona d'Ang. Politiano alla da-
ma, thè fatei falli el no» dimostra-
zioni. È pure a stampa nelle Battatene
del scc. XV sotto la rubrica di M. Aa.
Puli,cncl\e Canzoni a ballo 1562 e OS.
V. 2. Dondolo, dondolo, dondolò ;
le stampe con oltraggio alla mi-
sura del verso. — t>. 4. Spilli. Spil-
lare 6 trar per }p spillo il vino dalla
botte : qui è metafora ma sen-
za equivoco osceno, come vorreb-
bero gli cdd. fior, e i compila-
tori del Vocab. Tramalcr: significa,
Fa’ die si venga a qualche conclusio-
_. ai badalueeo, vanz. — B,i-
DiLicco. Trastullo, trattenimento pia-
cevole, passatempo. |Edd. fior. 1 4. J
Qui tenere a badalucco è lo stesso
ebe tenere a bada. — ». 6. Con le
mane pien de' Cani, a b. 1562 c 68:
Con le mane pien di, edd. fior. 14
e 22. — Pifjie di grilli. Cioè vuote.
Grilli diconsi metaforicamente le
fantasie e i ghiribizzi senza con-
sistenza. — ». 7-8. Billi Billi. Il
Vocab. della Crusca, che sotto que-
sta voce cita i due versi presenti,
sempre col nome di Lorenzo defe-
dici e leggendo all’ ottavo pur m
sdrucciola, che non è in niun testo
da me veduto, spiega Billi Bilu
per moine carezze e simili. Io, al-
meno in questo luogo, per dedu-
zione dal contesto, e in quel del
Morg. XXII, 101 [- Rispose Astol-
fo: tanti billi billi, Che noi di' tu
che Gali l’ Ita imburiassata? • ] in-
tenderei cliiaechere, cicalecci , di-
scorsi senza effetto. Il ». 8. signi-
fica : Non si viene mai al fatto:
La conclusione sfugge, come l’an-
guilla sdrucciola fuor delle mani
a chi la tiene. — ». 9-10. Ltcc.o-
u, Luccioli ec. Sun parole d’ una
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BALLATE. 309
Vieni a me, — a me che prò? io
Pur sollecito pur buchero
Per aver del vino un saggio.
Quando tutto mi solluchero.
Egli è santo Anton di maggio.
Tu mi meni pel villaggio
Per lo naso come el bufolo ;
Tu mi meni pure a zufolo
E tamburo : or non più, no. is
Tanto abbiàn fatto a cu cu,
Che quale’ un già ci dileggia r
E, se ’l gioco dura più.
canzoncina de’ bambini, quando, net-
te belle serate di giugno che l’aria
luccica tatto di quegli unimnlelti,
essi corrono sporgendo cappelli e
berretti per acchiapparli, e come
per allettamento cantano : Luccio-
la, lucciola, vieni a me ; Ti durò
del pan del re, cc. Mirate fin dove
si ficcano i re e lu pagnotta ! —
t>. 11-12. Séguito alla metafora del
v. 4. — Hi.ciiF.no. Intendi del forac-
chiare e succhicllinare per tare spil-
lar la bolle. — v. 13. Mi sollichebo.
Mi commuovo, m’intenerisco: voca-
bolo del contado (Edd. fior. 14). —
v. 15. per villaggio, Canz. a h.
1562 e 68. — v. 16. Pollo, Ball,
scc. XV : Per el. Cani, a b. 1562
e 68 : per il, le st. ree. : coni * un bu-
folo, vani. Questi due versi vengono
u dire : Tu mi aggiri c conduci con
finzioni c promesse a fare quel ch'io
non vorrei, e mi rendi spettacol ri-
dicolo alle genti. Ambra, Cof. IV, 15 :
- M' hanno aggiralo com’ un arco-
laio, E menato pel naso coni' un bu-
folo. • — v. 17-18. Zuffolo, come
al verso di sopra buffalo. Cuoi, a b.
1562 e 63, edd. fior. 14 e 22. E
questi mettono un puuto c virgola
sul fine cfcl verso. — To si «ehi....
» zcr. e t»»b. Preso forse dai gioco-
lieri e altri siffatti che menano le
bestie strane su per le fiere e i
mercati, e a suon di zufolo c tam-
buro le rianiio ballare e ragunan
gente a vederle. — i>. 19. obbiam
follo cu cu, Canz. a I». 1562 c 68 e st.
ree. Annua fatto a cu cu. Buonarr.
Tane. Ili, 11: « ,... Tane, lo sto:
Clic guardi tu? Cecc. Guardo se
Preio intorno fa cu cu. » Dove il *
Salvini annota : « Cioè, fa la civet-
ta. alzandosi e abbassandosi e spa-
lancando tanti d’occhi; dal verso
della civetta. > E cosi spiega il
vocab. Tramatcr questo luogo del
Poliziano. Dove io però crederei
che s’alluda a certo giuoco di ra-
gazzi, che uno od alcuni si rim-
piattano, altri vanno cercandoli,
e i rimpiattati melton alcun po-
co fuori il capo facendo cu cu c
ne lo ritraggon poi subito, inci-
tando quasi e dileggiando al tem-
po stesso i ricercatori. E tale è
fare a cu cu,- voce questa, non
imitativa della civetta, come leg-
gasi in alcuni Dizionari, ma del
cucilo.
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BALLATE.
•310
Vedrai bella cuccuveggia.
Tu sai pur che non campeggia
La viltà ben con l’ amore :
Che l’ è dentro e che 1’ è foro
Fa’ da te; eh’ i’ non ci fo. 26
XXI.1
l’ son, dama, el porcellino
Che dimena pur la coda
Tutto ’I giorno e mai l’ annoda :
Ma tu sarai l’ asinino. •!
Che la coda par conosca
L’ asinin, quando non l’ ha :
Se lo morde qualche mosca.
Gran lamento allor ne fa.'
Questo uccello impanierà.
V. 22. Cocccveeci» : Civetta. Vedrai
die bella civetta farai ! Civetta dicesi
anche * una specie di giuoco, dove
quegli che sta nel meno non può
esser percosso quand’ egli tocca
terra con mano ; e però ora alzan-
dosi ora abbassandosi batte or l’uno
or Poltro, e questi n vicenda s’in-
gegnano colle percosse di fargli
cascare con un colpo il cappello o
la berretta dalla testa, che t il fine
del giuoco. • Voc. Tramatcr. —
v. 23. CtupeGcu. Sta d’ accordo.
Si dice anche de’ colori, quando
sono spartiti talmente che spic-
chino con vaghezza I’ uno dall'altro.
tEdd. fior. -14.)
1 ÈcitatadalPogg. nella Serie, ee.,
come esistente col nome del N. A.
nel chigiano : è nel cod. rice. 2723,
nel laurenziano 44 [pi. 40] e in quello
del sign. Vanzolini. Ed è a stampa
nelle Ballatene del sec. XV sotto la
irubrica di M. A. Politxano e nelle
■Cauaoui a ballo 1562 e 63.
V. 1. son, donna, rice. Come l’ani-
male nominato dal poeta pur dime-
nando sempre la coda non giunge mai
ad annodarsela, cosi il poeta adope-
randosi a venire all’ effetto delle sue
intenzioni non vi riesce. — v. 4. l'asi-
no, ricc. — ». 6. 1‘asin, rice. e laur...
quand’ e’ non, Ball. sec. XV. — e. S.
allor fa, ricc. Con questo paragone
dell’ asinino, non certo galante, vien-
si a dire alla dama che ella conoscerà
il suo bene quando ella ne sarà
priva e non potrà più ottenerlo.
Così nel Morg. XXII, 118, Astolfo,
rimproverando Carlo Magno che
cacci via Orlando e ponga tutta la
sua fiducia nel traditore Oano, gli
dice : • E fai, come si dice, 1' asi-
nelio, Che sempre par clic la coda
conosche, Quando e’ non I' ha, che
se ’I mangiati le mosche. • — ». 9.
(«risicai. Intransitivo. E intendi :
Questo uccello che ora dileggia la ci-
vetta pure alla fine darà nelle panie,
rimarrà preso alla pania.
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BALLATE.
dii
Ch’ or dileggia la civetta.
Spesse volte el fico in vetta
Giù si tira con l’ uncino. 12
I’ son, dama. , .
Tu se’ alta, e non iscorgi
Un mio par qua giù tra’ ciottoli,
E la mano a me non porgi
Ch’ i’ non caggia più cimbottoli.
Or su dianla pe’ viottoli
A cercar d’ un’ altra dama :
Perchè un oste è che mi chiama,
Ch’ ancor lui mesce buon vino. 20
l’ son, dama. . .
Del tuo vin non vo’ più bere ;
Va’, ripon’ la metadella ;
Perchè all’ orlo del bicchiere
Sempre freghi la biondella.
V’’. il. Il f.co in vett». Il fico clic è
in cima dell’ albero. — ». 12. ondilo,
le st. moderne. — ». 13. none scorgi,
laur. c Bull. sec. XV. — ». 14. un
uiie' par, vani. :par fra dotali, ricc. ;
e dopo fra v'è scritto d’ altra mano,
di sopra, giù. — v. 15, le moni, Canz.
a b. 1562 c 68 c st. post. — e. 16.
raggi più ciamboltali , edd. fior. 14
e 22. — Ciubottou. Cascate : colpi che
dà in terra citi casca. Varchi, Ercol. :
• cadendo, fa un tombolo, o vero
un cimboltolo. » — ». 17. andini»
là pe‘ viottoli, legge il Silv. su 1’ au-
torità dell'ediz. di Bergamo curata
dal Secassi. — Diasla pe’viottoli vale,
mettiamoci pe‘ viottoli, andiampe’ viot-
toli: ed è costruzione figurata simile
al darla o dartela a gambe. — v. 18.
di qualche damo, Canz. a b 1562 e 68
e st. post. — ». 19-20. Metnforicu-
menle: C'è altra donna, e bella, che
cerca di trarmi a sè. — ». 20. Clt’ an-
cor ci, Silv. — ». 21. Séguita la meta-
fora dell' oste. — ». 21. i" non vo’ be-
re, laur. e ricc. — ». 22. .Metadella.
Misura, clic, quando serve per le
cose liquide, tiene la metà del boc-
cale: e dicesi in Toscana più co-
munemente mezzetta. — ». 23. Bioh-
della. Leggiamo in un Diz. di scien-
ze naturali, Firenze, Balelli, 1832,
voi. Ili, pug. 533: « Biondella. In
Toscana ha questo nome volgare
la genziana eentaurinm , L., o erg-
troia centaurium, Rich. ; detta co-
si, secondo il Dulecbampio, per
essere stata usata per render bion-
di i capelli. Vi son pure indicale
con questo nome la daphne gui-
dium e la reseda luteola, capaci
di dare una tinta gialla. » Redi :
• La centaurea minore..., percioc-
ché colta nella liscia fa biondi i ca-
pelli, chiamiamo noi in Toscana iion-
della. »
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31-2
BALLATE.
Non intingo in tua Scodella,
Che v’ è dentro l’ aloè.
Ma qualcun per la mia fè
Farà più d’ un pentolino. £S
l’ son, dama. . .
Tu mi dicevi — Apri bocchi, —
Poi m’ hai fatta la cilecca.
Or mi gufi e fami bocchi.
Ma c’ è una che m' imbecca
D’ un sapor, che dii ne becca
Se ne succia poi le dita :
Con costei fo buona vita
E sto come un passerino. 33
l’ son, dama. . .
A te par toccare il cielo,
V. 25. dre alo, ricc. — ». 2S. Fare
pcnloUnio de' pentolini il Vocali, spie-
ga con Vivere sottilmente, venire in
miseria. In questo luogo del Poli-
ziano e in quello de’ Cani. Curncsc.
citato nel Vocab. « Ma chi lo [■'/ tem-
po] perde, come molte [donne] fan-
no. Convien che faccia poi de’ pen-
tolini • parrebbe che s' avesse a
intendere cosi, Se ne avrà a pen-
tire, Gli toccherà a vivere in di-
fetto di quel che potea overc. —
». 29. Apri bocchi. Qui leziosamente
per bocca. — ». 30. Cilecca. Beffa
che si fa altrui mostrando di dar-
gli che che sia c non glie ne
dando. Del proverbio far la cilecca
cosi il Varchi nell’ Ercol.: * Quando
si mostra di voler dare qualche
cosa a qualcuno e fargli qualche ri-
levato benefìzio e poi non se gli fa,
si dice avergli fallo la cilecca; la
quale si chiama ancora nafta e tal-
volta vescica o giarda. • (Edd. fior.
14). — ». 31. Mi cupi. Mi beffi. Uc-
cellar aomc un gufo: Plauto: • Ai-
bis dentibus irridere. • — Favi pernii
fai. Alcune voci, quando non sono
intere, come osserva il Bartoli, ma
tronche, pèrdono nell’ affìsso la vo-
cale ultima. Cosi abbiamo in Dante
levami, cedranti, che vogliono mi
levai ec. : nel Passavanli dati, ha la,
per ti dai, I' hai: e nel Boccaccio
vuoti, fimi, per vuoi tu, mi fai.
Far bocchi, aguzzar le labbra in
verso uno in segno di dispregio, a
guisa che fa la bertuccia (Edd. fior.
44). — ». 32. E' c’ è una, laur.:
c‘ è uno, ricc. — Imbeccare, propria-
mente mettere il cibo nel becco
agli uccelli che non sanno per laro
stessi beccare (Edd. fìor. 14). —
». 34. Se me succia poi le dita. È) lo
stesso che il più usitalo Leccartene
le dila ; che dicesi d’ ogni cosa che
piaccia molto, anche metaforicamen-
te.— ».36.Cobe uh passerino. Per ri-
spetto alle blandizie amorose. Pianto,
Asin., III. 3 : « Die me tuoni passercu-
lum. • — ». 37. Qui vuol dire, Ti par
d’essctc fortunata e contentissima.
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BALLATE.
313
Quando un po’ mi gufi e gabbi :
Ma nessuno ha del mio pelo,
Ch’ i’ del suo anche non abbi.
E’ ci Ila poi pien di babbi
Dove credi sia el pastacck».
Tutta via la lepre traccio.
Mentre lei fa il sonnellino. 44
l' son, dama. . .
XXII.1
l’ ho rotto el ruscellino -.
Pur un tratto e sciolto il gruppo ;
V. 38. m' uccelli o gabbi, vnnz. : mi
gup 0 gabbi, le si. — v. 30-40. F.’ non
mi fu filila ingiuria che io non me
ile vendicassi. • Memo impune abiit,
qui me nusus sit ledere : • • Non
mi morse mai cane eli’ io non
avessi del suo pelo. • t,Edd. lìor. 14).
Anche questi due versi sono nella
Crusca attribuiti a Lorenzo de' Me-
dici. Al ». 40 il vanzoliniono legge
C' ancor io del tuo non abbi. —
». 41-42. Nei Vocabolari manca
Babri usato coni’ è in questo luogo
dal N. A., e Pasticcio v’ è nel senso
di uomo materiale e semplice. Qui
pare che voglia dire: Nella pasta
che credi agevole a dimenare o
ben dimenata, e’ vi sarà più d' un
bioccolo: cioè Vi saranno delle
difficoltà in quel che credi agevole,
il burlarmi : in somma, Non son
pastricciano come ti dòi ad in-
tendere. — ». 43. Tracciare vale
teguìlar la traccia (Edd. fior. 14).
— ». 44. la fa, rice. Questi due
versi vengono metaforicamente a
significar questo: lo sèguito pure
nella mia impresa, mentre altri
non ci bada più, credendo che io me
ne sia rimasto.
i È citata dal Pogg., Serie ec., co-
me esistente tra altre del N. A. nel cod.
elogiano; è nel rice. 2723, e in quello
del sig. .Vanzolini, con questa intito-
lazione, Canzona d'Ang. Poliliano :
come dice alla dama che , poi che no
le vuol più bene , che gli ila meglio.
Ed è a stampa nelle Ballatene del
sec. XV sotto la rubrica di II. A. Po-
liliano e nelle Canz.a hallo {obi e 68,
V. 1. Oggi direbbesi, L,' ho rotta.
Ci siamo rotti ; sottintendendo del*
I’ amicizia o famigliarità o dell’amo-
re. E il modo del nostro poeta, che è
solo citato nel Dizionario, al solito
sotto nome di Lorenzo de’ Medici, sta
come a significare clic si vuol divisa
al tutto quella comunanza d'affetti
ed interessi che prima si aveva, sino
n un ruscellino. — ». 2. Per un trat-
to, Canz. ab. 1 5G2 e 68, edd. fior. 14,
Molinari. — Poh O.v tratto: Pur una
volta. Pur al fine. I Dizionari hau
solamente <1* un tratto, a un tratto,
e simili; che spiegano per di' tubi-
lo, subitamente. Sciolto il en. — Con
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314
BALLATE.
l’ son fuor d’ un gran viluppo,
E sto or com’ un susino. 4
Una certa saltanseeeia,
Fatta come ìa castagna
C’ ha ben bella la corteccia
Ma l’ ha drento la magagna,
Fe insaccarmi nella ragna
Con suo’ ghigni e frascherie ;
Poi di me fe notomie.
Quando m’ ebbe a suo dimino. 12
Io ho rotto
Ella m’ ha tenuto un pezo
Già colla ciriegia a bocca ;
olirà metafora viene a dire quello
atesso che al ». 4 : ho sciolto il
nodo dell’ amore. — «.3. E ton,
Cam. a b. 15G2 e 68 e le st. post.
Significa: Son fuor d' un grande
intrigo. — Viluppo materie date,
come lano, seta ec., ravvolte in-
sieme in confuso (Edd. fior. li).
Il Bocc. pur parlando dell'amore,
« quando fuori di questo viluppo
sarai dislacciato » Lalicr. — t>. 4.
come ansino, edd. fior. 44. — 1>. 5.
Saitaitseccia : Uccelletto, di quelli
che vivono di bacherozzoli : meta-
foricamente si dice di persona vo-
lubile e leggiera (Edd. fior. 44). —
». 5-8. Modo proverbiale tultorvivo
[dicesi • .... come la castagna :
Di fuori è bella e dentro bu la
magagna], allusivo all’ ipocrisia e
alla simulazione. — ». 7. Che ha
bella, Cunz. a b. 4562 e 68 e le
st. post. — ». 8. Poi' ha, vani. :
dentro, Canz. a b. e st. post. —
». 9. Insaccarmi. Intaccare • si pi-
glia propriamente per entrare in
tm luogo con pericolo di non poterne
uteire : e creilo venga dall’ entrare
che fanno gli uccelli ne’ sacchetti
della ragna; poiché, quando ciò
succede ad alcuno, si suol dire: Egli
b intaccato. > Cosi il Biscioni nelle
annolaz. al Malm. VI, 20 ; e cita il
presente verso del Poliziano sotto
il nome di Lorenzo de’ Medici. — R»-
c.v» : qui metaforicamente rete d’ amo-
re (Edd. fior. 44): vedi sopra IV, 23.
— e. 40. e fratcheria, edd. fior. 44. :
e tmancerie, vanz. — Frascherie : qui
scherzi graziosi ma leggieri e vani.
— ». 44. no tamia . edd. fior. 14. — Fe
notorie : fece strazio. Male i Voca-
bolari riportano questo verso, al
solito eoi nome di L. de’ Medici, al
vocabolo Notami a sotto la rubrica
Contidcrare 'minutamente e fra altri
esempi in cui il far notomia è usato
nel senso di quella rubrica. — ». 12.
Diruto e diminio, lo stesso che do-
minio (Edd. fiorentini 14). — ». 43-
14. Mi ha tenuto colla sperami! pre-
sente di sodisfare a’ miei desiderii:
a quel modo che si tiene a’ bambini
una ciriegia a fior delle labbra, fa-
cendo mostra di dargliene, e non se
gli dà. — ». 14. in bocca, ricc.
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BALLATE.
315
/
Ma pur poi mi son divezo,
Tal che mai più me l' accocco :
Mille volte in cocca in cocca
Ha condotto già la pratica ;
Poi fantastica e lunatica
Piglia qualche grillolino. 20
Io ho rotto. . .
Sempre mai questa sazievole
È in su' lezi e smancerie.
Una cosa rincrescevole
In suo’ borie in suo’ pazzie :
Paga altrui di villanie.
Quando tu gli fai piacere.
Or su, il resto vo’ tacere
E serbar nel pellicino. £S
Io ho rotto. . .
XXIII.»
Una vecchia mi vagheggia
.Vira e secca in sino all’ osso :
V. 15. Ma pur or, vani. — r. 17.
li cocci m cocci. In cima in cima :
figuratamente, presso al termine. —
v. 1S. Ma condotta , Canz. a b. 1562
e 68 e st. posteriori. — ». 19. Lu-
natico, colui il cui cervello patisce
alterazione secondo il variar della lu-
na tEiid. fior. 14). — 1>. SU. Grilloliso.
Capriccetto: funtasiucciu di sdegno.
— e. 21-22. Sempre ila guata intie-
ro! c la in borie e tmancerie, cod.
Vani. — Sazievole. Fastidiosa, impor-
tuna, increscevole; quasi che generi
sazietà; che anche diciamo stucche-
vole. — Le». Attucci c gesti svenevoli
che si funno per lo più dulie donne
col viso e con la bocca, che si chia-
mano anche smorfie. — Sxa.icehie. Le-
zio, leziosaggine, alto increscevole e
noioso (Edd. fior. 14). — t>. 23. coni
tlomachevolc , vanz. Sottintendi I’ È
del verso di sopra: l’ediz. Sil-
vestri arbitrariamente legge È una
coia — ». 24. Cosi leggiamo eon i
due codd (io tuo lezi, vanz.) : mala-
mente lest.,/n ni borie, in «u pazzie ;
eccetto Silv. che ita In tue borie, in
tue pazzie. — ». 26. le fai, vanz. e
Silv. — ». 27. f* po', vanz. —
». 28. Pelliciso. Qui lerbar nel pelli-
ciao vuol significare lo stesso che ta-
cere, non vuotare il sacco. (EiliL
fior. 14). Vedi Ball. XIX, v. 23-24.
» Cod. ricc. 2723 e magi. 1034
[ci. VII] : ed i a stampa nelle Hal-
lo tetti del sec. XV sotto la rubricu
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316
BALLATE,
Non ha tanta carne a dosso.
Che sfamasse una marmeggia. *
Eli’ ha logra la gingiva ;
Tanto biascia fichi secchi,
Perchè fan della scili va
Da ’mmollar bene e’ pennecchi:
Sempre in bocca n’ha parecchi;
Che ’1 palato se gl’ invisca :
Sempre al labbro ka qualche lisca
Del filar eli’ ella morseggia. 12
Una vecchia. . .
Ella sa proprio di cuoio
Quand’ è 'n concia o di can morto
0 di nidio d’avvoltoio.
Sol col puzo ingrassa l’ orto
(Or pensate che conforto !);
E fuggita è della fossa.
Sempre ha 1* asima e la tossa,
E con essa ‘mi veleggia. so
Una vecchia. . .
Tutta via el naso le gocciola :
Sa di bozima e di sugna :
Più scrignuta è eh’ una chiocciola.
Poi, s’un tratto el fiasco impugna,
Tutto ’l succia come spugna:
di metter A ng. Politiano e nelle
Canz. a ballo 4562 e 68.
V. 4. Marueccia. Piccolissimo ver-
micello clie nasce nella carne secca c
la rode. Voc. Cr. — V. 5. ha lognr
la, mogi.: logora la, Ball. sec. XV.
Noi accettammo logra del cod. ricc. :
che è sincope usata anche dal Ca-
ro, Ere. VII, 449. Il ricc. Im in
margine d’ altra mano le gingia
e al v. 7. tcilia. — ». 7. Schi-
va. Idiotismo per taliva. — ». 8.
PessEccnt • quella quantità Ai lino
0 lana o cosa simile che si mette
in sulla rócca per filarla. > Minucci,
annoi, al Maini. X, 23. — ». 9. ri ha,
cdd. fior, li.: ed è forse error tipo-
grafico. — ». 12. che la morseggia ,
Canz. a b. 1562 e 68 e cdd. fior. 14.
— ». 15. nido, magi, e cdd. fior. 14
c 22. — ». 18. dalla fotta, edd. fior.
1 i. — ». 21. gli gocciola, Canz. a b.
1562 c 68 e st. post, eccetto Silv. —
». 23. ScRicsvTA. Che ha lo scrigno:
(•oblia (Edd. fior. 14). d'ano, cdd.
fiore 14.
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BALLATE.
317
E vuole anco eh’ i’ la baci.
Io le grido — Oltre, va’ giaci : —
Ella intorno pur m’ atteggia. SS
Una vecchia. . .
Non tien l' anima co’ denti,
Chè un non ha per medicina :
E’ luccianti ha quasi spenti,
Tutti orlati di tonnina.
Sempre la virtù divina
Fin nel petto giù gli cola.
Yiza e secca è la suo’ gola,
Tal eh’ un becco par d’ acceggia. 33
Una vecchia. . .
Tante grinze ha nelle gote
Quante stelle sono in cielo : \
Le suo’ poppe vize e vote
Paioli proprio ragnatelo :
Nelle brache non ha pelo.
Della peccia fa grembiule :
V. 27. la sgrido, magi. c Ball,
sce. XIV: la grido, le altre si.: va
a giaci, etili, fior. 14. — e. 29-30.
Si ilice £' lieti V anima co' denti ili
chi è si rifinito di carne c di fonte,
che par ch’esalerebbe l’anima se
non la ritenesse collo stringere i
denti. Ma la vecchia della ballala
non può pure far ciò, perchè non
non ita nè meno un dente che gli
serra di medicina, di rimedio, cioè,
a non esalar 1’ anima. — v. 30. non
n' ha, Silv. — p. 31. Leccumi. Oc-
chi : cosi detti per gergo ! Etiti, fior.
14.) — r. 32. Si dissimula con la
metafora quel che sarebbe poco
piacevole e agevole a dir chiara-
mente. Cosi anche l’ Ariosto nel
prol. della Cass.: • gli occhi che le
fodere Rivcscinn di scarlatto. • —
v. 33. Vituti Dittai. Giuoco di parole:
il vino. — vt 31. le cola, Silv. —
p. 36. Accecgu. Uccello noto, di becco
lungo, c di penne simili alla starna:
dicesi anche beccaccia (Edd. fior. 14).
v. 40. un ragnatelo, ricc., edd.
fior 14. c Silv. — p. 42. Ptccu. Pan-
cia (Edd. fior. 14): « sebbene (,av-
verle il Minucci nelle annotar, al
Mulin., VI, 101), della parte che è
dallo stomaco al pettignone, pecchi
pare piò verso lo stomaco, panròi
più verso il pettignone. » — A cui
regga lo stomaco può vedere un si-
mile di questa ballata nell’altra at-
tribuita comunemente a Lorenzo
de’ Medici, c che è ili Bernardo
Giambullari, la quale incomincia
• Questa vecchia rimbambita » e
trovasi nelle raccolte da noi spes-
so citate di Ballatene e Canzoni a
ballo.
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313
BALLATE.
E più biascia che le mule,
. Quando intorno mi volteggia. <4
Una vecchia. . ..
XXIV.'
Io vi to’ pur raccontare
(Deli, udite, donne mie)
Certe vostre gran pazzie:
Ma pur vaglia a perdonare. 4
Se voi lussi più discrete
Circa al fatto dell’ amore.
Ne saresti assai più liete
Pur salvando el vostro onore.
1 Non si vuole uno amadore
Sempre mai tenere in gogna :
Che al meschino al fin bisogna
Le suo’ pene appalesare. 12
Io vi vo’ pur. . .
Quando e’ vede che tu impeci
Pur*gli orecchi, e’ grida forte;
Che non può coprire e ceci
Chi fa ’l dì ben mille morte.
Voi dovresti essere accorte
A stralciare e sciorre el nodo,
1 È nei codi!, ricc. 2723 c ma-
gi. 1034, c, mancante de’ primi
versi, in quello del signor Vanzo-
Uni: ed è a stampa nelle bulla-
Ielle del sec. XV sotto la rubrica di
metter Ang. Polis, nelle Canz. a ballo
del 1562 e 68.
V. 3. nostre, Ball. sec.XV,Caii7.. u b.
1 562 c 68, edd. Cor. 1 8 1 4. — c. 7. sa-
reste, edd. fior 14 c 22, Silv. — v. 8.
con servando, magi., edd. fior. 14. —
v. 10. Coesi. Vedi Giostra, 1, 12. —
r. 11. Al meschino olfio, magi, e edd.
fior. 14 c 22. — v. 12. sua pene, magi. :
sue pene, Cam. a b. 1568 c st. ree. —
v. 13. Quando vede, magi, e edd. fior.
14. — Impeci „. cu orecchi non vuoi
ascoltare, fai la sorda. — v. 16.
Così leggiamo con i codd. magi, c
ricc.: il vanz. e le stampe tutte
bulino Che fa.... — r. 17. Voi do-
verresti. Bali. sec. XV. : Doperesti
Canz. a b. 1562 e 68, edd. fior.
1814 e 22: Dovereste, Silv. — r. 18.
metaforicamente: diminuire c to-
glier 'via le difficoltà.
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BALLATE.
319
A mostrare il tempo e ’1 modo
Ch’ e’ vi possi un po' parlare. 20
lo vi vo’ pur. . .
Quando poi siate alle strette, *
Ordinate el come e ’l quando,
Sanza far tante civette,
Sanza avere a metter bando.
Non bisogna ir poi toccando
Fra le gente piede 0 mano :
La campana a mano a mano
In un gitto si può fare. ss
Io vi vo’ pur. . .
Sonci mezi ancor da mettere.
Se voi fussi sospettose.
Chi sa legger, con le lettere
Potre’ far di molte cose.
Ma ci son certe leziose
C’ han paur della fantasima.
V. 20. Che vi potata, ricc., Cani, a
1>. 1562 e 68, edd. fior 14.: Ch’ e ’ e»
porrà, Mol., edd. fior. 22. Silv. —
V. 21. siale pai, cod. Vanz. : poi fiele,
ricc. c st. — Siate alle strette: cioè,
in su lo stringere il trattato, in su'l
conchiudere. — r. 22. come e quando,
cod. Vanz.: tl ehc c’I quando, le vece,
st., Mol. c Silv. — r. 23. Civette. La
spiegazione di questo verso è nelle
note che facemmo al vocabolo coc-
coveggia della ball. XXI, v. 22. —
o. 24. averne, ricc. — Metter basco.
Farlo sapere a tutti, pubblicarlo;
come si facea delle leggi, dei de-
creti o bandi, che si notificavano
pubblicamente in su le piazze o in
su le vie dai banditori a stion di
tromba — v. 26. Tra le genti
piedi, ricc. : Tra la gente 0 piedi,
Ball. scc. XV : Tra le gente o piedi,
Canz. a b. 1562 c 68, Mol., SiN.:
Tra la gente o piede, cdd. fior. 1814
c 22. — v. 27-28. Forse questo
modo allegorico è imitato dal pro-
verbiale far la campana d’ un pezzo
che vuol dire finir mi tuo fatto
trnza intermiftione. Non ne ho
trovato altri esempi. — v. 29. Sonci
ancor mezzi, cod. Vanz. — t>. 31.
Chi fa leggere, con lettere: Canz.
a b. 1562 e 68, cdd. fior. 1814
e 22, Mol., Silv. — v. 32. patria,
Canz. a b. 1562 e 68, edd. fior.
14 c 22, Mol.. Silv. — t>. 33. E’ ci
son, magi, e vanz. — v. 34. Tron-
chiamo paur con le stampe del 1562
c 68 e con tolte le moderne. I inss.
e le vecchie st. I’ hanno intera, a
scapito del metro. Del resto certi
troncamenti non eran poi tanto
inusitati agli antichi. Iacopo da
Lenlino ha madon’ per madonna.
E in un poemetto di Angiolo Clau-
dio Tolomci sancse in lode delle
donne di Bologna stampalo nel 1514,
t
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323
BALLATE.
\
Ch’a vederle mi vien l'asima.
Nate proprio per filare,
lo vi vo’ pur. . .
Una donna eh’ è gentile
Sa ricever hen lo ’nvito:
Quand’ eli’ è da poco e vile,
Non sa mai pigliar partito;
Poi si morde in vano el dito,
Quand’ eli’ ha viza la pelle.
Sicché, mentre siate belle.
Attendiamo a trionfare.
Io vi vo’ pur. . .
XXV.‘
Io vi vo’, donne, insegnare
Come voi dobbiate fare. 2
Quando agli uomin vi mostrate,
Fa te d’ esser sempre acconce ;
Benché certe son più grate,
cioè posteriore al Poliziano e coni- fior, del li c 22 c dal Silv.: il
posto nel più bel fiore della cui- magi, e il Vanz. hanno tutt’ altro
tura classica, si legge « Slan tre verso, Si vuol bene il tempo usure.
sculptur di lucido berilo. * Il ma- — Tmosfaiie. Qui godere, darsi bel
•gliab. ha fantasma e nel v. srg. tempo ; per metafora tratta dalla
asma. E' vien l’ asma a vedere.., gioia de' trionfi : cd è usato spesso
a fare.., ec., o Fa venir l'asma, in questa significazione ne’ Canti
si dice delle persone lente indù- Carnescialeschi nelle Commedie ec. ;
gevoli sospettose o degli ulTuri lun- sebbene dicasi più spesso del man-
ghi incerti intralciati. — ». 39. giare e bere.
da poea, magi. — v. 40. La non 1 Cod. laur. 44 [plut. 40] e ricc.
*a, magi. — v. 4i. Allo di chi si 2723. Ed è a stampa nelle Balla-
pentc con rabbia o dolore di non tette ec. del sec. X\ sotto la rubrica
aver fatto clic che siasi. — ». 43. di metter Ang. Poliz. e nelle Cani,
in mentre, ricc.: liete, st. ree. ec- a ballo del 1562 c 68.
cello Mol. — ». 44. Così leggo con V. 4. Acconce. Bene assetto, hen
le antiche stampe seguite anche vestite; con bella accomodatura di
dal Molinari. Il ricc. legge Al- capo; linde e adorne. (Edd. fioroni.
tendete a, ed è seguito dagli cdìl. 44). — ». ó. sien più, ricc.
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BALLATE.
321
Quando altrui lo vede sconce.
Non si vuol colle bigonce
Porsi el liscio, ma pian piano :
Quando scorre un po’ la mano.
Una cosa schifa pare. 10
Fate pur che ’ntorno a’ letti
Non sien, donne, mai trovati
Vostre ampolle e bossoletti ;
Ma tenetegli serrati ;
E’ capei ben pettinati.
Se son biondi, me' ne giova :
Che non paia fatto in pruova
Di vedergli un po’ sconciare. is
State pur sempre pulite,
I’ non dico già strebbiate :
Sempre el brutto ricoprite :
Ricci e gale sempre usate.
Vuoisi ben che conosciate
Quel eh" al viso si conviene :
Che tal cosa a te sta bene.
Che a quell’ altra ne dispare. 24
V. 6. Scosce. Lat. inorna/ce, incon- lar significato non liu esempi nei vo-
cinte (Etiti, fior. 44V. cioè il contro- cabolari. E intornierei: clic i capelli
riodi acconce. Giambullari, Sonaglio biondi, per qucllorocolorepiùvi-
deffe rfonne, «Se tu vedessi una donna vaee e risplendente, piaccion più a
per casa, Quand’ ella è sconcia e non vedergli sciolti e negletti, purché non
è rassettata, L’ è verde c gialla ed è paia fatto apposta ec. In un Risp.
pelala e rasa, Che pare una ver- popol. del Monlamiata : • Se vuoi
siera scatenata. • — o. 9. corre, etiti. vedere il tuo servo morire, Testi ca-
fior. 44. — v. 43. buttnlelli, edd. pelli non te li arricciare; Giù per le
fior. 44 e 22. — t>. 45. E’ capei. Cioè, spalle lasciateli ire, Che paion fila
e tenete ben pettinati i capelli. L’ etlix. d’ oro naturale. » — v. 20. Stuedbute.
Silv. ha punto fermo alla fine del Strebbiare , stropicciare, pulire : ed
v. 44, e punto e virgola alla line di è proprio quello che fanno le donne
questo. — v. 46. Me’ se ciova : più in lisciandosi (Edd. fior. 44). Bocc.
piacciono. Le st. hanno me ne giova. Laber. : • S’ era il viso c la gola
— r. 47. la prbova. A posta, volontà- e ’l collo con diverse lavature streb-
riamenle. Passav. : • cose fatte dagli biuta. • — t>. 24. Che gue II' altra, •
uomini studiosamenteed in pruova. » Ballai, .sec. XV. — Dispute, fa brut-
— ti. 48. vedegli , luur.: vedetti, ricc. ta visto, scomparisce, non sta bene.
— scosciare: usalo in questa posi- Castiglione. Corteg. Il: «Non si edi-
zione intransitiva c in questo portico- viene e dispare assai vedere un uo-
POLIZIARO. 21
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;{'22 BALLATE.
Ingegnatevi star liete
Con be’ modi et avvenenti :
Volentier sempre ridete.
Pur eh’ abbiate netti e’ denti :
Ma, nel rider, certi accenti
Gentileschi usate sempre.
Certi tocchi, certe tempre.
Da fare altrui sgretolare. w
Imparate e’ giuochi tutti
Carte e dadi e scacchi e tavole.
Perchè fanno di gran frutti.
Canzonette versi e favole.
Ho vedute certe diavole.
Che pel canto paion belle :
Ho vedute anche di quelle,
Che ogn’ un l’ ama per ballare. <2
E1 sonar qualche stormento
Par che accresca anche belleza :
Vuoisi al primo darvi drento,
Perch’ eli’ è più gentileza :
mo di qualche grado, vecchio,
cantare in mezzo d’ una compagnia
di donne • — ». 32. Gentileschi :
qui graziati, con gentilezza. —
v. 33. tocchi e, le si. — Tempre: qui
maniere. — v. 34. altri , Canz. a b.
1562 c 68 e st. post. — Scretolare :
è il confringere dei latini ; usato
qui metaforicamente per far sdi-
linquire altrui di dolcezza. — 1\ 36.
Carte, dadi, scacchi , Canz. a b.
1562 e 68 e st. moderne. — ». 37.
Perch’ e’ fanno, ricc. — ». 38. Ho
veduto, Canz. a b. 4562 e 68 e st.
moderne. — Diavole. Il Vocab. luscia
questa voce : ha bensì diavolessa per
donna oltre misura impertinente e
riottosa. Il Cecchi nella Moglie, 4. 4 :
. Oh che ne dice mona diavola 7 » e
nel Corredo, 4, 4: ■ Clic ’l capitan
ci messe il fuoco in casa A darci
questa diavola • e nel Donzello, 4 :
4. • Che vorrà far questa diavola 7 «
E il Moniglia nel dramma Tacere ed
amare, 5. 20 : • ... questa dia-
vola In terra me la getta c la smi-
nuzzola • (Edd. fior. 44). — ». 41.
Ho veduto ancor, Canz. a b. 4562
e 68 c st. moderne. — ». 42 pel
ballare, le st. — ». 43. strumento,
Canz. a b. 4562 e 68 e st. moderne.
— ». 44. anco, Canz. a b. 1562 e 68,
Molinari, Silv. : ancor, edd. fior. 44.
— ». 45. Al fruo : sottint. invito o
cenno. — Darvi drento: cominciare:
e dicesi più volentieri dei suoni e
canti: Cant. Cani. • Su, tamburi e
trombette, Datevi dentro. • — ». 46.
Perchè I’ è, Canz. a b. 4562 e 68.
edd. fior. 44 e 22, Noi.
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BALLATE. 323
Molto veggo che s’appreza
Una dama c’ha el piacevole :
Io per me queste sazievole
Non le posso comportare. £0
Le saccente e le leziose
A vederle par eh’ i’ muoia :
Le fantastiche e le ombrose
Non le posso aver più a noia.
A ogni un date la soia,
A ogni un fate piacere :
EI sapere entrattenere
Sempre stette per giovare. n
Non mi piace chi sta cheta,
Nè chi sempre lei cinguetta.
Nè chi tien gli occhi a dieta.
Nè chi qua e là civetta.
V. 48. Una donna, le st. — t>. 60.
Nolte, laur. — ». 51. Le laccenti,
Cani, a b. 1562 e 68 e st. mo-
derne. — « Saccente: die sa: ciar-
liera : die pretende di parlare e di
saper meglio d’ ogni altro qua-
lunque cosa. Dall’antico verbo lac-
cio, fatto dal latino lapin, si forma
il participio saccente cioè inpiente ;
e in questo sentimento trovasi sac-
ernie appresso antichi scrittori. Pren-
desi per aituto, lagace ; ma per lo
più per preiontuoio, impertinente , e
per quello ancora clic i Latini dicono
iciolui. [Dichiarazioni al Polcilà di
Cotognate di Gio. Andr. Coniglia.] •
(Edd. flor. 14). — p. 53. fantastiche et,
Ball. sec. XV e Canz. a b. 1562 c 68 j
faniailiche ed. Mal. e Silv. — Ombrose :
sospettose. Così diciamo s’è ombralo,
cioè t’c inioipetlito .Ae'cntiMi sospet-
tosi che hanno paura dell’ombra (Edd.
lìor. 14). Dante, Inf., Il : • ... lo rivol-
ve, Come .... falso veder bestia quan-
d'ombra. — v. 54. Piti non posto
averle, Canz. a b. 1562 c 6S e Slot.
— ». 55-6. Ad ognun, Canz. a li.
1562 c 68 e st. moderne. — Date:
la soia. Dar la iota, adulare, piag-
giare, lodare smodsraiamente o per
adulazione o per beffe (Edd. fior.
14). Ma il Sulvini nelle annotar,
alla Tancia, IV, 4, spiega la loia
ti dà per li fa le carezze. E pioce-
rebbemi meglio. — v. 57. Che 7
saper ben, Canz. a b. 1562 e 68
e st. moderne. — Estrattesere. Qui,
tenere a bada con speranze e lusin-
ghe. — ». 58. Sempre isti, ricc. —
Stette. Stare, usato qui in signifi-
cazione di essere. — v. 60. E chi,
laur.: tempre mai, Canz. a b. 1562
e 68 c st. moderne. — Ci accetta, Cin-
guettare, il parlare dei fanciulli,,
quando e’ cominciano a favellare;
ciarlare istucebevolmente di bagat-
telle e di cose vauc (Edd. fior. 14),
— v. 6I.Tie.v cu occhi a dieta : fa a ri-
sparmio di occhiale e di sguardi. —
v. 62. Civetta. Ci'rc/fai fj.qui nel scm-
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BALLATE.
Sopra tutte mi saetta
Quello eh’ usa qualche motto,
Che vi sia misterio sotto
Ch’ io lo sappia interpretare. C6
Se tu vai o stai o siedi.
Fa’ d’ aver sempre maniera :
Muover dita e ciglia e piedi
Vuoisi sempre alla smanziera.
Fa’ a tutti buona cera.
Fa’ che mai disdica posta :
Ma di quel che non ti costa
Fanne ogn’ un contento andare. - 74
Fatti sempre partigiani.
Dove sei, fino alle gatte.
Fino a’ topi, fino a’ cani :
Non far mai volentier natte.
Lascia farle a certe matte.
Abbia sempre una fidata.
60 di volger gli occhi intorno con
curiosità c vanità e con allettative
femminili : a quel modo che il Pulci
nel Slargante, XXIV, 41, usò far In
civetta (dagli alinoci che suol fare
col capo cotesto uccello) « Non ti
vid’ io parlar con Bianciardino Nel*
l'orto c in qua c in là far la civetta? >
L’ uno e T altro modo son vivissimi
nell’ uso toscano. — ». 63. Hit saet-
ta. Oggi giorno direbbesi, con mcn
d’ efficacia e alquanto di barbarie,
mi colpi tee, mi fa un’ imprcstionc.
— ». 67. vai, Hai, Canz. a b. 1562
e 68 e Mol. — ». 69. dila, ciglia,
Canz. .a b. 1562 e 68 e st. moderne.
— ». 70. Alla smanzieua. Da iman-
xiere, vago di fare all’ amore o
drudo (Edd. fior. 14). Le stampe
moderne hanno una virgola o un
punto e virgola alla fine di questo
verso, e leggono insieme con le an-
tiche Fare in principio del v. se-
guente, dopo il quale mettono un
punto fermo. — ». 71. Buona cebi.
Burnì viso. Cera per volto, usato da-
gli antichi anche in alto stile, è
comunissimo nel parlar famigliare
toscano. — ». 72. Posta, Occasione,
opportunità: o meglio forse, quella
somma di denaro che i giuocatori
c incordano che corra volta per volta
nel giuoco; usato però metaforica-
mente. E il disdire è rifiutare qui,
clic che ne dicano certi linguaioli
maestri nostri. — ». 76. Dove tir,
ricc. — ». 78. Fab baite:: secondo
il Varchi, nell’ Ercnl., è lo stesso
che far le cilecche. Salta dicesi per
beffa o burla, metaforicamente, da
una specie di tumore, a quel modo
che adoperasi nello stesso senso os-
trica. Cirif. Culv. Ili, 79 : « .... nes-
suno Guarda non ne facesse Irti (fa
o natta. • — ■ ». 80. Abbi tempre,
Canz. a b. 1562 e 68 c st. moderne.
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BALLATE.
Che ti sappi una imbasciata
Una lettera portare. $2
Fuggi tutti questi pazi,
Fuggi fuggi gli smanzieri :
Fa' la casa te ne spazi :
Non ber mai con lor bicchieri.
Oggi qui e colà ieri, ,
N’ hanno a ogni stringa un paio :
L’ asinin del pentolaio
Fanno: e santi anche rubare. io
Pigliate uomin eh’ abbin senno
E che sien discreti e pratichi
E che ’ntendino a un cenno
E non sien punto salvatichi :
Come veggo ta’ lunatichi
Muffaticci goffi e rozi.
Certi guadi, certi ghiozi
V. 81. sappia... ambasciala , lanr.
— t). SA : fuggi o gli smanzieri, coti,
laur. — ». 86. co' lor : le stampe. E
questo verso viene a dire : Non volere
aver che fare nulla con loro. — ». 87.
quivi, le st. — ». 88. I codd.
leggono Hanno: noi abhiam cre-
duto dover seguire le stampe tulle
che leggono N'hanno, cioè delle
dame, delle amate. Gli edd. fior,
del 14 ritano un verso del Ber-
ta nell’ Orlando innarn. « Ogni
crislian n' ara cento per stringa. • Il
Baldovini nel Cecco: « Che de' dami
ne vuoi quattro per tasca. > —
». 89. L’asin del, laur. c ricc.
Far come l’asino (o V asinino) del
pentolaio dicesi di chi si ferma
n cicalare con chiunque trova : per-
chè l’ asino del pentolaio si ferma
ad ogni uscio. Voc. Cr. Ma qui è
applicato propriamente agli sman-
zieri che si mettono a occhieggiare
c civettare con oguuua : che è an-
che più chiaro in questo esempio
del Donzello di G. M. Cerchi : «... E
colcst’ altro Che non islà contento
a venti donne? L’asin del pento-
laio: anco che questo E vizio della
nazione. « — ». 93. ad un, edd.
fior. 14 e 32 e Silv. — ». 95.
Come io veggo, le st. — ». 96. Muf-
faticci. Muffaticcio, metaforicamen-
te, mal complessionato (Edd. tìor.
14). — e. 97. ignoffì, Ball. sec. XV,
Canz. a h. 1562 e 68, Mol. Nè gnaffo
nè ignaffo sou registrali per ora
nei Vocabolari : dove perù abbiamo
gna/fli: che secondo l' Alberti vale
birba , secondo l' Amati, di naso
schiaccialo, sima ; ma per il Ce-
sari è meretrice : nel qual senso
per vero è adoperalo anche dal
Varchi nella Suocera, a. 1, 4, 3.
— Ghiozzi : uomini di grosso in-
gegno cd ottuso, delti cosi dalla
gran testa di questo pesce (EdiL
lìor. 14).
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BALLATE.
Buoni a punto a sbavigliare. is
Vuoisi ancor la industria mettere
Nello scriver bene e presto
E ’n saper contraffar lettere.
Che la cosa vada a sesto.
Sarà forse anche buon questo.
Ch’io v’insegni un certo inchiostro
Che fie proprio el caso vostro
Se ’I vorrete adoperare. 103
Nello scriver sie pur destra
Si che ’l giuoco netto vada.
Chi è pratica e maestra
Tiene un po’ el brigante a bada,
Che non paia che alla strada
La si gitti al primo tratto :
Poi conchiude pure affatto
Sanza troppo dondolare. m
Sopra tutto tieni a mente
D’ andar sempre a ogni festa
VI tOl. E saper , Canz. u b. 1 562
c 68. In taper, cdd. fior. 14. —
«*. 102. radia, ricc. — Vada a sesto.
Vaila in ordine, bene (Edd. fior.
14). Caro, Leu.: « Non potrebbe
Tur cosa che tornasse più a sesto. >
— r. 104. Che v' intrgni. Cani, a
b. 1562 e 68 e st. post. — ». 105.
/fa, Cinz, o b. 1562 e 68 est. po-
steriori : al calo, edd. fior. 14 e 22.
— Eie PRorn'o ’l caso vostro. Sarà
proprio quel che vi bisogna. —
v. 107. tia pur, Ball. sec. XV. Noi.
e Silv. : fia più. Cane, a b 1562
c 68 e edd. fior. 14. — e. 110.
Tic-vc. .. A bada. Trattenere e ritardar
uno dal suo pensiero e dalla sua
Impresa (Edd. fior. 14). Bricaute:
qui forse colui che si briga che si
dà faccenda per ottenere il suo de-
siderio : se pure non è da prendersi
per uomo di bel tempo, come di
Frate Cipolla dice il Boccaccioch'c’fu
• il miglior brigante del mondo. »
— ». 111-12. Alla strada la si cittì.
Gettarti alla strada, assassinare, ru-
bare i passeggieri per le strade:
qui, appigliarsi a che che sia che
si presenti dinanzi (Edd. fior. li).
— 0.112. el primo tratto, laur. —
». 114. Dovdolare: consumare il
tempo senza far nulla, stare fra il
sì e il no (Edd. fior. 14). Onde
il Dond d diodo l dandoti) della
Canr. a ballo XX. — ». 115. ti sin
a mente, laur.. Canz. a b. 1562 c 68,
cdd. fior. 11. — ». 116. ad ogni,
edd. fior. 14 e 52. — ». 115-18. Ovid.
Art. am. I : « Sic ruit in re!ebr*s
ci: tlissi ma feiniua ludos .. Spedatimi
veniunl. veniunt spectentur ut ipsa::
llle locus casti dumna pudoris ha-
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BALLATE. 327
Bene in punto fra la gente,
Perchè quivi amor si desta.
Se qualcuno el piè ti pesta.
Non dà briga ; sta’ pur soda :
Chi ti serve onora e loda
Si vuol sempre carezare. 122
È ben buona a dar la salda
Qualche po’ di gelosia :
Una fredda et una calda
Fa eh’ amor non si disvia.
Non dir più, canzona mia,
Ch’ elle son cattive troppo :
Or su, el mio cavallo è zoppo
E non può più camminare. 430
XXVI.'
Donne mie, io potre’ dire
Assai mal eh’ io non vo’ dire.
Potre’ dir che non sapete
Contentare e' vostri amanti
E che voi non la ’ntendete
A scacciarli tutti quanti.
bet : » e * Mcns crii api» capi lune
quum latissima rerum Ut segei in
pingui luxuriabit liumo; Pectora
cium gaudent nec sunt adslricta pu-
dore, lpsa palent : blonda tum su-
bii arie Venus • — ». 417. Boe
io pneo : in assetto, in acconcio:
ben messa. Di questo modo avver-
biale per signillcure l’ acconciamento
massime del vestire, che è vivissimo
ancora, manca uu esempio aliuen
cosi chiaro nei Vocab. — e. 420. dar
briga, edd. fior. 1 i e st. post. — Non
Dt briga : cioè non è cosa che ti
debba dar molestia o dispiacere.
— ». 422. accarezzare, Cani, a
b. 4562 c 68 c edd. fior. 44. —
». 423. buona, le st. — Dar la sal-
da : qui, metaforicamente, mantener
l’amore (Edd. flor. 14). — ». 425.
E una fredda e, Canz. a b. 4562
e 68 c st. moderne. — Darne una
fredda e una calda, dir la cosa
ora in uu modo ora in un altro,
dare una buoua nuova c una catliru
(Edd. fior. 44). — ». 428. Che le,
stampe — ». 429-30. Metaforica-
mente : sono stanco di più trattare
queslo argomento, mi comincia a
mancar la vena.
< Cod. riccardiano 2723: tiiz. fior.
1SI4.
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328 BALLATE.
Se voi dicessi — E’ son tanti
Cli’ io non so come mi fare, —
Io vi potrei insegnare :
Ma io no ’l vo’ però dire. ic
Quando son tanti manzieri
Che in persona vanno e in petto,
Ch’ oggi non son dove ieri
V. 7. diceste, edtl. fior. 1 4. A que-
sto verso il Maggi nella eil. Ap-
pendice osserva : « Tulli i versi deb-
bono essere ottonari; ma ne’ versi
ottonari !’ accento deve battere sulla
terra sillaba : dunque : Se diceste,
c’ sono tanti. ■ E la correzione passò
nell’ ediz. Silvestri. Ma il vero è
che nella poesia cantata degli anti-
chi, come in quella del popolo di
tutti i tempi, v’è gran libertà nella di-
sposizione degli accenti, i quali ven-
gon più presto determinati dall’ in-
flessione della voce nel canto che da
una regola certa di prosodia. Pai,
Uggendo, una breve posa su la ter-
za sillaba, di, e scorri leggero sulla
quinta, si-c’ ; e sentirai iutiera l’ar-
monia dell’ ottonario — o. 10. Ila io
noi voglio però, Maggi e Silvestri, qui
e al t>. 1S. Ma nò pur qui vi era bi-
sogno di concieri ; chi ripensi che
gli antichi non solevano elidere i
monosillabi, e chi Taccia una posa su
la terza sillaba, no ‘l, scorrendo lieve
lieve su la quarta, vu‘ — «.11. tan-
to smanzieri, le st. — Mazzieri: qui
intenderei, strettamente all’ etimolo-
gia, cercatori o scguitalori di manze
o amanze, amatori. — v. 12. in per-
sona v‘ hanno, edd. fior. 11. Su la
qual lezione cosi ò introdotto a par-
lare il Poliziano stesso nella Par-
sa l Poeti che è nella Proposta:
• Ti è nota la frase Stare 0 Andare
in petto eia rsona per Andare o
Star ritto della per sona, c suolsi dire
di quelli clic vanno pettoruti e stan-
no sulla bella vita. Io feci uso di
questa dizione nella Ballata Donne
mie cc. ; c alla seconda strofa, par-
lando dei damerini, dissi : Quando
son tanto smanzieri Che in persona
vanno c in petto ec. Ora questa
frase toscana dal toscano mio illu-
stratore non è stata punto compre-
sa. Egli ha sostituito al v. andare
il v. onere, ed ha letto »' /mano in-
vece di vanno. • Così, in persona
del Poliziano, V. Monti. Ma è da
avvertire che più comunemente si
legge e si dice Andare in sulla
persona (Sigoli, Viaggio, « Come
vanno bene in sulla persona >), c
clic di andare id petto veramente
non ci sono altri esempi che questo
del Poliziano : v’ è però la frase Stare
in petto e in persona per Star fermo
e immollile in un luogo: cosi il Firen-
zuola, amenamente, nella questione
delle lettere col Trissino : « A me
pare che senza far cosa del mondo
egli [il k] si stia in mezzo dello alfa-
beto in petto e in persona a ridersi
di color ee. • — • v. 13. Oggi non,
edd. fior. 14. E da tale falsa lezioue
proccdea I’ incertezza nell’ intendi-
mento di questa stanza : onde il
Maggi proponeva di cambiare l’ E
che del v. seg. in Poiché (c fu fatto
nell’ ediz. Silvestri) c di porre un
punto fermo nel fine del v. 14.
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BALLATE. 320
E che v’ hanno pel ciuffetto;
Bigna allora girar netto
E saper tener la pratica
E mostrarsi lor salvatica.
Ma io noi vo’ però dire. là
Ch’ e’ son tanti civettoni
Che l’han sopra la berretta;
Vagheggiano a’ gonfaloni,
Van dove el pazo gli getta.
Sovvi dir eh’ è pazia pretta
A mostrar loro un buon viso.
Che no lievon poi un riso
Che io no ’l potrei ma’ dire. 26
Dar bisogna lor di pala
V. 1 4. V’ muso pel ciuffetto. Non
è chiarissimo ; come non voglia si-
gnificare, Vi tengono in lor balia
in lor potere. Di questa locuzione i
Vocabolari portano esempi solo nei
modi figurati, Aocrc il Icone o la
fortuna 0 il tempo pel ciuffclto. —
n. 15. Bisogna allora girar retto,
eild. fior. 14. Il Maggi nella cit. Ap-
pendice proponeva si leggesse Uopo
è in vece di Bisogna, e nello I’ ul-
tima parola del verso : dove però
afferma che il cod. trivulziano leg-
ge con miglior lezione giurar nello.
i Sello legge pure il riccardiano. La
prima correzione non accettammo ;
e leggiam meglio Bigna, accorcia-
mento clic fa il popolo fiorentino
della terza persona indicativa di
bisognare , di cui si trovano esempi
negli scrittori borghesi del quattro
e cinquecento e che è sempre vivo
nella parlata del contado fiorentino.
Vedi le Commedie del Fagiuoli. —
v. 19. Civettoni. Mctaf. Civettone di-
cesi di amator finto che vagheggia
le dounc anzi per vanità c per po-
\
terlo ridire, che per amore (Edd.
fior. 14). — v. 20. L’ tua, cioè il
cervello. Avere il cervello sopra la
berretta significa Procedere inconsi-
deratamente e con poco senno (Edd.
fior. 14). Nei Vocabolari non è ri-
portata questa dizione come I’ usa il
Poliziano, Averlo sopra la berretta.
— 21. Vagheggiano i, edd. fior. 14.
Il Maggi propose e il Silv. nella sua
ediz. corresse : Vagheggiando i. E
qui dee voler dire : Guardano al-
l’ aria spavaldi e inconsiderati. —
». 22. Dove la loro pazzia li trasporla
(Edd. fior. 14). Il Maggi propose e
il Silv. nella sua ediz. corresse :
Vanno dove il pazzo getta. —
v. 21-25. Lievov, cioè levano. Qui
gli edd. fior, del 14 ebber la va-
lentia di saper leggere nel codice.
Che c nell' istrioni (!!!) poi un riso.
Se ne scandalizzava il da ben Mag-
gi, c per mera congettura propo-
neva d’ emendare : E ne fanno isto-
rie c riso Tal eh’ io noi potrei mai
dire. — t>. 27. Bisogna dar lor di
pala, cod. ricc. e edd. fior, del 1 i.
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330
BALLATE.
E mandarli al generale ;
Chò si può chiamar cicala
Chi non dice altro che male.
Ma gli è cosa naturale
Aver un che tu più ami.
Per me lascia gli altri dami,
Fa’ quel eh’ io non posso dire. 34
XXVII.1
Io vi voglio confortare.
Voi che avete a maritarvi.
Di voler prima provarvi
Con colui che avete a stare. 4
Qui accettammo la correzione del
Maggi passata nell’ ediz. S:lv. : tali
trasposizioni di parole a danno dellu
misura del verso erano arbitrii non
infrequenti degli antichi copisti. —
D»r di pala : cacciarli, spazzarli via :
o, come oggi direbbesi, pigliar la gra-
nata. — v. 28. Mandarli al generale.
Non saprei spiegarlo, se non pren-
dendolo per una variante della lo-
cuzione Spacciare pel generale (equi-
valente all’ altra tuttora viva, Stare
su le generali) cosi interpetruta dal
Varchi nell’ Ercol.: • Si dice di co-
loro che dimandati o richiesti d’ una
qualche cosa rispondono finalmente
senza troppo volersi ristrignere e
venire, come si dice, a’ ferri. » —
v. 32. dorr uno, Silv. — ». 33.
Ma lascia per me gli altri tua da-
mi, il cod. e gli edd. fior. 14.: ila
lascia gli altri tuo' dami, edd. fior.
22. Accettammo la correzione del
Maggi passata neli’ediz. Silvestri.
t Questa Ballata trovasi in un li-
bretto di poesie di diversi autori
dove ha luogo il Mantellaccio , ed è
attribuita al Poliziano (Edd. fior. Ut.
È pure nelle Ballatene ec. del se-
colo XV e nelle Canz. a ballo 1562
e 68, notata in ambedue le stampe
d’ un P. nel principio.
V. 4. Che Avere ec. In lingua aulica
dovrebbe dire Con che o con cui ave-
te ec. Ma il popolo toscano non mai,
o rado, mette i segni e le preposi-
zioni che la grammatica richiede
per la declinazione del pronome
che, il quale da esso popolo è usato
come indeclinabile e assoluto E di
questo uso abbondano esempi clas-
sicissimi e nobilissimi. Bocc., Dee.
X, 8: « Alla qual cosa forse così libe-
ral non sarei, se cosi rude o con
quella difficolti le mogli si trovas-
ser che si trovan gli amici. • e In-
trod. : • panni l’ ombre di coloro che
sono trapassati vedere e non con
quegli visi che io soleva : » in am-
bedue i quali passi grammatical-
mente doveasi dire Con che. Ed al-
tri esempi molti di questo uso del
che in posizioni diverse potrebbonsi
recare dal Boccaccio e dal Petrarca.
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BALLATE. 331
l’ so ben eh’ i’ me ne pento,
Ch’ io non presi tal partito :
Non arei tanto tormento
Quanto sempre i’ ho sentito.
Quand’ i’ presi il mio marito,
l’ credetti aver ben fatto :
Or io trovo che gli è matto.
Nè con lui posso durare. a
Io vi voglio. . .
Se la sera io gli ricordo
Che provvegghi da mangiare.
Dice — Tu hai dell’ ingordo,
Né ti posso mai saziare. —
Vo’ la borsa trassinare
Per aver de’ mie’ bisogni,
Trovo eh’ è piena di sogni;
Nè mi vale il lusingare. 20
Io vi voglio. . .
Pur se fossi almen discreto
Che, trovandosi isvogliato,
S’ io mangiassi, stessi cheto,
Ch’ogni assai m’ha contentato !
Ho perduto mezo il fiato
V. 7. aerei, edd. fior, t A e si. re-
centi. — e. li. Ora i'. Cani, a b.
1562 e 68, e st. recenti: ch'egli
è, edd. fior. 14 e st. ree. — p. 13
e segg. Metaforicamente. — v. 14.
provvegga, Cam. a b. 1562 e 68, e
st. recenti. — v. 15-16 E' mi dice,
ho dell' ingordo Nc mi posto mai
•aliare, Ball. sec. XV. — p. 17.
Tbassiiure, Maneggiare. — v. 18.
De’ bei Bisoc.ii. Cioè di quel clic mi
bisogna : eleganza popolare tuttora
viva in Toscana. Anche il Bocc.,
Dee., IV, 8. « ...possa ... pe’ nostri
bisogni a Firenze andare. • — c. 19.
Trovala piena, Canz. a b. 1562 c 63
e edd. fior. 14 e 32. Il Maggi pro-
poneva di leggere Piena trovola :
e la correzione passò nell’ ediz. Silv.
Noi accettammo, togliendo via la
ridondanza del la, la lezione delle
Ballatene del sec. XV: Trovala eh' c
piena. Pier* di sogri. Vuota, senza
nulla. Cosi viver di sogni e oion-
giar sogni dicesi di chi non ba di
che vivere o mangiare. — v. 22. tro-
vandosi isveglialo, Ball. sec. XV,
dove isveglialo è certamente error
tipografico invece di isvogliato : tro-
vandolo svegliato. Canzoni a ballo
1562 e 68, edd. fior. 14 c stampe
recenti.
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332
BALLATE.
Per gridare e zuppa e pappa.
Sciagurata a chi v’incappa,
Che bisogn' ire accattare. ss
Io vi voglio. . .
Quand’ io vo’ certe tre lire
Che più volte mi ha promesso,
Di contar non può finire
Che non facci uno interesso :
Quand’ egli ha contato, appresso
E’nc vien moneta falsa.
Per savore e’ mi dà salsa :
E conviemme! sopportare. 36
Io vi voglio. . .
Non ponete troppa cura.
Se vedete sien garzoni ;
Chè faran buona misura :
Sempre pagon di grossoni ;
Per levar via le quistioni.
Conteranno sette volte ;
Nò macinano a raccolte ;
Nò bisogna lusingare. 44
Io vi voglio. . .
V. 27.e' incappa, edit. fior.14.ViN-
cappa. S’ inco» Ira, si avviene in simil
, condizione o in simili persone. —
v. 29. quando vo, Ball. sec. XV. — Tue
lire. Di questa metafora o allegoria, di
cui si trovano altri esempi nelle Canz.
a ballo e ne’ Canti curnescialeschi,
io non saprei dare spiegazione si-
cura : ma certo è di senso inde-
cente. — t>. 40. pagan, edd. fior, 14
e si. ree. — Grossoni. Moneta antica
fiorentina die valeva venluu quat-
trini. Qui è detto con equivoco;
continuando alla metafora delle
ire lire. — e. 41. levare le gue-
elioni, edd. fior, e st. ree. —
». 43. Macinano a raccolte. Si dice
de’ mulini, clic macinano a raccolta,
« quando per mancunza d’ acqua
non possono continuo macinare ma
aspettano la colla. • Voc. Cr. Qui
però è allegoria boccaccia»» clic non
importa spiegare. — v. 44. il lusin-
gare, Ball. sec. XV.
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BALLATE.
333
[INCERTE.]
XXVIII.1
E’ non c’ è niun più bel giuoco
Nò che più piaccia a ciascuno
Ch’ esser dua e parer uno :
Chi noi crede pruovi un poco. 4
Chi non Io sapessi fare
Venga a me che gliele insegni.
Non bisogna adoperare
A ’mpararlo molti ingegni ;
Pur che da natura vegni.
Come viene all’ asinino
Che non è mai si piccino
Che non sappi fare un poco. 12
Già ne viddi una che, v’ era
Nel principio poco destra,
E poi la seconda sera
Diventò buona maestra.
A un gambo di ginestra
« La presente ballata non trovasi
nei codici da me conosciuti nè in
veruna moderna raccolta delle poe-
sie di M. Angelo. Ma è nelle Bal-
latene ec. del sec. XV, con in fronte
la iniziale P. (la quale è il segno
che contraddistingue le ballate del
Poliziano, come L. quelle di Lorenzo
de’ Medici) fra le contenute sotto la
* prima rubrica Ballatale del magn.
I.orcnzo de' Medici e di m. Angiolo
Poliziano e di Bernardo Giambtir -
lari e di molti altri : è anche nelle
Canzoni a ballo 4562 e 68, vera-
mente senza la iniziale P, ma posta
subito dopo l’ altra lo vi voglio con-
fortare [XXVII in questa edizione]
che ha quel segno. Onde le ragioni
di autenticità vengono ad esser
presso a poco le stesse cosi per
quella come per questa.
V. 1. Aon e’ è, donne, il più,
Canz. a b. 1562 e 68. -■■ 0. 3. due ,
Cuuz. a b. 1562 e 68. Il Voliera di
L. de’ Medici dice alla Mencia, st. 29,
• Vietitene..., Ch’ io metta le mie
bestie fra le tua, Che parremo uno c
pur saremo dua. » — r. 6. X'cnghi...
glie lo ’nsegni, Canz. a b. 1562 c 68.
— Por. Cosi le st. Ad alcuno potrebbe
parere clic si dovesse leggere Par. —
v. 9. Vecsi. Venga. — v. 12. Sappia,
Canz. a b. 1562 e 68. — t),13. Vidi
già una che era. C inz, a b. 1562 c 68.
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334
ballate.
Le ’nsegnai la prima volta :
Non mi fu fatica molta
A ’nsegnarle sì bel giuoco. £J
E’ bisogna sofferire.
Lasciar far quel che l' è fatto
E lo ’ngegno bene aprire.
Chi imparar vuol a un tratto.
Non è niun sì sciocco e matto.
Che, se ’l giuoco punto dura.
Non gl’ insegni la natura ;
Chè s’ impara a poco a poco. 2S
Par da prima un po’ fatica
Fin che 1’ uom si sia avvezo:
Non è niun poi che non dica
Contento esser po’ da sezo :
Chi la danza mena un pezo
Fin che vien quel che altri vuole.
Nulla prima e poi gli duole ;
Nè vorre’ fare altro giuoco. 36
Un maestro c’ è di scuola
Che bottega di ciò tiene:
Chi avessi una figliuola
Che ’mparar volessi bene.
Se l’ è sana delle rene.
Saprà presto il giuoco bello :
Fia come un arrigobello.
Come arà imparato un poco. «
E’ ci è bene un altro modo,
Vr. tS. Gl' insegnai. Cani, a b.
1562 e 68. — ». 20. A insegnar-
li, Cam. a b. 1562 e 68. — ». 24.
Chi imparare , Cam. a b. 1562 e
68. — e. 25. Non è alcun, Cam.
a b. 1562 c 68. — ». 30. F uomo,
Cam. a b. 1562 e 68. — ». 31. al-
ni» che poi, Cam. a b. 1562 e 68.
— ». 35. 1/ esser lardi assai gli
duole, Cum. a b. 1562 e '-8. — ». 36.
vorria, Cam. a b. 1 562 e 68. — ». 37.
Uno maestro, Cam. a b. 1562 e 68.
— ». 39. avesse, Cam. a b. 1562
c 68. — ». 40. volesse, Cam. n b.
1562 e 68. — ». 42. Farà presto,
Cam. a b. 1562 e 68. — ». 43. An-
mcoBEU.0 • Colai che scontorcen-
dosi e facendo tanti giuochi suona
la cassetta... si chiama arrigobello. »
Varchi, Ercol.
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pallate.
335
Ma gli è più pericoloso;
E per ciò i’ non lo lodo.
Per eh’ è troppo faticoso.
Pur, se c’ è niun voglioloso.
Venga a me che son maestro.
I' gl’ insegnerò sì destro.
Che non guasterà ma’ giuoco. cj
E non c’ è niun . . .
XXIX.»
Passerà tuo’ giovinezza
Come cosa transitoria ;
Di quei eh’ or fai tanta boria
Presto fia brutta vecchiezza. 4
Poco tempo può durare
Questa tua felicità :
Però vuoisi accompagnare
La bellezza e la pietà.
V. 47. E però, Cani, a b. 4562
e 68. — 1>. 49. niun voglialo, Cimi,
a b. 4562 e 68. — v. 52. mai gioco,
Cani, a b. 4562 e 6S
1 Questa e le cinque seguenti bal-
late e canzonette non si trovano nei
codd. fiorentini nè nel vanioliniano
e nè pure nelle Ballale ec.delsec.XV.
Sono però nelle Canz. a ballo 4 562
c 68 su la fine e lontan dalle al-
tre già riconosciute del N. A., come
pure in simili raccolte minori che
verremo a mano a mano indicando,
ma senza nome d’ autore, senza
1’ argomento dell’ iniziale od altro
onde si possano con le più consuete
norme della critica assegnare a M.
Angelo. Primi, credo, gli edd. mila-
nesi dei Classici italiani le impres-
sero, eccetto la XXXII, fra altre
poesie del Poliziano [4808], avver-
tendo : • Questa e le seguenti Can-
zoni a ballo si crede che siano del Po-
liziano, poiché il brio e l’eleganza con
cui sono scritte erano in quel tem-
po forse solamente proprie del su-
blime poetico genio di lui : » gl’ imi-
tarono gli edd. fior, del 44, notando
anch’ essi che • vengono general-
mente attribuite al Poliziano : > dopo
di che niuno ha più dubitato che
le sinn fattura di Ini. Pur, chi ben
guardi, gli parrà ben di sentire in
qualche luogo un che di più mo-
derno. Questa prima intanto è nelle
Canz. a ballo 4562 e 68; nelle Canz.
belliitime a ballo nuovamente com-
poste, Firenze, Simbeni, 4644; in
Stanze ed altre poesie di A. Poli-
ziano, Milano, 4808 ; nell' ediz. fior.
4844 ee.
K. 2. Or n’ i, Canz. a b. 4562 e
68 e st. moderne, eccetto gli edd. fior.
44 che leggono or vi è
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33G
BALLATE.
Sempre verde non sarà,
Com’ è or, tuo’ giovinezza. io
Già gran tempo è trapassato
Ch’ io mi fe’ tuo servitore :
Or mi vedo abbandonato
Senz’ aver mai fatto errore :
Deh pietà dì me, signore.
Per la tua molta bellezza. 16
P fui pur già degli eletti
Nel più alto e degno stato;
Or mi trovo fra’ negletti,
Meschinello isventurato.
Troppo Amor certo è ingrato.
Dando a te tanta bellezza. 22
Non voler senza cagione
Cosi tutto abbandonarmi :
Tu non hai però ragione
A voler cosi lasciarmi :
Lieva ormai per consolarmi
Dal tuo cuor tanta durezza. 23
Nulla cosa è sì fallace
Quanto il tempo giovinile:
Però rendi oggi mai pace
Al tuo servo tanto umile.
Non suol mai ’n un cor gentile
Com’ è ’l tuo regnare asprezza. 3-i
XXX.‘
Che sarà della mia vita.
12. Che mi fe’, Canz. a b. 1562
e 68 : Ch' «’ mi fe’, st. moderne, -r-
t> 19. ira i, Canz. a b. 1562 e 68. —
v. 20. tventuraio, et. moderne eccetto
Moi. — t>. 21. Amore, Siili b. — v. 27.
Leva, si. moderne eccetto Mol. —
t. 30. giovanile, Canz. a b. 1562 e
68 ; come sopra al v. 1 c 10. gio-
vanezza, Simb. — v. 34. Come il
tuo, ediz. mil. 1808 c lior. 1814.
1 È nelle Frollale di pili autori,
Firenze, Pocavanza, 1562 -, c nella
ristampa del Simbeni, 1614 ; e in
altra senza nota alcuna tipografica:
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BALLATE.
Se ti parti, o car mio bene ?
Viverò scontenta in pene,
Poi che fai da me partita.
Che sarà. . .
Se sforzato è ii tuo partire,
M’ è noioso aspro et amaro ;
Ai sospiri al pianto al dire
Et al viso mostra chiaro :
Ma il tuo onor m’ è tanto caro.
Che mi sforzo con prudenza
Sopportar la tua partenza.
Che m’ è al cuor grave ferita. i5
Che sarà. . .
Ben mi duol, se tu ti parti,
Che io non possa seguirti.
Perchè, Amor, si mi disparti
Dal mio cuore l’alma c i spirti ?
Pur non posso contraddirti.
Perchè so che andar ti è forza :
La ragion mia voglia smorza
Ben che al cuor sia gran ferita. 20
Che sarà. . .
cd è untile nelle Canzone a ball " inoltro. Sul che inoltra s’ 11111*110»
del 1 562 e 68; poi nelle Stanze <■ usato impersonalmente per appa-
altre poesie di Angelo Poliziano, Mi ritee, ti mostra (del che abbon-
lano, 1808, e nell’ ediz. fiorentina dano gli esempi nei classici), il sen-
181i ec. so corre limpidissimo. Tutte poi
V. 2. » caro iene, le stampe mo- le stampe al v. 10-11 ... si sfor-
derne. — v. 3. scontento. Cani, a za... sopra la... — v. li. Tutte
b. 1562 e 68, e st. recenti. — v. 7-12. le stampe, a dispetto dell’ordine
Per questi versi molto guasti acce!- delle rime richiesto in queste slro-
tamino con una leggiera modifica- fe, leggono, Ch’ io non possa se-
zione le ragionevoli correzioni del gnilarli. Ed ero pur facile il cor-
Monti ( Proposta , voi. III. P. Il), pas- reggere. Nè parrà tanto strana cosa
sale anche nell’ ediz. Silvestri. Le il verso com’ è stato corretto da
vecchie stampe seguite dalla mila- noi, chi ripensi qual libertà nalla
nese del 1808 leggevano al v. 8. Et disposizione degli accenti usavauo
il viso mostra chiaro ; la fior, del 14, gli antichi in questa maniera di
ed il viso mostro chiaro. In questo canzonette. — t>. 15. me disparii,
verso non accettammo la mutazio- Pocav. c Simb. — ». 19. I.a ragion,
ne che il Monti fa di mostra in il Canz. a b. 1562 e 68.
I'oi.izuso. 22
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338
BALLATE.
Vanne, vale : dico a Dio.
E la fò che dato m’ hai
Serva, e fa’ che sempre mai
Nel tuo cor sia stabilita. 24
Che sarà. . .
XXXI.1
Io non l’ ho, perche non l’ ho.
Quel che or mai aver vorria.
S’io l’ avessi, l’ averia ;
Ma l’ arò quando 1* arò. 4
Io non l’ ho. . .
Lungo tempo son vivuto
Aspettando d’ aver bene
Da chi sempre m’ ha tenuto
In speranza e ancor mi tiene :
Ma tal bene mai non viene.
Et incerte ogn’ or promesse
Vo pigliando ad interesse
Da chi dice — Io te ’l darò. — <2
Io non l'ho. . .
Mille volte dico meco :
— Tu l’ arai, non ti curare. —
Poi rispondo, e dico : — Cieco,
Tempo perdi in domandare : —
E cosi con tal variare
In pensier mi strùggo e rodo ;
E per me mai non v’ è modo
V. 21. tìnte e, Simli.
1 E nelle Frùttole di più autori,
olir. Pocuvanza 4562, edÌ7.. senza
alcuna nota tipografica, ed cdiz.
Sinibeni 4614; poi nelle Stanze e
oltre poesie di A. Poliziano, Milano,
4808, e nell’ ediz. fior 4814.
V. 2. ornai, editori fior. 484 4.
— ». 4. auro, edd. milanesi 4808
e fiorentini 44. — ». 5. Molto tem-
po, Canzoni a ballo 4562 e 68.
— ». 8. in speranza ancor, editori
fiorentini 4814. — ». 44. Ed incerte,
st. moderne. — e. 44. avrai, editori
fior. 44. — ». 47. in tal variare,
Simb.
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BALLATE. 339
D’ aver quel che aver si può. 20
Io non F ho. . .
Orsù dunque, alla buon’ ora !
10 F arò, ma non so il di ;
Che d' aver non veggio ancora
Se non ciance in sino a qui.
Ma, se effetto avesse il sì
Che ogni giorno ho in pagamento.
Darei fine al vecchio intento
Che sospeso ò tra si e nò. CS
Io non F ho. . .
Io pur penso ; e non riesce
L’ importuno mio pensiero :
11 desir tanto più cresce.
Quanto men d’ averlo spero :
Tal che son dal dolor fiero
Aspettando vinto e stanco.
E di fede pur non manco
Sin che vivo Io sarò. na
Io non F ho. . .
XXXII.’
La non vuol esser più mia,
La non vuol la traditomi
L’ è disposta al fin eh’ io mora
Per amore e gelosia. 4
La non vuol esser più mia.
La mi dice, — Va’ con Dio,
Ch’ io t’ ho posto ormai in oblio
Nò accettarti mai potria. — s
V. 2.5. veggo, edd. fior. 14. — v. 28.
Tra ’l li e ’t no, Simb. — t>. 31-2.
Terenzio nell’ Eu ittico : « Quanto spei
est minus, tanto magis amo » (Edd.
fior. 14). — v. 36. Finche , edd. fior. 14.
t È nelle Frottole di più untori,
Firenze. Pnravanza, 1562 ; altra ediz.
senza nota alcuna tipografica ; c Sim-
bcui, 1614 ; e nelle Canzone a ballo
del 1562 c 6$ ; poi nelle Stanze e altre
poesie di Angelo Poliziano, Milano.
1808, c nell’ ediz. fiorentina 1814 ee.
— e. 7. ornai. Conz. a b. 1562 e 6S,
edd. milan. 1808 c fior. 11, llok
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BALLATE.
3-iO
La non vuol esser più mia.
La mi vuol per uomo morto ;
Nè già mai le feci torto.
Guarda ino’ che scortesia ! 12
La non vuol esser più mia,
La non vuol che più la segua.
La m’ ha rotto pace e tregua
Con gran scorno e villania. io
La non vuol esser più mia :
Io mi truovo in tanto affanno.
Che d’ aver sempre il malanno
Io mi credo in vita mia. ' 20
La non vuol esser più mia :
Ma un conforto sol m’ è dato,
Che fedel sarò chiamato,
Lei crudel spietata e ria. 54
La non vuol esser più mia.
XXXIII.1
La pastorella si leva per tempo
Menando le caprette a pascer fora.
Di fora fora
La traditore.
Co’ suoi begli occhi la m’ innamora.
r. 11. li feci, Pocavauxa : gli feci, autori, Pocavaiiza, 1562; Simbeni.
Siinb. — v. 14. segui, a malgrado 1614; e altra «dii. senza nota alcu-
della rima, le st. antiche — ». 24. nn tipografica; poi, fra altre rime
Cosi il Pocavanza, il Simbeni e l’ediz. del Poliziano net tomo VI [Lirici
anon.: ma la stampa cruscbcvolc antichi, Venezia, Zalta, 1784] de!
del 1562 e 68 corresse per amore Parnaso italiano raccolto dal Rubbi ;
di grammatica. Sarai tu spietata c c quindi nctl'ediz. fiorentina 1814.
ria : e fu seguita da tutti gli edd. più V. 6-4. Le stampe moderne,di que-
recenli. Veramente, che c’entri quel sii due quinarii, così nella presente
In, dopo die per tutta la canzonetta stanza come nelle seguenti, fanno un
s’ è parlalo d’ una terza persona, non verso solo composto. Abhium ripu-
lì’ intende. tato bene seguire le st. antiche clic
i K in Cantoni a ballo. Scrinar- li distinguono. — V. 5. bei occhi,
lelli 1562 c 08 ; e in Frottole ili più Canz. a b. 1562 e 68, Pocav., Silv. :
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BALLATE.
311
E fa di mezza notte apparir giorno. c
Poi se ne giva a spasso alla fontana
Calpestando l’ erbette oh tenerelle.
Oh tenerelle 0
Galante e belle,
Sermolin fresco, fresche mortelle ;
E ’l grembo ha pieno di rose e viole. 12
Poi si sbraccia e si lava il suo bel viso
La man la gamba il suo pulito petto.
Pulito petto 15
Con gran diletto,
con bianco aspetto,
Che ride intorno intorno oh la campagna. fS
E qualche volta canta una canzona,
Che le pecore balla e gli agnelletti :
E gli agnelletti 2 \
Fanno scambietti.
Cosi le capre con gli capretti ;
‘E tutti fanno a gara oh le lor danze. 2*
E qualche volta in sur un verde prato
La tesse ghirlandette oh de’ bei fiori ;
Oh de' bei fiori, 27
De’ bei colori :
/irgli, Simb , ediz. anonima, edd. con esse il Kubbi e il Sii v. leggono
fior. ti. — e. 8. Quest’ oh sovente le campagne : la ediz. anon. intorno
ripetuto pare una inflessione che a la. campatala : gli edd. fior, del 14
noi canto auclie ai nostri giorni vide inlorno inlorno o le campagne.
usano i contadini (Eiid. fior. 1814.) — t>. 20. Alla maniera de’ Greci clic
— v. 12. pieno di rote e di viole, accordano il plurale de’ nomi col sin-
Canz. a b. 1562 e 68 : pica di rote golarc de’ verbi. L' ediz. del 1578 (?)
e di viole, st. moderne. — v. 14. le però Ita ballano, ma offende la ini-
timn, le gambe, Simb.: le man, la suro del verso (Edd. fior. 1814). Dal-
/ynmfta, edd. fior. 14. — o. 17. Pare elio lana leggono in generale tulle le ani.
■nanchino alcune parole, elio dovean st. Lorenzo de’ Medici : • E ’l lieto
formare il primo quinario compo- gregge che ballando in torma Torna
nenie questo verso, secondo la legge all' alte montagne alle frescb’acquc. ■
delle altre stanze. — e. 18. Accct- — t». 22. Fanno i, (bibbi. — e. 24. co»
tiamo la lezione dell’ ediz. Simbcni, le lor dame, Simb. con guasto del
la qaalc ci pare più propria. Le Canz. verso. — v. 25. volta tur, Siinb. —
a b. 1562 e 68 e I’ ediz. Pocav., e r. 26. 27, 28. di bri, Simb. e st. mod.
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312
BALLATE.
Così le ninfe con gli pastori ;
E tutti imparan dalla pastorella. so
Poi la sera ritorna alla sua stanza.
Con la vincastra in man, discinta e scalza:
Discinta e scalza 55
Ride e saltella per ogni balza.
Così la pastorella passa il tempo. 53
XXXIV. '
La hruncttma mia
Con l’acqua della fonte
Si lava il dì la fronte
E ’l seren petto. 4
In bianco guarnelletto
Umilmente conversa,
Solimato nò gersa
Non adopra. s
Non porta, che la
V. 30. imparon, Cam. a b. 4562
c 68. — v. 31-32. Qui le si. si
auliche clic moderne guastano l'or-
dine dei versi. Le prime leggono.
Con la vincastro in mano , Discinta
r scalzo, discinta e scalza : le- se-
conde Con la vincatlra in mano.
Discinta c scalza , Ride c saltella ec.
È chiaro che il settenario c il primo
<]uinario debbon formare un verso
solo, clic 6 il secondo cndecasilhibo
richiesto dalla legge delle altre stan-
te : e di questo erosi accorto il Rub-
ili, che infatti lo restituì nella sua
ed». Pare poi che manchi il secondo
quinario : c questo il Ruhbi non avevu
notalo. — Disc. e sc*u*. Pclr. son. 62:
• Levata era a film* In vecchiurelln,
Discinta e scalza » (Edd. fior. 14.) —
r. 35. Ride, saltella , Sintb., cibi. fior.
copra.
14. — v. 36. si passa, con guasto del
verso, leggono tutte le si. antiche.
1 É nelle Frottole ee., ediz. anon.,
l’oeav., Simb. ; c nelle Canz. a ball"
1562 e 68; poi nelle Stanze e altre
poesie di Angelo Poliziano, Milano.
1808 ; e* nella edizione fiorentina
1814 ec. — ». 6. Cosvkrs» : si dipor-
ta, dimora. Cavalca, Alt. ap. : ■ inno-
cente... sono conversato con voi -
Malesp. : • Itulia, dove noi conver-
siamo. > Ma non mi è avvenuto di
trovar mai questo verbo cosi asso-
luto e senza relazione di oggetto,
di compagnia, di luogo. — ». 7. So-
lo» io : sublimato (cliiin.) — Gens* :
specie di liscio. Lorenzo ile’ Medici,
Cani. : • E, per far la faccia Mia
Bianca più che un ermellino, Sob-
illato e frassinella, Biacca ed oriento
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BALLATE. 3i3
Balzi scuffie e gorgiere,
Come voi, donne altiere
E superbe. i >
Una ghirlanda d' erbe
Si pone all’ aurea testa ;
E va leggiadra e presta #
E costumata : io
E spesso ne va alzata
Per sin quasi al ginocchio :
E con festevol occhio
Sempre ride. so
S'i’la guardo, non stride
Come queste altre ingrate :
È piena d’ onestate
E gentilezza. 24
Con tal delicatezza
Porta una vettarella
Di sopra la cappella.
Che m' abbaglia. ss
fino. ■ (Etiti, fior. 14). — ». to. Balzi
[balzi, cdd. milan. 1808 c fior. 14..
Silv.] lo stesso clie balze: estremili
di vesti c adornamenti femminili ;
o, come oggi direbbesi, guarnizioni.
— Gorcieri : collaretti o simil cosa da
tenere intorno al collo o alla gola
o gorgiera. Buonarr. Tane. IV, I :
- Porterà al collo una gran gorgiera
E un baver alto come unu spalliera. •
— ». 1S. Alle e superbe, Pocav., edrz.
anon., Simb. — ». 13. grillando,
Canz. a ballo 1565 c 08, Simb., edd.
milan. 1808 e fior. 14, Silv. — ». 14.
Si pan su i aurea, rdiz. anon. e
Simb.: Se pone l'aurea, Pocav. —
». 17. ra intaccata, Pocav.: «a seni-
zala, ediz. anon. e Simb. — ». 26.
Vettirei.ii. Alcun Dizionario vuol
che in questo verso s’ ubbia a leg-
gere re Uccella (clic ninna stampa
Ita) e a' abbia a intendere piccola
benda dal latino villa, e pretende che
nel verso dopo non la cappella scri-
vesse l' autore ma le capello, cioè
i capelli (!!!). Ma r marcila è pic-
cola vetta ; un ramoscellino, cioè,
e qualche fronde che la brunettinu
poneva al suo cappello come poneva
una ghirlanda d’ erbe all’ aurea le-
sta. — ». 27. De sopra la ca/iella,
Pocav.: Che copra la capello , ciYu.
an. : Che sovra la cappella, Simb. —
Cappella : per Cappello. E vezzo della
lingua toscana il trasmutare al fem-
minile certi nomi che nella lingua
comune son maschili. Il Malispini c
il Villani hanno cimiero per cimiero
(dell' elmo). In certe parli del senese
dicesi la staccia per lo slaccio : che
non dispiacque al Petrose è sua certa
frottola attribuitagli da qualche cod.
e dal Fiacchi nella Scelta di rime anti-
che: • Fra compare e comare Non si
usa prestar staccia . » E il Pulci uellu
Deca, st. Vili, ha la pifferino. La cap-
pella poi del l’oliz, non dispiacque ut
Salvini, che nel volger, delle Sirant-
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BALLATE.
Alcuna fiata scaglia
Da me, non per fuggire.
Ma per farmi languire ;
E poi ritorna. 02
Oimè ! eh’ è tanto adorna
La mia dolce bambina.
Che pare un fior di spina
A primavera. . se
Beato chi in lei spera
E chi la segue ogn’ ora !
Beato quel eh’ adora
Le sue guance ! 4u
Che dolci scherzi e ciance
Porgon quei duo labbretti
Che paion rubinetti
E fraganelle 1 «
Le picciole mammelle
Paion due fresche rose
Di maggio, gloriose
In su ’l mattino. /.s
E1 suo parlar divino
Spezzar farebbe un ferro :
So certo eh’ io non erro,
E dico el vero. 62
Dà luce all’ emispero
La mia brunelluccia,
E con la sua boccuccia
Piove mèle. 56
xanc ili Teocrito ha: « ... Recami il
drappo, E lu cappella potimi sopra a
modo. • E cappellina per piccolo cap-
pello è nello Novella del Grano Le-
gnatola. — v. 29. Se a cui : Scappa via,
sguizza. E la forma attiva col signifi-
cato neutro; il’ uso non raro nei clas-
sici. M. Villani, IX, 4 : « ... in Bologua
alzò tanto le nevi : • liberti. Diti. 1.21:
• La terra aperse non molto ila poi;»
Crescenzio, v. 33 : • Se ne fanno ...
taglieri e bossoli, i quali radissime
volle fendono. » — t>. 34. Cosi le tre
stampe dello Frottole, Pocav.. ediz.
nnoo., Simb. Le Canz. a b. 1562 e 6S
leggono La dolce brunettina, c sono
seguite dalle st. moderno. Ma avemmo
altre riprove che quegli editori met-
tevano troppo bravamente le mani
nelle cose antiche. — e. 41. 0
dolci, ediz. anon., Pocav., Simb. —
v. 42. que' due, edd. milan. 1805
e fior. 14. — o. 43. paron, Pocav.
e Canz. a ballo 1563 e 68; e cosi
più sotto al v. 46. — v. 51. So a
certo, edd. milan. 1808 e fior. 14.
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BALLATE. 315
È saggia e ancor fedele.
. Non si corruccia e sdegna.
Qualche fiata s' ingegna
Per piacere. co
Quand’ io la sto a vedere.
Parla ride e motteggia :
Allor mio cor vaneggia,
E tremo tutto. e»
Oimè, che m’ ha condutto
Che, s’ i’ la sento un poco.
Divento un caldo fuoco
E poi m’agghiaccio. ts '
E molto più disfaccio,
S’ i’ veggo le sue ciglia
Minute a maraviglia:
0 ciel, eh’ io moro ! 7 2
I suoi capelli d’ oro,
1 denticelli mondi
Bianchi politi e tondi
Mi fan vivo. 7c
Io son poi del cuor privo,
S’ io la veggio ballare ;
Che mi fa consumare
A parte a parte. so
Non ho ne ingegno nè arte
Ch’ io possa laudarla.
Ma sempre voglio amarla
In fin a morte. sa
V’. 57. Ed c loggia ancor fiUclc,
Simb. E laggiù et è fedele, Canz. a b.
1562 c 68 e, mutalo et in ed, le st.
moderne. — ». 58. Non le corroccia,
l’ocav. : o sdegna, Canz. a b. 1562
c 68 e edd. milan. 1S08 c fior. 14. —
». 59. te ingegna, ediz. anon.,Pocav.,
Canz. a b. 1562 c 68: me insegna,
Simb. — ». 60. Di piacere, Canz. a b.
1562 e 68 e si. moderne. — ». 61.
la vo, Canz. a b. 1562 e 68 e $1. ree.
— ». 65. Al’ 11» cosDono : sotliul. : a
tale estremità. In senso morale: Dan-
te, Purg. XI, 158. - Si condusse a
tremar per ogni vena. • — ». 68.
m' addiaccio, Simb. — ». 69. Dispàc-
cio. lutransit. ussol. per w» disfac-
cio (ini struggo, mi consumo). Peti-,
Tr. Div. « .. veder mi parve un mon-
do Nuovo... E ’l sole e tutto 'I ciel di-
sfare a tondo. — ». 73. Li suoi, ediz.
fior. 1814 e 22. — ». 79. me /ii,Poca\.
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BALLATE.
3il>
[APOCRIFE.]
XXXV.
Voghe le montanine e pastorelle.
D’onde venite sì leggiadre e belle? — 2
— Vegnam dall’alpe presso ad un boschetto :
Picciola capannella è ’l nostro sito,
Col padre e colla madre in picciol letto.
Dove natura ci ha sempre nutrito:
Torniam la sera dal prato fiorito,
Ch’ abbiam pasciuto nostre pecorelle. — s
— Qual’ è il paese dove nate siete ?
Che si bel frutto sopra ogni altro luce.
Creature d’ amor voi mi parete,
Tant’ è la vostra faccia che riluce :
Nè oro nè argento in voi non luce ;
E mal vestite, e parete angiolelle. 14
Den si posson doler vostre bellezze.
Poi che fra valle e monti le mostrate;
Chè non è terra di sì grandi altezze
Che voi non fussi degne et onorate.
Ora mi dite se vi contentate
Di star nell' alpe così poverelle. — ' 20
— Più si contenta ciascuna di noi
Gire alla mandria drieto alla pastura.
Più che non fate ciascuna di voi
Gire a danzare dentro a vostre mura :
V. 1. Vi Ila qualche coti, elle poeta
0 vaglie montanine (Etiti, fior. 14).
E cosi leggesi nelle Canzoni a bal-
lo, Sinibcni, Firenze, 1G 14. — ». 3
a un, Siink. — ». 5. tetto, etiti, lior.
14. Silv. — ». 8. pasciute j editori
milnn. 1808. — ». 10. sovra ogni ul-
tra adduce, etili, fior. 14, Silv.: jo-
pra ogni altra luce , Cam. a b.
1802 e 08 e Simb. — ». 1 ò. posson
vestir , Simb. — ». 16. fra valli.
le si. moderne. — ». 17. terre di
si grande, Cani, a b. 1562 e 68 e
Mol. ; terra di sì granile, Simb. —
». 18. foste, Rubbi e edtl. iniluii. 1808
c fior. 14 : e onorate, Simb. : ed ono-
rateci. moderne — ». 22. di: tro, edtl.
fior. 11, Silv.
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BALLATE,
347
Ricchezza non cerchiaio nè più ventura.
Se non be’ fiori, e facciam grillandelle. 26
V. 26. ghirlandelle, edd, fior. 24.
Questa ballata uon trovasi in al-
cuno dei manoscritti, da me cono-
sciuti, che ha n rime del Poliziano e
uè pure nella raccolta di Ballale del
secolo XV : si ben trovasi nelle due
raccolte di Canzoni a balla del Sor-
martelli (1562 e 68) e nell’ altra del
Simbeni (1614), non però col nome
del Poliziano; che anzi l’ediz. Sirn-
lieni I’ attribuisce al Magnifico, e va
nelle stampe Sermartelli fra quelle
die non lian nome d’ autore. Trovasi
però nei codici die bau rime di
Franco Sacchetti e col noine di lui ;
c a Franco Sacchetti è data in parec-
chie ruccoltc di II lai e auliche: nei
codici c nelle stampe che l'attribui-
scono al Sacchetti ha molte varietà
di lezioni e una stanza di più. Con
tutto ciò fin dal secolo passato Tu
in alcune raccolte (per es. nei Li-
rici antichi , tomo VI del Parnaso
italiano raccolto dal Rubbi) attri-
buita al Poliziano ; e gli è attribuita
da tutte le moderne edizioni delle
poesie di lui, incominciando dalla
milanese dei Classici italiani (1808).
Potrebbe credersi clic il Poliziano
l’avesse ralTuzzonata per uso di qual-
che mascherala o festa del tempo
suo; e che du ciò procedesse la voce
che al Poliziano l’attribuisce. Potreb-
be credersi, dico; se nella lezione,
con la quale vico data a inesser An-
giolo. non fosse più irregolare c
scorretta clic non in quella clic ha il
nome dell’ antico novelliere e poeta.
Ocl quale io In credo, c per I’ auto-
rità dei codici, c per la somiglianza
che ha con altre ballale pastorali
di Franco, e per In semplicità e in-
genuità di stile maggiore che non
sia nei versi del Poliziano. For-
se questa ballata di Franco rimase
lungamente nelle bocche del popo-
lo; e di qui certe mancanze e scor-
rezioni che ravvisiamo nella secon-
da lezione. Fu quindi ammessa, culi
altri canti che sono evidentemente
popolari e della popolarità hanno
anche i guasti, nelle raccolte del Ser-
martclli : dove il trovarla cosi grazio-
sa e candida, a comparazione d’ altre
un po’rozzette c artificiate, fece, a chi
le rime del Sacchetti non conosceva,
attribuirla al più grazioso e candi-
do poeta del secolo XV. A ogni modo,
pongo qui sotto la lezione con la
quale è data al Sacchetti dai codici c
du molte stampe, seguitando l’edizio-
ne lucchese delle llime di HI. Franco
Sacchetti, presso Franchi c Maioli-
chi, 1855. Gli editori saviamente
avvertono : • Questa graziosissima
composizione si legge anche frallc
Canzoni a Ballo di diversi, edizio-
ne 1562, 1568 ee., ma con molte
varietà. Fu spesso attribuita al Po-
liziano ed a Lorenzo de’ Medici e
stampata come cosa loro, con ma-
nifesto errore e con peggior lezione.
Una parodia spirituale se ne trovo
nel Libro delle Laudi di diversi, e
comincia: 0 vóghe di (iiesù o ver-
ginelle, Dove n* andate si leggiadr' c
belle ? Vedi l’ ediz. del Bonardo a
carta 52. •
0 vaghe montanine paslurello,
Dando venite si leggiadre e belle?
Qual ò il paese dove nato sete.
Che si bel frutto più che gli altri adduce?
Creature d’ amor vo’ mi parete,
Tanto la vostra vista adorna luco I
Nè oro nè argento in voi riluco,
E mal vestito parete angiolcllc.
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348
BALLATE.
XXXVI.1
Buona roba abbiano, brigata,
E faccianne gran derrata. 2
No’ siàn buon’ rivenditore
E di bella roba e nuova.
Da averne sempre onore
Quando altrui po' ne fa pruova.
Cioppe vecchie a noi non giova
Gir vendendo mai nè stracci ;
Chè nessuno è a chi piacci
Una cosa stazonata. «5
Noi abbiàn cioppe a dovizia
E gamurre e gamurrini ;
Ma più bella masserizia
Noi stiamo io alpe presso ad un bo-
schetto :
forerà capannetta è 'I nostro sito :
< iol padre e con la madre in picciol letto
Torniam la sera dal prato fiorito,
Doro natura ci ha sempre nodrito,
Guardando il di lo nostre pecorelle.
Assai si de' doler vostra bellezza,
Quando tra monti e valli la mostrate ;
Chè non è terra di si grande altezza
Dove non foste degne et onorate.
Deh, ditemi se voi vi contentato
Di star ne' boschi cosi poverello ?
Più si contenta ciascuna di noi
Andar dietro alle mandre alla pastura,
Che non farebbe qual fosse di voi
D’ andar a foste dentro vostre mura.
Ricchezza non cerchiam nè più ventura
Che balli canti e fiori o ghirlandelle.
Ballata, s' i' fosse come già fui.
Diventerei pastore o montanino ;
E prima eh' io il dicesse altrui.
Sarei al loco di costor vicino ;
Et or direi Biondella et or Martino *
Seguendo sempre dov' andasson elle.
1 È nel cod. lane. 33, pi. il, col ti-
tolo di Canzona delle rivenditore
facta dal Poliliano ; e di su quello fu
pubblicata fra le rime di m. Angelo
dagli edd. fior, del -1814. Ma era già
a stampa fra i Canti caro, di Loren-
zo de’ Medici nella Raccolta di Tutti i
trionfi, Carri, Matcherhte e Canti ear-
nescialeechi cc.,a cura di Anton Fran-
cesco Grazzini, Firenze, MDLVIIll ; c
nell’altra edizione a cura del con.
Bracci, Cosmopoli, 1750.
V. 3. Noi siam, edd. fior, li: ben
rivenditore, Canti caro. 1559 c 1750.
— v. 4. e nuova , leggiamo coi Canti
carn. 1559 c 1750: il cod. seguilo
dagli edd. fior., ha buona. — v. 5.
E d" averne. Canti carn. 1559 e 1 750.
— V. 6. altrui ne fa la prova.
Canti carn. 1559 e 1750. — ». 8.
Di rivender mai , Cauli carn. —
». 11-18. Questa stanza nelle cit. edi-
zioni de’Canti carn. è messa terza
di, numero, c seconda quella che in-
comincia Chi ‘l vecchiume comprar
vuole. — ». 11. Noi abbiam, le st. :
cappe. Canti carn. — ». 13. Mai più,
* Soprannomi di pecore (Editori lucchesi).
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BALLATE.
34!)
Abbiàn poi in panni lini,
0 vuo’ grossi o vuo’ de' fini,
D’ un serrato lavorio :
E chi avessi anche desio
D’ una coda, (la trovata. is
Tra più code, ben sapete
Coste’ una n’ ha riposta :
Ed in ordin, se vorrete.
Sarà sempre a vostra posta.
Eli* è grande, e poco costa :
Ogni fanciulla l’ aocchia.
Perchè l' ha una pannocchia
Grossa e sta bene appiccata. co
Chi '1 vecchiume comprar vuole
Per vantaggio e ’n su civanzi.
Quando poi l’ adopra, suole
Volger lo drieto dinanzi :
Pur non credo se n’avanzi,
Tanto spesso si ricuce ;
Ch’ ogni di si stianta e sdrueo
Una cosa trassinata. 3*
Cuffie abbiàn di più maniere,
(Chi ne vuol die danar su)
A bendoni e a testiere :
Pur le tonde s’ usan più.
Acque abbiàn di gran virtù
Canti carn. — t>. 14. Abbiala tini
eh’ è 'mpanni. Canti carn. 1559 : Ab-
bia tn noi che è in. Canti carn. 1750.
— ». 1 5. Un de ’ grotti o un di fini,
edd. fior. 11:0 volete grotti o fini.
Canti carn. cil. — » 17. Chi avene.
Canti carn. — e. 21. Pur in ordin,
te volete. Canti carn. — ». 24. adoc-
chia, st. — ». 25. Per eh' eli’ ha buo-
nai, Canti carn. — ». 26. bene ap-
puntata, Canti carn. — ». 27. Chi
vecchiume. Canti cani. — ». 28. «
suoi acanzi. Cauli eurn. — ». 29-60.
Quando poi l’ atloprar mole. Volga
’l drieto dinanzi, edd. fior. 14:
Quando poi l' adopra, vuole Volger
drieto quel dinanzi. Canti carn. —
». 31. ce n’avanzi, *dd. fior. 14:
Pur non crediam te ne. Canti carn.
— e. 33. ogni dì ti tiracela e, Cauli
carn. — ■ ». 36. dia danar. Canti
carn. — ». 37. ed a lettiere, le st.
eccetto quella del 1559, che loppe
e a. — ». 39. di più rei tà. Canti
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350
BALLATE.
Per chi non può ingravidare :
Peze rosse usiàn portare
Per chi fussi un po’ attempata. 42
Sì che, se vo’ comperrete.
Donne ed uomin, ciò che abbiamo,
Porteréllo ove vorrete :
Questo spesso lo facciamo :
E ne’ luoghi ove usiamo
Facciàn l’ anno cento accordi.
Dando mille buon ricordi
Alla parte più ostinata. so
XXXVII.'
— Crudel donna, poiché lasciato hai me
Per un altro amadore,
caro. — v. 40. tgravidare, Cauli
carn. — v. 41. Pezza rotta utiam.
Canti caro. — v. 42. finte. Canti
carn. — e. 43. Se da noi eoi com-
perretc, Canti carn. — ( comprerrcte ,
1750). — v. 43. quel eli’ abbiamo.
Canti carn. — e. 44. Porlerenlo,
Canti corn. 1750: porterollo, edd.
fior. 14, con errore incompatibile,
avvertito in nota e non corretto nel
testo dagli cdd. milanesi 1825 che
più emendarono ove meno era biso-
gno. — v. 47. E nel luogo ove abitia-
mo, Canti carn. — v. 48. Qui il cod.
laur. legge centi : gli edd. fior, cre-
derono dovere stampare certi: noi
con le ediz. dei Canti carnesc. ab-
biam reputato meglio leggere cento,
' Fu ultimamente data alle stampe
come opera di A. Poliziano dal sig.
Domenico Bonanni in uu fascicolo
per nozze Corsini-Barberini intito-
lato: Due Canzoni a ballo di Angelo
Poliziano tratte da un manoscritto
della Conintana [N. 94] ed ora pub-
blicale per la prima volta, Firenze,
Barbèra, 1858. Ma in vero nè era
quella la pr.ima volta che questa
canzone a bullo fosse pubblicala, uè
essa è del Poliziano. Non è del Po-
liziano: e ognuno lo può sentire allo
stile un po’ più diffuso e assai me-
no elegante di quel di M. Angelo : e
ognuno dee crederlo, avvertendo l'er-
rore di mitologia che è nei r. 63 e
61, nel quulc è impossibile supporre
cadesse mai l'autore della Centuria.
Era poi a stampa nelle Canzoni a
ballo dell'cdtz. Sermarlclli, 1562 e
68. E chi abbia veduto in questa
stampa e nell’altra quattrocentisti-
ca delle Ballatene le canzoni u ballo
di Bernardo Giambullari, per la
gmn somiglianza dello stile e de’con-
cetti e per I’ ordine delle stanze e
per I’ andamento del dialogo, inchi-
nerà molto ad attribuirla a quel ri-
matore. Nella ediz. del Sermarlclli
il dialogo è meglio partito, son me-
glio distinte le stanze e i versi, ed
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BALLATE.
351
Fatto t'hai poco onore
Lasciare il servo tuo senza mercè. <
Tenera di anni e bella agli occhi miei
Apparisti nel mondo :
E con lo core e con l’ alma mi diei
Al tuo stato giocondo.
Non credendo io che mi mettessi al fondo
Dove ’1 tuo cor dimora.
Quel che più mi martora
È che ingannato ogn’ora i’son da tc.‘ i:
Se tu sei libera, io soggetto sono
Con onestà servire.
Partendomi da te, guidardon buono.
Deh non mi far morire :
Piacciati alle mie voglie consentire.
Perchè promesso m’ hai :
Ch’ io sono in tanti guai solo per te. — so
— Io non ti tolsi mai tua libertà
Nè soggetto notrito :
Osservar voglio mia verginità
Ad un novel marito.
Però ornai tu puoi pigliar partito.
Se ciò tua mente agogna.
Questo a me non bisogna :
Non far vergogna a chi onora me. 27
Creder non vuò che tu fossi nè sia
Di me sola servente.
Ma io che ho libra la persona mia
Viver vuò onestamente:
Io non son sottoposta
è più regolare la lezione che nel-
l'edizione del sig. Ronnnni : la quale
olla sua volta può servire a emen-
dare alcune scorrezioni delta Ser-
inartelliana. lo, non volendo ingros-
sare il mio gii troppo grave lavoro
con la inutile illustrazione di quel
che tengo per Termo non essere del
Poliziano, mi contento di riprodurla
nella lezione del codice corsiitiano
che a M. Angelo I’ attribuisce.
V. ii. Nel manoscritto: • guidur-
do. * — ». 2t. Nel manoscritto: • sog-
getta. » [Note dell'ediz. 1858.]
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BALLATE.
A te nè ad uom vivente.
Però non ti dolere ;
Sappiti ritenere.
Che in parte fa ’l dovere, e tienti fè. — se
Misericordia, pace, e non vendetta !
Se mai fusti pietosa,
Leva da me questa crudel saetta
Che ne! mio cor si posa.
Deh non istar da me, donna, nascosa !
Deh mostrami ’l bel viso.
Qual par del paradiso !
Venuta al mondo se' senza mercè. — 44
Non isperar mai più veder mio volto
Sì leggiadro e pulito :
11 ben eh' io ti voleva, i’ te l’ ho tolto :
Altro amor m' ha ferito.
I’ spero di pigliar nuovo partito
D’ un giovane amadore :
Per marito e signore
Lui voglio al mondo : ed ogn’ un sia per sé. — 52
0 crudel donna iniqua e dispietata,
Considera quant’ anni
Tenuta hai la mia vita soggiogata
A’ tuoi infelici inganni :
Ed ora in tante pejie e tanti affanni
Mi lasci, e fai partita:
Ch' i’ mi torrò la vita
Per te, giudea ; che vuò morir per te. — 62
Non son Medusa o Medea che i figliuoli
Détte al padre cibare :
Hotti tenuto in tanti affanni e duoli
Per volerti provare.
Disposta son volerti contentare,
S’ i’ dovessi morire,
Nè mai da te partire :
E sì non voglio al mondo altr' uom che te. — 70
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RIME VARIE
DI
MESSER ANGrELO POLIZIANO.
Pulizia.™.
a
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[LEGITTIME].
I.'
Io son eonstretto, poi che vuole Amore
Che vince c sforza tutto l’ universo.
i Questa canzone fu primieramen-
te stampata fra altre poche cose del
Poliziano dopo le Stanze e 1’ Or/co
da Caligula de’ Bazuleri in Bologna
nel -1503, e poi in Venezia nel 1506
da Marchio Sesso e Pietro di Rovani,
v da Donato di Monferrato più tardi,
che fedelmente riprodussero l'ediz.
Bazuleri ; e quindi venne senza più
ristampata fra le Rime del N. A. da-
gli editori fiorentini del 1814 e lor
seguitatoli. E già il p. AITÒ, che
1' uvea letta nella stampa del Buza-
leri, mostrò non dubitare dell’ au-
tenticità di lei, quando, nell’ ultima
osservazione suli'Or/ro tralasciata iu
questa edizione perchè oggimai af-
fatto inutile, dui tr. 124-111 di essa
canz. trasse argomento che il Poli-
zi n no non fosse di sì misera e igno-
bil condizione come il Ynrillas vo-
leva. Ma certo quei versi non son
da riferire alla persona propria del
Poliziano. E quel legno che renile
onore ulto ) latria si deve intendere
del!' insegna dei Medici: • il profes-
sarsi cosi animoso dispensalorc dei
beni della fortuna è parlare da prin-
cipe non inai da poeta. > Quest’ ul-
tima osservazione è del Maggi, nel-
l'altrc volte cit. Appendice al voi. Ili,
p. II, della Propoila. Il quul Maggi,
ammettendo che allo stile la canz.
potrebbe credersi del Poliziano , ri-
conoscendovi espressioni che molto
s lotoso di quelle che leggami nelle
Stanze per la giostra, s’ indusse a
congetturare • o che il Poliziano
I’ avesse scritta a nome del mngnif.
Giuliano fratello di Lorenzo, o ch'ella
fosse lavoro di Giuliano medesimo. •
Troppo rapido, a dir vero, è il pas-
saggio dall’ una congettura nell' al-
tra. La si trovò poi in un codice del
march. Trivulzio sotto il nome di
Giuliano de'Medici il giovane: e sotto
questo nome e con altre due canzoni
di lui fu stampata dal Silvestri in
fine alle Poesie del Poliziano. Mu io
non vorrei correr troppo donando
al duca di Nemours la canzone lo
son eonstretto. Vero è eli' egli è uno
degl’ interlocutori nelle Prose del
Bembo e nel Cortegiano del Casti-
glione : vero è eh’ ebbe nome a’suoi
giorni di buon rimatore. Ma le can-
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35G
RIME VARIE.
Narrar con umil verso
La gran letizia che m’abonda al core. 4
zoili c i sonetti conosciuti di lui,
nella raccolta in morte di Serafino
Aquilano, nel Crcscimbeni, nel Poli-
grafo [Anno IV], nella Vita di Leon X
del Roscoe, nell’ appendice del Sil-
vestri, son troppo volgari c trop-
po a questa elegantissima morbida
c colorita canzone inferiori, si die
questa e queUe s’ abbiano a ripu-
tar figliuole d’ un solo padre. Di
più, vivo e verde esso Giuliano che
pur la pretendeva a poeta c come
potente signore polca farsi por-
tar rispetto auclie in poesia, sardi-
besi ella stampata una cosi bella co-
sa tra le opere d' un altro uutorc
senza che egli o gli amici suoi lo
rivendicassero al poeta inolio magni-
fico? A ogni modo, il Maggi e l’au-
tore (forse lo stesso Maggi) dell’ de-
riso posto innanzi alle tre canzoni
clic sotto il nome di Giuliano defe-
dici seguitano nella edizion Silvc-
strinna le poesie del Poliziano, in-
chinano a credere la canzon in di-
scorso piuttosto del Giuliano ucciso
dal llimlmi che del Giuliano duca
di Nemours. E a ciò li spinge • il
sapere dal Contentano sulla congiu-
ra de’ Pazzi eli’ esso pure quel Giu-
liano faceva de’ versi : scripsil non-
nulla carmina mire grafia cl sellici i-
tiarum piena; e mollo piu l’affer-
marvisi ch’egli era magni roboris et
tirlutis ; il che riscontrasi con quel-
lo che dice la canzone: Robusto gnau-
lo per prava s' intende. » Del valore
poetico di Giuliano il maggiore non
avanzano, oltre In testimonianza di
in. Angelo, monumenti che ci dicn
saggio: c la presente canzone, di
morbidissimo stile e di molli uffelti,
non risponderebbe a punto ulla lo-
de, mire grafia et sententiarum pie-
na. E se fosse veramente sua la can-
zone, come mai il’ un si grazioso
poeta, che aiuterebbe fra i più ele-
ganti del tempo, che sorpasserebbe
anzi in eleganza il fratei suo Loren-
zo c pareggerebbe il Poliziano, come
d'un si fatto poeta non avremmo
altri saggi, quando ne abbiamo, ol-
tre che dei minor Giuliano e di Pie-
ro, anche di Cosimo il vecchio? Io
creilo adunque clic Angelo Poliziano
componesse questa canzone in nome
e in servigio del giovine signore col
quale aveva strettissima domesti-
chezza. E non sarebbe la prima volta
questa che il Poliziano avesse pre-
stalo i suoi versi a Giuliano de’ Me-
dici : poiché fra gli epigrammi la-
tini del N. A. havvene uno in Simo-
ncttam, ove notasi: * Julii est scn-
tentiu a me versibus inclusa. » E ehi
sa clic alla Simonetta stessa, cantata
poi cosi leggiadramente nella Giostra ,
non sia la canzone indirizzata ? E
quelle lodi che l’amatore si larga-
mente si dà, di nobiltà, di ricchez-
za, di formosità, di vigore, parrebbe
più conveniente crederle scritte da
un terzo : chè il lodarsi cosi grossa-
mente in faccia all’ amata è permesso
soltanto a Poliremo ciclopo nella
poesia pastorale. Finalmente; poi-
ché questi versi somiglian tanto per
eleganza e morbidezza e colorito ai
migliori di m. Angelo ; finché dell' uno
c I’ altro Giuliano non mi si mostri
cosa che almen lontanamente possa
esser loro paragonata; io seguiterò
a ritenerli per opera del Poliziano.
V. I. costretto poiché, st. moderne.
— e. 2. « Questo signor che tutto ’l
mondo sforza. • Petr. Tr. Am, III.
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RIME VARIE.
357
Perchè, s’ io non mostrassi ad altri foro
In qualche parte il mio felice stato.
Forse tenuto ingrato
Sarei da chi scorgessi la mia pace. s
Poco sente piacer chi ’l piacer tace,
E poco gode chi si gode in seno;
Chi può tenere il freno
Alla timida sua lingua, non ama. 12
Dunque, salvando et accrescendo fama
A quella pura onesta saggia e bella
Che matutina stella
Par tra le stelle anzi par vivo sole, ic
Trarrò del core ardente le parole :
Ma fugga invidia e fugga gelosia
E la discordia ria
Con quella schiera eh’ è d' amor nimica. 23
Era tornata la stagione amica
A’ giovenetti amanti vergognosi.
Che ’n varie foggio ascosi *
Gli suol mostrar sotto mentite forme : sa
Quand’ io, spiando di mia preda l’ orme
In abito straniero e pellegrino.
Fui dal mio buon destino
Condotto in parte ov’ era ogni disio. 2S
La bella ninfa, vita del cor mio,
In atto vidi accorto puro umile
Saggio vago e gentile
Amoroso cortese onesto e santo ; 32
Benigna dolce e graziosa tanto
E lieta si, che nel celeste viso
Tutto era il paradiso
V. 8. scorgesse, si. moil. — v. 9.
c Itel piacer, St. antiche — e. -10.
Al contrario, Tibullo: • Qui sopii,
tacito gnudeal illc sinu. • — »>. 17.
dal care, ediz. fior. 14 e 22. —
». 22. giovinetti, st. moti. — t>. 25.
Qaaud'io spiando. Leggo così con
l’ eriiz. Silvestri, che potè seguire
anche un ms. trivolziano: le al-
tre st. hanno, Quando spiando. —
e. 35. Questo verso fu riportalo di
sopra un ms. trivolziano nella Ap-
paiti. al voi. Ili, p. II. «Iella Proposta,
e quindi nella ediz. Silv.: in tutte le
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358
RIME VARIE.
Tutto el ben che per noi mortai si spera • 53
A lei d’ intorno una gentile schiera
Di belle donne in atto si adorno,
Ch’ i’ mi credetti il giorno
Fussi ogni dea di ciel discesa in terra. 40
Ma quella eh’ al mio cor dà pace e guerra
Minerva in atto e Vener parea in volto :
In lei sola raccolto
Era quant’ è d’ onesto e bello al mondo. 44
A pensar, non che a dire, io mi confondo
Di questa mai più vista maraviglia ;
Che qual più lei somiglia
Tra le altre donne più si onora e stima. 4$
Un’altra sia tra le belle la prima :
Costei non prima chiamesi, ma sola ;
Che ’l giglio e la viola
Cedono e gli altri fior tutti alla rosa. £2
Pendevon dalla testa luminosa
Scherzando per la fronte e suoi crin d’ oro.
Mentre ella nel bel coro
Movea ristretti al suono e dolci passi : £c
E benché poco gli occhi alto levassi.
Pur qualche raggio venia di nascoso ;
Ma el crino invidioso
Subito el ruppe, e di sé mi fe velo. co
Di ciò la ninfa nata e fatta in cielo
Tosto s’ accórse, e con sembiante umano
Mosse la bianca mano,
E gli erranti capelli in dreto volse ; 64
altre stampe mancava. — ». 37. gen-
til schiera, st. ani. Nota clic una gen-
tile schiera è oggetto dipendente dal
verljo vidi del v. 30 : o pure il pe-
riodo è dittico, e sotlintcndesi il ver-
bo era, stava, o simile. — v. 39. Il
ornavo. Cioè : quel giorno, in quel
giorno. Dante, V. Nuova, V: « Allora mi
confortai molto, assicurandomi che il
mio segreto non era comunicato il
giorno altrui per mia vista. » — n. 40.
Fusse . Sii v. — v, hi. guanto d‘ onesto e
bello ha il mondo, Silv. — V. 48. Fra,
st. mod. — v. 50. chiamasi, st. mod. —
r. 53. Pendcvan, st. mod. — ■ v. Sa.
Cono: alla greca, dama. — ». 59. il
crine, st. mod. — ». 64. indietro, st.
mod.
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RIME VARIE.
359
Poi da’ bei lumi tanti spirti sciolse.
Spirti dolci d’ amor cinti di foco,
Ch’ io non so come in poco
Tempo non arsi e. cener non divenni. 68
Questi son gli amorosi primi cenni,
Ch' al cor m’ han fatto di diamante un nodo :
Quest’ è ’l cortese modo,
Che sempre agli occhi miei starà davante ; 72
Questo il cibo soave, eh’ al suo amante
Porger gli piacque per farlo immortale :
Non è l’ ambrosia tale
0 il nettar di che in ciel si pasce Giove. 76
Ma per darmi più segni e maggior prove,
Per darmi del suo amore intera fede.
Mentre con arte il piede
Leggiero accorda all’ amorose tempre, so
Mentr’ io stupisco e priego Dio che sempre
Duri felice l’ angelica danza.
Subito, oh trista usanza !,
Indi fu rivocata al bel convito. 84
Ella, col volto alquanto impallidito.
Poi tinta d’ un color di ver corallo,
T. 68. o cener, si. antiche. Carmi
conveniente t’ emenda delle mod. st.
che leggono e. — v. 73. Questo il cibo
soave, leggo cosi con r ediz. fior.
1822 : tutte le anteriori hanno Que-
sto cibo soave. Il Maggi nella cit.
Appetiti propose, Questo è il cibo ,•
e addusse I’ autorità del cod. trivnl-
ziano : e questa terza lezione passò
nella ediz. Silv. — v. 74. Le piacque,
Maggi nella cit. Appendice con I’ au-
torità del trivulziano, e ediz. Silv. —
v, 76. Ho accettato l'aggiunta del-
l' articolo innanzi a nettar, che manca
in tutte le altre edizioni, dal Maggi e
dal cod. trivulziano onde passò nella
stampa del Silv. — t>. 78. darmi più,
con oltraggio alla misura del verso,
le st. antiche ; c quella del Sessn
poi, in terra fede. — v. 84. Così
leggiamo col Maggi c col Silv., che
seguirono il trivulziano. Le due st.
ant. portavano, • Onde fa rivocata al
bel colalo (I). » Gli edd. fior, del 13
congetturarono in nota si dovesse
legger convito ; e convito restitui-
rono nel testo i lor successori del 22.
E gli uni e gli altri, per spiegare
in qualche modo la particella onde,
fecero interrogativa la sentenza. Al
fine la vera le.zionc, da noi aceoltu
nel testo, fu di sopra il cod. trivul-
ziano data dal Maggi nella cit. Ap-
petiti. c quindi passò nella ediz. Silv,
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360
RIME VARIE.
— Più grato m’ era il ballo —
Mansueta rispuose e sorridendo.
Ma degli occhi celesti indi partendo
Grazia mi fece : e vidi in essi chiuso
Amor, quasi confuso
In mezzo degli ardenti occulti sguardi.
Che accendea dal bel raggio e lievi dardi
Per triunfar di Pallade e Diana.
Lei fuor di guisa umana
Mosse con maestà l’ andar celeste,
E con man sospendea l'ornata veste
Regale in atto e portamento altero.
10 non so di me il vero.
Se quivi morto mi rimasi o vivo.
Morto cred’ io, poi eh’ ero di te privo,
0 dolce luce mia ; ma vivo forse
Per la virtù che scórse
Da’ tua begli occhi e in vita mi ritenne.
Ma se al fedele amante allor sovvenne
11 valoroso tuo beato aspetto,
Perchè tanto diletto
Sì rade volte o sì tardo ritorna ?
Due volte ha già raccese le sua corna
Co’ raggi del fratei l’errante luna.
83
92
se
100
104
10S
1 . 89. vidi partendo, le stampe
ant., certo per error tipografico.
— v. 90-91. Le st. antiche leggo-
no, vidi memi chiuso Amor qual ec. :
gli edd. fior, del 14 crederon ac-
comodare sciogliendo messi in me
sì : i loro successori del 22 restau-
rarono la misura del verso seg.
leggendo quale in vece di qual : ma
nè dall’ una nè dall’altra correzione
acquistò punto di chiarezza la sen-
tenza. Il Sloggi, I. c., tolse dal cod.
trivulziano la correzione bellissima
che passò poi nell’ ediz. Silv. e clic
noi abbiamo accettato. — t>. 93. del
bel raggio, ediz. Silv. — p. 94. Per
trionfo di, ediz. fior. 1822. — v. 90.
maieslà, st. ant. — v. 97. l'amo-
rosa veste, certo per errore, la st.
Sessa. — v. 98. in alto o, st. ant.
• Regalmente nell’atto ancor proter-
va » Dante, purg. XXX. — t>. 104.
Da tuoi , st. mod. La congiuntiva
e poi l’abbiamo accettala dal cod.
trivulziano, secondo V append. del
Maggi e r ediz. Silv. — v. 105.
il fedele, tutte le stampe. Per to-
gliere l’ambiguità del costrutto, ac-
cettammo dalla cit. Append. nel lesto
la variante al del trivulziano. —
v. 109. tue, st. mod. — v. 110.
Co’razi, st. ani.
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RIME VARIE.
3(1 1
Nè per ancor fortuna
A sì dolce piacer la via ritrova. 112
Vien primavera, c il mondo si rinnova :
Fioriscon 1* erba verde e gli arbuscelli :
Gli innamorati augelli
Svernando empion di versi ogni campagna : ne
L’ una fera con l’ altra si accompagna :
El toro giostra e ’l lanoso montone.
Tu donzella, io garzone.
Dalle leggi d’ amor sarem ribelli ? 120
Lascerem noi fuggir questi anni belli ?
Non userai la dolce giovineza ?
Di tanta tua belleza
Quel che più t' ama non forai contento ? im
Son io forse un pastor che guarde armento,
0 di vii sangue, 0 per molti anni antico,
0 deforme, 0 mendico,
0 vii di spirto ; onde tu m’ abbi a sdegno ? iss
No : ma di stirpe illustre il guì bel segno
All’ alma patria nostra rende onore ;
In su T mio primo flore ;
E qualcuna per me forse sospira. 132
De’ ben che la fortuna attorno gira
Posso animosamente esserne largo ;
Che quanto più ne spargo,
Lei col pien grembo indrieto più ne tira. 136
V. 111. per ancor, cosi leggiamo
col trivulziano cit. dal Maggi e scg. dal
Silv. Le altre st. per amor. — e. 1 12.
dohe. Sessa. — o. 116. Servando
in più diverti ogni campagna , st.
ani. e ediz. flor. 1814: Servano in
più diversi ogni compagna, ediz.
Molinari e fior. 1822. La bellissima
correzione, da noi, come già dal
Silv., accolta nel testo, fu indovinata
dal Monti, Propolla [V. HI, p, 11,
/ Poeti'], e autenticala dal cod. tri*
vulziano. — v. 118. il lanoto, st.
niod. Nell’ ediz. Silv., parendo che
restasse in sospeso la seconda parte
del verso, si corresse e il. Scioglien-
do 1’ et delle st. antiche in e ’l, co-
me facemmo noi, ubbiam la vera le-
zione. — v. 121. Latsercm, Sessa. —
o. 124. non cl farai, con danno del
verso, le st. ani. Forse: no'l farai.
— v. 133. De' beni che la fortuna, st.
ant. — v. 136. con pien grembo indie-
tro, le st. mod. ; eccetto Silv., il quale
col suo consueto amore alla gramma-
tica legge : Ella a pien grembo.
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RIME VAKIE.
m
Robusto quanto per pruova s' intende.
Cerchiato di favor, cinto d’ amici.
Ma benché tra’ felici
Da tutto ’l mondo numerato sia, no
Pur senza te, dolce speranza mia,
l'armi la vita dolorosa e amara.
Non m’ esser dunque avara
Di quel vero piacer che solo è il tutto,
E fa’ che dopo il fior i’ coglia el frutto. 145
II.’
Vergine santa immaculata e degna ;
Amor del vero Amore ;
Che partoristi il re che nel ciel regna,
Creando il creatore
Nel tuo talamo mondo;
Vergine rilucente.
Per te sola si sente
Quanto bene è nel mondo :
V. t37-38. Periodo elittico: sot-
tintendi sono, o simile. — v. 141,
Dolze. Sessa. — v. 1 42. dolomia,
amara, ediz. fior. 4 4, Mot., ediz. fior.
22. — t>. 443. iVon esser, tutte le
si. ; eccetto Silv. che accettando una
variatile del trivulziano, citata dal
Maggi, lesse Non m' esser ; clic
piacque più anche u noi. — «>. 445.
« fiori, Silv,: io colga il, st. mod.
1 È nella Scella di Laudi spirituali
di diverti eccellentissimi e divoli au-
tori ce. impressa in Firenze pe' Giun-
ti nel 4578, in-4°; c I’ accennò il
Crescimbeni nel voi. Il, parte II.
liti. VI, pag. 335, della Volgar Poesia.
Primi fra gli editori moderni la ri-
stamparono i fiorentini del 4844. ma
non di su la scelta giuntina; clic anzi
dolgonsi in nota di non aver potu-
to per mancanza di quella edizione
assicurarsi se I' inno da loro stam-
pato fosse una cosa con la lauda
citata dal Crescimbeni. E la ristam-
parono con qualche varietà in peg-
gio ; non dicono su quale esemplare,
ma forse su qualche manoscritto ;
sebbene i codici fiorentini che da
me son conosciuti aver rime del
Poliziano non portino questa lauda.
La quale fu poi riprodotta di su la
Scella giuntimi nell’ edizione veneta
del Molinari [4819], nella fiorentina
del Marchini [4822] c nella mila-
nese del Silvestri [4825].
V. 4. immacolata, degna, edd.
fior. 44. — v. 3. nel ciel regge, gli
stessi. — v. 5. Manca, senza che se
ne avverta il lettore, nell’ ediz. fior,
del 4844.
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RIME VARIE.
363
Tu sei degli affannati buon conforto,
Ed al nostro navil se’ vento e porlo. io
0 di schietta umiltà ferma colonna ;
Di carità coperta ;
Ricetto di pietà, gentil madonna,
Per cui la strada aperta
Insino al ciel si vede ; 15
Soccorri a’ poverelli
Che son fra' lupi agnelli.
E divorar ci crede
L' inquieto nimico che ci svia.
Se tu non ci soccorri, alma Maria. 20
HI.1
Monti valli antri e colli
Pien di fior frondi ed erba.
Verdi campagne, ombrosi e folti boschi ;
Poggi, eh’ ognor più molli
Fa la mia pena acerba, 5
Struggendo gli occhi nebulosi e foschi ;
Fiume, che par conoscili
V. 9. nei, etili, fior. 44 e 22.
— v. 40. E liti, gli slcssi. — t>. 43.
Accolliamo la lezione dell’ etliz. Silv_,
e ne riportiamo la nota: « Tutte
le si. leggono Accetta di pietà cc.
Ma t|iii non può correre Accetta , nè
come verbo, nè come nome sustan-
tivo in significato di scure, nè come
adiettivo per caro, accettevole, rice-
vuto, cc. L’ emendazione pianissima
e naturale ci viene somministrata
dalla Proposta. » [cit. Appendice.]
— r. 17. fra lupi, edd. fior, del 14
e ilei 22.
t Questa canzone è una delle già
impresse: etl il Poliziano scriven-
dola ha preso norma da quella ce-
lebratissima del Petrarca, Chiare
fresche e dolci acque cc. Trovasi nel
tomo I del Crescimbcui, pag. 32
[* Dell' isl. della volgar poesia, li-
bro primo, Venezia, Bascgio, 4734] ;
c nell’ ediz. ilei Poliziano per Giu-
seppe Cornino del 4751. [Edd. fio-
rentini del 4814]. Il Crescimbeni
la pubblicò di sul coti, chigiano 4295
(a’ suoi tempi) con questa avverten-
za : - Comecché nel codice, onde ella
è cavala, sia scritta con barbara orto-
grafia giustu il costume degl’ igno-
ranti trascrittori di que’ tempi in ciò
infelicissimi, nondimeno io voglio
renderla alla vera usata dai buoni
scrittori. -
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361
RIME VARIE.
Mio spietato dolore.
Si dolce meco piagni ;
Augel, die n’ accompagni io
Ove con noi si duol cantando Amore ;
Fiere, ninfe, aer e venti ;
Udite il suon de’ tristi miei lamenti.
Già sette e sette volte
Mostrò la bella aurora ts
Cinta di gemme orientai sua fronte;
Le corna ha già raccolte
Delia, mentre dimora
Con Teti il fratei suo dentro il gran fonte;
Da che il superbo monte 20
Non segnò il bianco piede
Di quella donna altera.
Che ’n dolce primavera
Converte ciò che tocca aombra 0 vede.
Qui i fior qui l’ erba nasce 20
Da’ suoi begli occhi, e poi da’ miei si pasce.
Pascesi del mio pianto
Ogni foglietta lieta,
E vanne il fiume più superbo in vista.
Ahimè, deh perchè tanto so
Quel volto a noi si vieta.
Che queta il ciel qual’ or più si contrista ?
Deh, se nessun l’ha vista
Giù per l’ ombrose valli
V. 13. * D.ile udienza insieme Alle
dolenti mie parole estreme » Petr.,
eanz. 27. (Edd. fior. 14). — ». làcera-
mente il Crescimi), legge Mastra. —
». 16: « Di gemme orientali incorona-
ta » Petr. (Edd. fior. 14) — ». 17-18.
• Cornila cuin lume pieno simili orbe
coissent • Ovidio (Edd. fior. 14). —
». 19. Giuji foste: qui per more. Non
mi sovvengono esempi antichi: ma
su 1' autorità del Poliziano usò que-
sta figura il Cesarotti nella tradu-
zione del iteralo d’ Ossian: « Come
luna che scende entro 'I gran fonte, »
e il foscolo ne’ frammenti dell’. 1/eeo;
• ... la nuotante per I’ icario fonte
Isola » — ». 26. de' miei, edd.
fior. 14 e 22 e Silr. Ma che I* erba si
pasca del pianto, delle lacrime, sta;
degli occhi, no. Qui il da fa sentire
la derivazione del taciuto umore
onde si posceano I’ erbe e i fiori.
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RIME VARIE.
365
Sceglier tra verdi erbette, 35
Per tesser ghirlandette,
I bianchi e rossi fior gli azzurri e’ gialli.
Prego che me la insegni ;
S' egli è che ’n questi boschi pietà regni.
Amor, qui la vedémo 40
Sotto le fresche fronde
Del vecchio faggio umilmente posarsi :
Del rimembrar ne tremo.
Ahi come dolce l’ onde
Facean i bei crin d’oro al vento sparsi ! 45
Come agghiacciai, eom’ arsi,
Quando di fiori un nembo
Vedea rider intorno
(0 benedetto giorno !)
E pien di rose l’ amoroso grembo ! ;,o
Suo divin portamento
Ritrai tu, Amor ; ch’i’ per me n’ ho pavento.
l’ tenea gli occhi intesi.
Ammirando, qual suole
Cervetto in fonte vagheggiar sua imago, 55
Gli occhi d’ amore accesi,
Gli atti vólto e parole
E il canto che facea di sè il ciel vago.
Quel riso ond’ io mi appago,
Ch’ arder farebbe i sassi, eo
Che fa per questa selva
Mansueta ogni belva
E star l’ acque correnti. Oh s’ io trovassi
Dell’ orme ove i piò muove !
V. 37. c gialli , Cresc. : e i gial-
li, le altre stampe. La nostra le-
zione cerca accordare ambedue le
parli. — v. 40. Vedéuo per vedem-
mo. — ». 45. * Erano i bei crin
d’oro all’aura sparsi • Pctr. (Edd.
fior. 14). — ». 52. Pavento, timo-
re. Dante:. « ... i’ Ito pavento Di
Malebranche. * tEdd. fior. 14). —
». C3. « Che furia gire i monti e
stare i fiumi. • Peti'. (Edd. fior. 14).
». 63-C4. « Cosi aveslu riposti
De’ bei vestigi sparsi Ancor tra’ fiori
e l’ erba -, Chè la mia vita acerba
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31)6
RniE VARIE.
l’ non avrei del cielo invidia a Giove. 65
Fresco ruscel tremante
Ove ’1 bel piede scalzo
Bagnar le piacque, o quanto sei felice ;
E voi, ramose piante
Che ’n questo alpestro balzo 70
D’ umor pascete l’ antica radice,
Fra quai la mia beatrice
Sola talor se ’n viene !
Ahi quanta invidia Faggio,
Alto e muschioso faggio, 75
Ohe siei stato degnato a tanto bene !
Ben dè’ lieta godersi
L’ aura eh’ accolse i suoi celesti versi !
L’ aura i bei versi accolse,
E in grembo a Dio gli pose so
Per far goderne tutto il paradiso.
Qui i fior qui l’ erba colse.
Di questo spin le rose :
Quest' aer rasserenò col dolce riso.
Ve' l’ acqua che '1 bel viso s*
Bagnolle. Oli, dove sono?
Qual dolcezza mi sface ?
Com' venni in tanta pace ?
Chi scorta fu ? con chi parlo 0 ragiono ?
Onde si dolce calma ? 90
Che soverchio piacer via caccia l’ alma ?
Lugrimando trovasse ove acquetar-
si. » Petr. — e. G9. E voi: sottin-
tendi per contrazione, quanto siete
felici. — t). 72. « Prego elle appa-
ghi il cor vera beatrice. ■ Petr. (Edd.
fior. 14). Fra' quai, leggono gli edd.
Ilor. 14 e 22 con una sconcordanza
di genere ; perchè fra’ non può es-
sere se non elisione di fra i, e l’ an-
tecedente t piante. Del resto si sa,
c ne abbiamo avuto più esempi in
questo volume, die i quattrocentisti
volentieri tralasciavano l’ articolo
innanzi al relativo quale e quali.
— v. 76. « ... haud cquidem tali
me dignor bollore. • Virg. Enei-
de, I. « ... fosti a tanto onor degnala
allora. • Petr. (Edd. fior. 14). —
v. 79-80. * 0 quoties et quae no-
bis Galatea lodila est! Partem ali-
quota, venti, divùm referatis ad
aures ■ Virg. ecl. Iti.
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RIME VARIE.
307
Selvaggia mia canzone innamorata.
Va' sicura ove vuoi ;
Poiché ’n gio’son conversi i dolor tuoi. 9+
[INCERTE].
IV.1
Venite al ballo, giovinetti e donne,
Intrate in questa stanza.
Dove balla Speranza,
La cara iddca degl’ infelici amanti. ì
» E ballerem cantando tutti quanti
Le doglie e gran dolori
Che soffron gli amadori.
Che gentilezza li fa ire stolti. s
E voi che senz’amor vivete sciolti.
Troppo beati !, udite
L’ aspre nostre ferite,
Che ci son date senz’ aver pietade. 12
Felice un tempo io vissi in libertade.
V’. U4. Poiché in gioia, leggono
gli edd. fior, ilei 4814.
i Questo è la prima delle Due Can-
zoni a ballo di A. Poliziano , pubbli-
cate coi tipi di G. Barbèra, nel 1858,
per none Corsini e Barberini, dal
sig. Domenico Bonanui, die la trasse
dal cod. 94 della Biblioteca Corsini
ove è copiata di sur un perduto co-
dice cbigiuno. Ad esser riputata au-
tentica, Ita presso a poco le stesse ra-
gioni ebe la cuuzone precedente, la
quale fu pur essa cavata ila un codi-
ce elogiano. A più d’ uno farà caso
la soverchia lunghezza e la profu-
sione non sempre elegante e lo sti-
le non sempre vivo e di rado gra-
zioso, che veramente non sono le
proprietà delle liriche di M. Angelo :
altri poi potrebbe fare riscontri e pa-
ragoni fra quelle e questa ed in que-
sta sorprendere qualche rimembran-
za di quelle. Qui si riproduce dal-
l ediz. fiorentina con qualche muta-
mento nella Iciione che parve non
alTatto inopportuno.
V. 3. Questo invito alla danza è
ripetuto più volte con versi con-
formi a modo d’ intercalare, e sem-
pre nel secondo verso delle strofe
leggesi in quella danza. Non è im-
probabile che anche qui danza abbia
a leggersi in vece di stanza. —
t>. 13. Ricorda quel della Gio-
tlra , I, 8: • Vivessi lieto in paco
e in liberiate. »
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3GS
Rine VARIE.
Fuggendo quelle cose
Che io vedea noiose
Al viver lieto e ’n pace ed in riposo. nj
Allegro sempre givo e motteggioso
A veder balli e canti.
Feste in piazza e’ n santi,
Dove assai gente potessi vedere. 20
Di gir tal volta prendevo piacere
Dov’ eran le più belle ;
Assai donne e pulcelle.
Or questa ora quell’ altra, rimirando. 21
Spesso al compagno dicea, motteggiando,
— Questa mi par più bella: —
Egli a me : — Anzi quella :
Eli’ è gran donna, e di gentile aspetto. 2S
Mira il fronte la gola il busto il petto :
Poi que’ modesti e tardi
De’ vezzos’ occhi sguardi
Quanto la fan parer più bella assai ! 32
Guarda quella da canto : e‘ non fu mai
Più sozza 0 brutta fera :
Gioia ! guarda, e sta intera
E fa dell’ occhiolin come la capra. 3S
EH’ è pallida, nera, vecchia e macra.
Piccola : ma quel velo
V*. 16. Il ms. Ita: G 'l viver
lieto cc. [Nota dell’ edizione fio-
rentina 185$]. — e. 17. Momc-
cioso. Pieno di molti e facezie, di-
cendo molli ec. — ». 19. Suiti.
• Il nome di tanto si diede per suo
proprio alle chiese, che lungamente
durò. » Borgh. Vesc. Fior.: Lor.
de’ Med., Ncncia : • Io ti veddi tor-
nar, Mencia, dal santo : Eri si bella
che tu mi abbagliasti. • — v. 22.
L’ediz. fior. 1868 non mette niun
segno distintivo in fine di questo
verso: quasi facendo deli' oggetto che
è nel verso seguente, un soggetto
del verbo eraii che è in questo. —
v. 33. Nel ms. mancano queste pa-
role {quelle, intendi, in corsivo). [Nota
dell’ ediz. fior. 1858], — ». 35. Gioii.
Esclamazione ironica. Cosi la mo-
glie di Vitale da Pietrasanta, nella
nov. CX XIII del Sacchetti: » Guatan-
do a St/uarciasaeco il figliastro che
tagliava il cappon per grammatica ,
dice : Guatate gioia. » E forse an-
che in questo verso il Gioia guarda
è un errore di trasposizione del copi-
sta e dee leggersi: Guarda gioia!
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RIME VARIE. 369
Ricopre il suo mal pelo,
Mostrando sol la bocca il naso e ’l mento — 40
Cosi, scoceoveggiandone ben cento,
Facevam dipartita,
Prendendo nostra gita
Dove s’addirizzava l’appetito. 44
Tal volta ancor riandavam lungo il lito.
Parlando di gran cose
Sempre a noi dilettoso.
Virtù sempre lodando ed onorando. 4S
E s’ io veduto avessi un che, cercando,
L’orme della sua manza
Vedesse, dimoranza
Far gli facevo, e arrestavolo un poco. 52
— Sciocco, dicea : tu ardi, e non sei in foco :
Che pazzia è cotesta ? —
Così prendevo festa,
Cagion fingendo di suo cor doglioso. 66
Ahimè, eh’ or sono a mio danno piatoso,
E sono intrato in ballo
Che al mio mal grado ballo !
Seguiam la nostra dolorosa danza. CO
Sdegno o ragione in me non han possanza
Di tèrmi cotal noia,
Dove pers’ ho mia gioia
E trovat’ ho quel che sempre mi nuoce. 64
Guardatevi da questo aspro e feroce.
V. 41. ScoccovFcr.iAXDOiE. Il Var- apocope il 'amanza, donna amala,
chi nell’ Eruttano scrive elle »coc- In questi versi v’ è una ricordanza
careggiare s’ osa dire - per vilipen- dei rimproveri che Giulio fa agli
dere o pigliare giuoco ridendo d'ai- amanti nella Giostra, I, 12 c segg.
cuno > e che è » più tosto senese — ». 55-6. Cosi mi prendevo giuoco
che fiorentino. ■ Deriva da cocco- di lui, mi sollazzavo, pigliando oc-
frigia, come dicesi in alcuni dia- casione dalla doglia del cuor suo.
letti la civetta c anche un certo Prender festa e finger cagione di
giuoco. Vedi Dall. XX, v. 22. — non hanno csempii nei Vocabolario
e. 43. Cioè: prendendo il cammino, — o. 59. Che. In tal ballo, cioè, in
incamminandoci. — • ». 50. Miszi : che, nel quale ...
Poliimso. 3-1
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370
RIME VARIE.
0 gentil giovanetti ;
Prendete altri diletti,
Che questi non son mai senza veleno. es
Ahimè ! eh’ i’ mi consumo e vengo meno t
l’ vorrei pur morire,
l’ non posso finire
La vita mia : a questo modo spasmo. 72
E tu pur cruda : ed è pur un gran biasma
Che in questo modo stenti,
E che tu non ti penti
Straziar chi tanto t’ ama e tanto onora. 7G
Ahimè 1 eh' amore e sdegno pur mi accora.
Due colpi maledetti
A’ gentil giovanetti
Che per disgrazia sono in questi lacci. so
Uscirò io mai di questi impacci
E di tanto dolore ?
Ahimè, crudele Amore,
Per che cagion se’ sol senza mercede ? $4
L’ onestà tua mi ti fa portar fede,
E fammi in te sperare :
Chè chi si sente amare
Come può star ched e’ non ami ancora ? ss
Stolto ! io sapea ben che chi s’ innamora
Si priva d’ ogni bene.
Po’ raddoppia le pene
Se non raffrena in lui ogni sua voglia. 9?
Io sempre pur cerco ogni mia doglia
Ed ho in odio me stesso :
Chi è meco d’ appresso
Che insieme non si duol de’ miei gran danni ? 96
Ahi, dispietato Amor, con quanti inganni
V. 73. E tu pur crudi. Eliss!
enfatica. Cosi nei lìisp. spicc.: • Io
arei già un’orsa a pietà mossa: E
tu pur dura a tante tnic querele. »
— r. SI. Mercfde: Pietà. Nei Ritp.
spicc. : • Vinto dalla ditrcza del
tuo petto Ov’ io non seppi ancor tro-
var mercede. • — t>. 87-8. • Amor
eli’ a nullo amato amar perdona. •
Dante.
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RIME VARIE.
371
Raddoppi le mie pene !
l’ pur or vedo in mene
Quel che ho beffato in altri, e ben mi sta. 100
Quest’ è quel che m’ uccide e che mi sfa,
Ch’ io vorrei pur uscire
' D’ esto crudel martire,
• Ma io non posso in me quant’ io vorrei. t(u
Vorrei d’ amore, amando, i pensier miei
E le voglie privare :
Vorrei potere odiare
Chi m’ inimica : e non ne posso niente. tOS
Ch' è a dir che sdegno in me non sia potente
E non abbia possanza
Ch’ io non segua speranza
Che ogn’ ora più accende in me la face ? ti2
Questo sperar pur mi consuma e sface,
E la mia intera fede.
Deh ! sciocco è chi si crede
Pietà trovare ove alberga dispetto 1 116
Sciocco chi sempre a figlio sta soggetto
Per aspettarne merto t
Io pur porto coperto.
Per arder più, questo colpo mortale. <20
Odierò io mai chi gode in farmi male ?
E chi mi sdegna sempre
Ed aguzza sue tempre
In darmi doglia pene e gran martire ? 124
V. 90. .1 lene: me. Idiotismo dei
toscani, che a ine e ad altri sif-
fatti monosillabi usarono nei pri-
mi secoli di aggiungere un e o
la sillaba ve, e dissero mee, me-
te, per me; dal quattrocento in
poi aggiunsero più comunemente
il ne. Del che però non mancano
esempi fin del duecento: lacopone
ha: « Cristo c’ invita a sene, E dice:
Venite a mene. » — ■ v. 40J-412. Per
cavar un senso da questa strofe nb-
biam creduto dover leggere Ch' c n,
ponendo l’ interrogazione in fine del-
la sentenza. L'ediz. fior. 4858 legge
Che a dir, senza segno d’ interro-
gazione.— v. Ili. Sottintendi a fe-
de soggetto i verbi mi eoniumn e
sface. — v. 415. Abbiam creduto
dover mutare cosi la lezione del
l'ediz. fior. 1S58 che è, Deh sciocco-
a chi.
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372
RIME VARIE.
Troverà mai mercede il mio servire,
li mio fedele amore.
Ed anco il mio dolore
Ch’ io porto sol per te, caro mio bene ? 123
Io pure spero allentar le mie pene
Pereh' io pur amo te :
E tu devi amar me.
Quel sospirar non è senza cagione : 132
Que’ dolci sguardi voglion con ragione
Ch' io speri del servire
E spetti aver desire
Da te, perchè tu sei pur la mia donna. iss
Tu sei della mia vita pur colonna ;
l’ t’ adoro, i’ ti prego :
Oh dio, che pur anniego
Nel gran dolor che m' urta e mai non resta 1 no
Legno non ebbe mai maggior tempesta
In mar per forza o venti.
Come i miei sentimenti
Ch’escori per rabbia de’ lor luoghi sciolti. 144
Convienci pur soffrire, chè siam stolti.
Or pigliam miglior via:
Forse diverrà pia.
Ripigliando T usata gentilezza ; us
Perocché ’l mio servir non merta asprezza.
Non venga mai beltà.
Nè mai senza pietà
Bellezza vidi : adunque io vuò sperare. 152
Disperi dunque ogn’ un che vuol ballare
Nella dolente danza.
V. 134. Il ms. CA' io operi del min
servire. [Nota deli’ ediz. lìor. 1858.]
— v. 135. Cosi ha il ms. [Itolo del-
fedii, fior. 1858.] Intenderei: lo
aspetti di conseguire il mio desiderio
da te. — i>. 144. Il ms. Ch’ etcon per
rabbia de’ lunghi iciolti. [Nota del-
l’cdiz. fior. 1858]. — »». 145. L’ ediz.
fior. 1858 ha, soffrire che sin m stolti.
— e. 148. In fine di questo v. fedii,
fior. 58 mette punto fermo e nini»
segno poi su la fine del seguente.
— v. 150. Cosi ha il ms. [Nolo
dell’ ediz. fior. 58]. — v. 153. Di-
sferi: cosi la cit. ediz. fior. Forse
Isperif
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RIME VARIE.
373
Dove balla Speranza
1 Che tempo ci fa perder senza fratto. tic
Ilo io a viver sempre in pianto e in lutto.
Misero a me dolente ?
Che io non trovi niente
Pietà nè in me nè in altri al mio dolore? ico
Troppo beati o voi che senza amore
Vivete in gioco e in festa,
Senza questa tempesta
Dove non valse mai forza nè ingegno. ic+
Guardatevi dall’ aspra ira e disdegno
Di questo dio feroce.
Che sempre ivi più nuoce
Dove più gentilezza alberga e trova. ICS
Tristo colui in cui sue forze prova !
Che gl’ insegna far cosa
Sempre a lui dispettosa
E fuggir ogni sua salute e bene. 172
Amor soffrir gl’ insegna mortai pene.
Amor gli dona doglie,
E privalo di voglie
Che sien rimedio ai suoi colpi mortali. 176
Amor sempre gl’ insegna e suo’ gran mali.
Ed aver in piacere
Quel che gli è in dispiacere ;
Poi gl’ insegna a sperare ove più teme. ISO
Amor gl’ insegna ogni sua cara speme
Con parole coprire ; >
Vorrebbela scoprire:
A questo modo gl’ insegna stentare. 1S4
Amor gl’ insegna le sue voglie amare
t'. 160. Nell’ edizione fiorentina
58 questa proposizione non lia se-
gno interrogativo. — e. 164. Petr.
« Morte... Contea la qual non vai
forza nè ingegno. » — t>. 168. Ges-
tilezzs qui per arditissima irrego-
larità di sintassi fu da soggetto di
alberga e da oggetto a un tempo di
Irava. — ». 183. Cornine: nasconde-
re, dissimulare. Esempio assai spic-
cato, e più che non altri citati tiei
Vocali.
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374
RIME VARIE.
Parer piene di mòle,
E son colme di fòle ;
E insegnagli cruciar sempre a suo danno. iss
Amor gl’ insegna allegrar del suo inganno
E d’ ogni suo dispetto ;
Insegnagli diletto
Soggetto stare ov’ egli ha libertade. 192
Amor gl’ insegna sempre aver pietadc
Del mortai suo nemico.
Riputarselo amico,
E seguir sempre chi lo fugge e sdegna. 198
Amor cantando lagrimar c’ insegna,
E celar la tristezza
Con la falsa allegrezza ;
C’ insegna mille volte il dì morire. 200
I suoi piacer non son senza martire :
Fuggite questo ingrato ;
Ch’ egli è troppo beato
Chi senno impara alle spese d’ altrui. 204
Prendete asscmpro da me, eh’ ora in lui
Ho posto ogni mio bene :
Trovomi in mortai pene
Con un dolor che mai non mi disserra. 20S
Oh Dio ! che non son io di marca terra
l’n rappator tracano.
Un caterchio villano.
r. 188-189. Cui AuEcnin
sono qui usati senza l’ affisso co-
me intransitivi assoluti. Così dolere
in Guittone [teli. XIV] : • Uomo che
di vostra perla perde, e dote di vo-
stra doglia: • affannare in Bore. [Fi-
loc. Vili] : - Per niente affannar vo-
gliamo: • dilellare spesso ne’dn-
gcnlisli ; p. e., Nov. ani. XII « ehi
dee regnare in virtude e diletta in
lussuria. ■ Rimase più lungamente
in questo uso mostrare : Uherli
[Diltam. I, cap. XI]: • .... voi Che
negli atti mostrate si gentile. > —
v. 191-2. Cioè gl’ insegna esser cosu
dilettoso lo star soggetto quand’ uno
c pur di natura sua libero. — t>. 205.
Ricorda il principio d’ un Ritp. tpicc.
• Prendete esemplo, voi eh’ Amor
seguile, Dalla mia morte. » — v. 208.
Mai nos ai disserri, da’ suoi vincoli,
dalla cattività in che mi tiene. —
I'. 210-11. R>PP*TOR r inciso... C»-
terchio. Queste voci non sono regi-
strate nel Vocabolario, se già non
fossero mal copiate nel ms. invece
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RIME VARIE. 375
0 suo parente senza coscienza ! 212
Non a chi vede tocca tal sentenza ;
E chi m’ intende, intenda.
Perch’ io più non mi stenda,
A buon intenditor basta dir poco. 216
Usciamo ormai di questo ardente foco.
Perchè morte c’ invita
A finir nostra vita
Più tosto che servir senza mercede. 220
Den è sciocco colui che in altri crede
Trovar di sè pietà :
Egli usi crudeltà
Pur di sè stessi, e faccisi più male. 224
Stolt’ è colui che tal colpo mortale
Vuol portar con diletto,
E crede star soggetto
Con libertà : costui è troppo stolto. 228
E se mai valse alcun vivere sciolto.
Vincendo pur sè stessi .
0 l’ amor ben rendessi.
Costui è stato come un iddio in terra. 232
Fuggite 1’ aspra e tanto mortai guerra
di altre. [Nota dell’ ediz. fior 18 58].'
Invece di rap/ialur probabilmente ha
da leggersi zappalor : e b acano o
torcano non è forse diverso da tor-
chiano, che nell’uso di Toscana dicesi
a’ contadini, e vale zotico. Catcrchio
sarà una corruzione di terchio, voce
antiquata nello stesso significato ; se-
condo il Bianchini, Vacab. lucchese ,
cit. da P. Fontani nel Vocab. dcl-
l' uso toscano. E marea terra ? forse
terra della Marea o di Marca? ovvero
è da leggere marca a terra, inten-
dendo marca per possesso, territorio,
contado? (vedi Ducangc.) — 0.215.
PtRcn’. Qui vale, Benché. — o.22i. SÉ
stessi per se stesso ; qui e al v. 230
in riina. E pare che questa termi-
nazione in i si usasse specialmente
quando stesso si riferiva a perso-
na ; come nel medesimo caso si se-
guitò a usure egli, quegli, questi in
vece di elio, quello, questo. Dante,
Inf. IX. 28 : • Cosi disse il maestro :
ed egli stessi Mi volse. > Lorenzo
de’ Medici, Ball.: - Non mi dolgo di
te nè di me stessi. • Ma Dante
[Par. V. 133] lo riferisce anche al
sole : • SI come il sol. che si cela
egli stessi Per troppa luce. ■ — o.
226. Portar. Sopportare : come più
sopra, al v. 128, porlo, lacopone :
• A te non fu pauroso Per me pena
portare. • — v. 231. Cosi ha il ms.
(Nota dell’edizione fiorentina 1858.)
Forse al v. 225 è da leggere Volse.
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37G RIME VARIE.
Di questa ingrata gente.
Che mai sazia si sente
Di straziar chi l’ onora teme ed ama.
E se alcun bel figlio amar pur brama.
Non gli scuopra la fede ;
Che qui certo si vede
Che la beltà non è rimunerata.
Preghi '1 poco, ed ara maggior derrata :
E se vi mostrerete.
Sciogliete allor la rete ;
Ed elle aràn di voi sempre gran voglia.
Nissuno scopra già mai la sua doglia
Nè la sua passione ;
, Perchè niuna ragione
Regna fra loro, e poi pigliano il peggio.
Ahimè ! eh’ i’ mi consumo e pur me ’l veggio;
l’ so dar buon consiglio,
E per m»! non lo piglio:
Ahi legge iniqua, a che m’ hai tu condutto !
lo t’ amo pure, e spero averne frutto :
Pur però il mio amore.
Ahimè !, con grand’ ardore
A pregarti m'invita ctye m’ascolti.
Convienci pur ballar, chè siamo stolti.
Or segui tiam Speranza,
Che guida questa danza,
E già non resta di straccarci mai.
Sarai tu sazia mai de’ nostri guai
E della nostra doglia ?
Verratti sempre voglia
Straziar chi tanto t’ ama c tanto onora ?
Deh ! guarda un poco al dolor che m’ accora ;
Pensa eli’ egli è chi t’ ama.
Che ogni tuo bene brama.
Quel che tu fai in duol morire a torto.
K. 2G1-64. Il lellore ricorderà il’ a- questu stanza già ripetuti a
ver trovato i sentimenti e te frasi iti nei Itisp. tpicc. cil altrove.
256
£40
£44
245
252
250
200
204
26S
sazietà
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RIME VARIE.
377
Porgi all’ angustie mie un po’ conforto;
Gli’ egli è pur tempo ornai
Uscir di tanti guai
Che ne sare’ pietà venuta a' cani. 272
E, se tu vuoi eh’ io mora, al men le mani
Distendi e tràmmi il core;
Chè mi fia grande onore
Potermi gloriar di cotal morte. 276
Ma, se le dolorose aspre mie sorte
Non ti movono il core.
Movati quello amore
Che t’ ho portato con tanta onestà. 2S0
Deh 1 moviti in vèr me ora a pietà
Della mia pura fè.
Acciocché siano in te
Tutte virtù e bellezze raccolte. 2S4
Movati ’i mio servir, che, quante volte
L’ orme tue sante vede,
Tante volte si crede
Esser beato senza andare in cielo. 2SS
La bilia ancor ti muova che con zelo
Portata t’ho tant’anni.
Non senza miei gran danni.
Deh 1 increscati di me, caro signore. 292
Se il ciel degna t’ ha fatta in tant’ onore.
Deh ! non essere ingrata :
Perocché non t’ ò data
Bellezza, perchè tu la perda in vano. 296
Cruccio non tenga in te pensier villano,
Chè sai che un dolce riso
V 279-80. « Movavi !' esserv’ io
alato amatore Dui di clie vostra elude
era anco in erba : » Risp. tpice. —
e. 285-87. Questa astrazione per-
sonificata del servire parrà senza
discrezione non clic senza gusto :
ma io tengo che s’ abbia a leggere
vedo al v. 287 e mi credo al seguente.
• — ». 289. L» b i.tìl. Cosi lia il ms.
[Nota dell’ ediz. fior. 1858]. — ». 292.
Sicsore, parlando alla donna amata,
l'abbiamo trovato spesse volte nei
Rispetti e nelle Ballate del N. A. —
». 295-6 - E' non ti diè tanta bellezza
Iddio, Perchè la tenga sempre ascosa
in seno ec.: » Leu. in islr.; c altrove.
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378
RIME VARIE.
w
_ 4'
Qual ésca del tuo viso
Mi fa dimenticare ogni mio sdegno. 300
Poi la modestia tua pur mi fa segno
D’ esser tutta pietosa :
Deh 1 non sia si sdegnosa
In chi sue voglie in te sempre tien tese. 304
Quella allegra tua fronte, onde si accese
Il mio fedele amare
Che or mi fa lagrimare.
Deh ! lasci l’ ira che a morte mi sferza. 30S
Que’ vezzos’ occhi, eh’ amor sempre sberza,
Con quei soavi sguardi
Sempre modesti e tardi.
Deh ! sian pietosi al dolor che m'aspreggia. 312
Quell’aspetto gentil che falconeggia
Sotto quel turchin manto.
Che dà forza al mio canto.
Ornai si porga a me benigno e fiso. sic
Un bel grato vezzoso e vago riso
Sempre lodato è suto.
Deh ! sia riconosciuto
Una volta da te ’l mio duro fato. 320
Increscati del mio misero stato :
Vedi eh’ io sono in ballo.
Dove dolente ballo :
Or si muova a pietà ’l bel viso adorno. 324
V. 308. • ... il vostro sangue piove
Più largamente, eli’ altra ira vi sfer-
za. » Petr. — ». 309. Sacrai. Sbcrzarc
manca nel Vocab., ma è forse una
cosa con Bcrzurc di cui si recano
due esempi! dalla falsa Storia di Se-
mi fante c clic è interpell alo : • Colpi-
re, ferire con saellamento o nltr’ ar-
me da lanciare : • certo son della stes-
sa radice clic Bersaglia. Qui credo
clic, per un modo di costruzione ir-
regolare frrijuentissimu nei quat-
trocentisti, il soggetto di «terni sia
occhi e l’oggetto amore, e debba
intendersi : Quegli occhi vezzosi clic
sempre saettano o lanciano amore,
ec. — ». 313. Fàlcokzggia: si mostra
altiero e orgogliosetto, a modo di
falcone. Manca nel Vocab.: ma di
donna che sin o paia ordita oltre
il termine femminile soglion dire
le oltre donne. Che aria di falco !
o anche •peggio, Ila un’ aria di fal-
cacelo.
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• RIME VARIE.
379
Deh ! porgi a me un sol minimo giorno
Di pace e di riposo.
Da poi che m’ è nascoso
Ogni piacer al mio viver beato.
Voi altre donne che lo innamorato
Vostro amante vedete.
Deh ! pietà un po’ prendete
Di sua infelice vita e de' suoi pianti.
Prendete un po’ pietà de’ vostri amanti :
Non state ingrate mai
In chi sente gran guai
Per voi servire : ornai non siate acerbe.
Non divenite mai troppo superbe
Per aver gran bellezza ;
Perocché gentilezza
È molto più lodata che un bel viso.
Non ebbe già mai luogo in paradiso
Un animo crudele :
Porgan dolci medele
L’ onestà di una donna e le bellezze.
Lasciate ornai l’ usar cotante asprezze :
Deh ! prendete or piacere.
Che lo potete avere ;
E forse che. diman vi fie negato.
Quale aspettate voi tempo più grato?
Se non quel eh’ io vuò dire,
Quand’ empie ’l suo desire
L’ amante con l’ amato in gran diletto.
Non pensate che quel gentile aspetto
In voi sempre dimori ;
Perocché visto ho fiori
Cangiar colore in un corcar di sole.
Rose vidi incarnate gigli e viole
In poco farsi brutte,
32S
532
530
540
344
34S
352
350
V. 335. I*: verso. - Il suo amore
in lei si raddoppiò : • Rocc. Dee. II.
7. — v. 343. Mkoele : latinismo: medi-
cine, rimedii. — t>. 345-360. I senti-
menti le imagini le frasi qui verseg-
giate si riscontrano tutte nei Ritpelli
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380
RIME VARIE •
Po’ ’n terra star distrutte :
Consuma il tempo ogni cosa terrena. soo
li tempo passa in men che non balena,
Come il proverbio dice.
Quant’è colei felice
Che non perde ’) piacer o sullo usare ! so+
Miser eh’ indarno quel vuol consumare.
Pensando che ritorni !
Perchè i passati giorni
Render non ci può mai forza nè ingegno. ócs
Ben è sciocca colei che ha a sdegno
Di tòr quel che gli è dato :
Gran tempo 1’ ha cercato;
Prender no ’l vuole, e poi troppo si pente. 572
Deh ! se alcuna c’ è qui che. amar si sente.
Non perda i giorni suoi ;
Ch’ ella si pente poi,
E ’l pentirsi da poi niente gli vale. 370
Non faccia. a sè, per far ad altri, male;
Chè poi troppo si pente,
E non le vai niente ;
E ’l penter poi le raddoppia la doglia. sso
Ami chi l’ ama, e segua ogni sua voglia ;
Non lasci i piacer suoi :
Se felice esser vuoi;
E ’l penter poi non si può ristorare. 3S4
Amate i vostri amanti a voglie pare ;
Prendete de’ diletti
Co’ gentil giovanetti.
Che sien discreti c di beltà famosi. 3$$
e nelle Canzoni a ballo del N. A. — lire. Ne vedemmo altri esempi nei
r. 36ó. Quei : riferiscilo a tempo del Riepetti. — ». 383. Cosi nell’ cdii.
v. 361. — v. 380. Pe.vteh per pen- lior. Ì858.
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RIME VARIE.
38)
[APOCRIFE].
V.1
Dalla più alta stella
Discende a celebrar la tua letizia.
Gloriosa Fiorenza,
La dea Minerva agl’ ingegni propizia :
Con lei ogni scienza
V’ è, che di sua presenza
Vuole onorarti a ciò che sia più bella. 7
Poco ventura giova
A chi manca el favor di queste donne :
E tu, Fiorenza, el sai ;
Chè queste son le tua ferme colonne :
La gloria che tu hai
D’ altronde non la trai
Che dall’ingegno di che ogn’or fai pruova. 14
Le stelle sono stiave
Del senno, e lui governa le fortune.
Or hai, Fiorenza, quello
1 Di su'l cuti, magliabechiano 735,
cl. VII., ove sta con questa intitola-
zione, Canzona composta per M. Agno-
lo da Montepulciano quando el cardi-
nale de’ Medici ebbe il cappello, la
pubblicarono primi fra le Rime del
Pi. A. gli editori fiorentini del 1814;
e quindi passò in tutte le posteriori
edizioni. Ma era già a stampa nella
Raccolta di Tutti i trionfi, Carri', Ma-
scherate e Canti carncscialcschi ec.,
a cura di A. F. Grazzini, Firenze,
MDLVIII, e nell’altra, fatta dal can.
Bracci, colla data di Cosmopoli 1750:
e vi era col titolo di Trionfo della
Dea Minerva, sotto il nome di M.
Agnolo Divizio da Bibbiena. Al quale
la rendiamo volentieri, anche perchè
non ha punta somiglianza collo stile
del Poliziano, e perchè poco autore-
vole ci pare il bruito cod. magliaie
che al Pi. A. I’ attribuisce.
V. I. più chiara, var. d’ un cod.
Bracci nelle note ai Canti carnesciale-
schidel 1750. — e. 3. 0 gloriosa, cod.
Br., ibidem. — v. A. alle Vi'r/ù pro-
pizia, Cani. Cam. 155$ e 1760. —
v. 5. E con lei, cod. Br. in C.
Carn. 1750. — ». 6. V’ir», C. Carn.
1558 e 1750. — ». 14. ingegno lor,
ch'or ne fai, C. Carn. 1 558 e 1 750. —
r. 1 5. schiave, C. Carn. 1 558 e 1 750. —
». 16. ed ei, ediz. Silv. : et ci governa
la fortuna, C. Carn. 1558 e 1750.
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RIME VARIE.
Che desùmi, è tante e tante lune,
Onorato cappello.
Verrà tempo novello
Ch' arai le tre corone e le due chiave. 21
VI.1
IN MORTE
DEL MAGNIFICO LORENZO DE’ MEDICI.
I.
Morte, per tórre il più ricco tesauro
Che fussi sotto il ciel, superba svelse
V. 18. Il codice magi, c l’ edi-
zione fiorentina 4814 leggono, Che
desiavi è tante lune: ma il verso
deve esser endecasillabo, onde il
Maggi nella più volte cit. Appendice
propose I’ emenda, Che tutti desiam-
olo, è tante lune. Già l’ediz. Mulinaci
c la fior. 1822 avevan corretto, ma
fuori dell' ordine delle rime, Che de-
siata, è tante lune e tante. .Meglio fece
I’ ediz. Sii v.. Che desiammo, è tante e
tante lune. Le due raccolte di C. Carn.,
clic al t>. 1G leggono la fortuna, qui
senza senso hanno, Che desiavi tanto
e tanto: Cuna. Noi accettiamo remen-
da Silv., senza però mutare il desiata.
— n. -19. L'onorato, C. Carn. 1558
e 1750. — c. 21. Ch’avrai, ibid.
t Questo c il capitolo seguente e
il terzetto a modo di epitafio furono
pubblicati dagli cdd. fior, del 1814
di su ’l cod. riec. 2599 scorrettissimo
(dove Giovanni Mazzuoli detto lo
Stradino raccolse parecchie compo-
sizioni riguardanti casa Medici), e
riprodotti poi dal Molinari (1 819] e da
altri ; finché il Silvestri gli escluse
dalla sua ediz. [1825] con questa
avvertenza: . Ho rifiutato i due ca-
pitoli in morte di Lorenzo de’ Me-
dici inseriti nelle edizioni anteriori
alla mia, perchè, a giudizio degl’in-
telligenti, sono cosi meschini c vi-
tuperati, che sarebbe far grande in-
giuria al Poliziano il tenerli per cosa
sua : ed un ms. trivulziano gli as-
segna a Giuliano figlio di Lorenzo
de’ Medici. » Anche noi non ripu-
tiamo questi versi opera del Poli-
ziano, ma non possiam concedere
che sien fattura di Giuliano figliuo-
lo di Lorenzo. Ben sentirà il let-
tore che è un aderente e un fa-
vorito di casa Medici, e non un
figliuolo e fratello che parla. Di
più, quando Lorenzo mori, nel 1492,
Giuliano non avea che tredici an-
ni. Che che sin di ciò, nel ripro-
durli, se non altro come documen-
to storico, noi abbiamo tenuto a
riscontro il codice riccardinno; ci
siam giovati di alcune poche corre-
zioni dell’ edizione Molinari ; e ne
abbiamo osate di nostre. Non sono
a’ fisici permesse le esperienze in
anima vili?
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RIME VARIE.
383
Un si famoso e prezioso lauro. 3
Ben fra tutti e mortali il fiore scelse.
Per riportar le più onorate spoglie
Che mai fussino in terra e più eccelse ; 6
E non pensò lasciare in pianto e doglie
La sua città dolente, per tór quello
Che ’n ciel di sua bontà buon frutto coglie; 0
Che forse per pietà l' aspro coltello
Aria rimesso o la falce affilala
Per far sempre di noi crudel macello. 12
Ma qual vita fu mai tanto onorata ?
Qual gloriosa prole, ornata e franca ?
D’onde è ogni virtù nutrita e nata ? 15
Ogni lingua ogn' ingegno ogni stii manca
A cantar di suo’ laude senza fine.
Dove ogni tuba risonante è stanca. ìs
Tutte le grazie immortale e divine
Sempre drento a quel petto albergo forno
Di mille arti e infinite discipline ; si
Della sua patria uno amor, e un governo
Di carità di zelo inestimabile,
Che han fatto il nome suo sempre eterno. 24
Mentre fìe’l mondo agli animai durabile.
Mentre del ciel le stelle luceranno.
Durerà tanta fama inviolabile. 27
Prima e’ fiumi a’ lor fonti torneranno ;
Prima mancheran 1’ onde al salso Egeo
E’ pesci, e i cervi in aria pasceranno, so
V. ó. spoglia, c, sotto, doglia , co-
glia ; il cod. — ». 6 c le più eccelse,
le st. — v. 8. Alla (ine dì questo v.
le st. hanno un punto e virgo-
la ; c al v. seg. leggono insie-
me col cod., Che ’l ciel. — ». ti.
Qcal gloriosi prole : Soli, : fu mai
tanto ec. Ma questa prole che vuol
dir qui ? forse famiglia? .0 non piut-
tosto dovrebbe leggersi Qual gloriosa
prode ornala e franca ? riferendo a
vita del verso di sopra tutti questi
attributi. — ». 22, un amore, un:
le st. — ». 24. suo mai sempre , le
st. — ». 25. Mentre col, ediz. lìor.
4814 col cod.: Mentre eh' i'I mondo,
ediz. Mol. e fior. 22. — ». 30. Le
st., posta una virgola in fine del
verso prcced., leggono, E pesci c
cervi cc. Secondo la nostra intcr-
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Mi
RIME VARIE.
Elicona Parnaso e Pegaseo
Saranno al monte ove Chimera imbruna.
Le selve e’ monti drieto al tracio Orfeo ; 33
Prima il sole arà lume dalla luna,
E muterassi in ciel nuovo consiglio.
Stabile arà suo’ rote la fortuna y 06
Crederrà prima ogn’ un Dedalo e il figlio,
Confise al vento le incerate penne.
Aver trattata l’ aria in tal periglio ; 39
Prima esser avvenuto quel che avvenne
Di Gerion dell’ idria e del centauro,
E quel che dicon già che il ciel sostenne ; 42
E’ denti del serpente al vello d’ auro
Fatti semenza dell’armata prole.
Fiamma anelanti 1’ uno e l’ altro tauro, 43
Con arte finta c magiche parole
Della famosa maga infuriata,
Ed oscurar per forza i raggi al sole ; 4S
Che mai la tua virtù sia obliata,
0 lampa 0 lume a tutto el cristianesmo,
Padre alla patria tua c’ hai tanto amata ! 51
Ahimè eh’ in sino al vulgo paganesmo
T’ amava in terra, e il barbaro tributo
Mandò per gloria di tutto il battesmo ; 54
Genere d' animai mai più veduto
Nel bel paese esperio, orrendo e grande.
Dove ogni uman iudizio era perduto. 57
petizione la sentenza risponde me-
glio a’ due versi di Virgilio [ccl. I]
ond’ è imitala : « Ante leves ergo
puscentur in selliere cervi, Et freta
destitucul nudos in litore pisces. *
— e. 33. Le selve e’ «osti. Sotlint.,
saranno, ovvero si crederà che tiensi
moni dietro ec. — t>. 40. Di qui a
tutto il v. 50 le diverse senten-
ze dipendono dui Crederrà prima
ogn’ un del v. 37. — Al vello d’iuuo.
Cioè, nell’ impresa del vello d' auro.
— v. 49. Sua virtù, il cod. c l’ ediz.
fior. 1814. — v. 52. in sino il, st. Vul-
go pigvsesso: volgo del paganesimo,
dei pagani. Come non di rado nei tre-
centisti e dugentisti nostri e nei Pro-
venzali, è qui lasciata la preposizione
del secondo caso : Guitt., Leti. « Madon-
na madre dco : » e il die giudicio è
comune negli nnt. per il di’ del giudi-
zio. — u. 56-57. Accenna al Camelu-
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IUME VARIE.
385
I)i questi tanti versi ogn’ ora scande
Il bel coro ninfale : in ogni chiostro
I'endon le fronde delle suo’ grillande. uo
El mar la terra e ’l cielo ha ben dimostr.»
Per l’ arco d’ Iris per mille colori
Che mancava la gloria al secul nostro. 63
La pompa e il fasto degl' incliti onori
Perturbò il sol, persegui il ciel con pluvia,
Con tristi auguri <f inccndii e vapori. cs
Era già presso ove il Tevere alluvia
Alla città di Marte e di Minerva
La santa prole ; quando il ciel diluvia ca
Con tanta pioggia, che la suo’ caterva
Cogitabunda e stupefatta disse
— Qualche trista novella il ciel riserva. — 72
Aimè che pochi giorni al mondo visse
Di poi tanto splendor fulgente c darò
In sin dove quel greco i segni misse I 75
E cosi di allegrezza in pianto amaro
In un punto fortuna ogn’ un rivolta
A deplorare il suo parente caro. 78
0 vanagloria della gente stolta !
0 fallace speranza 1 0 viver vano !
Quanto il cielo ha dimostro questa volta si
parilo mandato in dono con altri rari
animali dal Sultano a Lor. nel 1487.
v. 58. Di questi : cioè di Lorenzo. —
i\ 59. li bel cobo risfale: Il coro delle
Muse. — v. 01. E'I mar, le st. Si al-
lude a certi fenomeni accidentali da
cui si volle prenunziala la morte del
Magnifico, come già quella di Ce-
sare: un fulmine cadde, due giorni
avanti, su la cupola di Santa Maria
del Fiore: per tre notti di sèguito
si videro nel cielo strisce di fuoco
clic partendo da Fiesole andavano
a terminare su San Lorenzo, ove
erano le tombe di casa Medici. —
l'OLIZIA.VO.
o. 67. Alluvia. 11 versificatore to-
scano con questo brutto verbo, di
cui niuno gli vorrà invidiare la
creazione, ha creduto ili dire quel
che i poeti latini in simil caso si-
gnificavano con adluil. Una piog-
gia grandissima turbò il 22 mar-
zo 1192 l’entrata in Roma di Gio-
vanni de'Medici figliuolo di Lorenzo,
che insignito della porpora cardi-
nalizia veniva a prender luogo nel
concistoro. Lorenzo moriva il di
8 d’ aprile 1492. — t>. 78. Pares-
te: padre comune, padre dilla pa-
tria.
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38G
RIME VARIE.
. . SA
Esser un fummo d’ una vanagloria.
Al sole neve ; già tanto esclamato
C’ hanne ripieno ogni poema e storia. S7
Bene questo uman vivere ostinato,
Senza stimare chi è retto o regge,
Dette sempre a ciascun la morte a lato. so
0 protettor della tuo’ santa legge,
Medice nato in pietra, a te ben piove
La dolce manna eh’ ogni savio elegge. 93
Del ciel delizie e del tonante Giove,
Ambrosia e nettar gustare non pèriti
Per ovviar le tuo’ celesti pruove. gs
Nè di tanti gran fatti e lunghi meriti
Ti curi più ; ma, come fussi vile
Tra tante fame de’ tempi preteriti, 99
Sol, se mai fusti pietoso et umile
Quando eri in terra, in ciel ti dai conforto,
0 amator del popul tuo gentile. 102
Lo ardente tuo desir condotto a porto
Avevi, fatto del sacro concilio
Il dolce frutto di tua pianta esorto. 105
0 fortunato e glorioso filio.
Inclito erede e vero successore
Delle virtù di quel Numa Pompilio ; ios
V. 81-84. Manca una terzina: e
da queste difetto procede forse
1’ oscurità della terzina seguente,
versi 85-7. — - 0. 87. Al iole neve ,
cosi leggiamo con tutte le stampe:
il codice ha, Al lol di neve. —
v. 88. Ben quello umano, le st. —
». 89. ehi ha retto, ediz. fior. 14
insieme col cod. Ci par ragione-
vole l’ emendazione che è in tutte
le altre st. — ». 92. Medice alla la-
tina: i latinanti del tempo chiama-
vano il magnifico Laurentiui medi-
cei. Nato m pietra. Bisticcio simboli-
co: Lorenzo era figliuolo di Pietro.
— e. 94. Dal ciel... dal tonante, il
cod. — ». 95. di gustar , le st. —
». 98. fusti a vile, il cod. — e. 105.
Del tuo pianto esorto, leggono il
codice e tutte le stampe. La emen-
dazione parventi ovvia e ragione-
vole. — ». 106-H5. Comprendono
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RIME. VARIE.
387
Inradi'ato di supremo onore;
Fulgente stella alla religione ;
Diamante in un purpureo colore, ili
Dove appare il vessillo e ’l gonfalone
Della fede di Cristo, ove risplende
Castità santimonia e divozione ! 114
Dunque l’ anima sua contenta ascende
Al regno santo del monarca eterno
Che di somma dolceza el cor gli accende, 117
Come gl’ incliti padri dello inferno.
II.'
Pietra è restata in terra per memoria
Eterna, patria, del tuo gran parente.
Trionfo, fama, onor, iattanza e gloria. 5
Questo è ’l diamante anzi il piropo ardente
di’ e gran proceri tua amavon tanto.
La plebe il vulgo e la patrizia gente. e
Ben puoi riporre il tuo funereo pianto
E più che mai felice alzar la testa
Ilare e lieta sotto il negro ammanto; 9
Poi che tanto tesoro ancor ti resta.
Si preziosa gemma corruscante,
A mostrar la tua gloria manifesta. 12
Osserva già le legge tutte quante.
Pace, fede, alma concordia e iustizin,
Sorelle amate da lui tutte quante. ia
Superbia in fuga al centro precipizi
un’ apostrofe al card. Giovanni, tutta
fuori dell’ argomento. — v. tt6.
Su* : di Lorenzo.
1 Morto un papa, se ne fa un al-
tro. Questo secondo capitolo £ in
lode di Piero de’ Medici, che suc-
cesse al padre nella signoria, ma
non nella prudenza. Pietiu £ bi-
sticcio simbolico di Pietro, come
lauro di Lorenzo.
V. ó. luoi amaron, le st. — v. Ili.
Precipizi* : precipita : senza esempli.
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38»
RIME VARIE.
Del baratro infernal d’ ira c di sdegno ;
Discordia, invidia, a casa di malizia ; 18
Tutte scacciate nel tartareo regno.
Figliole della notte, ove Acheronte
Discorre il vecchio sempre d' ira pregno ; 21
Le virtù sante al glorioso monte
Ristrette insieme tutte ad una ad una
Di pietra intorno al tuo limpido fonte. a-r
Ornata d’ un tant’ uomo la fortuna
E iattabunda par si glori e rida
Non esser come loi regina alcuna. 27
Florenzia bella tutta si confida
E dà nelle tuo’ braccia, alma colonna
D’ Alcide ove di nuovo il ciel si fida : 30
E viene allegra in oscurata gonna
Per amor di tuo padre, e datti il pondo
Che tiene in man, questa stellante donna. 33
Or vorre’ ben Bruto vivere al mondo
Nella riva dell’ Arno, il buon Fabrizio
Succumbere e’ Caton che andorno al fondo. 30
Or pare un campo lato un chiaro indizio
Agli animi gentili, a’ divi ingegni
Materia eccelsa senza labe e vizio 39
V. l~. Baratro leggiamo con lutto
le stampe: il codice ha barbero. —
r. 18. Discordia, invidia: sottintendi
precipitano. — v. 29. Si dà, le
stampe: Adda, il codice. — t>. 33.
Il cod. par legga ^ bene in man.
— v. 35-36. Intendi: Il buon Fa-
brizio c i Catoni che andarono al
fondo vorrebbono soccombere per
questa patria cosi ben retta da Pie-
tro de’ Medici. Du vero eh ? Clic
sotto la scapestrata signoria di Pie-
ro avrebbe!' voluto tornare a vive-
re i Catoni c Fabrizio e llruto, è
non so se più stupida o stomache-
vole adulazione del tristo versifica-
toro : ma, a farla a posta, quando
costui scriveva siffatti spropositi, era
già nato Filippo Strozzi che negli
ultimi anni suoi doveva parere c
vantarsi Catone in rispetto a Cosi-
mo, nasceva su quel torno France-
sco Ferrucci che fu in parte il Fa-
brizio e in tutto il Decio della glo-
riosa repubblica figliuola di Roma,
c dovrà nascer più tardi colui « che
diè con braccio forte II primo duen
di Fiorenza a morte. • — e. 36. B
Caton, le st. — e. 37. In cupo lato,
le st..: il ms. non è chiarissimo: ab-
biali) creduto ragionevole la fatta
emendazione. — e. 39. Alla fine di
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RIME VARIE.
389
Clic per sè stessa sé laudare insegni :
Pare per la memoria dolce e grande
De’ tuo’ proceri patri antiqui e degni. 42
Sai del lauro tuo quante grillande
La poetica tuba canta e suona.
Glie tante Atena 0 Grecia non ispande. 4 s
Ma io ti metto solo una coróna.
Che posta alla tua chioma rutilante
Ti porterà dove el gran Jove tona. 4S
Nè creder tu che T paese africante
Facessi sol famoso Scipione
E nè Lavina un di Turno 0 Fallante : 6t
Credi che fu la tuba di Marone.
E sarebbe Pompeo forse men darò,
Se non fussi Lucano 0 Cicerone. • a*
Cato a cui parve già il vivere amaro.
Se non fussi Plutarco, ancora ancora
Li costerebbe il suo stran pensier caro. 57
Marte e la spada che tanto si onora.
Se non fussi la toga di Minerva,
Non durere’ suo’ fama al mondo un’ ora. co
Doma, sol Tito il paduan conserva, •
Iustin, Valerio del superlativo,
Immortale la sua nobil caterva. 6">
Cesare, ’l di che fu di vita privo.
questo verso le st. portano un punto
fermo e niun segno d’ interpun-
zione ovvero sol una virgola hanno
alla fine del v. seg. — ». 41. Paiie:
qui, e sopra [li. 371, vale ; apparisce.
— ». ài. E nè Lavinia di , codice
c stampe: Turno, Pattante, stumpc.
— V. 53-4. È presso a poco quello
stesso ette I’ Ariosto ili ben altri
versi cantò : « Non fu si santo ni
benigno Augusto, Come la tuba di
Virgilio suona : L’ aver avuto in
poesia buon gusto La proscrizione
iniqua gli perdona; > ed è quel ebe
avvenne ai più dei Medici. — ». 55.
Dante, pur». 1, di Catone: « ... non ti
fu per lei ( libertà ) amara In Utica la
morte. » — v. 62. Valerio del superla-
tivo : cioè, Valerio Massimo. Ammira
il nuovo trovato. La costruzione par
clic deliba esser questa: In quanto
a Roma, sol Tito il padovano, Giu-
stino, Valerio Massimo conservano
immortale la sua nobil caterva, il
gran numero de’ gloriosi figli di
lei.
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390
RIME VARIE.
?
Era, se non avea la penna seco,
A rispetto del mar un piccol rivo. 06
Tu, Grecia, se non era Omero teco.
Non sarebbe non eh’ altro nominato
Achille o conosciuto mai per greco. co
E ’l barbaro Annibài non sare’ andato
A perder l’ occhio su ’l freddo Apennino
Nè si vittorioso a Canna stato, 72
S’egli avessi creduto in un mattino
Perder la vita e ’l nome, quando prese
L’ anello a bocca e ’1 velen serpentino. 75
E quel che superò tanto paese.
Dico Alessandro,-arebbc fatto in vano
Si grande sforzò di si grandi imprese. 78
Però l’ amava il suo Poliziano
Il tuo buon padre, perchè conescea
Che tenea sol per lui la penna in mano. si
Ama ancor tu questa immortale iddea.
Gloriosa virtù, luce diurna
Latina greca arabica e caldea. 8+
Ogni uman morto suscitar dell’ urna
Ti può per sempre c la Toscana nostra
Revocar dalla gente ima e notturna. ' s;
Tutti operate colla virtù vostra
V. 82. immortale idea , le st. Per
questa iddea par clic debba inten-
dersi la letteratura in generale, ov-
vero la gloria la virtù degli studii
e delle erudizioni. Come si vede, il
da ben versificatore credevasi di pre-
dicare prò domo sua e di pugnare
prò aris et foci t: ma egli avea tanto
che tare con la poesia e col Poli-
ziano, quanto il suo Valerio del
superlativo con la storia e con Li-
vio. — 85. uman merlo, le st. Leg-
gendo, come io fo, strettamente al
codice, morto , abbiamo nel vocabolo
precedente 1’ aggettivo sostantivalo
umano per ente umano, il cui plu-
rale, gli umani, £ riprovato dai pu-
risti come d’ uso francese. Latino,
dovean dire: l’esempio del nostro
versificatore, che pure in lingua può
avere qualche autorità, è da aggiun-
gere come più spiccato ai due del
Morgante Maggiore, che il .Damiani,
reo di leso purismo per avere scritto
gli umani, recò a sua difesa nella
prefazione alle Poesie, Firenze, 4857.
— o. 88-93. Si rivolge a tutti in-
sieme i figliuoli di Lorenzo o a tutta
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RIME VARIE. 3!)l
Egregia e tanta, che mai non ci manca
Materia ; tanto lume el ciel vi mostra ! ; so
0 divina propago invitta e franca.
Destinata a gran fatti nome e pruovc.
Di vita prima che di ben far stanca ! 93
Trofei colossi templi a Roma a Jove,
Aquedutti colonne anfiteatri,
E stagni e terme non più visti altrove, 93
E simulacri statue e teatri
Non han potuto conservare in fine
La prisca fama degli antiqui patri. co
Tutte cose alte immortale e divine.
Ciò che mai fatto fu ne’ sette monti.
Pur è converso in cenere ? ruine. 102
Ma chi le Muse esaltano a’ lor fonti
Fiorisce sempre pullulante c verde;
E manca porti scetri ostri archi c ponti. ios
Vedi : il làuro tuo sempre rinverde
Al monte ove tu ancor potrai ascendere :
Che chi crede altrimenti il tempo perdi*. ios
Io ti potrei con mille esempli accendere;
Ma, perdi’ io ti chiamai piropo ardente.
So che tu ardi ancor tuo conio spendere. m
Altro già non sperava questa gente
Di te. Dimostra dunque tanto ardore
Di superar di fama il tuo parente. i!4
La terra c ’l mare e '1 ciel ti dan favore.
la famiglia dei Medici. — ». 93.
Sciupa il magnifico verso del Pctr.
a proposito di Cammillo, • Di vi-
ver prima che di ben far lasso. •
— o. -105. E «uscì: e vengon meno.
Le st., Nè mancati. — p. HI. Ben
finisce con conio il panegirico da
conio.
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392
Rialti VARI lì.
iir.»
Morte crudel che in questo corpo venne !
Che dopo morto, il mondo andò sossopra :
Mentre che visse, tutto in pace tenne.
‘ Questo epitaffio mostra essere
stato scritto qualche anno dopo la
morte del Magnifico, quando la con-
cordia fra’ signori italiani era di-
sciolta, e la ruina barbarica sovra-
stava al bel paese. Non la vide, co-
me non vide la cacciata di Piero
■le' Medici, M. Angelo Poliziano, morto
quasi due mesi innanzi all’entrata
di Carlo Vili in Firenze. E qui,
dopo cinque anni di stndii, più
d' una volta interrotti dalla tre-
pida aspettativa e dal tumulto di
maravigliosi avvenimenti, non ul-
timo de* quali la cacciata da Fi-
renze della signoria straniera suc-
ceduta alla medicea, levando final-
mente la mano da queste povere il-
lustrazioni, oggi 31 maggio 18G3.
non senza un sentimento come di
dolore, mi congedo da te, o glorioso
padre del gloriosissimo rinascimento.
F I N E.
9 6 3 i G 4
9
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INDICE ALFABETICO
DEI COMPONIMENTI POETICI CONTENUTI IN QUESTO VOLUME.
Acqua, vicini chè nel mio core io ardo Pag. 242
Allor die morte a'rà nudata e scossa 272
Amor bandire e comandar mi fa 232
Benedetto sie !1 giorno e 1’ ora e ’l punto 293
Ben venga maggio 295
Bramosa voglia che ’l mio cor tormenta 240
Buona roba abbiam, brigata 348.
Canti ogn’ un, eh’ io canterò
Che credi tu di farmi per fuggire
Che crudeltà sarebbe eh’ i’ t’ amassi
Che fai tu, Eco, mentr’ io ti chiamo ? — Amo
Che meraviglia è, s’ i’ son fatto vago
Che sarà della mia vita
Chi non sa come è fatto el paradiso
Chi si diletta in giovenile amore
Chi vuol veder lo sforzo di natura
Come può lo mio cor mai rallegrarsi?
Contento in foco sto come fenice
Costei per certo è la più bella cosa
Costei ha privo el ciel d’ogni bellcza
Creduto io non arei crudeltà tanta
Crudel donna, poiché lasciato hai me
Poliziano. 2£
308
247
244
231
233
330
288
2fì3
232
209
250
230
ivi
208
350
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INDICE ALFABETICO.
394
Dalla più alta stella Pag- 381
Da poi eh’ io vidi el tuo leggiadro viso 212
Deh, non insuperbir per tuo’ belleza t 243
Deh udite un poco, amanti 289
Del bel campo eh’ arai con sudor tanto 297
Delle fatiche mie el fiore e ’l frutto 265
Dolorosa e meschinella 294
Donna, a.’ i’ debbo mai trovar merzede 258
Donne, di nuovo el mio cor s’ è smarrito 297
Donne mie, io potre’ dire 327
Donne mie, voi non sapete 301
Dopo tanto aspettar verrà mai 1’ ora 249
Dove appariva un tratto el tuo bel viso 274
Egli è ver eh’ i’ porto amore 302
E’ dolci accenti del cantar eh’ io sento . . . . 215
E’ mi convien da te spesso partire 2117
E’ in’ interviene, e panni molto grave 300
E’ non c’ è niun più bel giuoco 333
E’ non è mai sì carco di tormenti 258
E’ non fu al mondo mai più sventurato 25li
El bel giardin che tanto cultivai 267
Fammi quanto dispetto far mi sai 251
Fanne quanto tu vuoi dispregio e strazio 251
Fra tutte l’ altre tue virtù, Amore 254
Già collo sguardo facesti tremare 274
Già non siàn, perch’ e’ ti paia 305
Gli occhi mi cadder giù tristi e dolenti 238
11 buon nocchier sempre parla de’ venti 264
Il primo giorno che ti vidi mai 239
In mezzo d’ una valle è un boschetto .' . . . 299
l’ conosco el gran disio 291
P griderò tanto misericordia 253
l’ho rotto el fuscellino 313
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INDICE ALFABETICO.
395
l’ ho veduto già fra’ fiori e l’ erba Pag- 237
I’mi trovai, fanciulle, un bel mattino . 280
I’ mi trovai mi dì tutto soletto 282
F non ardisco gli occhi alti levare 247
F non ebbi già mai di tuo’ belleza 24(1
F non mi vo’ scusar s’i’ seguo Amore,. 278
I’ non ti chieggo, Amor, altra vendetta 2(11
F possa rinnegar la- vera fede 253
l’ seminai il campo, e altri il miete 2(lt>
F seminai il campo, un altro il miete ivi
F son, dama, el porcellino 31Q
1! ti ringrazio, Amor, d’ ogni tormento 2(14
l’ t’ ho donato il core ; e non ti piace 21(1
F vi vo’ pur raccontare 318
Io arei già un’orsa a pietà mossa 254
Io ho maggior dolor, ben che stia cheto 25(1
Io mi dorrò di te innanzi Amore 259
Io mi sento passar in fin nell’ ossa 234
Io non 1’ ho, perchè non 1’ ho 338
Io son constretto, poi che vuole Amore. . . 355
Io son la sventurata navicella 248
Io ti ringrazio, Amore 287
Io vi debbo parere un nuovo pesce 245
Io vi voglio confortare 330
Io vi vo’, donne, insegnare 320
La brunettina mia 342
La notte è lunga a chi non può dormire 202
La non vuol esser più mia 339
La pastorella si leva per tempo 34Q
Lasso me, lasso! o me! che deggio fare 270
Madonna, e’ saria dolce la mia pena 2fil
Mentre eh’ ogni animai dormendo posa 257
Mentre negli occhi tuoi risplende il sole 243
Miseri a me ! quando ti vidi in prima 223
Molti hanno già nel lor principio detto 225
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396 INDICE ALFABETICO.
Monti valli antri e colli. . . . Pag 363
Morte, per tórre il più ricco tesauro 382
' Morte crudel che in questo corpo venne . . . . t 392
Nè morte potria far ch’io non v’amassi 251
Non ara forza mai tuo’ crudeltade ■n 252
Non è ninfa sì gaia in questi boschi 237
Non m’ è rimasto dal cantar più gocciola . .■ 235
Non potrà mai tanta vostra dureza 250
Non potrà mai dire Amore 277
Non sempre dura in mar grave tempesta . , 263
Non son gli occhi contenti o consolati 248
Non son però sì cieco eh’ io non vegga 245
Non so per qual ragion, donna, si sia. 246
Occhi leggiadri e grazioso sguardo 241
Occhi che sanza lingua mi parlate 241
0 conforto di me che ti mirai 242
Ogni donna di me pietosa fassi 257
Ogni pungente e venenosa ispina 263
Oimè, signora mia, perchè t’ adiri ' 203
0 me ! chè ’l troppo amore a morte mena 268
Or credi tu ch’io sempre durar possa 255
Or toi s’ Amor me 1’ ha bene accoccato 283
O sacra idea col tuo figliuol Cupido .• 261
0 singoiar beltà che agli occhi miei 239
O trionfante donna al mondo sola. 191
0 trionfante sopra ogni altra bella ....;. 196
Passerà tuo’ giovinezza 335
Per mille volte ben trovata sia 234
Piangete, amanti, insieme al mio dolore 259
Piangete, occhi, da poi eh’ Amor n’ ha tolto 259
Piangete, occhi dolenti, e ’l cor con voi 270
Pietà, donna, per dio! deh, non più guerra 242
Pietà vi prenda del mio afflitto core 249
Pietra è restata in terra per memoria.. . 387
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INDICE ALFABETICO. 31)7
Pigliate esemplo, voi eh’ Amor seguite Pag. 273
Poi che in pianto in sospir passo il di tutto 210
Prima eh’ io mi conduca a disperare 262
Quando tu mi vedrai quest’ occhi chiusi *271
Quando quest’ occhi chiusi mi vedrai 272
Questa fanciulla è tanto lieta e frugola 238
Questi tanti sospir eh’ al cor si stanno • . 249
Questo mostrarsi adirata di fore 285
Rendimi il cor, giudea, e dispietata 255
Iìequiescat in face! in pace posi 273
Rida chi rider vuol, eh’ a me conviene 265
Se gli occhi son contenti e consolati 252
Se ’l vostro cor pietà non mostra or mai 257
Se non arai a sdegno il nostro amore 235
Se pure il vostro cor non è ancor sazio 268
Se tu sapessi quanto è gran dolceza 244
S’ i’ non credessi il tuo viso turbare 248
S' i’ vo, s’ i’ sto, o in qual modo mi sia 240
Soccorrimi, per dio-, chè il tempo passa 260
Soccorrimi, per dio; ch’io son condutto ivi
Solevon già col canto le sirene 233
Una vecchia mi vagheggia 315
Uno amoroso sguardo un dolce riso 241
Vaghe le montanine e pastorelle 346
Vedete, amanti, %a quale estrema sorte 269
Venite al ballo, giovinetti e donne 367
Venite insieme, amanti, a pianger forte 273
Vergine santa immaculata e degna 362
Visibilmente mi s’è mostro Amore 237
Voi vedete ch’io guardo questa e quella 244
Voglio morir, se morte mi vuol tórre 271
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INDICE,
Delle.I’oesie Toscane di m . Angelo Poi-iziano. Pag. vii
EMENDAzioiff e Giunte clxiii
STANZE.
Libro primo 3
Libro secondo 71
LA FAVOLA DI ORFEO
[secondo la lezione dei codici chigiano e riccardiano
e delle stampe d' innanzi al 1776.]
Angelo Poliziano a inesser Carlo Canale 95
La favola di Orfeo 97
ORFEO
[secondo la lezione del Padre Affò.]
Prefazione del Padre Ireneo Affò llf>
Orpbei Tragoedia 133
Osservazioni del Padre Ireneo Affò aopra varii luoghi del-
V Orfeo . 163
RISPETTI CONTINVATI.
Rispetti d’ Amore 191
Serenata ovvero lettera in istrambotti lilfi
Rispetti di vario argomento, III-X 203
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ilio
I.MHCK.
RISPETTI SPICCIOLATI
Pan cd Eco ■ Pag. 231
Per Madonna Ippolita Leoncina da Prato 232
Bellezza 236
Amore 237
Ammonimenti 243
Accorgimenti e arti amorose 241
Fuga 240
Speranza 247
Costanza 250
Premio della costanza 254
Rimproveri ivi
Lamenti e preghiere 256
Aspetar tempo . . . 262
Consiglio prudente 263
I voti compiti 264
Disgrazia in amore ivi
Disperazione 267
Pensieri e immagini di morte 271
Vecchiezza. . . ■ . • 274
CANZONI A BALLO E CANZONETTE.
Legittime 277
Incerte 333
Apocrife 346
RIME VARIE.
Legittime > . » 355
Incerte» . • : ± ■ » ■ • » ■ ■ • ■ ■ ■ » ■ » » » ■ ■ t ■ » ■ ■ i • 367
Apocrife 381
Indice Alfabetico. . . . . ... 393
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